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Carlo Formenti: Marx e l’istituzionalismo

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Marx e l’istituzionalismo

di Carlo Formenti

La crisi ha portato allo scoperto i limiti della teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico. Ecco perchè massima deve essere l'attenzione verso i contributi controcorrente, come il libro di Forges Davanzati “Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo

Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi.

Nessuno sembra mettere in discussione la validità di quell’individualismo metodologico che interpreta i fenomeni economici come prodotti dell’interazione fra atomi, che agirebbero in base a un calcolo razionale orientato a ottenere la massima utilità con il minimo dispendio di risorse ed energie. Nessuno critica il principio secondo cui un’economia di mercato deregolamentata sarebbe in grado di produrre spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. Nessuno sembra mettere in dubbio, infine, che l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema.

Poco importa che la crisi che si è abbattuta in due ondate (nel 2001 e nel 2007) sull’economia globale stia clamorosamente smentendo questi presupposti: a prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi. Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni. Ecco perché i (rari) contributi teorici che remano controcorrente, come l’ultimo libro di Guglielmo Forges Davanzati, “Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo” (Carocci editore), meritano di essere segnalati con il massimo rilievo.

Il libro è articolato in tre capitoli che descrivono, nell’ordine: 1) l’evoluzione della teoria monetaria della produzione da Keynes a Graziani; 2) l’analisi marxiana delle influenze reciproche che esistono fra due distinti ambiti di conflitto: quello fra capitale e lavoro da un lato, e quello fra capitale finanziario e capitale industriale dall’altro; 3) la teoria istituzionalista di Veblen.

L’obiettivo dell’autore è mettere in luce i punti di convergenza fra questi approcci per dimostrare: 1) che il mercato del lavoro risente profondamente di quanto avviene sul mercato monetario; 2) che un modello economico fondato sul laissez faire, oltre a mancare l’obiettivo della crescita – a causa dell’esistenza di potenti freni al reinvestimento produttivo dei profitti, quali le tendenze alla finanziarizzazione, alla tesaurizzazione e all’espansione della produzione di beni di lusso –, provoca crescenti disuguaglianze distributive e comprime i salari, mancando quindi anche l’obiettivo della legittimazione; 3) che un modello fondato sul potenziamento del welfare (in controtendenza con le attuali politiche di tagli alla spesa pubblica) sarebbe più stabile.

Il primo capitolo si concentra nella descrizione della natura strutturalmente conflittuale del sistema capitalistico, mettendo in luce come la distribuzione del reddito sia influenzata dal modo in cui i diversi gruppi sociali riescono a contrattare politicamente trasferimenti pubblici di risorse a proprio favore – un gioco di potere che rispecchia una rete di relazioni gerarchiche e di dipendenza storicamente determinate. In particolare si richiama l’attenzione sul fatto che gli interessi pagati alle banche costituiscono un trasferimento di reddito dal settore produttivo al settore finanziario, e che tale trasferimento indebolisce i livelli di reddito e il potere contrattuale dei lavoratori, provocando uno squilibrio che può essere corretto solo attraverso l’aumento della spesa pubblica.

Nel secondo capitolo vengono analizzate alcune sezioni, relativamente poco sviluppate (e relativamente poco studiate) dell’opera di Marx, nelle quali vengono descritte le forze che alimentano i processi di finanziarizzazione dell’economia. Ridotta all’osso, la sequenza può essere così sintetizzata: il conflitto fra capitale e lavoro comprime i profitti, alimentando la concorrenza, costringendo i capitalisti ad accelerare l’innovazione tecnologica ed accrescendo l’incertezza, ciò determina a sua volta un inasprimento del conflitto fra capitale industriale e capitale finanziario con un aumento delle rendite a scapito dei profitti. La dilatazione della sfera finanziaria crea l’opportunità di ottenere redditi monetari in tempi brevi, senza passare dalla produzione, cosi che la tendenza si auto rafforza. Infine l’ampia disponibilità monetaria non favorisce solo le tendenze speculative ma anche l’incremento dei consumi di lusso, riducendo ulteriormente la propensione dei capitalisti a risparmiare per investire. Alla fine del processo abbiamo il crollo dell’occupazione, dei salari e dei consumi dei lavoratori, costretti a indebitarsi (il che dilata ulteriormente le rendite finanziarie). Insomma: una perfetta descrizione di quanto stiamo vivendo e una secca smentita degli effetti “razionali” della “mano invisibile”.

Il terzo capitolo, dedicato alle teorie istituzionaliste di Veblen, articola e approfondisce il giudizio marxiano sull’irrazionalità sistemica introducendo le variabili “istintuali” che governano i comportamenti degli agenti economici. Per Veblen, la tendenza all’espansione dei “costumi vistosi” da parte della “classe agiata” (che comprende imprenditori, finanzieri e rentier) nasce dalla competizione per acquisire reputazione, stima e rispetto. Questa variabile culturale consente a Veblen di integrare i livelli conflittuali decritti da Marx (salari versus profitti versus rendite) con un ulteriore livello – interno alla classe capitalistica –, vale a dire il conflitto fra businessman, orientati alla massimizzazione di redditi monetari e consumi vistosi, e tecnici, orientati all’aumento dell’efficienza e della produttività come fine a se stessi (notiamo, per inciso, che quest’ultima descrizione si adatta perfettamente ai valori della “classe creativa” descritta dagli analisti della New Economy).

Non cambia, invece, il giudizio sul ruolo del sistema bancario che, come nella teoria monetaria della produzione e in Marx, resta quello di generare, ad un tempo, processi di concentrazione monopolistica e di finanziarizzazione, con conseguente indebolimento dei redditi e dei rapporti di forza dei lavoratori. Né cambia il punto di vista difeso nel primo capitolo: solo l’aumento della spesa pubblica può invertire la tendenza.

Per concludere, vale la pena di mettere in luce come le tesi di Forges presentino significative convergenze con quelle di autori dell’area post operaista – come Fumagalli, Marazzi e Vercellone – che si sono a loro volta occupati del rapporto fra crisi e processi di finanziarizzazione. Convergenze che escludono tuttavia due aspetti: 1) credo che i teorici post operaisti non condividerebbero una certa intonazione “morale”, implicita nelle tesi istituzionaliste sul carattere “improduttivo” di consumi di lusso e rendite finanziarie, in quanto considerano spreco e speculazione connaturati all’essenza del capitalismo; 2) è noto il loro scetticismo nei confronti della possibilità di perseguire un equilibrio sistemico attraverso una ricostruzione del welfare.

Si tratta di differenze che hanno ovvie implicazioni politiche: mentre la critica istituzionalista non scarta un’opzione per riforme di ispirazione neo keynesiana, la critica post operaista legge la crisi come deriva terminale di un sistema da abbattere.
 

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