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Domenico Moro: La sinistra senza aggettivi di Marcello Cini e Alfonso Gianni, ovvero come ti rivolto il marxismo

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La sinistra senza aggettivi di Marcello Cini e Alfonso Gianni

Ovvero come ti rivolto il marxismo

di Domenico Moro

1. Indebite torsioni

Ricordate Terminator? In quel film si immaginava un futuro in cui le macchine, sviluppata una propria autonoma intelligenza, si rivoltavano contro l’uomo, cercando di spazzarlo via dalla faccia della Terra. Terminator, interpretato dall’ex attore-culturista e ora governatore della California Schwarznegger, era un robot inviato nel passato per impedire la nascita dell’uomo che avrebbe salvato l’umanità dall’annientamento.
Metaforicamente (siamo negli anni 80, quando si introdussero massicciamente informatica e automatismo nelle fabbriche), l’ultimo combattimento
tra l’eroe umano, venuto dal futuro per salvare il nascituro, e il robot si svolge all’interno di una fabbrica automatica. Come se fossimo in una sorta di malriuscito rifacimento di Terminator, c’è chi, Marcello Cini in testa, in una serie di articoli recentemente pubblicati ci descrive una fantascientifica realtà in cui l’avvento del cosiddetto general intellect (il sapere scientifico sociale incorporato nelle macchine) avrebbe reso superfluo il lavoro umano immediato e con esso la legge del valore, su cui si fonda la teoria della società contemporanea di Marx. L’obsoleta classe operaia di fabbrica sarebbe così sostituita da un nuovo soggetto sociale: “il lavoratore immateriale”. Partendo da questi assunti, Cini sollecita la costruzione di una sinistra senza “aggettivazioni”, cioè non più comunista, seguito da Alfonso Gianni e Rina Gagliardi che si affrettano a decretare, insieme alla fine della centralità dello scontro tra movimento operaio e capitale, anche la fine della necessità di un partito comunista. Si tratta, in realtà, di veri e propri fraintendimenti della realtà e dell’opera di Marx, che subiscono una indebita torsione allo scopo di alimentare la polemica contro la maggioranza del Prc. Vediamo come avviene tale processo di torsione.


2. Lavoro materiale e lavoro immateriale

Secondo Alfonso Gianni, “Marx…ci dice almeno due cose.
La prima è che non è affatto vero che l’oggetto della produzione (la lezione di storia o la salsiccia) sia indifferente nelle relazioni sociali, che non possono essere ridotte solo a quella tra capitale e lavoro, poiché vi è una bella differenza fra un operaio insegnante e un operaio che macina ed assembla carne di maiale. La seconda è che Marx stesso distingue tra beni immateriali e beni materiali, altrimenti non sentirebbe l’esigenza di affermare che anche i primi possono essere sussunti nel processo di valorizzazione del capitale.”[1]

Vediamo come stanno le cose. Obiettivo del modo di produzione capitalistico è la realizzazione del profitto. Quello che Marx scopre è che tale profitto deriva dalla produzione di un plusvalore da parte del lavoratore impiegato dal capitale. Infatti, mentre i mezzi di produzione si limitano a “cedere” il loro valore alla merce prodotta, solo la forza lavoro erogata dal lavoratore produce un valore in più, cioè un plusvalore. Questo può avvenire perché il lavoratore continua a lavorare (tempo di pluslavoro) anche dopo avere riprodotto l’equivalente del valore delle merci necessarie alla sua riproduzione. Dunque, la produzione capitalistica è produzione di plusvalore e, in termini capitalistici, il lavoro è produttivo solo se è produttivo di plusvalore. La merce rappresenta il “veicolo” in cui è incorporato tale plusvalore. Pertanto, non ha alcuna importanza che questa merce sia materiale od immateriale, o che si concretizzi in un manufatto separato dal suo produttore e venduto successivamente sul mercato (come una automobile, o un Cd), oppure se la merce è fisicamente inscindibile dal lavoratore che la produce e il suo consumo è immediato (come un massaggio, un taglio di capelli oppure una lezione di storia). Ciò che importa è che contenga plusvalore e che questo plusvalore sia “realizzato” attraverso la vendita della merce. Non è un caso che Marx, proprio per non lasciare dubbi su cosa sia lavoro produttivo, eviti di prendere come esempio di lavoratore produttivo il classico operaio di fabbrica:

La produzione capitalistica non è unicamente produzione di merce, è in sostanza produzione di plusvalore. E’ produttivo soltanto quell’operaio che produce plusvalore per conto del capitalista, ossia che contribuisce all’autovalorizzazione del capitale. Prendiamo un esempio che sia fuori della sfera della produzione materiale: un maestro di scuola è lavoratore produttivo non perché egli dà una forma alle menti dei bambini, ma perché s’ammazza di lavoro per arricchire il proprietario della scuola. E non fa alcuna differenza nel loro rapporto il fatto che quest’ultimo abbia investito il suo capitale in una fabbrica d’istruzione piuttosto che in una fabbrica di salami. Quindi il concetto di lavoratore produttivo non comporta per niente solo una relazione tra attività e risultato raggiunto, tra il lavoratore e il prodotto del lavoro, ma comporta per giunta un rapporto di produzione ben specifico, storicamente determinato, che bolla il lavoratore come strumento immediato della valorizzazione del capitale.”[2]

Dunque il tipo di merce in cui si sostanza il lavoro non conta; quel che importa è il rapporto di produzione in cui il lavoratore è inserito (nella fattispecie quello lavoro salariato-capitale). Nella sua Storia delle dottrine economiche Marx ritorna sull’argomento con vari esempi, tra i quali il seguente:
La stessa specie di lavoro può essere produttiva o improduttiva. Una cantante che vende il suo canto di propria iniziativa, è una lavoratrice improduttiva. Ma la stessa cantante, ingaggiata da un imprenditore che la faccia cantare per far denaro è una lavoratrice produttiva, poiché produce capitale.[3]

Risulta così evidente (tranne che a Gianni) che se Marx “distingue tra lavoro materiale ed immateriale” è solo per dire che…tale distinzione non ha senso.


3. Lavoro astratto e lavoro concreto

Sempre Alfonso Gianni, richiamandosi a Cini, dice che nella produzione complessiva aumenta la produzione di beni immateriali rispetto a quelli materiali, che da ciò risulta una straordinaria trasformazione della composizione del lavoro e del capitale, da cui la necessità di “ridefinire la sinistra”. Prima di andare a vedere cosa accade realmente nella composizione della classe operaia empirica, vediamo cosa dice Cini sul lavoro immateriale: “Il lavoro nella fase della produzione delle merci materiali nelle fabbriche capitalistiche del XX secolo è oggettivo, parcellizzato, quantitativamente misurabile come somma di tempi elementari successivi prestabiliti, compiuti dall’operaio tipo, indifferenziato, impersonato dallo Charlot dei tempi moderni. (…) ognuno di loro [degli operai] era soltanto un erogatore di lavoro astratto, inesistente come persona dotata di proprietà e capacità individuali.” Al contrario, “Il lavoro nella produzione capitalistica di merci immateriali non è riducibile a pura quantità. In ogni forma di produzione di nuova informazione c’è una componente individuale qualitativamente essenziale e non quantificabile in termini di tempo. (…) nella fabbrica di parole è il lavoratore singolo che deve sfruttare la propria individualità per inventarsi il modo più efficace per comunicare direttamente o indirettamente con un interlocutore umano. E’ chiara la differenza.”[4]

No, in realtà, la differenza non è chiara. A parte il fatto che Cini non fa mai un esempio concreto di “fabbrica di parole”, vi sono due tipi di questione. La prima riguarda cosa è da intendersi per lavoro astratto. Lavoro astratto, per Marx, non è lavoro in sé privo di abilità o caratterizzato dalla mancanza di soggettività. Lavoro astratto è lavoro indipendente dal contenuto in cui si oggettiva e viene, per l’appunto, contrapposto al lavoro concreto, inteso come lavoro concretizzato nelle merci automobile, lezione di storia, brano musicale, salsiccia, programma di software gestionale. Allora, perché Marx insiste sul concetto di lavoro astratto? Perché astrarre dal lavoro concreto permette di ridurre i vari e specifici lavori ad una sola unità di misura, il tempo, e quindi di misurarli. Viene così definito il valore di scambio della singola merce come tempo di lavoro socialmente necessario alla sua produzione. Solo in questo modo la merce A (la lezione di matematica) può essere confrontata e scambiata con la merce B (la salsiccia). Il lavoro astratto è lavoro ridotto a lavoro semplice, ma ciò non implica che sia necessariamente lavoro banale o privo di capacità tecniche. La riduzione di lavori complessi al lavoro astratto, trasforma la qualità in quantità, rendendo così confrontabili lavori specifici diversi, infatti, come dice Marx:

“Il valore della merce indica lavoro umano in astratto, dispendio di lavoro in generale.
Un lavoro più complesso significa solo lavoro semplice potenziato, o piuttosto moltiplicato, in maniera che una quantità minore di lavoro complesso equivale a una quantità maggiore di lavoro semplice; l’esperienza ci prova che questa riduzione si effettua costantemente. Se anche una merce è il prodotto del lavoro più complesso possibile, il suo valore la fa equivalente al prodotto di un lavoro semplice, di cui sta ad indicare solo una determinata quantità.”[5]

La seconda questione riguarda la semplificazione che Cini fa del ruolo del lavoratore “materiale” del XX secolo, rispetto a quello del lavoratore “immateriale” del XXI secolo. Non è vero che nel lavoro materiale fosse (e sia tutt’ora) inesistente una componente soggettiva e che gli operai fossero (e siano) privi di capacità e di proprietà individuali. Anzi, obiettivo del capitale è sempre stato - e lo è anche di più nella rivisitazione toyotista del modello fordista - quello di stimolare l’individualità operaia ai fini dell’incremento della produttività (qualità totale). Obiettivo del capitale non è l’annullamento della soggettività operaia ma la sua riconduzione ai fini dell’accumulazione. Semmai è vero il contrario, e cioè che gran parte del lavoro tecnico e impiegatizio, cioè il tipico lavoro “immateriale”, subisce un forte processo di “semplificazione” proprio a cavallo tra XX e XXI secolo e che oggi lavori un tempo dotati di maggiori contenuti intellettuali se ne ritrovano progressivamente espropriati. Anche in questo caso, però, ci troviamo davanti ad un fraintendimento delle categorie di interpretazione della realtà: quelle di lavoro manuale ed intellettuale.
In realtà, per lavoro manuale è da intendersi non lavoro fisico o privo di capacità tecniche ma lavoro di esecuzione, mentre il lavoro intellettuale è il lavoro di direzione. Fatto distintivo della produzione capitalistica è proprio la scissione tra il lavoro di esecuzione, manuale, e lavoro di direzione, intellettuale. E’ il capitale a dirigere, attraverso i suoi agenti (capitalisti e top manager), determinando cosa, come, quanto e perché produrre. Questo non implica, però, che il lavoro di esecuzione non possa contenere, in misura più o meno ampia, lavoro mentale anche quando si basa sul dispendio di energia muscolare, se non altro per l’attenzione che deve essere continuamente applicata sia pure nell’attività più ripetitiva alla catena di montaggio. Invece, grazie all’introduzione dell’informatica e della telematica negli uffici, la cosiddetta “burotica”, anche il lavoro tecnico e impiegatizio, cioè “mentale” viene subordinato a ritmi, procedure standard e modalità esecutive determinate dall’intelligenza del capitale, incorporata nei software che “girano” sui personal computer, in modo paragonabile, pur con le dovute differenze, a come il lavoro operaio viene subordinato alle macchine utensili automatiche, di cui, nella grande fabbrica, diviene semplice appendice.


4. Come cambia la classe operaia?

Vediamo ora cosa effettivamente succede nella composizione della classe lavoratrice. Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico implica l’applicazione sempre più massiccia della tecnologia alla produzione, attraverso l’introduzione di macchine sempre più efficienti, allo scopo di aumentare la forza produttiva dei lavoratori. Quali ne sono le conseguenze sulla classe operaia? Di due tipi. Da una parte avviene una diminuzione dei lavoratori impiegati, che, però, è relativa, vale a dire è una diminuzione della quota degli operai rispetto al capitale complessivo, in quanto la parte di questo capitale investita in mezzi di produzione e materie prime cresce proporzionalmente di più della parte investita in salari. Dall’altra, c’è un aumento assoluto dei lavoratori salariati. Quest’ultima conseguenza è dovuta all’aumento della produttività dei vecchi settori che permette lo sviluppo di sempre nuovi settori industriali ai quali si estende la ricerca di profitto:

“L’impiego delle macchine spinge la divisione sociale del lavoro ad un punto in cui non poteva assolutamente arrivare la manifattura…Rami di produzione assolutamente nuovi e di conseguenza nuovi campi di lavoro sorgono o in via diretta dall’introduzione delle macchine oppure dalla rivoluzione industriale che segue ad esse e si estende dappertutto.”[6]

Come esempio di industrie di nuovo tipo Marx parlava di “officine del gas, il telegrafo, la fotografia, la navigazione a vapore, le ferrovie”; oggi, a seguito di un processo di divisione del lavoro moltiplicato dalla enorme produttività generata dalle nuove tecnologie e dalla estensione planetaria del mercato capitalistico, parliamo di telecomunicazioni, telefonia mobile, internet, multimediale, voli low cost, alta velocità, turismo di massa, logistica, biotecnologie, ecc. Un’altra conseguenza dello sviluppo della produttività nei settori industriali maturi è la possibilità di estendere il numero di lavoratori impiegati in settori improduttivi di plusvalore. Bisogna considerare, infatti, che il processo di accumulazione di capitale si compone di due parti: la produzione delle merci e la circolazione delle merci, cioè la fase della vendita. Mano a mano che la produzione cresce, si concentra e viene razionalizzata, si genera la necessità di razionalizzare e di incrementare anche i settori contabile e commerciale, sia all’interno alle aziende produttive sia all’esterno, in quello che è organizzato come capitale commerciale. Si sviluppa così il numero di lavoratori salariati non immediatamente produttivi di plusvalore, ma sempre più indispensabili al capitale perché essenziali per la realizzazione del plusvalore contenuto nelle sempre maggiore massa di merci, attraverso la vendita. Si generano così figure nuove in settori nuovi: grande distribuzione, marketing, gestione ordini e assistenza al cliente, pubblicità, ecc. Si tratta sempre di lavoratori sfruttati, anche se in modo diverso[7], visto che, quanto meno sono pagati, tanto più diminuiscono le spese di circolazione del capitale. Appare molto chiara la condizione di sfruttamento dell’esercito degli addetti di iper e supermercati delle grandi catene della distribuzione moderna, il cui lavoro è spesso prettamente fisico, e sicuramente parcellizzato e ripetitivo e della moltitudine di commesse e commessi che affollano centri commerciali ed outlet, tutti costretti ad orari sempre più lunghi e flessibili e a salari anche peggiori a quelli degli operai di fabbrica. Ma anche i “colletti bianchi” degli uffici commerciali, subiscono oggi, a seguito dello sviluppo capitalistico, un processo di proletarizzazione, che può essere interessante vedere come lo stesso Marx già descrivesse e prevedesse:

“I lavoratori commerciali…rientrano nella categoria dei salariati meglio retribuiti…Malgrado questo, sviluppandosi il modo di produzione capitalistico, il salario tende a diminuire…Innanzi tutto grazie alla divisione del lavoro in seno all’ufficio…l’abilità dei lavoratori si accresce attraverso la pratica e tanto più celermente quanto più specializzata essa diviene con la divisione del lavoro. In secondo luogo, in quanto la preparazione e la conoscenza del commercio, delle lingue, ecc. si diffondono sempre più facilmente e celermente, costano meno... L’universalizzazione dell’istruzione popolare consente di prelevare questi salariati da classi che prima ne erano tagliate fuori ed erano avvezze a un tenore di vita più basso. Così fa aumentare l’afflusso e la concorrenza. Con rare eccezioni…il loro salario cala, mentre aumenta il loro rendimento. Il capitalista accresce il numero di questi lavoratori, allorché si possa realizzare più valore e profitto. L’aumento di questo lavoro è sempre il risultato, mai la causa dell’accresciuto plusvalore.”[8]

Tali considerazioni sono utili per capire la proletarizzazione dei “colletti bianchi” anche in altri settori. Soprattutto in quei settori che vengono aperti, con le privatizzazioni e le varie controriforme dell’istruzione e della sanità, alle possibilità di investimento del capitale. In tal modo, i lavoratori salariati di questi settori divengono produttivi di merce (per quanto immateriale) e di plusvalore. Invece, i lavoratori dei servizi “pubblici”, pur non essendo direttamente sottoposti all’accumulazione capitalistica, visto che non producono né vendono merci, lo sono in forma indiretta, in quanto permettono la riproduzione a costi più bassi della forza lavoro impiegata dalle imprese. Quanto più il loro salario viene compresso tanto più si riducono i costi di riproduzione (istruzione e servizi sociali in genere) o di “riparazione” (sanità) della forza lavoro per il capitale complessivo. Inoltre, quanto più il salario dei lavoratori “pubblici” è compresso e il loro rapporto di lavoro diventa privatistico (e precario), tanto più cessa di essere punto di riferimento per i salari dei lavoratori del settore privato.

Cerchiamo, ora, un riscontro empirico, sulla base dei dati statistici[9], a quanto detto sopra. In primo luogo, bisogna registrare il continuo aumento dei lavoratori salariati. In Italia, questi nel 1993 erano 14,76 milioni (il 71,1% delle forze di lavoro), nel 2004 erano saliti a 16,72 milioni (il 72%) e nel 2008 (III trimestre) hanno raggiunto i 17,5 milioni (il 74,2%). Questi dati non considerano, inoltre, che molti lavoratori sostanzialmente dipendenti figurano come autonomi. Veniamo ora alla classe operaia classica che, secondo alcuni, sarebbe sparita. Gli addetti all’industria propriamente detta, vale a dire quella manifatturiera e delle costruzioni, sono rimasti, in valore assoluto, pressoché stabili: nel 1993 erano 5,46 milioni, nel 2004 5,35 milioni e nel 2008 5,5 milioni. L’aumento in termini assoluti dei lavoratori dipendenti è dipeso dal settore “terziario”, passato dagli 8,73 milioni di addetti del 1993 ai 10,3 milioni del 2004 e agli 11,6 milioni del 2008. Si tratta però di un aggregato che mette insieme settori molto diversi tra loro. Al suo interno, infatti, vengono compresi non solo il settore commerciale, ma anche i nuovi settori industriali che hanno ricevuto un impulso straordinario, dai trasporti (da considerare come faceva Marx un settore produttivo di plusvalore a tutti gli effetti) alle telecomunicazioni, ai servizi postali, all’industria alberghiera e turistica.

Dunque, la classe operaia manifatturiera e la classica fabbrica di “oggetti” non sono certo morte; ugualmente la grande fabbrica rimane centrale nel processo di accumulazione capitalistico. Bisogna, però, intendersi sul concetto di fabbrica. La fabbrica, come spiega Marx, è un luogo in cui si produce plusvalore attraverso la produzione di merci sulla base della cooperazione tra figure di lavoratori che eseguono mansioni parziali, subordinate al “dispotismo” del piano razionale e centralizzato stabilito dal capitale che li impiega. In questo senso, tanto per fare un esempio, una grande nave da crociera, con centinaia di salariati che cooperano secondo una divisione razionale del lavoro, dagli addetti alle macchine, ai camerieri al piano, agli addetti alle cucine e ai ristoranti, agli spettacoli, ecc. è una grande fabbrica allo stesso modo dello stabilimento automobilistico di Melfi. La sola differenza è che, anziché produrre un oggetto, l’automobile, produce una merce “immateriale”, la vacanza, la cui vendita, però, risulta almeno altrettanto vantaggiosa alla Royal Caribbean, proprietaria della nave, di quanto produrre auto risulti alla Fiat.
Le grandi imprese di telecomunicazioni, con i loro tecnici e addetti al servizio ai clienti, le compagnie aeree e gli aeroporti con tutti i loro addetti ai vari servizi, gli ospedali privati, ecc. sono le nuove grandi fabbriche. Qui centinaia, migliaia di lavoratori producono plusvalore magari non incorporato in oggetti, ma sempre nella forma di merci, cooperando secondo una divisione del lavoro che li costringe a mansioni ripetitive e parcellizzate. La stragrande maggioranza dei nuovi posti di lavoro è di questo tipo. La figura del lavoratore “immateriale” di Cini e di Gianni esiste solo nella loro mente o tutt’al più in un numero ristrettissimo di mansioni “creative”, minoranza esigua rispetto alla massa delle nuove figure di lavoratore salariato che il processo di accumulazione capitalistico crea e si subordina, siano esse immediatamente o no produttive di plusvalore.


5. Il general intellect: cos’è e che cosa significa per la classe operaia

Il “colossale mutamento” del modo di produzione che fa dire alla Gagliardi che “la partita non si gioca più nello scontro finale tra il modo di produzione capitalistico e il movimento operaio organizzato”[10] risiederebbe, secondo Cini, nell’avvento dell’”economia della conoscenza”, che annullerebbe la marxiana legge del valore[11]. A sostegno di questa tesi Cini cita “l’altro Marx, quello dei Grundisse”, tanto da sostenere che esisterebbero due Marx: quello del Capitale, obsoleto, e quello, attuale, dei Grundisse[12], da cui vengono estratte le seguenti righe: “la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato…ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione”. E poi: “Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura…il valore di scambio [cessa] di essere la misura del valore d’uso la produzione basata sul valore di scambio crolla.” Secondo Cini Marx “parla di noi. Avvertendoci che la sua stessa teoria del valore-lavoro non sarebbe stata più adeguata…”, e prosegue dicendo che la produzione della ricchezza oggi dipenderebbe da ”l’espropriazione attraverso le reti dell’intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini.”

Abbiamo già visto come Cini faccia confusione tra lavoro astratto e concreto, concependo così in modo errato la teoria del valore-lavoro. Analoga confusione avviene nella comprensione dei citati passi dei Grundisse, che solo una interpretazione superficiale o interessata può mettere in contrasto con il Capitale. Le citazioni riportate da Cini vengono isolate dal contesto del ragionamento fatto nel quaderno vii, cui appartengono, e gli viene fatto dire ciò che non vogliono dire. Vediamo come, considerando quanto Marx scrive sempre nel quaderno vii.

a) Marx, quando parla di general intellect, non parla di qualcosa di metafisico ma parla del sapere generale della società incorporato dal capitale, attraverso la tecnologia, nelle macchine ad uno scopo preciso, quello di aumentare lo sfruttamento operaio, riducendo il tempo di lavoro necessario alla produzione della merce: “Il capitale impiega la macchina solo nella misura in cui essa abilita l’operaio a lavorare per il capitale una parte maggiore del suo tempo…a lavorare più a lungo per un altro. E’ vero che, con questo processo, la quantità di lavoro viene ridotta ad un minimo, ma solo perché un massimo di lavoro venga valorizzato nel massimo di tali oggetti [le singole unità di merci].”[13]

b) Quindi il general intellect di per sé non annulla la legge del valore, ma determina un processo contraddittorio, che è ciò che caratterizza il modo di produzione capitalistico: ”Il Capitale è esso stesso la contraddizione in processo… Da un lato esso [il capitale] evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura…al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro esso tende a misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali figurano per il capitale solo come mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà sono le condizioni per far saltare in aria questa base.”[14]

c) Il capitale entra in contraddizione con sé stesso: diminuisce il tempo necessario alla produzione delle merci, ma non per liberare tempo vitale, bensì per aumentare il tempo in cui il lavoratore lavora gratis per lui (il pluslavoro). E tuttavia, proprio per questo, il general intellect fornisce le basi “per far saltare in aria questa base” cioè la legge del valore ed il lavoro salariato. Ma questo non accade automaticamente, bensì richiede l’emancipazione del lavoro, ovvero lo scardinamento dei rapporti di produzione e di proprietà capitalistici, che entrano in contraddizione con l’enorme sviluppo delle forze produttive. Si richiede cioè un’azione soggettiva da parte della massa operaia: “Quanto più si sviluppa questa contraddizione, tanto più viene in luce che la crescita delle forze produttive non può più essere vincolata all’appropriazione del plusvalore altrui ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi del suo pluslavoro. Una volta che lo abbia fatto…lo sviluppo della produttività sociale crescerà così rapidamente che, sebbene ora la produzione sia calcolata in vista della ricchezza di tutti, cresce il tempo disponibile di tutti. (…) E allora non è più il tempo di lavoro, ma il tempo disponibile la misura della ricchezza.”[15]

d) Dunque Marx, quando parla della fine della legge del valore a seguito dello sviluppo del general intellect, non prevede che ciò avvenga entro il modo di produzione capitalistico, ma sta parlando di quanto accadrebbe dopo “l’appropriazione del plusvalore” da parte della massa operaia, cioè … nel comunismo, come appare evidente leggendo quanto segue alle poche parole estrapolate da Cini, e che parlano della fine dell’antagonismo sociale e del libero e multilaterale sviluppo degli individui, seguito alla collettivizzazione dei mezzi di produzione: “Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza…la produzione basata sul valore di scambio crolla e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere la forma della miseria e dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico, artistico, ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.” [16]

Se le conclusioni di Cini non sono giustificate da Marx, non lo sono neppure dalla realtà, in cui la legge del valore continua a funzionare e ad essere determinante, come è riconosciuto dagli stessi capitalisti. Nel settore automobilistico Usa, dove il general intellect ha trovato maggiore applicazione, l’Harbour report, che confronta annualmente la produttività dei singoli stabilimenti sulla base delle ore/uomo per veicolo prodotto, ci dice che la crisi delle tre major di Detroit, GM, Ford e Chrysler, è dovuta al maggior lavoro necessario alla produzione di una automobile (circa 3,50 ore in più) rispetto agli stabilimenti dei concorrenti stranieri, come Toyota e Honda. Proprio la crisi, determinata dalla contraddizione tra l’espansione delle forze produttive e i rapporti di produzione basati sul profitto, ci dimostra che nel capitalismo l’espansione del general intellect e lo sviluppo delle sue conseguenze sulla liberazione del tempo vitale dal lavoro, incontra un limite invalicabile. Aumento dell’orario e dell’intensità del lavoro, riduzione dei salari, aumento dei disoccupati sono il prodotto dell’uso capitalistico della scienza e della tecnologia, altro che “meno lavoro salariato (o astratto, o dipendente, o alienato)”, come Cini pretende che avvenga oggi. Anzi, qualora il capitale possa aumentare la produttività del lavoro tramite allungamento e intensità del lavoro, o riducendone il prezzo (salario), si guarda bene dall’introdurre costosi investimenti in nuovi macchinari. I fraintendimenti dei Grundisse finiscono per offuscare l’enorme contributo che, in aggiunta e non in contraddizione col Capitale, ci danno. I Grundisse, in primo luogo, prefigurano lo sviluppo delle contraddizioni del capitale che sono la base per il comunismo. E, in secondo luogo, che è la classe operaia il principale soggetto storico della trasformazione dei rapporti di produzione. Infine, ci dicono non che oggi la legge del valore è inattuale, ma che oggi più che mai è attuale il comunismo. Ciò non toglie, come Marx non smette mai di ricordare, che la classe operaia, per superare le contraddizioni dell’attuale modo di produzione deve agire soggettivamente. Questo, però, riguarda l’agire come classe e non può essere esaurito da quella parte del marxismo che è la “critica dell’economia politica”. Riguarda la politica, ovvero la conquista e la trasformazione dello Stato, inteso come “potere concentrato della classe dominante”, in Stato operaio. Riguarda, in definitiva, la formazione di una coscienza di classe e il partito.


6.
Coscienza di classe e partito

Un errore ricorrente nella storia della sinistra è pensare che la coscienza di classe derivi immediatamente dalla divisione del lavoro e dal modello di organizzazione produttiva. Simmetrico a questo errore è quello di ritenere che l’assenza o l’indebolimento della coscienza di classe (e della lotta di classe) derivino dalla fine o dalla riduzione numerica della classe operaia, che per taluni è sempre ricorrente. Non è un caso che Cini si domandi ad un certo punto: “Dopotutto dovremmo cercare di capire perché gli operai ci sono ancora ma la classe operaia non c’è più.” Una domanda interessante, se non fosse che chi la pone, come abbiamo visto, risponde dicendo che “economia della conoscenza”, reti, merci e lavoratori immateriali hanno dissolto la classe operaia. Del resto, è più facile decretare la fine della classe operaia, anziché fare luce sui propri errori per capire perché gli operai, che continuano ad esistere nella realtà, votano, ad esempio, Lega, PdL, PD o Italia dei valori. La domanda corretta da farsi sarebbe invece un’altra: perché oggi non si sviluppa una coscienza di classe adeguata ai compiti della fase? Proviamo ad individuare, molto sommariamente, alcuni punti critici:

a) dobbiamo smettere di pensare che la coscienza di classe nasca spontaneamente dalle condizioni materiali di vita. Spontaneamente, sulla base dei rapporti di produzione, può nascere la lotta per il salario, ed anche questa richiede un “minimo” di coscienza e di organizzazione. Una coscienza politica più ampia non può sorgere sulla base della parzialità e frammentazione della condizione del salariato. La ostacola il carattere stesso della vita quotidiana. Infatti, come scrive Lukács: “Fa parte della necessaria economia vitale del mondo quotidiano, che nella maggioranza dei casi si percepisca e si giudichi il proprio ambiente solo sulla base del suo funzionamento pratico e non sulla base della sua essenza oggettiva. (…) l’uomo della vita quotidiana reagisce sempre agli oggetti del suo ambiente con spontaneo materialismo. (…) Ma questo materialismo ha un carattere puramente spontaneo, è rivolto agli oggetti immediati della prassi e ad esso limitato.”[17]

b) All’interno della sinistra è filtrata l’idea della “morte delle ideologie” e si è soprattutto diffuso lo scetticismo verso l’elaborazione di una propria ideologia critica e complessiva della realtà sociale. L’effetto negativo della “limitatezza” della vita quotidiana sulla capacità della classe operaia di sviluppare una propria coscienza è stato rafforzato dalla presenza continua delle ideologie della classe dominante. Modi di pensare sorti sulla base dei rapporti di produzione e sociali dominanti sono stati organizzati in modo sistematico e soprattutto sono sistematicamente diffusi in forme non solo “alte” ma soprattutto in forme “popolari”, attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

c) Nella sinistra si è anche affermata la concezione della autonomia e neutralità, dal punto di vista di classe, dello Stato, spesso inteso nel senso di “pubblico” contrapposto a “privato”. L’indebolimento della concezione della non neutralità dello Stato ha condizionato negativamente la capacità di comprendere il ruolo dello Stato nel mantenere e difendere i rapporti di produzione dominanti. E quindi la capacità della sinistra di comprendere nella lotta politica generale la lotta contro il potere dello Stato.

L’assenza odierna di una coscienza di classe, invece che dalla fine della classe operaia, deriva dall’aver eluso la risoluzione delle tre suddette questioni nodali, non dandoci gli strumenti teorici e pratici per farlo. La classe è sempre in sé ma non necessariamente per sé, come affermava Marx. Vale a dire che la classe operaia come classe economica esiste sempre, mentre come classe politicamente autonoma no. Per essere classe per sé si richiedono delle mediazioni. La coscienza politica, in altre parole la coscienza dell’irriducibile antagonismo tra gli interessi dei lavoratori salariati e tutto l’ordinamento sociale e contemporaneo, diceva Lenin, viene “dall’esterno della sfera dei rapporti tra padroni e operai”[18]. Quel “di fuori” non è solo l’insieme dei rapporti tra le classi e tra queste e lo Stato, ma anche qualcosa di altro. Come spiega Lukács: “…per il superamento della vita quotidiana occorrono forze intellettuali, comportamenti mentali che trascendono qualitativamente l’orizzonte del pensiero quotidiano (…) l’espressione ‘dal di fuori’ indica il mondo della scienza.”[19] La scienza che intende Lukács è quella, fondata sul metodo del materialismo storico, della critica dell’economia politica e dello Stato e sulla cui base si elabora una concezione del mondo contrapposta ed alternativa a quella borghese. Senza una tale ideologia non può esservi alcuna azione di trasformazione sociale. La coscienza di classe è, quindi, il risultato di un processo dialettico di combinazione tra pensiero critico della società e movimento operaio, tra le singole lotte, sorte a partire dalle contraddizioni e condizioni di vita immediate, e la loro unificazione e generalizzazione progressiva nella lotta all’insieme dei rapporti sociali dominanti. Agente di questa combinazione non può che essere il partito. Il partito nella forma di partito comunista, ovvero di partito che sappia innalzare progressivamente il livello di coscienza della classe e modificare i rapporti di forza e gli equilibri di potere complessivi nella società. E’ quando il partito non fa questo (o non si dà gli strumenti e la prospettiva per farlo), limitando la propria prospettiva all’immediato, in una realtà che si modifica rapidamente e che spiazza inesorabilmente chi non riesce ad interpretarla e ad anticiparla, che si costruiscono le condizioni della sconfitta. Oggi, anziché approfondire la sconfitta cercando scampo in immaginarie figure di lavoratori immateriali e in una “sinistra senza aggettivi”, bisogna rimettere mano alla ricostruzione di un marxismo che sia scienza della società e di un partito comunista adeguato ai compiti di una nuova e drammatica fase storica come è quella che si è aperta. L’unità dei comunisti va intesa, per l’appunto, non come soluzione elettoralistica ma come primo passo nella costruzione di un tale partito.

Pubblicato anche su l’ernesto 1/2009

 
[1] A. Gianni, Nel leggere Marx dobbiamo muoverci con lui e naturalmente oltre lui, con le nostre gambe e la nostra testa, “Liberazione”, 8 novembre 2008.
[2] K. Marx, Il capitale, Newton Compton editori, Roma 1996, p.372.
[3] K. Marx, Storia delle Teorie economiche, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977, vol. I, p.388.
[4] M. Cini, Dalla fabbrica degli oggetti alla fabbrica delle parole, “Liberazione, 9 dicembre 2008.
[5] K. Marx, Il capitale, op.cit., p.59.
[6] K. Marx, Il capitale, op.cit. pag. 328.
[7] Sono improduttivi perché non producono plusvalore. Infatti, non producono merci, né materiali né immateriali, e quindi non vi incorporano né il proprio valore né dunque alcun plusvalore. Il loro sfruttamento deriva dalla differenza tra il loro salario e quanto rende al capitalista, come scrive Marx: “Egli [il lavoratore commerciale] gli rende non in quanto genera direttamente plusvalore, ma in quanto lo aiuta a diminuire le spese della realizzazione del plusvalore, nella misura in cui esegue un lavoro in parte non retribuito.” (Il capitale, p. 1117)
[8] K. Marx, Il capitale, op.cit., p.1117.
[9] Vedi la Rilevazione periodica delle forze di lavoro dell’Istat, consultabile sul suo sito web.
[10] R. Gagliardi, Il capitalismo sta diventando il maggior nemico dell’umanità: ecco la contraddizione principale, “Liberazione”, 4 novembre 2008.
[11] M. Cini, Perché dico: sinistra senza aggettivi, “Liberazione”, 26 ottobre 2008.
[12] I Grundisse, o Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, sono stati scritti nel 1857-1858, cioè prima della pubblicazione del Capitale (il primo libro è del 1867) e sono lavori di preparazione all’opera principale destinata al pubblico, che Marx scrive per sé stesso, come quaderni di lavoro. Vanno quindi letti con accortezza proprio per il loro carattere frammentario.
[13] K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. II, p.397.
[14] Ibidem, p.402.
[15] Ibidem, p.405.
[16] Ibidem, p. 401.
[17] G. Lukács, Estetica, vol. I, Giulio Einaudi editore, Torino 1975, pp.12-14.
[18] Lenin, Che fare?, in Lenin, Trochij, Luxemburg, “Rivoluzione e polemica sul partito”, Newton Compton editori, Roma 1976, p. 113.
[19] Ibidem, p. 41.
 

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