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T.Rinaldini-P.Ginsborg: Come spiegare l’anomalia positiva della Fiom?

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Come spiegare l’anomalia positiva della Fiom?

Tiziano Rinaldini, Paul Ginsborg

Per  iniziare questo dibattito  pubblichiamo i testi di Paul Ginsborg e Tiziano Rinaldini scritti per i 110 anni della fondazione della FIOM-CGIL presentati nel Teatro Comunale di Bologna il 16 giugno 2011 con una premessa di Tiziano Rinaldini che chiarisce l’attualità di questo dibattito.

Con lo sciopero di venerdì 9 marzo e la manifestazione nazionale caratterizzata da una massiccia partecipazione di operai e operaie, giovani e meno giovani, la FIOM ha ulteriormente confermato la propria tenuta e radicamento sociale in una fase in cui all’interno della crisi vengono confermate e rafforzate scelte ed interventi di conferma del modello sociale ed economico che si è andato affermando ormai da molti decenni e che è alla base della crisi stessa. La conferma del prezioso ruolo e della forza della FIOM assume particolare valore a fronte della drammatica crisi in atto della democrazia a partire dalla dimensione sociale dei diritti e della stessa democrazia e libertà nelle dinamiche sindacali. Questa conferma risalta ulteriormente a fronte della virulenza degli attacchi di cui la FIOM è fatto oggetto e a fronte degli imbarazzi e timidezze con cui viene vissuta da molti che pure dovrebbero vedere nei contenuti su cui si caratterizzano i metalmeccanici una risorsa decisiva anche per loro per tentare di non essere travolti dalle attuali difficoltà.

A noi pare evidente che il problema da cui partire non è l’isolamento della FIOM, ma piuttosto l’isolamento che, senza la FIOM, oggi vi sarebbe su temi decisivi (vecchi e nuovi) della democrazia e dei diritti nel lavoro e nel non lavoro. Come è stato autorevolmente dichiarato la resistenza e l’opposizione diffusa e continuativa ai processi in atto “è oggi in larga misura incarnata dalla FIOM e dalle sue scelte politiche e di lotta” contro le attuali manovre economiche, i tagli al welfare, la svendita dei beni comuni e del territorio, la cancellazione dell’art. 18 e un Italia modello Pomigliano. Le posizioni assunte si accompagnano alla ostinata ricerca di coerenza nel sostenerle nella pratica dell’attività sindacale che si traduce nella riconferma qui ed ora della propria capacità contrattuale con la realizzazione della contrattazione aziendale più estesa nel complessivo campo sindacale. E’ nella chiarezza delle posizioni sostenute, nella riconferma della propria natura confederale e nella consapevolezza della contrattazione collettiva come strumento indispensabile per rapportarsi qui ed ora con la concreta condizione dei lavoratori, è nella tenuta di questo insieme che si fonda oggi la tenuta della FIOM.

E’ questo modo di stare nella realtà che ci permette di dar conto del perché della virulenza degli attacchi di cui la FIOM e i meccanici sono oggetto e dei sinora vani tentativi di descriverla come non è, schiacciata su dinamiche politico partitiche o riducibile alla dimensione dei vari sindacalismi autonomi esterni o una coda di storie antiche irreversibilmente esauritesi. In questo senso la FIOM costituisce una anomalia nel panorama sindacale (e non solo sindacale) e nazionale (e non solo nazionale), irriducibile alle descrizioni di come  molti la vorrebbero. Occorrerebbe interrogarsi maggiormente sulle ragioni di queste durature caratteristiche della FIOM e dei metalmeccanici del nostro paese, da parte di chi guarda con favore alla loro azione e di chi, come noi, li assume come punto di riferimento per la propria attività di contributo verso un’alternativa all’attuale realtà. Questo numero della rivista pubblica due delle tre relazioni richieste dalla FIOM nel Giugno dello scorso anno per l’iniziativa svoltasi nel Teatro Comunale di Bologna in occasione dei 110 anni dalla sua nascita (per i prossimi numeri contiamo di poter disporre anche della terza, di Marco Revelli). Le pubblichiamo  come doverosa attenzione ed omaggio a questa organizzazione e alla sua storia, ma soprattutto in quanto è nostra impressione che esse offrono tracce e spunti per una riflessione che si misuri con le ragioni più feconde e profonde che diano conto per perché oggi questa FIOM, questa anomalia positiva. E proprio per questo ci aiutino a non limitarci a guardarne l’azione con simpatia,  ma a cogliere che cosa e quanto della risorsa che viene messa in campo  costituisca risorsa per tutti per assumere le proprie responsabilità sui vari terreni su come riorganizzare un pensiero ed una pratica alternativa dentro la crisi. A noi pare che gli interventi pubblicati favoriscano questa possibilità.In entrambi i contributi si va ben oltre una ricostruzione che riconduca tutto al pur straordinario contributo dei dirigenti sindacali che ne hanno attraversato la storia. Semmai si cerca di capire come mai è in questa categoria in particolare che si sono potuti esprimere dirigenti sindacali di così alto rilievo. In entrambi i contributi inoltre non ci si limita a stabilire i rapporti di continuità o di rottura con le radici della propria storia, ma si cerca di relazionare continuità  e natura di queste radici con la evidente capacità di novità, anche radicali, nel cogliere i mutamenti che si determinano nella realtà senza divenirne subalterni. Ci basti qui segnalare le caratteristiche del rapporto che la FIOM riuscì ad instaurare con l’insorgenza operaia degli anni ’60-’70, e la ricostruzione che Paul Ginzborg fa di quella fase come portatrice di profonde novità rispetto alla storia precedente del movimento operaio e portatrice di domande (sino ad ora inevase) rivolte al futuro, e non ultime grida delle precedenti vicende storiche. Si considerino inoltre anche i tentativi di dare conto del significato, spesso non conosciuto o trascurato, del considerarsi sindacato confederale e industriale, termini spesso utilizzati in modo confuso, manipolatorio, strumentale e falsificante nelle riflessioni sulle dinamiche sindacali e le loro interne vicende. E’ nostro proposito quindi a partire da questo numero aprire su questo piano una finestra della rivista a cui richiamare contributi e approfondimenti, che a noi paiono utili e urgenti per concorrere ed evitare che ciò che ancora oggi ci è reso possibile, non lo sia più nel futuro (Tiziano Rinaldini).



Democrazia economica e consigli di fabbrica nella storia italiana
(Paul Ginsborg)


1.
E’ di straordinaria importanza per il movimento operaio non dimenticare la sua storia,  non abbandonare la sua eredità di idee e lotte,  non perdere di vista dei filoni importanti, adesso oscurati, delle sue pratiche del passato. Bisogna sempre ricordare quanto è cangiante la storia, e quanto quello che sembra adesso impossibile è stato invece possibile ieri e potrebbe essere di nuovo possibile domani. L’esperienza di  questi giorni ne è un esempio lampante.

L’eredità storica della CGIL, e della FIOM in particolare, è di grande ricchezza. Bisogna studiarla e celebrarla, ma non in modo acritico. In accordo con Maurizio Landini, e in consonanza con i temi forti di questa festa, quelli della democrazia e dei diritti, ho scelto di concentrarmi sulla democrazia operaia e sull’esperienza storica dei consigli di fabbrica. Naturalmente il tempo mi costringerà ad essere alquanto schematico e vi chiedo in anticipo di perdonare qualche semplificazione forzata.


2.
La democrazia è in primis un sistema politico, che trova la sua ragion d’essere nelle elezioni, nella formazione dei governi, nelle istituzioni politiche di un paese. Ma con il tempo, e con l’espansione dei diritti, la democrazia si è estesa e ha invaso nuovi campi: la democrazia di genere, la democrazia economica, la democrazia della vita quotidiana (Mauro e Zagrabelskey), perfino la democrazia nella famiglia. Qui vorrei concentrarmi sulla democrazia economica, e quella operaia in particolare, un tema che trent’anni di egemonia neoliberista ha fatto di tutto per cancellare, senza tuttavia riuscire nel suo intento.

Nella storia del Novecento ci sono stati tre principali modi di definire la democrazia economica. Il primo e più radicale è stato quello di Marx e dei Marxisti, consistito nell’esproprio rivoluzionario della classe capitalista e nello stabilire il controllo del proletariato nel suo insieme all’interno delle fabbriche e degli altri luoghi di lavoro. E’ un modello, quello della democrazia dei primi Soviet, cioè dei ‘consigli operai’, che ha esercitato un fortissimo fascino sia sui lavoratori sia sugli intellettuali per tutta la prima metà del Novecento ma che è riuscito a trovare una realizzazione nella storia solo di sfuggito ( le principali città russe 1917-1918, Barcelona 1936) ed è entrata in crisi verticale dopo il 1989.

Il secondo modello, che troviamo più fortemente presente nella storia della  socialdemocrazia, definisce la democrazia economica innanzitutto in termini di maggiori diritti sociali dei lavoratori e di aumento del loro reddito complessivo. Le socialdemocrazie scandinave hanno fatto storicamente grandi sforzi per limitare le disuguaglianze macroscopiche di reddito e ricchezza, accompagnandoli con la creazione di forti diritti di cittadinanza in campo sociale. Anche il laburismo inglese dal 1945 al 1951 praticò questo tipo di diffusione di massa della cittadinanza sociale. Il giorno straordinario del 5 luglio 1948, in cui otto milioni di cittadini britannici fecero domanda per ottenere gratuitamente gli occhiali da parte del servizio sanitario nazionale appena istituito, va ricordato come uno dei grandi momenti della riforma sociale europea. Ma per quanto preziose ed essenziali sono state queste riforme si tratta per la più parte di riforme calate dall’alto, dirette a una cittadinanza riconoscente ma ampiamente passiva e atomizzata. Non incoraggiano, in altre parole, l’attivismo democratico ma piuttosto il godimento dei diritti.

La terza definizione di democrazia economica è quella su cui vorrei concentrarmi. Ha attinenza con una maggiore democrazia e potere decisionale (empowerment) sul posto di lavoro, con la necessità per chi lavora in fabbrica o nel terziario di far sentire la propria voce sulle sue condizioni di lavoro, sulle strategie di lunga durata dell’impresa, sui diritti dei lavoratori. In altre parole gli operai non sono solo cittadini con diritti democratici fuori della fabbrica ma devono esserlo anche all’interno di questa. Le due sfere, fuori e dentro la fabbrica, non sono compartimenti stagni ma spazi che si intersecano. E in questo modello gli operai non sono passivi ma attivi nel determinare il loro destino.


3.
Nella storia del movimento operaio italiano, quale di questi tre modelli – quello rivoluzionaria di Marx, quello socialdemocratico svedese e inglese, o infine quello che mette l’accento su un processo cumulativo di democratizzazione e empowerment sul posto di lavoro – si presenta con più forza? L’esperienza italiana di questi temi  è imponente, ampiamente dimenticata oggi ma tra le più ricche in Europa. Mi concentro, per ovvie ragioni di tempo, solo su due momenti – i consigli di fabbrica del primo dopoguerra, quelli per capirci, di Gramsci e L’Ordine Nuovo, e quelli degli anni ’70 del Novecento, propri di Bruno Trentin e della FIOM e della FIM (e in misura minore della UILM) . Vorrei comparare questi due movimenti sotto vari aspetti: il primo è quello del contesto storico. Dopo la prima guerra mondiale l’umanità, secondo il convincimento di Gramsci, era giunta ad un bivio. In un articolo del settembre 1919, intitolato Lo sviluppo della rivoluzione, egli delineò le tre tesi dell’Internazionale Comunista che lo trovavano concorde: (a) La guerra mondiale 1914-18 rappresenta il verificarsi tremendo di quel momento del processo di sviluppo della storia moderna che Marx ha sintetizzato nell’espressione: la catastrofe del mondo capitalista; (b) Solo la classe lavoratrice può salvare la società dall’abisso di barbarie e di sfacelo economico verso il quale la spingono le forze esasperate e impazzite della classe proprietaria, e può farlo organizzandosi in classe dominante per imporre la propria dittatura nel campo politico-industriale; (c) La rivoluzione proletaria è imposta e non proposta. Le condizioni create dalla guerra … possono determinare questi sbocchi: o la conquista del potere sociale da parte della classe lavoratrice …; o la morte per inedia e esaurimento di una gran parte dei lavoratori.

Difficile trovare chi descriva la situazione nel 1969, o dopo, in toni simili, neppure ai vertici dei gruppi extraparlamentari. La verità è che si tratta di due contesti radicalmente diversi. Anche se entrambi i periodi in Italia furono caratterizzati da una profonda protesta operaia contro il sistema capitalista, nel secondo caso lo scontento non esplode al termine di una guerra mondiale né in un’epoca di grande miseria proletaria ma inaspettatamente, al culmine di un decennio testimone di un’espansione capitalistica senza precedenti.

Un secondo elemento comparativo riguarda la natura dei consigli stessi. I consigli del primo ‘biennio’ hanno vita breve e sono territorialmente circoscritti. Non riescono mai a diventare la forma standard di organizzazione dei lavoratori nelle fabbriche di tutta Italia e in realtà vengono attivamente ed efficacemente boicottati dai leader sindacali della CGL. Essi sono caratterizzati da un intenso dibattito tra un numero relativamente esiguo di lavoratori. Nel febbraio 1920, la prima volta che si procede alla rielezione dei commissari di fabbrica, i lavoratori organizzati nel sistema dei consigli a Torino e nel suo hinterland erano, stando alle stime, 150.000. A pochi mesi di distanza lo sciopero generale piemontese dall’aprile 1920 segnò al contempo l’apogeo e la sconfitta del movimento dei consigli.

La seconda esperienza, una cinquantina d’anni dopo, è assai diversa. Anch’essa ha uno straordinario momento fondante, l’autunno caldo del 1969, con i sindacalisti trascinati nelle fabbriche a tenere assemblee e interventi. I metalmeccanici sono ancora una volta l’avanguardia del movimento, con le due formidabili federazioni gemelle, la FIM e la FIOM, che premevano per dar vita ad un sindacato di categoria unitario, la FLM. Il settarismo che divideva il movimento dopo la prima guerra mondiale, in particolare le feroci polemiche contro i cattolici, è in gran parte superato. I nuovi consigli nascono nell’inverno ’69 -’70  in sostituzione delle vecchie Commissioni Interne. Nel 1973 esistevano già 16.000 consigli e più di 150.000 delegati). La creazione dei consigli e della rete di delegati fu un modo importantissimo di rafforzare la presenza del sindacato stesso nelle fabbriche in cui in precedenza era stato debole.  Più di un componente del vertice della CGIL, per non parlare della CISL o della UIL, era contrario a trasferire il potere ai consigli in seno alle fabbriche ma l’ondata di democrazia industriale fu, per un certo periodo, inarrestabile. Si diffuse dal centro alla periferia, dai metalmeccanici ad altri comparti, come i chimici e i ferrovieri, dalla grande alla piccola industria, dal Nord al Sud. La mappa nazionale dei consigli restò sempre frammentata, ma ciò nonostante imponente. Renato Lattes, in un articolo su Torino sintetizzò in maniera esemplare l’unicità di questa esperienza:

“Dal punto di vista della contrattazione, forse il punto più alto del potere di intervento del delegato, certamente in FIAT, probabilmente anche nella maggior parte delle aziende sindacalizzate torinesi, è quello che va dal ’71  al ’77 : ritmi, organici, tempi di lavoro, pause, cadenze delle linee; miglioramento dell’ambiente, diminuzione dei rischi, quattro fattori di nocività, libretto di rischio; qualifiche, ricomposizione/rotazione mansioni; contrattazione dei turni, riduzione dei turni di notte; introduzione della mensa «fresca», ecc. Si tratta, ormai, di delegati cresciuti, molti dei quali, spesso, hanno una formazione sindacale e politica alle spalle; a volte anche tecnico/scientifica («150 ore» all’Università); inoltre con una contrattazione in fabbrica lunga e affinata; spesso leader affermati e selezionati nelle numerosissime assemblee di fabbrica e di reparto e nella stessa contrattazione”.

Un terzo elemento di comparazione riguarda il tempo. Rileggendo i documenti del biennio rosso colpisce come tutto fosse concepito come una corsa contro il tempo, della necessità di preparare l’imminente momento rivoluzionario. Il fatto che la causa principale dello sciopero dell’aprile 1920 fosse legata ad una questione di orario imposto – l’impopolare ora legale estiva – non è una coincidenza. Il tempo era l’essenza di tutta la questione. Si può benissimo dire che Gramsci aveva il freddo fiato di Lenin sul collo. Cinquant’anni dopo la questione del potere si pone in termini molto più opachi. I consigli e i delegati degli anni ‘70 miravano a spostare gli equilibri di potere nei luoghi di lavoro, non ad assumere il potere al loro interno. La prospettiva a lungo termine di una società socialista restava presente, ma nel breve e medio periodo contavano la dignità del lavoratore e della lavoratrice, i suoi diritti all’interno del luogo di lavoro, la salute e la sicurezza, la possibilità della discussione e della deliberazione dentro e fuori della fabbrica. Nella prima esperienza il consiglio di fabbrica era concepito come motore rivoluzionario, nella seconda come meccanismo di controllo ed intervento, con un potenziale trasformativo a lungo termine.

Un ultimo elemento di comparazione riguarda la democrazia. Forse non è troppo lontano dalla verità mantenere che nessuno di questi due movimenti possedeva una teoria convincente della democrazia. Gramsci, fedele ad una consolidata tradizione marxista, non aveva dubbi che esistessero due forme di democrazia, tra loro incompatibili, l’una borghese e l’altra proletaria, l’una rappresentativa e l’altra diretta, «che si escludono a vicenda, che non possono esistere simultaneamente nello stesso paese». Per lui, la nuova democrazia sovietica in Italia doveva nascere dai consigli di fabbrica, massima espressione del nascente ordine proletario. Non c’era spazio per un parlamento «borghese», né era necessario, e in Russia Lenin aveva fatto bene a sciogliere l’Assemblea Costituente nel novembre 1917. Nella visione di Gramsci, come in quella di Lenin, la nuova democrazia era, in prima istanza, incentrata sulla fabbrica. I commissari di fabbrica torinesi furono molto espliciti su questo punto nell’ottobre 1919: «La democrazia operaia non si basa sul numero e sul concetto borghese di cittadino, si basa sulle funzioni di lavoro, sull’ordine che la classe lavoratrice assume naturalmente nel processo di produzione industriale professionale e nelle fabbriche». Ma una simile visione della democrazia sollevava macroscopici problemi di equità. C’erano pochissime donne operaie in Italia nel 1919, e non era chiaro come dovessero essere adeguatamente rappresentati il resto della popolazione femminile o i molti milioni di uomini italiani che non lavoravano come salariati nelle fabbriche o nei campi. Negli anni ’70 stranamente il compito che attendeva i suoi protagonisti era ancora più impegnativo. Negli anni 1919-20 la democrazia italiana era appena nata, priva di tradizioni e stabilità. Nel 1968 non era più così. La Repubblica aveva già vent’anni, vantava una costituzione tenuta in grande considerazione da quasi tutto l’arco politico e il regime democratico italiano aveva creato le condizioni per una crescita economica senza precedenti. La democrazia parlamentare aveva messo radici, a differenza di quanto accaduto nel 1920. Si può dire che i sindacalisti italiani e Bruno Trentin in particolare erano bravissimi a inventare ed erigere a sistema una democrazia economica (che assomiglia moltissimo al terzo modello di democrazia economica che ho elencato), combinando le assemblee di fabbrica con i consigli stessi, l’autonomia di fabbrica con le strutture nazionali. Ma dagli anni ’70 non emerge una teoria generale di una democrazia ‘combinata’, che metteva insieme la democrazia partecipativa con quella rappresentativa, la libertà degli antichi con quella dei moderni. In altre parole, la democrazia diretta fa fatica ad uscire dalle fabbriche e invadere la società nel suo insieme.


4.
La grande sperimentazione si esaurisce alla fine degli anni ’70. Chi vi prese parte, e parlo della mia generazione, si sentì in gran parte sconfitto al termine del ciclo di proteste. Ma la questione non si chiude qui. Recentemente ho tenuto un corso sugli anni ’60 e ’70 nella mia Facoltà a Firenze. E’ stato seguito da moltissimi studenti che, quando ho parlato di sconfitta, se la sono quasi presa con me. “Ma di che sconfitta parla, professore? L’esperienza del ’68 e degli anni successivi non solo ci sembra straordinaria e per questo invidiamo la sua generazione, ma ha posto anche le prime pietre delle nostre libertà.”

Ora. Una situazione di grande gravità, con i diritti ottenuti durante la stagione di lotte fortemente minacciati. Dieci anni fa Antonio Lettieri, celebrando il centenario della FIOM, faceva notare con grande acume la contraddizione di fondo nella condizione lavorativa del nuovo secolo: ‘L’impresa ha sempre più bisogno di avere partecipazione nel lavoro, responsabilità nel lavoro, lavoro collettivo; addirittura dedizione del lavoratore verso il lavoro… Cerca di convincere i lavoratori di fare propri gli obiettivi dell’impresa. Immette nell’impresa tutto ciò che è nuova tecnologia.” Ma (e qui sta la contraddizione) non fa corrispondere a questa richiesta una figura moderna, democratica di lavoratore. Anzi l’impresa neo-liberista cerca costantemente di dimezzare i diritti del lavoratore, di renderlo precario, di banalizzare il suo lavoro nel mercato. Il lavoratore è insieme collaboratore prezioso ma senza cittadinanza al posto del lavoro. In questa lotta difficilissima la CGIL e la FIOM  hanno bisogno, come in fatti stanno già facendo, di costruire dei ponti verso altre sezioni della società, verso i ceti medi democratici, anti-berlusconiani, anche loro minacciati dalla precarietà e dalla dottrina neo-liberista. Insieme possiamo lavorare per la creazione di un nuovo modello di società, di una nuova democrazia dentro e fuori la fabbrica.

 

La FIOM c’è ed è ben viva e attiva (Tiziano Rinaldini)


“Non siamo qui per celebrare qualcosa che non ritornerà più, perché la FIOM c’è, ed è anzi ben viva ed attiva”. Per introdurre questo mio breve contributo, non credo che vi sia frase più adeguata di questa, e più aderente alla realtà, ai fatti. E’ la frase con cui Claudio Sabattini aprì la sua conclusione all’assemblea nazionale di Livorno del 2001 per il vostro centenario. E’ di per sé molto significativo che, con quello che è successo in questi 10 anni, la si possa oggi ripetere senza possibilità di essere smentita. Non è retorica, è la realtà di cui tutti non possono che prendere atto, piaccia o non piaccia.

Alla faccia di tutti coloro che pensano e vorrebbero ridurre la FIOM – CGIL  all’immagine di un residuo del passato, senza futuro, espressione di un mondo che non ci sarebbe più, resistenza a termine, contro la modernità. La vitalità della FIOM è la evidente sconfessione di questa caricatura costruita attraverso le manipolazioni del linguaggio che imperversano intorno a noi falsificando e negando la realtà, e che troppo spesso non vengono adeguatamente combattute sul piano politico e culturale. Pensate alla vicenda FIAT e all’utilizzo della parola accordo per indicare la sottoscrizione di un dictat / regolamento aziendale, e la parola referendum per indicare il tentativo fallito di organizzare un plebiscito da regime totalitario (e quindi fallito in quanto plebiscito).

Nella realtà in cui viviamo non solo l’ingiustizia e l’ ingiustizia sociale resta, ma si è aggravata anche in forme qualitativamente nuove e (si pensi al fatto che si può essere poveri e precari anche lavorando),e nello stesso tempo si tenta di eliminare la possibilità democratica che i lavoratori e le lavoratrici possono contare e far valere un loro punto di vista solidale.

In questa realtà la FIOM è più che mai forza di effettivo efficace contrasto, ma non solo, è anche nello stesso tempo forza di costruzione per alternative sociali, politiche ed economiche.

In questo senso la modernità che la FIOM ci indica è democrazia, è battere le ingiustizie sociali, è un nuovo rapporto con la natura, è lavoro e diritti insieme. Questa è la modernità, e se ci spiegano un’altra modernità, noi non la vogliamo, non siamo d’accordo, non ci interessa.

Per questo siete stati in questi anni e siete oggi riferimento costante per tutto ciò che (ed è, sempre più, tanto e crescente) si muove nella realtà all’esterno e dentro il mondo del lavoro, che reagisce e non accetta questa realtà, la vuole cambiare e trasformare (non semplicemente innovare).

Certo, non ce la potete fare da soli, ma non si può fare senza di voi; siete comunque decisivi nel tenere aperti gli spazi su cui tentare di costruire un altro futuro. Altro che residuo del passato che vive di nostalgia e non guarda alla realtà. Certo che la FIOM ha memoria; guai se non l’avesse; ha memoria della sua storia. Chi non ha memoria (ed è ancora una citazione di Claudio), è un robot. Cioè reagisce a comando, basta schiacciare un bottone (purtroppo è successo a tanti, troppi in questi anni). E’ invece proprio sulla base di questa memoria che voi avete saputo guardare senza illusioni al mondo, alla realtà che si stava preparando in questi ultimi decenni per i lavoratori e le lavoratrici, e non solo per loro;

-e quindi senza illudervi di potersi accomodare dentro in attesa che passi la nottata;

-e rifiutando di trasferire intanto altrove il proprio ruolo; non rinunciando al dovere di proporsi come strumento al servizio dei lavoratori per migliorare e cambiare la loro condizione, la condizione di ogni uomo e donna nei confronti del lavoro, e quindi oggi più che mai innanzitutto diritti e democrazia nel lavoro.

E’ in questo che si misura lo stesso strumento della contrattazione collettiva, che non c’entra nulla con la firma di fogli di carta chiamati accordi. Avete dimostrato e dimostrate tutti i giorni che sapete dire sì, perché sapete dire no. Infatti (ancora citando Claudio) se non ci è reso possibile dire no (vale sia per i sindacati, che per i lavoratori), non è neanche possibile dire sì. E’ la fine della democrazia.

Ed è sempre sulla base di questa memoria, della memoria del vostro percorso storico che avete intuito (prima e più di altri) la necessità di vere e profonde trasformazioni del sindacato, la necessità di una più convinta autonomia e indipendenza, e di vincoli di democrazia a cui deve sottomettersi il rapporto tra la rappresentanza e tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Avete intuito la necessità di osare, anche oltre le culture del passato, per continuare davvero a dare a tutti, non solo alla FIOM, la possibilità di essere sindacato per il mondo attuale e futuro. E’ ovvio che la FIOM, questa FIOM, per tanti è un problema (e purtroppo non solo Marchionne); per molti altri, in primo luogo per la CGIL (penso) e senz’altro per tutti i democratici, è una straordinaria risorsa. Nel pervenire a ciò è difficile non vedere il contributo di Claudio Sabattini, negli atti e nelle pratiche (tutto verificabile) che ci ha consegnato.

-Nel vedere già negli anni ’90 che quella che veniva spacciata per modernità era un modello sociale ed economico che spezzava ogni rapporto tra economia e vincoli sociali a partire dalla riduzione del lavoro (e cioè del lavoratore, della persona del cittadino di fronte e dentro al lavoro), a pura merce, fattore della produzione, fattore fra i fattori, in guerra gli uni contro gli altri. Vedere ciò e quindi derivarne la necessità di doverlo contrastare qui ed ora ed aprire strade per un progetto sociale ed economico alternativo.

-Nell’affermare la necessità di aprire la stessa prospettiva della contrattazione alla dimensione europea senza usarla come alibi per cui, in attesa che ciò si realizzi, si abbassa la guardia sulle proprie responsabilità all’interno del proprio paese.

-Nell’aprire il sindacato al rapporto con i nuovi movimenti, senza pregiudiziali egemoniche (e di controllo organizzativistico), né pretese di rappresentanza sociale omnicomprensiva da parte del sindacato; anzi affermando la necessità di mettere in rapporto fra di loro diverse esperienze e culture che reagiscono contro l’ attuale realtà.

E infine due punti che segnano massimamente il contributo di Claudio.

Il primo è – la chiarezza con cui (con il convegno di Maratea e anche già prima) viene posta la necessità che il sindacato sia portatore di un progetto sociale, economico e politico alternativo, proprio del sindacato; un progetto, un’idea di cui non si sia debitori all’esterno, un proprio orizzonte che sia già coerentemente perseguito nelle politiche sindacali qui ed ora, a partire dalla condizione di lavoro, che, come tutti sappiamo, è il terreno su cui si decide in prima ed ultima istanza la rappresentanza ed il ruolo del sindacato;

E poi – la intuizione praticata sulla necessità di andare oltre un’idea chiusa di organizzazione che ritenga di poter decidere piattaforme e accordi per conto dei lavoratori e delle lavoratrici senza il vincolo del consenso da loro espresso con lo strumento proprio della democrazia: il voto. C’è in questo un passaggio democratico radicale che consegna ai lavoratori e alle lavoratrici la titolarità della contrattazione collettiva come garanzia base, condizione senza la quale non è possibile nella realtà attuale esercitare una rappresentanza libera, non ricattabile, e anche base per riaprire una prospettiva ad un pluralismo sindacale che possa anche liberamente aprirsi a prospettive unitarie.

Ecco quindi il senso della scelta su democrazia e indipendenza. La vera innovazione che è stata aperta da voi per la cultura sindacale. Altro che reducismo. Semmai questo lo si ritrova in chi si rifugia, di fronte alle difficoltà attuali, in un’idea di rappresentanza chiusa al suo interno e che accetta di partenza le compatibilità di volta in volta stabilite da chi detiene il potere economico o politico che sia. Qui si c’è la parte più discutibile e vecchia e oggi stravolta della storia del sindacato. Altro che moderati e radicali. Molto spesso questo è accaduto in passaggi storici fondamentali a partire dal ruolo fondamentale che la FIOM ha avuto insieme a una parte di Camere del Lavoro nel far nascere la CGIL.

Spesso la FIOM ha avuto dirigenti che hanno saputo rappresentare e interpretare questa vitalità.

Basti qui ricordare, per rapidi cenni;

La capacità di Bruno Buozzi di vedere prima e più di altri nell’avvento del fascismo il prodursi di una nuova realtà, non passeggera, e in cui non era possibile trovare spazi di adattamento per il sindacato, come invece a lungo parvero pensare molti dirigenti sindacali, anche di primaria importanza confederale.

Ed ancora il ruolo dell’ambiente metalmeccanico Torinese (da Pugno a Garavini) nell’elaborare come uscire dalla sconfitta degli anni ’50;

Ed ancora il ruolo svolto da dirigenti come Bruno Trentin (che credo noi tutti vogliamo qui ricordare con grande affetto), Pio Galli, Bruno Fernex, Tino Pace, Tonino Lettieri, Antonio Pizzinato, la stessa FIOM emiliana e i tanti che qui dimentico, nell’essere protagonisti nell’innovare la memoria e osare cambiamenti negli anni ’60 e primi anni ’70.

Questa grande vitalità della FIOM CGIL non è un miracolo. E’ possibile perché è fondata su alcune caratteristiche di fondo, che la caratterizzano sin dall’inizio.

La FIOM si concepisce sin dalla nascita come sindacato industriale e non di mestiere e neanche di settore merceologico; quindi si concepisce come sindacato di categoria e coerentemente il suo contratto nazionale è di tutta la categoria.

Nel suo percorso storico questa caratteristica è stata confermata e accentuata. E stata confermata respingendo alla fine degli anni ’50 (come peraltro fece allora anche la CISL, pagando con una pesante scissione) il tentativo della FIAT di rompere l’unità contrattuale della categoria con un contratto nazionale di settore (l’auto), e poi questa caratteristica fu accentuata alla fine degli anni ’60 con l’unificazione anche della siderurgia all’interno del contratto nazionale della categoria.

Un sindacato industriale quindi, neanche riducibile al lavoro manifatturiero  in senso stretto,  dove l’attività contrattuale e sindacale è costretta a misurarsi immediatamente nella capacità di interpretare il fondamento di solidarietà ed interesse comune dei lavoratori dipendenti nei confronti delle differenze che si determinano nel mercato affinché non si traducano in divisioni dei lavoratori con le quali perdere di vista l’interesse comune ad una solidarietà di fondo tra tutti i lavoratori.

Un sindacato industriale che quindi da sempre deve fare i conti con situazioni lavorative molto diverse e lavori molto diversi; deve tentare il raccordo tra di diverse realtà che compongono il processo di industrializzazione, settori in crisi ed altri no, e quando tutta la categoria è in crisi, è tutto il paese che è in crisi.

Inevitabilmente deriva da ciò un’abitudine di pluralismo interno e nello stesso tempo all’unità, come testimonia la storia e la realtà della categoria.

In questo sta lo storico profondo rapporto tra la FIOM e la CGIL, in quanto entrambi sul proprio livello e competenza e nella autonomia prevista hanno la responsabilità di praticare un’idea confederale del sindacato, per cui a nessuno dei due livelli sia consentito trasferire all’altro la responsabilità in una sorta di concezione burocratica e deresponsabilizzante della divisione dei compiti.

E’ questo che ha reso forte e importante da sempre la dialettica  nella CGIL e tra CGIL e FIOM, non un problema, ma una risorsa.

Ed è un peccato che rispetto ai processi di questi ultimi decenni, in presenza di una crescente indiscutibile estensione in forme nuove della industrializzazione dei processi lavorativi, manifatturieri e non, non si sia riusciti ad evitare processi di separazione contrattuale dal manifatturiero di attività cognitive ad esso connesse e che sono sempre più importanti, non perché sostituiscono il prodotto manufatto, ma perché ne contribuiscono molto più che nel passato a determinarne il valore.

E’ importante e significativo il fatto che voi abbiate cercato più di altre parti del sindacato e cerchiate di opporvi a questi processi di separazione proprio in nome della caratteristica di fondo che qui ho richiamato di sindacato industriale, risorsa fondamentale per permettervi di svolgere il vostro prezioso ruolo attuale.

Non è un caso, non è un miracolo quindi che nel vostro percorso storico sia sempre stata presente la necessità di collegare la contrattazione con una progettualità sociale e politica in grado di interpretare l’interesse generale da un punto di vi sta di parte, quello dei lavoratori, del lavoro.

Sono queste complessive caratteristiche che anche in questi difficili anni vi hanno permesso di tenere ferme verità fondamentali e decisive, e di scoprirne nuovi, più ricchi significati anche rispetto al passato. Il lavoratore non è una merce, non è riducibile a merce, è una persona ed è un cittadino qui ed ora quando lavora e quando cerca il lavoro. E poi l’altra verità che voi avete sapute tenere fermo in tempi come questi è che il conflitto sociale è il sale della democrazia. In una realtà in un mondo in cui l’ingiustizia sociale aumenta, il conflitto sociale è la forma pacifica con cui questa realtà può esprimersi; in assenza di questa possibilità la realtà porta ad esprimere le sue contraddizioni in forme disastrose e falsificanti di violenza, bellica e terroristica, come in parte purtroppo sta accadendo. Guai ad una cultura che consideri il conflitto sociale una malattia da curare e da mettere fuori dalla dialettica (a quel punto non più) democratica. Guai a chi contrappone la coesione al conflitto sociale. Si contribuirebbe a costruire mostri. Pensate al valore del riaffermare e tenere ferme queste verità di fronte all’attuale realtà ed ai gravissimi problemi che stanno investendo la democrazia. Siamo al punto che si pretende di farci accettare come medicina per affrontare la  crisi la separazione tra diritti e lavoro. E’ decisivo riaffermare oggi per i lavoratori e le lavoratrici e per la democrazia che non c’è lavoro senza diritti, fuori da questo c’è schiavitù e totalitarismo. Questo è il futuro, la modernità da perseguire perla FIOM e l’intera CGIL. E questo è vero, come è vero che non esiste la CGIL senza la FIOM, non esiste la FIOM senza la CGIL

Infine, a conclusione di questo mio contributo, esco dallo schema e mi prendo due minuti per socializzare con voi una riflessione che forse ha un nesso con quanto sino ad ora ho detto. Una delle frasi che più vengono ricordate di Claudio è che “ per essere un sindacalista bisogna amare gli operai”. Mi sono sempre chiesto il senso più profondo che voleva dare a questa frase e al ricorso al termine amore. Ne ho riflettuto con comuni amici. Per quel che l’ho conosciuto, non mi tornava spiegarla come un ricorso a semplice retorica,  né tanto meno ed una dimensione sentimentalistica. Difficilmente l’uso delle parole era casuale, e da uomo colto qual’era (nel senso vero, e cioè non semplicemente di aver molto letto e incamerato molte nozioni) la parole amore non poteva essere banale rispetto al suo significato profondo. Non so quale significato Claudio attribuisse a quella frase (non c’è). Sono però convinto del significato che io gli attribuisco e con cui vada interpretata. Penso che per amore si intendesse un sentimento che è reale quando integralmente disinteressato;  non è cioè condizionato in alcun modo dall’avere o meno una ricompensa da ciò che si ama. E la parola operaio (al di là di una interpretazione riferita al lavoratore manifatturiero in senso stretto) va intesa come i produttori, e cioè i lavoratori dipendenti costretti ad essere merce, che con il loro lavoro producono la ricchezza sociale  che ci permette di stare al mondo e di fare società. Ecco perché dire che non si può essere sindacalista senza amare gli operai è una dichiarazione radicale di appartenenza sociale, di servizio al soggetto sociale, senza alternative, comunque. E di questi tempi, mi sembra importante.

 

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“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”

di Elisabetta Teghil

La settimana scorsa, all’alba di un giorno qualunque, a Milano, un giovane ghanese ha ucciso tre persone, a caso, le prime incontrate per strada.

I media hanno parlato di follia omicida, hanno intervistato la gente del quartiere sotto shock, un quartiere alla periferia della città, hanno parlato della storia delle vittime, dei parenti, degli amici, di vite sconvolte e di città impaurite.

Il rispetto del dolore per chi ha perso il figlio, il padre, l’amico è dovuto e imprescindibile.

Ma non è stata spesa una parola sul giovane nero che, dicono sempre i media, parla solo un dialetto del Ghana e un inglese stentato.

Nessuno/a si è chiesto come mai passasse la notte nei ruderi di Villa Trotti, un edificio abbandonato a poca distanza dal luogo dei fatti. Nessuno/a si è domandato il perché di due richieste d’asilo respinte e di due decreti di espulsione pendenti o come e dove trovasse da mangiare o perché fosse qui in Italia.

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La cultura deve essere cosmopolita; l'economia politica deve essere nazionale

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Questa evidenza, lapalissiana, è negata, o meglio rimossa, da quasi tutti i mezzi keynesiani, compresi i neokeynesiani, che da tempo spadroneggiano sulla rete, ricevendo grande successo.

Molti di essi sono statunitensi e quindi abituati a ragionare su un sistema che non ha le caratteristiche e i problemi degli altri. Se negli Stati Uniti c'è una crisi finanziaria, i capitali accorrono negli Stati Uniti o comunque non scappano; mentre se la crisi finanziaria si verifica in Italia, i capitali scappano. Questa e altri simili constatazioni dovrebbero indurre le persone di buon senso ad applicare la massima: "coloro che, discorrendo di temi economici, recano l'esempio degli Stati Uniti o sono sciocchi, se sono in buona fede, o sono impostori, se sono in mala fede".

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Tersite Rossi: Una strana storia


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