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Giorgio Cremaschi: Tassare i ricchi, per disarmare il regime dei padroni

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Tassare i ricchi, per disarmare il regime dei padroni

Giorgio Cremaschi

Mentre Berlusconi è invischiato nei suoi scandali finanziari e sessuali, Marchionne sta conducendo un attacco che è anche più brutale di quello di Berlusconi ai diritti sociali e ai diritti dei lavoratori. Diciamo che c’è una specie di passaggio di testimone: Berlusconi può essere nei guai ma Marchionne continua una politica che è anche più aggressiva che portò qualche anno fa all’attacco articolo 18 dello statuto dei lavoratori. In fondo Marchionne che cosa dice? O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra. O rinunciate al contratto nazionale, al diritto di sciopero, alle libertà sindacali, al diritto di scegliere il sindacato che volete – quindi, o rinunciate a tutto, oppure io vado da un’altra parte.

Questa è la più brutale delle aggressioni ai diritti del lavoro dal ’45 a oggi. Perché “regime dei padroni”? Padroni: chi sono i padroni? Non sono i proprietari, non è il padroncino che è proprietario di una piccola azienda artigiana che è andato dalle banche come un lavoratore ricattato da Marchionne; non è il piccolo proprietario, non è quello che “ha qualche cosa da parte”. I padroni sono i padroni delle nostre vite. Cioè quelli che decidono della nostra vita. E sono una precisa casta: sono un sistema di manager, di banchieri, di finanzieri, di persone collegate a loro, che con la globalizzazione – soprattutto in Europa e nell’Occidente – hanno preso il posto della democrazia.

Nessuno li ha eletti, però decidono di noi. Nessun cittadino italiano ha detto che Marchionne potesse eliminare la Costituzione dalla fabbrica, però – usando solo il ricatto del mercato – lui ha potuto imporre questo. E d’altra parte, però – e allora uso il titolo “regime” – quelli che dovrebbero essere i contrappesi al suo potere, cioè la democrazia, i partiti, i giornali e le istituzioni, invece che essere un contrappeso diventano una sua zavorra, cioè vanno avanti a sostenerlo. Lo si è visto sia nelle vicende di Pomigliano, e ancora di più nelle ultime di Mirafiori. Il disastro è che c’è un regime culturale per cui gli interessi di questa casta dominante, di questi padroni, di questo sistema di imprenditori, vengono spacciati per gli interessi di tutti. E quindi la stampa, la comunicazione e gran parte (non tutti) del mondo politico dicono: se diamo ragione a loro è bene per tutti, se i ricchi sono più ricchi anche i poveri hanno qualcosa da guadagnare. Non è mai stato così, ma questo è il regime di oggi.

L’articolo 41 della Costituzione dice che l’impresa può fare i suoi profitti ma nell’ambito della responsabilità sociale, cioè non può fare quel che vuole, non può dire “vado in Serbia, se non accettate le mie condizioni”; deve stare dentro un sistema di democrazia e diritti preciso, che nasce dalla nostra Costituzione. Berlusconi due o tre anni fa propose di abolire quest’articolo, dicendo che era comunista; in realtà si sbagliava, non è affatto un articolo comunista: è un articolo che nasce dalla cultura cattolica, l’idea della responsabilità sociale dell’impresa è profondamente inserita nella cultura cattolica. Berlusconi voleva abolirlo? Lì ci fu un po’ di dibattito, e molti politici e grandi giornali si schierarono contro Berlusconi dichiarando che non si poteva cancellare l’articolo 41 della Costituzione. Ecco: Marchionne l’ha abolito di fatto.

Credo che Berlusconi, il suo governo, una certa politica italiana ha asfaltato un’autostrada cancellando riserve, paletti e difese a tutela della democrazia. E ora su quest’autostrada rischiano di passare Marchionne e quelli come lui, che vanno avanti nella devastazione dei diritti. Bisogna sconfiggerlo, questo regime: da solo, non se ne andrà. Noi abbiamo cominciato come Fiom, con i nostri “no”, ma è chiaro che bisogna costruire un grande movimento che li sconfigga. Quando loro minacciano, dicendo “o è così o ce ne andiamo”, bisogna dire: andatevene, la vostra politica non va bene per noi. Bisogna sconfiggerli, bisogna uscire da questo ricatto della globalizzazione. Dobbiamo stare coi paesi che questo ricatto non lo accettano. Bisogna ricostruire i poteri della democrazia, della cittadinanza, e ci vuole una enorme giustizia sociale – l’opposto di quella che c’è stata fino adesso.

Voglio ricordare che con i 200 milioni che guadagnerà a fine anno Marchionne, si pagano sostanzialmente quesi tutti i lavoratori di Mirafiori. E quindi basterebbe che Marchionne rinunciasse a un 20-25% di queste sue ricchezze perché i lavoratori di Mirafiori potessero conservare le pause, i diritti, i salari, il contratto nazionale. Bisogna ricostruire un conflitto sociale che porti via il maltolto ai super-ricchi che ci governano. Noi poi abbiamo una classe politica strapagata. Non si può diventare ricchi facendo politica. Chi fa politica dovrebbe essere pagato non dico come un operaio, ma come un impiegato medio. Il resto è solo scandalo. Questo non è ci risolva il problema, ma dà il senso di una moralità, che poi si applica a tutti.

Occorre ricostruire un sistema fiscale: perché le retribuzioni di Marchionne non sono solo le sue paghe, ma sono le azioni che gli vengono regalate. Quindi bisogna mettere le tasse sulla speculazione finanziaria. Marchionne in Italia le tasse le paga sullo stipendio che prende, che pure è altissimo, però su tutte le azioni che incassa le tasse le paga in Svizzera. Quindi è chiaro che occorre una operazione fiscale di fondo che deve sottrarre il maltolto a quel 10% di italiani che oggi ha la metà della ricchezza del paese. Questa è la premessa per qualsiasi cosa. Poi, naturalmente, bisognerà costruire nuove politiche, nuovi investimenti. Ma questa è la premessa. Si dice sempre che i soldi non ci sono? I soldi ci sono: e sono in mani sbagliate.

Noi oggi abbiamo un’Europa in mano ai banchieri, alle banche, alla speculazione. Se domani in Europa si decidesse che per assorbire la disoccupazione dei giovani l’orario medio europeo deve andare a 30 ore settimanali non fallisce nessuno, perché c’è ricchezza sufficiente per ridurre drasticamente l’orario di lavoro. Noi invece siamo si fronte a un’Europa dove ci sono lavoratori cui vengono imposte le 50 ore, come a Mirafiori, e i precari e i giovani in mezzo alla strada. Bisogna ripensare a una generale riduzione dell’orario di lavoro e sono convinto che in Europa ci sono le condizioni, le ricchezze sufficienti per farlo, senza che il sistema crolli: non crollerebbe proprio niente, crollerebbero un po’ di guadagni dei super-ricchi.

Lavorare meno per lavorare tutti? In condizioni di dignità, però. Perché oggi, con la precarietà, questo principio in parte è già stato applicato: nel senso che i giovani vengono assunti con contratti da 10 ore al mese, quindi lavorano meno ma in condizioni di assoluta perdita della dignità. Bisogna lavorare meno, lavorare tutti e con gli stessi livelli di dignità e di uguaglianza. All’orizzonte si profila la penuria energetica di gas e petrolio, mentre non decollano le rinnovabili? Questa è la dimostrazione del fatto che, no nukese non si sconfigge un sistema di potere, non si cambiano le cose. Non basta avere la proposta giusta: perché bisogna sapere che la proposta giusta è osteggiata da chi comanda la Borsa, la finanza e il potere politico.

Il nucleare è un esempio classico: servono migliaia di miliardi di investimenti per un’energia che non è sicura e in realtà dà lavoro a pochissime persone. Le energie rinnovabili sono anche miliardi di investimenti, ma darebbero lavoro a milioni di persone. Però è chiaro che bisogna scegliere: tutte e due le cose non si possono fare. E si preferisce quell’altra, che garantisce un guadagno immediato a una ristretta casta di persone, al regime dei padroni. Siamo arrivati a un punto in cui bisogna proprio affrontarlo, questo regime, bisogna rovesciarlo, o ci troveremo di fronte a una società che regredisce in maniera pazzesca e cancella qualsiasi prospettiva di futuro dignitoso.
(Giorgio Cremaschi, dichiarazioni alla presentazione del volume “Il regime dei padroni”, video. Il libro: Giorgio Cremaschi, Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne, Editori Riuniti, 220 pagine, 15 euro).

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II. A partire in specie dal secondo dopoguerra e relativamente ai Paesi industrializzati, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso ed ampio incremento dell'occupazione in ogni settore dell'economia. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.
                                                                       “Il mio punto di vista … concepisce lo sviluppo della formazione
                                                                                          economica della società come processo di storia naturale”

                                                                                   (K. Marx, Il Capitale)

III. In questa fase il capitalismo sembra aver portato a compimento, in alcune aree del pianeta, la sua più essenziale natura, ossia trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati. Il sistema capitalistico così non è altro che il sistema del lavoro salariato; è attraverso questa forma del lavoro infatti che si producono beni e servizi, ossia quella parte del reddito monetario costituito da profitti e salari.
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