Giovedì 12 Agosto 2010 15:48
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La spinta propulsiva della scuola di Francoforte di Enzo ModugnoRaccolti per gli Editori Riuniti i saggi principali di Hans Georg Backhaus, allievo di Theodor W. Adorno
Questo libro, Dialettica della forma di valore di Hans-Georg Backhaus, restituisce quella straordinaria stagione francofortese che ebbe il suo culmine negli anni '60 e che non ha affatto esaurito la sua "spinta propulsiva". L'atmosfera è quella di una rovente assemblea teorico-politica. Sullo sfondo, come in una celebre foto, la testa rotonda di Adorno imbronciato per gli attacchi di Krahl che gli siede accanto, per le obiezioni di Backhaus, Reichelt, Schmidt. Argomenti fondamentali esposti con grande chiarezza, si è tentati di intervenire, gli stessi curatori lo fanno, chiunque legga questo libro vorrà farlo. Persino il recensore. Lo scambio è la chiave della società, aveva detto Adorno. Tuttavia per i suoi allievi non si tratta semplicemente dello scambio generalizzato, ma piuttosto della forma specifica che esso assume nel modo di produzione capitalistico: è per questo che si impegnano nella "ricostruzione" della teoria marxiana del valore, ricerche note come Neue Marx-Lektüre, condotte soprattutto da Hans Georg Backhaus, Helmut Reichelt, Alfred Schmidt. Sono ora raccolti per gli Editori Riuniti i saggi principali di Backhaus, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, (pp. 549, euro 18,00). I curatori hanno voluto rendere omaggio a Emilio Agazzi che, a metà degli anni '80, aveva tradotto e commentato una parte di questi saggi.
Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Agosto 2010 16:05
Giovedì 15 Luglio 2010 16:25
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Alla scoperta del morodi Enzo Modugno La crisi economica ha riportato al centro della scena Karl Marx. Tanto che in alcuni recenti volumi la sua analisi è usata per capire il perché la privatizzazione del sapere e il cambiamento delle università in agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza siano una necessità del capitalismo mondiale
Uno stile di discussione «a un tempo spietato e di reciproca stima» caratterizza dal 1991 gli incontri annuali degli economisti e dei filosofi dell'International Symposium on Marxian Theory. Una decina dei loro interventi sono ora pubblicati dalla Città del Sole (Marx in questione, a cura di Riccardo Bellofiore e Roberto Fineschi). Sono molti gli aspetti del capitalismo che l'opera di Marx, un secolo e mezzo dopo, riesce ad interpretare con insuperato rigore: perfino la grande stampa, a proposito della crisi, ha dovuto riconoscerlo. E questo volume ne è un'ulteriore conferma. La logica capitalistica della «produzione snella» per esempio, era già analizzata nel secondo volume del Capitale, come ha mostrato nel suo intervento Tony Smith. E l'inseparabilità della teoria marxiana del valore dal suo versante monetario, esposta da Riccardo Bellofiore, può interpretare i più intimi meccanismi dell'attuale modo di produzione. Questo volume insomma mostra quanto la teoria marxiana sia rilevante anche per l'analisi delle più recenti trasformazioni del modo di produrre.
Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Luglio 2010 22:20
Giovedì 17 Giugno 2010 06:44
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Ultimo aggiornamento Sabato 26 Giugno 2010 20:26
Giovedì 10 Giugno 2010 10:29
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Il conflitto socialeValerio Bertello
E’ sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.
Vi è un’unica significativa eccezione, l’economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l’accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell’economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell’ambito dell’economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l’economia come propria base e dichiara suo campo d’indagine e d’applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un’applicazione dell’economia alla società, ma una teoria che considera l’economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx “l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica”. Più precisamente il socialismo scientifico teorico è il materialismo storico marxiano, mentre come prassi è il socialismo in quanto movimento politico. Così non solo l’economia viene storicizzata, ma la storia diviene storia materiale e l’economia, interpretata come materialismo storico, diviene per la storia ciò che la fisica è per le scienze della natura, la teoria fondamentale di tutte le scienze umane[1].
Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Giugno 2010 17:30
Lunedì 03 Maggio 2010 00:00
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NEW! Inserite anche le parti 6. e 7. del documento Gli inganni della propaganda intellettuale odierna Franco SoldaniChi non conosce la scienza, sa ben poco del mondo contemporaneo. Roland Omnès
In questi mesi a Bologna, per iniziativa del fisico Bruno Giorgini, si stanno svolgendo alcuni incontri intitolati Scienza & Democrazia. Ci si può fare una sommaria idea del carattere degli incontri scorrendo le pagine del blog dedicato all'iniziativa: http://scienzademocrazia.wordpress.com. Leggendo la traccia preparata dallo stesso Giorgini, Voci per un seminario, siamo rimasti colpiti dal numero e dalla qualità dei luoghi comuni, dalla selva di idee depistanti e dai trucchi cui egli ricorre pur di costruire l'ennesima immagine stereotipata della scienza, ancora una volta del tutto funzionale alla riproduzione del dominio e perciò lontana, troppo lontana da un qualsiasi discorso su cosa possa mai essere oggi la democrazia. Con una scienza come questa e con uomini come questi che la fanno non è possibile alcuna forma di democrazia...
Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Maggio 2010 17:27
Martedì 13 Aprile 2010 17:28
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Materialismo al tramontoRocco Ronchi
Alle spalle della sinistra attuale non c'è, come si crede, un vuoto di idee. Se oggi le si rimprovera di somigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, ha scelto l'opinione al posto della scienza, la retorica al posto della verità, la seduzione al posto della pedagogia, tutte opzioni già segnalate da Platone all'inizio della filosofia
Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all'interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un'epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo.
La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L'arena della contesa è la sfera dell'«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l'ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l'intenzione programmatica di rompere con l'eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Aprile 2010 21:28
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Domenica 25 Luglio 2010 15:30
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Due vie per la decrescitadi Marino Badiale e Massimo Bontempell
Quest’intervento s’inquadra nel dibattito suscitato dalla proposta politica di Serge Latouche che in Italia è stata raccolta e rilanciata da Maurizio Pallante. Proprio con quest’ultimo i due autori sono in disaccordo su un tema tutt’altro che marginale. Pallante propugna il ricorso all’autoproduzione delle reti sociali per contrastare la crisi economica, ritenendo inevitabile la contrazione del welfare, in considerazione della riduzione crescente del Pil, non solo nel nostro Paese. Badiale e Bontempelli, invece, ritengono che l’investimento sociale possa essere salvaguardato da politiche di bilancio più attente al risparmio, innanzitutto su capitoli dannosi e improduttivi, come per esempio la difesa e gli armamenti. La differenza di vedute apre a scenari e proposte politiche assai diverse.
 Questo scritto prende spunto da un articolo di Maurizio Pallante, Decrescita e welfare state: un testo di grande chiarezza, qualità che giudichiamo di grande valore in questi tempi confusi. Proprio la grande chiarezza e l’onestà intellettuale di questo scritto permettono di individuare quelli che giudichiamo “errori” che ci danno l’occasione di iniziare una discussione, che riteniamo importante e urgente, sul fondamento ideale e teorico del movimento della decrescita.
Ultimo aggiornamento Domenica 25 Luglio 2010 16:23
Mercoledì 30 Giugno 2010 09:32
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Schegge marxianedi Benedetto VecchiGli ultimi tre libri dello studioso francese della complessità Edgar Morin rivalutano il pensiero di Karl Marx in nome di una critica della realtà mondiale dopo il crollo del socialismo reale. Un ritorno alle origini del suo percorso intellettuale dettato inoltre dal degrado ambientale e dai conflitti sociali alimentati dalla crisi economica, ma anche dagli effetti totalitari di una ideologia del progresso che sta portando l'umanità all'autodistruzione
Una vita segnata da grandi passioni e da una profonda insofferenza verso qualsiasi prassi teorica che non accetti di aderire a quel principio di realtà da cui dovrebbe trarre linfa vitale. Un'attitudine che lo ha portato a uscire dal pratico comunista francese poco dopo la liberazione del suo paese e a fustigare per quasi un quarantennio la figura dell'intellettuale engagé incarnato da Jean Paul Sartre, colpevole di occultare il reale in nome di una teoria, quella comunista, che nell'Unione sovietica era diventata una religione di stato strenuamente difesa da istituzioni e personaggi che ricordavano più l'inquisizione che non esponenti di un partito che voleva cambiare il mondo. Uno strano destino ha però portato Edgar Morin, acclamato teorico della complessità, a ritornare alle sue origini intellettuali, mandando alle stampe, a pochi mesi di distanza, tre libri che hanno come asse portante il pensiero di Karl Marx, ritenuto, dopo una vita passata a marcare la distanza intellettuale e politica dalle sue posizioni, uno dei massimi filosofi dell'Ottocento e massimo interprete del capitalismo mondiale.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Giugno 2010 09:46
Lunedì 14 Giugno 2010 10:01
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Quale ritorno a Marx per riflettere sui nostri tempi?Scritto da Laurent Etre
Faccia a faccia con: Edgar Morin, sociologo, filosofo, direttore di ricerca emerito al CNRS e dottore ‘honoris causa’ di numerose università nel mondo; André Tosel, filosofo, specialista nel pensiero di Marx e del marxismo, professore all’Università di Nizza.
Con la crisi, il riferimento a Marx cessa di essere un tabù. Le opere sull’autore del Capitale si moltiplicano, così come i ‘dossier’ speciali nei giornali e nelle riviste. Senza mettere sullo stesso piano le numerose pubblicazioni consacrate a Marx in questi ultimi mesi, non si può nemmeno non interrogarsi su questo ritorno di interesse così repentino.
Quando riviste quali “Le Nouvel Observateur” o “Le Point”, ciascuno con la propria sensibilità, si occupano di Marx, ciò fornisce l’indicazione che si apre qualche crepa in un paesaggio mediatico ancora dominato dall’ideologia del capitalismo come orizzonte insuperabile della storia.
“Si può ben dire che ciò a cui noi assistiamo non è soltanto la fine della guerra fredda o di una fase particolare del dopoguerra, ma la fine della storia in quanto tale: l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale del governo umano” scriveva nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, il capofila di questa concezione, l’americano Francis Fukuyama.
Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Giugno 2010 13:31
Martedì 11 Maggio 2010 16:53
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MARXIANA MAILING LIST
Il 'Dibattito TSSI' - Le basi da cui ripartire per la ricerca nelle scienze sociali
[Raccolgo qui un'altra puntata, svoltasi sul sito Marxiana, dell'annoso dibattito sulla validità della teoria marxiana del valore. Il contributo iniziale di Macheda ha visto i successivi interventi di Duccio Cavalieri, Guglielmo Carchedi, Ascanio Berardeschi, ancora Cavalieri e Carchedi, e infine Luca Michelini. Potete trovare il testo della raccolta di scritti "La validità della teoria del valore-lavoro e la tendenza alla crisi" a cura di Francesco Macheda al seguente link: in attesa di autorizzazione da parte della rivista "Proteo", tg]
PrefazioneFino ad oggi i critici di Marx hanno stravolto il suo pensiero al fine di scovare ‘l’incoerenza interna’ che ne invalidasse il corollario politico – ossia la necessità del superamento del sistema economico attuale a favore di uno che mettesse al centro il soddisfacimento dei bisogni umani. La reintroduzione del metodo d’indagine dialettico e la diacronia del processo di produzione – i due capisaldi dell’indagine di Marx – ha permesso alla Temporal Single-System Interpretation (TSSI) di svelare l’inconsistenza delle critiche rivolte al metodo della trasformazione dei valori in prezzi, cardine della teoria marxiana della legge del valore-lavoro e fondamento della sua critica all’economia politica. Tuttavia, sebbene le tesi sostenute della TSSI abbiano conosciuto ampia diffusione e credito nel mondo anglosassone, esse rimangono praticamente sconosciute – o per meglio dire boicottate – nel panorama accademico e politico italiano.
Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Maggio 2010 15:23
Lunedì 19 Aprile 2010 11:08
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I segni del comandoUNA POLITICA NEL LABORATORIO DELLA RETE di Sergio Bellucci, Marcello Cini L'attuale capitalismo è un'immensa produzione di segni ridotti a merce. Per traformare la realtà, non basta però invocare il rispetto delle regole o, all'opposto, la loro violazione per restituire la libertà alla cooperazione produttiva. Occorre invece lo sviluppo di un welfare delle relazioni che favorisca le diversità senza che queste si traducano in forti diseguaglianze sociali
«Quando le immagini - scrive Franco Berardi nel suo articolo La misura dell'illegalità pubblicato il 27 marzo sul Manifesto - non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione del capitale... Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza immaginario - sono segni, immagini, numeri, proiezioni, aspettative, il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione che continuamente deterritorializza il campo dello scambio».
Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Aprile 2010 11:36
Martedì 06 Aprile 2010 16:56
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La libertà operaistadi Gigi Roggero "Guardi, ha sbagliato piano", rispondeva all'inizio degli anni '90 Romano Alquati a una studentessa di sinistra che voleva fare una tesi sugli operai. "Qua siamo a scienze politiche. Se vuole fare una tesi sugli operai dovrebbe andare al secondo piano. Archeologia". Proprio come la "rude razza pagana", Romano non aveva dei e rifiutava i miti. Il culto del passato, poi, è una cosa davvero miserabile. Quando era arrivato a Torino, nel 1960, dopo essere cresciuto a Cremona e aver vissuto a Milano nella comune di via Sirtori (vera e propria fucina culturale e intellettuale degli anni cinquanta e sessanta, luogo di incontro di fenomenologia e marxismo, crocevia internazionale di rivoluzionari e filosofi), Romano - così come quella generazione politicamente e umanamente eccezionale che darà vita all'operaismo - non era alla ricerca di un soggetto disincarnato e metafisico, eroico custode dell'interesse generale. "C'è stato e c'è ancora fra l'altro l'operaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), l'operaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai come una ‘quota debole' della popolazione, e quindi bisognosa d'aiuto; questi operaisti amavano gli operai, l'operaità stessa. Gli operaisti ‘politici' al contrario s'interessavano ai proletari operai perché, contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza".
Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Aprile 2010 17:25
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