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Stefano Petrucciani: Schegge di demos

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SCHEGGE di demos

di Stefano Petrucciani

Le procedure e le istituzioni necessarie affinché lo Stato non si trasformi in uno strumento di dominio. Da qui l'invito a pensare allo sviluppo di una democrazia radicale che preveda diritti universali di cittadinanza, ma anche il riconoscimento dei diritti alla diversità. Appunti critici sulle tesi del filosofo argentino Enrique Dussel su una possibile «politica della liberazione»

andrea_mantegna_cristo_morto.jpg      Protagonista di quella tendenza di pensiero che si definisce «filosofia della liberazione», Enrique Dussel è uno scrittore prolifico: noto in Italia soprattutto per i suoi studi sui manoscritti inediti di Marx (Un Marx sconosciuto e L'ultimo Marx, pubblicati entrambi da manifestolibri) ha ora appena terminato un'opera in tre volumi dedicata alla Politica della liberazione. In attesa di una loro traduzione, sono state pubblicate dall'editore Asterios Venti tesi di politica (sottotitolo: «per comprendere e partecipare», traduzione e introduzione di Antonino Infranca, pp. 188, euro 19) che condensano, in un testo agile, la sintesi del pensiero politico dello studioso latino-americano. Coniugando il confronto con il pensiero europeo (soprattutto Hannah Arendt, Jürgen Habermas e Karl-Otto Apel) con la riflessione sulle recenti esperienze politiche dell'America Latina in movimento, Dussel propone nel suo libro una visione complessiva della politica e dell'emancipazione, che prende le mosse dall'analisi di un tema centrale della teoria politica, quello del potere. L'obiettivo è infatti quello di ragionare su come si possa restituire il potere ai cittadini, che ne sono ovunque espropriati; ma a questo scopo anche il concetto del potere va ripensato, come Dussel propone, ripartendo da Hannah Arendt.

La comunità che viene

      Il potere, aveva scritto l'autrice di Vita activa, corrisponde alla capacità umana non tanto di agire, quanto di agire di concerto. Esso non è mai proprietà di un singolo individuo, ma appartiene a un gruppo e permane soltanto finché il gruppo si mantiene unito. Insomma, scriveva la Arendt, «senza un popolo o un gruppo non esiste potere».

      Fin qui Dussel la segue completamente, salvo poi sviluppare il discorso introducendo, nel concetto di potere, una differenza che è decisiva per tutto il suo ragionamento. Al principio vi è il potere che risiede appunto nella unificata volontà di un popolo di vivere come comunità: questo potere consensuale e, arendtianamente, comunicativo, vera sorgente della politica, è il potere come potentia. In questo senso, il potere nessuno lo può «prendere», «il potere lo ha sempre e soltanto la comunità politica». Ma la potentia della comunità è tanto generativa quanto indeterminata; non appena inizia a stabilizzarsi e a concretizzarsi in istituzioni effettive (giudici, capi, rappresentanti) subito appare l'altra faccia del potere, la potestas. Ed ecco dunque già posta la difficoltà o il dramma della politica: la potentia ha bisogno, per stabilizzarsi, di tradursi in potestas, ma la logica della potestas è quella di rendersi autonoma dalla fonte che l'ha generata e di volgersi contro di essa. Più precisamente: l'articolarsi concreto del potere produce l'esercizio della delega, e apre quindi la strada, secondo Dussel, a due esiti polarmente opposti: da una parte c'è il potere che si rende autonomo, si feticizza nella sua autoreferenzialità e si traduce in dominazione sulla comunità. Il modello positivo è invece la potestas che rimane al servizio della potentia, che agisce «in funzione delle esigenze, delle rivendicazioni, dei bisogni della comunità»; è ciò che Dussel definisce il «potere obbedienziale», il potere che obbedisce, che non si pone al di sopra della comunità ma al di sotto, al servizio di essa.

      Non c'è dubbio che in questa idea del potere che dovrebbe essere «servizio» vi è una forte eco «cristiana». Ma è comunque fissato con chiarezza il nodo sul quale Dussel vuole lavorare: nessuna comunità che sia appena complessa può fare a meno della mediazione, della delega e dell'istituzione (Dussel non crede a un anarchismo della pura potentia irrappresentabile). Ma non appena la potentia si determina in potestas il potere comunicativo comincia a capovolgersi in dominio. La domanda diventa dunque: è possibile torcere questa dinamica e forzarla nella direzione opposta? È possibile mantenere il potere saldamente legato al popolo? Per chi si pone nell'orizzonte della democrazia, questo effettivamente è il problema della politica.

      Il punto può essere inquadrato anche da un altro angolo visuale, e cioè mettendo a fuoco il tema delle istituzioni. Dell'istituzione non si può fare a meno (anche un movimento popolare, per essere efficace, si deve dare un'organizzazione), ma l'organizzazione è essa stessa esposta, quasi per sua natura, a quella che potremmo chiamare la degenerazione feticistica: la dinamica dell'istituzione tende secondo Dussel ad attraversare caratteristicamente tre fasi: in un primo tempo l'istituzione potenzia le esigenze vitali per le quali è nata; in un secondo tempo, pur continuando a servirle, comincia a anche a costituire un peso inerte rispetto ad esse; nella terza fase, infine, l'istituzione diventa «burocratica, autoreferente, oppressiva, non funzionale. È necessario trasformarla o sopprimerla». Il problema sarà dunque quello di riflettere su come si possa arginare questa tendenza quasi inerziale per cui il potere-servizio tende a trasformarsi nel potere-dominazione.


La norma della buona vita

      Una volta fissata questa dialettica di potentia e potestas, creatività e reificazione, democrazia e dominazione, Dussel compie un passaggio ulteriore, quello cioè di gettare uno sguardo sul modo in cui può essere pensato l'assetto delle istituzioni. La sfera istituzionale viene da Dussel articolata in tre dimensioni: quella materiale, per cui lo scopo è la riproduzione e il miglioramento della vita dei cittadini, quella formale, che è il luogo dove si genera la legittimità democratica e infine quella della fattibilità politica che in qualche modo, per esempio con l'amministrazione dello Stato, media tra le due sfere precedenti. A questo proposito mi pare che soprattutto due punti emergano come essenziali.

      In primo luogo il valore dato all'elemento contenutistico e materiale: difesa e miglioramento della vita del popolo. Questo è il luogo in cui ci si separa dal liberalismo: lo scopo della comunità politica non è garantire sicurezza perché ognuno possa gestire al meglio i propri affari, ma «vivere bene» come comunità. Nell'ottica di una teoria normativa questo punto è assolutamente fondamentale: il principio materiale di legittimità (assicurare le migliori condizioni di vita per tutti) non è meno importante di quello formale, ovvero della legittimità democratica.

      Quanto a quest'ultima, Dussel la pensa in un modo abbastanza vicino a quello di Habermas e Apel. Democrazia è un principio normativo, che implica l'obiettivo di «tentare sempre una maggiore simmetria e partecipazione dei cittadini», fermo restando che il fine non può essere mai raggiunto in modo del tutto soddisfacente, e che perciò «la democrazia è un sistema perpetuamente incompiuto».


In nome della legittimità

      Per Dussel, come per tutta la tradizione del costituzionalismo, la democrazia si articola dunque in un «sistema del diritto» e nella divisione dei poteri. La divisione tradizionale (legislativo, esecutivo e giudiziario) viene però da Dussel ampiamente ripensata. Il punto più rilevante è che, come ultima istanza di controllo accanto ai poteri classici, egli inserisce il potere ciudadano, cioè il potere dei cittadini (o potere civico) al quale gli altri devono in estrema analisi rispondere. Il potere dei cittadini non è solo quello di cui dispongono in quanto elettori, ma dev'essere sviluppato, secondo Dussel, garantendogli assai più ampie sfere di partecipazione di controllo.

      Riassumendo ci sono dunque tre principi di legittimità politica: materiale, formale e di fattibilità. Il principio materiale pone come scopo «la produzione, mantenimento e miglioramento della vita immediata dei cittadini della comunità politica, in ultima istanza di tutta l'umanità». Il principio normativo formale della democrazia ci dice che dobbiamo operare in modo che ogni decisione «sia frutto di un processo di accordo mediante consenso, al quale possano partecipare gli interessati nella maniera più piena (...); questo accordo deve decidersi a partire da ragioni (senza violenza) con il maggiore grado di simmetria possibile dei partecipanti». Il principio di fattibilità dice che le azioni politiche devono essere concretamente realizzabili e tecnicamente efficaci.

      Queste dunque sono le strutture generali della legittimità politica, quelle che definiscono le coordinate della politica secondo giustizia. Ma Dussel sa bene che «nessun ordine politico, anche il migliore empiricamente parlando, è perfetto». Perciò di ogni ordine politico esistente deve essere sviluppata una critica dal punto di vista delle «vittime», cioè di coloro ai quali viene negato ciò che i principi di legittimità implicano e promettono (soddisfazione delle loro esigenze vitali, partecipazione simmetrica ai processi decisionali, efficace risoluzione dei problemi). Nel linguaggio filosofico si potrebbe dire perciò che la politica della liberazione, ovvero la politica ispirata a principi critici, è una specie di «negazione della negazione», cioè consiste nel negare e nel contestare, dal punto di vista delle vittime, le negazioni e le deprivazioni che queste subiscono: privazioni di possibilità di vita, di partecipazione democratica, di azione efficace a fronte dei loro problemi. La politica critica, dunque, sta saldamente radicata sul terreno dei principi: senza la bussola dei principi non saprebbe dove andare.


Tra rappresentanza e partecipazione

      Compito della filosofia politica, comunque, è per Dussel quello di delineare un orizzonte, non di proporre le «trasformazioni concrete, empiriche». Anche se, nelle sue Venti tesi, egli non manca comunque di avanzare alcune indicazioni molto significative: priorità della conservazione-tutela delle condizioni ecologiche della vita; uguaglianza declinata anche come difesa delle differenze culturali (tema assolutamente decisivo nel contesto latino-americano, e non solo); ripensamento del rapporto tra rappresentanza e partecipazione prendendo ispirazione dalla costituzione bolivariana che il Venezuela si diede nel 1999; elaborazione di una costituzione dei media capace di mettere argini alla mediocrazia e di garantire «il diritto del cittadino all'informazione veritiera»: ciascuna università, associazione, quartiere dovrebbe avere la sua televisione, la sua radio, il suo giornale.

      Per finire, Dussel recupera anche in una forma originale il tema marxista della dissoluzione dello Stato, che si concreta nell'idea di «tendere all'identità (empiricamente impossibile) della rappresentanza con il rappresentato», di rendere le strutture più leggere, più semplici, più efficaci, nel senso di quello che Dussel chiama uno «Stato soggettivato», cioè uno Stato-non Stato dei cittadini che dovrebbe valorizzare al massimo tutte le potenzialità democratiche aperte dalla rivoluzione digitale.

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E' possibile essere comunisti senza Marx?

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È possibile essere comunisti senza Marx? È evidente che sì. Ciò non toglie che mi capiti spesso di discuterne con compagni e con intellettuali sovversivi di differenti estrazioni. Soprattutto in Francia – e le considerazioni che seguono riguardano essenzialmente la Francia. Debbo comunque confessare che spesso mi annoio a ragionare su questi argomenti, ci son linee troppo diverse e contraddizioni che raramente son condotte a confrontarsi con verifiche o soluzioni sperimentali. Si tratta spesso di confrontarsi con retoriche che astrattamente affrontano la pratica politica. E tuttavia, talora, ci si scontra con posizioni che negano addirittura che ci si possa dichiarare comunisti se si è marxisti. Da ultimo, ad esempio, un importante studioso – che pure aveva sviluppato nel passato le ipotesi del “maoismo” più radicale – mi diceva che, se ci si attenesse al marxismo rivoluzionario, che prevedeva il “deperimento dello Stato”, la sua “estinzione”, dopo la conquista proletaria del potere, e certo non ha realizzato questa finalità, non ci si potrebbe più dichiarare “comunisti”.

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