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Marx, il marxismo e gli storici della Rivoluzione francese nel XX secolo(1)

di Julien Louvrier

guillotine1L’autore del saggio che segue adotta un approccio rigorosamente diacronico. Partendo dalle analisi di Marx sulla Rivoluzione francese, egli dimostra come gli scritti di quest’ultimo, spesso associato a Engels riguardo a tale soggetto, siano sempre precisamente contestualizzati e legati al tentativo di comprendere il presente. È Jean Jaures, con la sua Storia socialista della Rivoluzione francese, a fornire per primo una lettura globale degli eventi rivoluzionari basata sulla griglia interpretativa proposta da Marx. Una forma di banalizzazione di questa lettura si produce in seguito, attraverso lo sviluppo della storia economica e sociale, ad opera di storici che, senza aver letto troppo Marx, conservano del suo pensiero l’idea dell’importanza determinante della realtà economica. Nel contesto della Guerra fredda, tale interpretazione «sociale» della Rivoluzione è oggetto di vigorosi attacchi e condanne, in quanto espressione di un marxismo riduttivistico. Una rimessa in causa che prende le mosse da letture privilegianti il fattore politico, le quali, tuttavia, si aprono nuovamente, dopo alcuni anni, a ricerche che ripropongono la questione delle appartenenze sociali.

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Pensare il rapporto tra il marxismo e la storiografia della Rivoluzione francese comporta l’affermazione di un’ovvietà e di un paradosso. Lo storico della rivoluzione francese, che sia marxista o meno, non può fare a meno di Marx. Per descrivere le lotte sociali caratteristiche della società di Ancien Régime, comparare l’economia francese della fine del XVIII secolo con quella di altre potenze europee, formulare delle ipotesi circa le origini della Rivoluzione, appare difficile sottrarsi al lessico e alle analisi sviluppati dal filosofo di Treviri in tutta la sua opera.

Tuttavia, sebbene abbia accarezzato il progetto di scrivere una storia della Convenzione, Marx non ha elaborato nel corso della sua vita nessuna opera che presentasse una visione sintetica e definitiva della storia della Rivoluzione francese. Inoltre, i giudizi di Marx o di Engels riguardo la Rivoluzione non sono mai stati rigorosamente coerenti, convergenti, né mai hanno preteso di coprire tutte le problematiche poste dall’irruzione della rivoluzione nella Francia della fine del XVIII secolo. Infine, per quanto numerose, le riflessioni di Marx sulla Rivoluzione del 1789 non costituiscono un corpus paragonabile alle grandi sintesi storiche scritte nel corso del XIX secolo, ad opera di storici liberali e romantici quali Guizot, Tocqueville o Michelet, l’apporto dei quali alla storiografia rivoluzionaria è considerevole. Se Marx, dunque, non può aspirare al titolo di storico della Rivoluzione francese, perché mai i ricercatori impegnati a lavorare sulla storia rivoluzionaria hanno attribuito così tanta importanza al suo pensiero? Quale genere di relazione si è stabilita tra l’analisi dello sviluppo delle società fornita da Marx e la comprensione del corso della Rivoluzione francese, e del suo significato, nella storia del mondo occidentale? Per essere più precisi: perché è stata posta, e lo è tutt’ora, la questione del marxismo presso gli storici della Rivoluzione francese (2), e assai più raramente quella – per esempio – del marxismo negli storici specialisti della Guerra dei cent’anni?

Innanzitutto, una banalità: non è in campo storico che gli scritti di Marx hanno conosciuto le loro prime ripercussioni. Infatti, prima di suscitare l’interesse degli storici e di penetrare, gradualmente, la storiografia rivoluzionaria a partire dalla fine del XIX secolo, il pensiero di Marx (3) ha inizialmente, e principalmente, occupato l’ambito filosofico, la sfera politica e il dibattito ideologico. A tal proposito, che si applichi specificamente alla rivoluzione francese, alla critica della filosofia hegeliana o all’analisi dei conflitti di classe nelle società moderne e contemporanee, il pensiero di Marx ha avuto, sin dalle sue prime formulazioni, degli avversari risoluti. Benché non siano senza rapporto, sarebbe comunque affrettato associare le riserve espresse sul marxismo dagli storici della Rivoluzione francese alle critiche lanciate a Marx dai suoi contemporanei. Queste riserve, in effetti, sono legate più alla strumentalizzazione di cui è stata oggetto l’opera di Marxiana nel XX secolo tramite la rivoluzione russa, e l’esperienza sovietica, che ai dibattiti filosofici che agitavano la sinistra intellettuale negli anni 1848-1870. Occorre ricordare che Lenin vedeva nel marxismo «una guida per l’azione rivoluzionaria», e che l’Unione Sovietica di Stalin fece delle teorie marxiste una dottrina di stato erigendola al rango di scienza? Tali circostanze spiegano naturalmente il fatto che siano state messe in dubbio delle letture della rivoluzione francese che si richiamavano ad un marxismo rigoroso, e che alcuni storici si siano interrogati circa l’opportunità di accordare al punto di vista del filosofo tedesco un’autorità scientifica incontestabile, in particolare quando si trattava di interpretare le rivoluzioni (4). Ciononostante, ultimo paradosso, pochi storici presentati come «marxisti» hanno rivendicato l’etichetta di «storici marxisti». Al contrario, da Georges Lefebvre a Michel Vovelle, passando per Albert Soboul, hanno tutti, in misura diversa, affermato la propria vicinanza ad un «metodo marxista», più che alla filosofia e alla storia elaborate da Marx e conosciute come «materialismo dialettico» (5). Si può dire che questi storici, tutti autori di contributi notevoli all’approfondimento e al rinnovamento delle nostre conoscenze storiche sulla Rivoluzione, hanno manifestato un maggiore attaccamento allo spirito dell’opera che alla lettera. Questo partito preso nei confronti di Marx va inteso come volontà di tenersi a distanza dalla vulgata marxista-leninista, così come professata nelle Repubbliche socialiste nonché nelle scuole dei partiti comunisti occidentali, rivendicando al contempo il diritto dello storico della Rivoluzione francese di ispirarsi al lavoro del filosofo servendosi delle sue teorie e concetti.

Sarebbe dunque inconcepibile parlare di una storiografia marxista della Rivoluzione francese, o di un’interpretazione marxista della Rivoluzione francese, considerata l’oggettiva differenza nel rapporto degli storici con Marx. Questi rapporti sono ovviamente funzione delle circostanze sociali e politiche del momento, e dipendendo strettamente dalla struttura stessa del campo storiografico. Esse determinano delle modalità attraverso le quali pensare la Rivoluzione con Marx, le quali vanno ricollegate allo stato della diffusione materiale dei suoi testi, nonché della loro conoscenza da parte degli storici. Se è dunque legittimo mettere in discussione il marxismo degli storici della Rivoluzione, ciò dovrebbe riguardare il carattere storico, vale a dire costantemente rinnovato e circostanziato, del rapporto tra la storiografia rivoluzionaria e Marx. Nel seguito di questo saggio, tenteremo di ritornare, in particolare, sulle principali tappe che hanno strutturato la relazione storica tra marxismo e storiografia della Rivoluzione francese. Questa storia, lunga pressapoco un secolo e mezzo, è composta di diverse fasi, a partire dall’elaborazione lenta e costantemente rinnovata di un’interpretazione del fenomeno rivoluzionario da parte di Marx stesso. Dopo aver ricostruito l’evoluzione dei punti di vista di Marx circa la Rivoluzione francese, dai suoi primi testi rivolti contro la filosofia hegeliana sino agli scritti della maturità, concentreremo la nostra attenzione sugli snodi e le mediazioni che hanno consentito l’incontro tra il marxismo e la storiografia rivoluzionaria. Richiameremo, dunque, il ruolo decisivo giocato da Jaures nello sviluppo di una lunga tradizione di studi sulla Rivoluzione francese ispirata a Marx, prima di rivolgere il nostro sguardo alle critiche di cui il «marxismo» di tale tradizione è stato oggetto.

 

Marx e la Rivoluzione francese

Che abbiano frequentato assiduamente la sua opera o che vi si siano semplicemente ispirati, gli storici della Rivoluzione francese hanno conservato la seguente interpretazione di Marx: da una parte, e classicamente, la Rivoluzione è il risultato dell’ascesa secolare di un gruppo sociale, la borghesia. Nel corso dei secoli XVII e XVIII, ha occupato un posto preponderante nelle attività economiche – proto-industria, commercio coloniale, credito e acquisto di signorie – arricchendosi sino a poter acquisire uffici e pretendere di sposare i propri figli ad una nobiltà in preda a croniche difficoltà finanziarie. Un’ascesa ostacolata dalle disuguaglianze giuridiche e dal privilegio nobiliare, ossi i due pilastri principali della società di Ancien Régime. La Rivoluzione francese è nata così dal contrasto fra la potenza economica della classe borghese e la sua esclusione dalla vita politica. Dall’altra, la rivoluzione corrisponde al momento di transizione che permette alla società francese di passare da un modo di produzione definito «feudale» a quello «capitalista». Essa è dunque apparsa come come una sorta di adeguamento, una sincronizzazione dei rapporti di produzione col livello ormai raggiunto dalle forze produttive. Detto in altri termini, l’esigenza dello sviluppo delle forze produttive frutto della spinta del capitalismo esigeva il rovesciamento di rapporti sociali caratteristici dell’Ancien Régime. La Rivoluzione ha portato a termine tale compito. Da cui la formula del Manifesto del partito comunista (1848) rimasta celebre malgrado il suo determinismo: «dovevano [le catene] essere spezzate e furono spezzate».

Questa succinta presentazione dell’interpretazione «marxista» del fenomeno rivoluzionario non è esente da schematismi. Ignora, infatti, le lunghe riflessioni sul ruolo delle idee e sullo statuto del politico che occuperanno, nonostante tutto, la mente del filosofo, in particolare gli anni della sua giovinezza. Ciò nondimeno, pone in evidenza i principali fattori sui quali Marx basa la propria comprensione del fenomeno rivoluzionario. Fattori caratteristici di una spiegazione materialista, vale a dire di una spiegazione che attribuisce la mondo oggettivo, al mondo reale, in opposizione alle idee e alle rappresentazioni, un ruolo determinante nello sviluppo storico. Già a partire dalla rivoluzione esisteva, negli scritti della borghesia rivoluzionaria, un materialismo rudimentale le cui espressioni più lucide, da parte di alcuni grandi interpreti, non sono state prive di conseguenze sul materialismo di Marx.

Come non vedere nel celebre libello dell’abate Sieyès Che cos’è il Terzo stato? una visione chiara del movimento della borghesia e una solida consapevolezza dei suoi obiettivi: «Che cos’è il Terzo stato? Tutto. Cos’è stato sino ad oggi nell’ordine politico? Niente. Cosa chiede? Di divenire qualcosa». L’osservazione vale anche per L’introduzione alla Rivoluzione francese (6) di Barnave, un testo che Jaures considerava come la prima interpretazione materialista della storia della Rivoluzione. Avocato, già deputato del Terzo stato all’Assemblea costituente, fautore di una monarchia costituzionale, Barnave propone un’interpretazione generale degli esordi della Rivoluzione. Egli dimostra che lungi dall’essere stata sovrastata da un idealismo dal quale non sarebbe stata in grado di congedarsi, la borghesia rivoluzionaria ebbe coscienza, sin dai primi istanti della Rivoluzione, del divenire economico che ne determinava la vittoria. Se i più eminenti rappresentanti della borghesia vedevano essi stessi lo sviluppo economico quale reale origine della dinamica rivoluzionaria, Marx non ha dunque inventato niente. In realtà, il suo pensiero, sempre in continuo sviluppo, è il risultato di un’evoluzione nel corso della quale il posto e l’analisi della Rivoluzione non cessano mai di essere rimessi in discussione, in seno ad una riflessione teorica che si inscrive integralmente nei problemi politici del suo tempo.

 

Il giovane Marx, critica della filosofia hegeliana dello stato

All’inizio degli anni Quaranta del XIX secolo, come tutti i «giovani hegeliani», Marx osserva l’evidente contrasto tra la sorte della Francia, la quale e riuscita nella sua Rivoluzione nel 1789, riprovandoci ancora nel 1830, e quella del popolo tedesco, incapace di fare il proprio ingresso nella modernità, paralizzato e impotente di fronte ad uno stato prussiano conservatore e il cui sovrano rifiuta qualsiasi costituzione. I giovani filosofi che deplorano «la miseria tedesca» o il «ritardo tedesco» hanno di che riflettere. Marx difende l’idea di una rivoluzione tedesca che avrebbe come obiettivo storico il superamento del precedente francese: se la Rivoluzione francese si posta come fine l’emancipazione politica, quella tedesca deve mirare all’emancipazione sociale. Per garantire una base solida a tale programma rivoluzionario, tanto filosoficamente quanto politicamente, il giovane Marx si impegna in un processo di rottura con la filosofia classica tedesca, la quale figura all’epoca come un potente pilastro dello stato prussiano. In effetti, invece di pensare la storia reale e rivolgersi all’avvenire, la tradizione filosofica – in questo caso la teoria dello stato di Hegel – è fissa sulla critica dello stato moderno così come costituito dalla Rivoluzione francese. Influenzato da Ludwig Feuerbach, già hegeliano, divenuti uno degli autori maggiormente critici nei confronti del maestro, Marx intraprende le sue riflessioni sulla Rivoluzione francese con la critica della filosofia hegeliana dello stato.

Per Hegel, la Rivoluzione francese ha fallito, in particolare, a causa della sua incapacità nel fondare uno stato moderno. Lo stato, figura principale della storia hegeliana, sede del’Idea e della politica, deve compiere ciò che la Rivoluzione francese ha tentato senza riuscirvi: la realizzazione della ragione nella storia moderna. Non si tratta di rintracciarne l’origine storica – in Hegel, per riprendere l’espressione di François Furet, «[lo stato] possiede, in rapporto agli individui che esso unisce, un’anteriorità filosofica fondamentale» (7) – bensì di definirne il concetto – lo stato monarchico razionale. In una simile concezione della storia, la società civile si trova a d essere interamente sottomessa allo stato. Al contrario, Marx insiste insiste sulla priorità della prima su ogni forma di organizzazione politica. Servendosi del concetto di «alienazione» che riprende dalla critica Feuerbachiana della religione, Marx sviluppa una critica dello stato hegeliano in cui gli individui, separati dalla società civile moderna, si alienano nella comunità immaginaria dello stato. Egli propone di restituire all’uomo il il ruolo di motore della storia: «come non è la religione che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea la religione, così non la costituzione crea il popolo, ma il popolo la costituzione. […] L’uomo non esiste a causa della legge, ma la legge a causa dell’uomo» (8). Attraverso questa inversione radicale, Marx riposiziona il processo il processo rivoluzionario al centro del divenire storico: poiché lo stato è subordinato alle condizioni reali della vita sociale – «il popolo [crea] la costituzione» – solo le rivoluzioni operanti al livello della società civile sono le levatrici della storia. Dato che l’emancipazione politica è illusoria nella misura in cui è portatrice di una nuova alienazione, Marx prefigura per la Germania una grande rivoluzione sociale, la quale assorbirà il politico nel sociale, restituirà all’uomo la sua umanità nel distruggere lo stato, figura intermediaria della sua alienazione nell’illusione politica.

Questa svolta materialista, critica del politico, critica dell’illusioni del politico, inizia con La questione ebraica (1843) e prosegue, con Engels, nella Sacra famiglia (1848). Da allora, in tutti i lavori di Marx, si afferma un nuovo tipo di materialismo, una vera e propria rottura.

 

Il materialismo storico

Nel corso del suo soggiorno parigino nel 1848, Marx approfondisce la propria conoscenza della Rivoluzione francese, leggendo in particolare la Storia parlamentare della Rivoluzione francese di Buchez e Roux. Questo nuovo materiale viene messo a profitto così da affinare la sua critica dell’idealismo storico, e sviluppare il proprio punto di vista materialista nel dibattito che lo vede impegnato sopratutto con gli hegeliani di sinistra. Per Marx, il dominio politico della borghesia non è il risultato di lotte puramente verbali, bensì il prodotto della struttura sociale. Se egli considera sempre la Rivoluzione francese come un avvenimento politico, ritiene tuttavia che le cause profonde vadano ricercate nell’evoluzione economica e sociale, ossia nello sviluppo delle forze produttive. Dunque, il suo materialismo consiste nel leggere i processi della storia politica alla luce dei loro fondamenti sociali: è il materialismo storico. Ma la scoperta della base materiale del movimento delle società, degli interessi di classe e dei conflitti di classe, implica la conoscenza delle «lotte di classe», intese non solamente nella loro effettività ma anche nella loro «necessità» riguardo al modo di produzione nel quale affondano le radici. Marx è ora pronto ad affrontare tale compito.

Cacciato da Parigi, Marx si stabilisce a Bruxelles nel 1845, partecipando al movimento rivoluzionario all’interno della Lega dei comunisti. Divenuto un vero e proprio militante, redige il Manifesto del partito comunista (1848). Il testo fa del comunismo moderno una necessità storica le cui radici vanno rintracciate nella storia e nelle lotte, lotte di classe di tipo economico, lotte politiche per il controllo sociale. Da questo testo, la vulgata trarrà un principio genetico di corrispondenza necessaria tra crescita delle «forze produttive» e «forma dei rapporti sociali di produzione», facendo della correlazione tra ascesa della borghesia, rivoluzione democratica e sviluppo del capitalismo, una regola assoluta (9). Dopo il 1848 e sopratutto tra il 1852 e il 1867, la tematica della Rivoluzione francese – se non ironicamente nel suo commento a caldo del 18 brumaio di Luigi Bonaparte – diviene rara negli scritti del filosofo. Marx si dedica pressoché esclusivamente ai suoi studi economici e, a partire dal 1864, alla fondazione e allo sviluppo dell’Associazione internazionale dei lavoratori.

Durante questo periodo di militanza, ritorna di rado sulle sue precedenti evoluzioni. dopo aver affermato la priorità della società civile sullo stato, si tratta ora di conoscere i processi economici che sottendono alla società borghese: il che è appunto l’ambizione del Capitale. Cosa rimane della Rivoluzione francese in un quadro simile, necessariamente ristretto al XIX secolo? Lo studio da parte di Marx della meccanica del capitalismo è attraversata dalla problematica delle vie di passaggio, di transizione, dalle società precapitaliste al capitalismo industriale, annuncianti la transizione al socialismo. Da questo punto di vista, la Rivoluzione francese non è mai troppo lontana, tuttavia il suo carattere deliberatamente politico – associato da Marx alla creazione dello stato moderno – la fa passare sistematicamente in secondo piano

 

Il Marx della maturità: «l’uomo del Capitale»

Il momento occupato dal Capitale rappresenta la terza fase individuabile dell’evoluzione del pensiero di Marx riguardo la Rivoluzione francese. Inoltre bisogna distinguere due periodi: il primo impiegato interamente nella stesura del libro. Marx si rivolge innanzitutto alla storia inglese, poiché è sopratutto in Inghilterra che si è sviluppato il capitalismo, e trascura più che logicamente lo spazio francese. Il secondo periodo è caratterizzato da un rinnovato interesse per la Francia, in particolare a partire dl 1869. Gli scioperi e le lotte sociali contro il Secondo impero, le quali si prolungano sino alla Comune di Parigi, conducono Marx verso una ripresa globale dell’analisi delle rivoluzioni del XIX secolo, nonché a ripensare la questione dello stato in relazione ad un movimento comunalista visto come embrione di uno stato proletario. Secondo Claude Mainfroy, Marx ed Engels sono allora divisi tra speranza e timore: speranza di riuscita del movimento operaio francese e di un conseguente rilancio di quello internazionale di trasformazione sociale, timore che i neo-giacobini se ne impadroniscano deviandolo e, infine, paura – in questo contesto turbolento il riferimento alla Rivoluzione francese viene loro subito in mente- della guerra patriottica (10): «Gli operai, scrive Marx nel settembre del 1870, non devono lasciarsi trascinare dalle memorie nazionali del 1792. […] Essi non devono ripetere il passato ma edificare l’avvenire» (11). Questo appello, che invita gli operai a fare l’esatto contrario di quanto intrapreso dai soldati della Rivoluzione, ribadisce a qual punto Marx sia un uomo del suo tempo, le cui valutazioni politiche e storiche non sono mai disgiunte delle questioni politiche del momento. Se egli nutre timori rispetto alla guerra franco-prussiana, ciò è dovuto al pericolo che rappresenta per le speranze da lui riposte nel proletariato tedesco. Da cui l’intuizione secondo la quale la Rivoluzione francese non sarebbe un modello da imitare, bensì uno stadio dell’evoluzione storica delle società che è giunto il momento di superare.

I punti di vista di Marx sulla Rivoluzione francese sono stati determinati tanto dalle sue conoscenze storiche, quanto dallo stato della sua riflessione teorica e dalla situazione delle lotte politiche. Nell’osservare la Rivoluzione francese, Marx non ha cessato di preparare la rivoluzione sociale e il risveglio del proletariato tedesco. Il messaggio di cui è portatore il Manifesto al riguardo è limpido: se la borghesia francese è pervenuta, in quanto classe, di elevarsi sino ad impadronirsi dell’apparato statale, distruggendo l’ordine sociale spazzando le ultime vestigia feudali, allora il proletariato è in grado di fare lo stesso. In definitiva, il senso profondo attribuito da Marx alla Rivoluzione francese appare, in realtà, ben poco differente da quello conferitogli dagli storici liberali dell’epoca della Restaurazione. Thiers, Guizot e Mignet, dopotutto, non vedevano forse il 1789 come una ratifica storica della lunga ascesa della borghesia? È d’altra parte tramite i loro lavori che Marx conosce la Rivoluzione. È necessario ricordare qui sino a che punto i concetti «marxisti» che conosceranno la posterità più longeva nella storiografia – la «rivoluzione borghese» e la «lotta di classe» in particolare – sono stati più o meno ripresi da Marx proprio d questi storici. Ecco cosa scrive a proposito della «lotta delle classi» nella lettera all’amico Weidemayer del 5 marzo 1852: «Per quanto mi riguarda, non a me compete il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna e la loro lotta reciproca. Molto tempo prima di me, storiografi borghesi hanno descritto lo sviluppo storico di questa lotta delle classi ed economisti borghesi la loro anatomia economica. Ciò che io ho fatto di nuovo è stato: 1) dimostrare che l’esistenza delle classi è legata puramente a determinate fasi storiche di sviluppo della produzione; 2) che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3) che questa dittatura medesima non costituisce se non il passaggio all’abolizione di tutte le classi e a una società senza classi».

Dunque, non è un’esagerazione affermare che nell’andare incontro a Marx al volgere del secolo, la storiografia della Rivoluzione francese ha raccolto l’eredità, più o meno consciamente, di un’intera porzione di interpretazione «borghese» della Rivoluzione, così come elaborata durante la restaurazione dagli storici liberali.

 

La «svolta di Jaures» nella storia della storiografia della Rivoluzione francese

Opera monumentale in quattro volumi, pubblicata a partire dal 1901, La storia socialista della Rivoluzione francese di Jean Jaures costituisce il primo tentativo di ampio respiro mirante a presentare l’irruzione rivoluzionaria da un punto di vista materialista, vale a dire prendendo in considerazione innanzitutto i fattori economici e sociali.

Con questo lavoro scientifico fondato su una vasta erudizione – frutto di tre anni passati negli Archivi nazionali e basata largamente sulla collezione della biblioteca della Camera dei deputai – Jaures fornisce un primo ribaltamento di prospettiva: la storia della Rivoluzione non si limita più ai dibatti dei club e delle assemblee, così come poteva intenderla Aulard, primo titolare della cattedra di storia della Rivoluzione francese alla Sorbona, ma deve essere anche economica e sociale. Tale impulso decisivo, accompagnato da uno sforzo scientifico di pubblicazione di fonti inedite, dà luce a una tradizione di studi fruttuosa e ad un rapporto col marxismo singolare e del tutto nuovo (14). Si è di fronte, in breve, alla convergenza di una corrente positivista, erudita e repubblicana, persino giacobina, con lo schema ispirato da Marx della «rivoluzione borghese» come avvento del capitalismo.Da questo punto di vista, Jaures introduce una rottura fondamentale. Certo, non bisogna dimenticare l’opuscolo dedicato a «gli antagonismi di classe nel 1789» pubblicato nel 1889 dal teorico della socialdemocrazia tedesca Karl Kautsky, la cui traduzione francese comparve proprio nel 1901. Il suo obiettivo dichiarato era appunto quello di proporre un’interpretazione della Rivoluzione volutamente marxista (12). Tuttavia, si può convenire sul fatto che si trattava di un marxismo assai rigido, dogmatico e che il tentativo peccava sopratutto dal lato metodologico, in specie per la mancanza di fonti primarie. In effetti, Kautsky per il suo studio non si era servito né di archivi né nuovi lavori (13). Da un punto di vista strettamente scientifico, le ricerche di Kautsy non potevano reggere il paragone con la summa elaborata da Jaures.

 

Una posizione materialista, positivista e repubblicana

L’introduzione redatta da Jaures per la Storia socialista non lascia dubbi circa le intenzioni concernenti il marxismo: «Dunque, egli scrive, la nostra interpretazione della storia sarà al contempo materialista con Marx e mistica con Michelet» (15), o ancora: «è sotto la triplice ispirazione di Marx, Michelet e Plutarco che ci accingiamo a scrivere questa modesta storia» (16). Oltre al rovesciamento di prospettiva insito nella scelta deliberata di concentrare l’investigazione storica sui fenomeni socioeconomici sino ad allora trascurati dagli storici, di mettere in luce le aspirazioni delle classi popolari e le lotte sociali legate al nascente sistema economico capitalista, il libro propone una visione della storia della Rivoluzione francese che poggia interamente sul materialismo storico, ricorrendo ampiamente a categorie e concetti tratti da Marx. Facendo affidamento sull’indice stabilito da Françoise Brunel nel 1968 in occasione della ripubblicazione in sei volumi del capolavoro di Jaures, si possono contare trentaquattro riferimenti a Marx in tutta l’opera, raccolti principalmente nel primo volume (La costituente) e nel quarto (La Rivoluzione e l’Europa). La maggior parte di questi riferimenti rimandano al Capitale. Jaures si serve di quest’opera nel quarto volume, nel quale offre un grande affresco comparativo del pensiero europeo. Inoltre, vi ricorre costantemente al fine di documentare le questioni della genesi del capitalismo industriale, della divisione del lavoro, del capitalismo mercantile e dell’accumulazione originaria del capitale, nonché dei salari e del valore.

L’influenza esercitata dall’opera di Marx sul leader socialista si rivela particolarmente nella sua comprensione generale dell’avvenimento «Rivoluzione francese», oltreché in quella della storia del capitale. Per Jaures la Rivoluzione incarna la vittoria della classe borghese, la cui ascesa ed in seguito emancipazione hanno consentito l’avvento del capitalismo. Tuttavia, se con Marx Jaures esplora il funzionamento del capitalismo, egli disapprova qualsiasi lettura deterministica e meccanicistica che potrebbe derivare da un’interpretazione rigida del materialismo storico: «che i proletari non si facciano mai cogliere dalla tentazione di contare sul solo gioco del meccanismo economico, o di sovrastimare il fatalismo dell’organizzazione delle classi». Jaures è un uomo del suo tempo, e la sua opera non può venir esaminata senza prestare la dovuta attenzione alle circostanze politiche nelle quali è stata elaborata. La Storia socialista, in effetti, si inscrive in un momento storico molto particolare, quello del consolidamento della Terza repubblica, e della costante necessità della sua difesa. Pura basandosi su Marx, Jaures non perde di vista la situazione cui il movimento socialista deve far fronte. Repubblicano convinto, non esita a far valere i benefici di quella Repubblica verso la quale Marx ed Engels non hanno mai mostrato troppa benevolenza (17): «Guardiamoci, afferma Jaures, dal credere che lo sviluppo antagonistico delle classi sia un meccanismo rigido immodificabile. Guardiamoci dal credere che sia indifferente per il proletariato che il capitalismo si sviluppi sotto un regime democratico o sotto uno oligarchico o, ancora, dispotico». Certo egli afferma, «se la Rivoluzione fosse rimasta una repubblica democratica nel corso del XIX secolo, i rapporti essenziali tra le classi e le strutture profonde della proprietà capitalista non sarebbero rimasti immutati: cionondimeno vi sarebbe stato un freno all’egoismo della borghesia, un limite allo sfruttamento degli operai».

Dal punto di vista della diffusione del marxismo e dei concetti marxisti presso gli storici francesi, lo sforzo di sintesi storica compiuto da Jaures è determinante. Integrando tali concetti ad un racconto costruito secondo gli esigenti codici del metodo storico, Jaures è riuscito a farne degli elementi costitutivi della spiegazione storica, facendo perdere loro valore dottrinale e guadagnare in scientificità.

 

Un momento di storia della disciplina storica

Sulla scorta di Jaures, l’interesse degli storici della Rivoluzione francese per la teoria marxista si spiega in base al fatto che essa fornisce un potente quadro teorico col quale apprendere i fenomeni storici nella loro totalità, permettendo di rompere con una modalità di fare storia sino ad allora ristretta all’esame degli «eventi» e dei «grandi uomini». La crescente considerazione per un certo «materialismo», vale a dire la scrittura di una storia attenta all’economia e alle evoluzioni tecniche, o per riprendere l’espressione di Georges Lefebvre, «[l’obbligo di] tener conto dei fatti economici e sociali», corrisponde ad una temporalità particolare nella storia della disciplina storica. In Francia, questa temporalità è caratterizzata dalla nascita nel 1929 di una nuova rivista storica, gli Annales d’histoire économique et sociale di Marc Bloch e Lucien Febvre, insieme alla pubblicazione dei primi lavori di Ernest Labrousse. La volontà di stabilire una linea di demarcazione rispetto alla storia tradizionale si traduce in una diffidenza rispetto agli «eventi», e nel desiderio di comprendere la storia nella sua globalità. Labrousse e Braudel, che rivendicano entrambi l’importanza capitale di Marx nella loro concezione della storia, si spendono non poco per scostarsi dai canoni della cosiddetta storia «evenemenziale». Con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile a ciò che Pierre Vilar definiva una storia «totale», essi hanno fatto ricorso ai metodi statistici proponendo di spostare il punto d’osservazione verso lo studio della lunga durata. Si può affermare che vi è una convergenza tra l’evoluzione della disciplina storica e la banalizzazione dei concetti che si trovano nel pensiero di Marx. Tuttavia, come sottolinea Claude Mazauric, a differenza di Jaures, la cui formazione all’ENS e la redazione di una tesi di dottorato in filosofia dedicata ai filosofi tedeschi aveva favorito una lettura approfondita di Marx, numerosi storici più o meno influenzati dal marxismo o ad esso interessati, non possedevano che una conoscenza sommaria del marxismo, spesso riconducevano ad un semplice «economismo». Essi concepivano il più delle volte la lotta di classe sotto forma di scontro sociale rudimentale e l’ideologia come una sorta di messa in scena politica (18).

 

La formazione di un’equipe internazionale di ricercatori attorno a Georges Lefebvre

Detto ciò, la ricomposizione dei temi della storiografia sulla Rivoluzione francese deriva anche da una congiuntura più politica e ideologica che scientifica. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il prestigio dell’URSS è ai suoi massimi. La speranza nella rivoluzione futura invita ad indagare i precedenti storici, sino ad identificare nei protagonisti del periodo studiato caratteristiche analoghe a quelle dei gruppi sociali che compongono le società contemporanee. Così lo storico Daniel Guérin ha potuto assimilare, malgrado la loro straordinaria diversità, i sanculotti dei sobborghi parigini ad un proletariato preindustriale (20). Al materialismo storico aperto ed erudito elaborato da Marx, si è sostituito talvolta un materialismo volgarizzato e dogmatico, ripetitivo, la cui applicazione meccanica ha condotto a ridurre la dinamica storica allo scontro tra gruppi sociali sullo sfondo di una congiuntura economica di media durata. Sebbene abbia consentito l’approfondimento della conoscenza delle strutture sociali della Francia dell’Ancien Régime, benché in modo insufficiente, l’analisi della Rivoluzione francese in termini di classi sociali, e dall’angolazione del passaggio dal feudalesimo al capitalismo, ha anche portato gli storici marxisti a cercare nella storia ciò che la teoria implicava di trovarvi. Inoltre, se Albert Soboul ammetteva nel 1962 nella sua Storia della rivoluzione francese: «noi non possediamo alcuna storia della borghesia francese sotto la Rivoluzione», ciò non gli impedì di rincarare nel senso di Marx, degli storici liberali e dei rivoluzionari stessi, facendo della Rivoluzione francese una «rivoluzione borghese».In tale contesto, la storia della Rivoluzione francese, storia evenemenziale nel caso, integra a proprio modo la ridefinizione degli interessi e dei problemi in seno alla disciplina storica. I suoi storici si propongono dunque di scriverne la storia «sociale». Ormai l’interesse viene rivolto alla storia di coloro che sino ad allora venivano trascurati, se non è la «moltitudine» (Mignet), è il «popolo» (Michelet), o la «plebaglia» (Taine): è la storia vista «dal basso», vista dal lato del popolino, delle masse contadine nel caso di Georges Lefebvre, di quelle urbane presso i suoi allievi, Albert Soboul, Geroges Rudé e Richard Cobb. Elevato al rango di attore della storia, interprete di un ruolo storico incontestabile, il popolo, osservato e oggetto di ricerche, nelle sue componenti strutturali, comportamentali e nelle sue auto-rappresentazioni, occupa ormai nella storiografia rivoluzionaria un posto di rilievo. Una celebre dichiarazione di Georges Lefebvre attesta l’importanza di Jaures quale punto di partenza, come primo atto di questa dinamica inedita: «[…] se si volesse indicare un mio maestro, non posso riconoscere nessun’altro al di fuori di lui» (19).

Secondo lo storico britannico Eric J. Hobsbawm, l’interpretazione classica della rivoluzione francese come rivoluzione borghese non è stata «marxistizzata» da Jaures e dai suoi successori, se non nel senso in cui costoro hanno concentrato la loro attenzione, più dei loro predecessori, sui fattori sociali ed economici. Da un punto di vista generale, Hobsbawm osserva che l’interpretazione post-jauresiana della Rivoluzione in quanto «rivoluzione borghese» è raramente andata oltre la tesi liberale – quella degli storici della Restaurazione – di un sollevamento che avrebbe semplicemente avvallato la lunga ascesa storica della borghesia. Di conseguenza, la tesi di una storiografia della Rivoluzione francese radicata per natura in un pensiero marxista duro e puro gli appare come difficilmente accettabile (21). Per la critica, specie anglosassone, che dalla metà degli anni Cinquanta inizia a denunciare la meccanica deterministica di un’interpretazione «sociale» giudicata troppo apertamente classista, non vi era dubbio su quale fosse l’origine del male: la storiografia rivoluzionaria doveva prendere le distanze dal marxismo.

 

Critiche revisioniste, critiche marxiste e ripresa della riflessione sulle categorie sociali

Le critiche alle quali gli storici della Rivoluzione francese fedeli all’interpretazione jauresiana hanno dovuto far fronte si sono concentrate, principalmente, sulla difficile questione della definizione dei gruppi sociali. In effetti, come si può considerare la Rivoluzione francese una «rivoluzione borghese», che apre la via al capitalismo, se gli storici faticano a dimostrare l’esistenza di una classe borghese cosciente di sé alla fine del XVIII secolo, così come il legame tra la borghesia rivoluzionaria e un’attività economica di tipo capitalistico?

 

Da Alfred Cobban a François Furet: il marxismo dell’interpretazione sociale della Rivoluzione francese sotto il fuoco della critica

Sulla scorta di Cobban, numerosi ricercatori anglosassoni si sono impegnati ad allargare la breccia. Nel 1967, lo storico americano Georges Taylor dimostra il predominio della ricchezza «proprietaria» e sopratutto «non capitalista» in Francia alla viglia del 1789: gli imprenditori del 1789 aspiravano innanzitutto ad acquisire terre e signorie, non a rovesciare il sistema. Rafforzando quella che diverrà la «teoria delle élite», Denise Richet, François Furet e Colin Lucas, confutano qualsiasi opposizione fondamentale di valori tra borghesia e nobiltà. Di conseguenza, le origini della Rivoluzione non vanno rintracciate nei conflitti sociali, come supponeva Marx, bensì nei problemi politici, il tutto riassunto da Georges Taylor in una formula suggestiva: «si trattò di una rivoluzione politica dalle conseguenze sociali più che di una rivoluzione sociale dalle conseguenze politiche» (24). Dunque, questi storici propugnano una ridefinizione delle determinazioni a favore dell’istanza politica.Alla metà degli anni Cinquanta, nel clima della Guerra fredda, Alfred Cobban lancia l’attacco contro quello che definisce, innanzitutto, «il mito della Rivoluzione francese» (22), poi contro quella che qualifica come interpretazione «sociale» della Rivoluzione (23). La sua critica consiste nel rifiutare un determinismo sociologico legato all’istanza economica o come portato di un insieme di valori simbolici, un determinismo che ritiene connesso all’influenza del marxismo sulla storiografia del periodo rivoluzionario. Due, in particolare, gli elementi di quest’ultima che gli paiono contestabili: da una parte la definizione della borghesia rivoluzionaria, che gli sembra assai lontana dalla borghesia capitalista della teoria marxista, dall’altra, la realtà feudale che egli ritiene ormai priva di esistenza effettiva alla viglia del 1789. Dal punto di vista della definizione pratica della categoria sociale «borghesia», Cobban non ha del tutto torto: malgrado il programma abbozzato da Labrousse nel 1955 (Congresso internazionale di scienze storiche a Roma), non si dispone ancora di una storia della borghesia rivoluzionaria. Peraltro, era evidentemente facile dimostrare che lungi dal costituire una classe di imprenditori capitalisti, la borghesia rivoluzionaria era invece composta essenzialmente da funzionari, proprietari e rentier. Le debolezze segnalata da Cobban nell’architettura dell’interpretazione «sociale» della Rivoluzione francese derivano, apparentemente, dal dominio puramente scientifico, ma questo non è altro che uno dei tanti aspetti della sfida lanciata alla storiografia rivoluzionaria. Per lo storico inglese, si tratta di combattere il marxismo su un piano più generale. Una lotta che egli conduce su tutti i fronti possibili, sino a far valere le proprie relazioni nell’ambiente accademico al fine di sbarrare ogni opportunità di carriera, sul suolo britannico, al suo allievo, il celebre storico marxista delle masse rivoluzionarie Georges Rudé, costringendolo ad un esilio forzato prima in Canada e in seguito in Australia.

La critica più radicale alla storiografia della Rivoluzione francese di ispirazione jauresiana è, tuttavia, quella lanciata da François Furet in nome dell’autonomia del politico. Prendendo di petto tutte le ipotesi classiche, propone in Penser la Révolution française (1978) di definire gli avvenimenti rivoluzionari come eventi di «natura politica e ideologica, squalificanti per definizione un’analisi causale condotta in termini di contraddizioni economiche e sociali» (25). Al fine di sostanziare la sua critica a Marx, Furet cura, in collaborazione col germanista Lucien Calvié, un’edizione dei testi del filosofo di Treviri dedicati alla rivoluzione francese (26). Un’edizione che assegna il posto d’onore agli scritti del giovane Marx. Si potrebbe pensare che non sia altro che un contraccolpo dell’althusserismo – dopo un periodo dall’estrema concentrazione degli studiosi sul Marx del Capitale, segue una fase di scoperta o riscoperta dei lavori del giovane Marx – se non fosse che nella lunga introduzione François Furet non cessa di denunciare un materialismo stretto, il primato dell’economia e quello della società civile. Nei fatti, Furet rimpiange il giovane Marx feuerbachiano che si abbandonava alla possibilità dell’autonomia dello stato tramite il concetto di alienazione. Nella sua valutazione critica dell’evoluzione intellettuale del pensatore, egli si spinge a sostenere che nel scegliere la via del materialismo storico, Marx si sia interdetto la possibilità di comprendere la Rivoluzione. Così facendo, Furet sembra ignorare l’immenso campo di ricerche abbozzato da Marx riguardo lo studio delle molteplici forme dei rapporti sociali, del movimento della produzione, degli scambi e, oltre a ciò, delle diverse forme di dominio sociale. In breve, tutti quei campi considerati fertili dagli storici sociali al fine di chiarire il famoso problema della transizione dal feudalesimo al capitalismo.

 

L’evoluzione dell’interpretazione sociale

Il vantaggio della critica, sia anglosassone che ispirata a Furet, è che essa va a svelare una pluralità di letture marxiste della Rivoluzione francese, incoraggiando gli storici a rendere maggiormente complessa quella che sarebbe potuta apparire un’applicazione troppo rigida del materialismo storico. Tale lavoro di riformulazione ha condotto, com’è noto, all’elaborazione di categorie inedite, si pensi al concetto di «mentalità». Per rispondere ai problemi posti dal trattamento della cultura e delle rappresentazioni, campi ai quali è necessario attribuire maggiore autonomia, storici di ispirazione marxiana, come Michel Vovelle e Robert Mandrou, hanno sviluppato il concetto di «mentalità», come istanza intermedia tra la «base» o struttura economica e sociale e la sovrastruttura dalla quale dipende largamente. Claude Mazauric deplora il fato che simili sforzi di concettualizzazione non abbiano potuto impedire lo sviluppo di una storiografia postulante la separazione delle due sfere, conferendo a ciascuna un’autonomia propria. Altri storici hanno suggerito la pertinenza di un marxismo rinnovato sulla base dell’approccio gramsciano. Così è possibile trovare nel tomo dell’L’histoire de la France contemporaine (1978) dedicato al periodo «1789-1799», un’analisi del giacobinismo arricchita delle nozioni di «egemonia» o di «rivoluzione passiva», nonché un tentativo di concepire la Rivoluzione francese come «rivoluzione culturale» (27).

Sul piano delle categorie sociali, come abbiamo visto uno dei punti critici principali, sono stati compiuti importanti sforzi in termini di ricerca e discussione. Lavori frutto in gran parte della riflessione di ricercatori comunisti specialisti della Rivoluzione, raccolti nel volume Aujourd’hui l’histoire pubblicato dalle Éditions Sociales nel 1974 (28). Gli elementi di maggiore novità si trovano nella tesi di Régine Robin dedicata allo studio del vocabolario dei Cahiers de doléances (29). La storica è stata la prima ad applicare la metodologia lessicografica ai testi della Rivoluzione. In tal modo ha sviluppato la categoria di «borghesia dell’Ancien Régime», con la quale sottolinea l’integrazione parziale della borghesia nell’ordine feudale, mettendo in luce al contempo il suo coinvolgimento nello sfruttamento capitalista, un ottimo esempio, dunque, di «formazione sociale di transizione». Si tratta di sforzi considerevoli, che tuttavia non riescono a mantenere gli interrogativi storiografici sulla Rivoluzione francese entro i cardini marxisti. Si assiste allora ad uno scartamento insopprimibile dell’interesse degli storici verso lo studio del politico e della cultura politica.

Il pensiero marxista ha subito in pieno il colpo della disillusione dovuta allo scacco del socialismo reale nell’Est europa. Ciò non ha impedito a alcuni marxisti di inserirsi nel percorso critico intrapreso dagli storici revisionisti, o quantomeno di trovare dei punti di convergenza con questi ultimi nella denuncia della tradizione di studi identificata come «giacobina», a loro modo di vedere eccessivamente influenzata «dal Marx del Manifesto»e non abbastanza da quello del Capitale. Per salvare Marx, questi ricercatori – alcuni dei quali attivi nella rivista Rethinking marxism – adottano una posizione singolare: secondo il loro punto di vista, Lefebvre e Soboul – i due storici su cui si sono concentrate la maggior parte delle critiche – avrebbero fatto ricorso a dei concetti marxisti, quello di «lotta di classe» in particolare, in un’accezione giudicata troppo prudente, flessibile e sfumata, e oltretutto, vero e proprio sacrilegio, troppo distante da Marx (30). Dunque, gli attacchi sferrati da Cobban e Furet contro l’interpretazione «sociale» classica sono parsi provvidenziali, nella misura in cui permettono a questi storici di far valere la propria pratica del marxismo. A detta loro, infatti, la Rivoluzione francese non ha potuto essere borghese e ancor meno capitalista, poiché i contadini del 1789 erano ancora assai lontani dall’essere «proletarizzati» completamente, vale a dire, resi esclusivamente dipendenti dal mercato per la propria sussistenza. Guidati dallo stoico americano Robert Brenner, gli animatori di questa scuola di pensiero di ispirazione althusseriana, le cui tesi sono state applicate alla Rivoluzione francese dallo storico canadese George Comninel (31), ritengono non si possa parlare di «rivoluzione borghese» per la Francia del periodo 1789-1799, questo perché l’assolutismo francese non possedeva nessuna delle caratteristiche di un’economia capitalista, e ciò nonostante i nuovi rapporti di produzione indotti dallo sviluppo dell’industria negli interstizi del sistema «feudale».

Infine, senza fare concessioni all’approccio revisionista, storici marxisti come Florence Gauthier e Guy Ikni hanno sviluppato in Francia, a fianco alla scuola marxista-giacobina, un’altra via interpretativa basata sull’idea di «economia morale», ripresa dal grande storico inglese E.P.Thompson (32). Tutti gli storici impegnati lungo tale percorso sono stati incoraggiati da Albert Soboul, che li accolse nei suoi seminari, a seguirlo il più lontano possibile. Questi ricercatori prendevano in considerazione questo progetto economico – l’economia morale – come una potenziale via d’accesso ad un possibile modernità non capitalista a seguito della Rivoluzione francese, una via che l’egemonia della borghesia e la vittoria della scuola fisiocratica hanno trasformato in un’impasse.

 

Rilanciare la riflessione sulle categorie sociali nella Rivoluzione

Dopo due o tre decenni di ritirata delle problematiche care agli storici ispirati a Marx, sotto i colpi di un movimento descritto da Michel Vovelle, nel 1995, come passaggio «dal tutto sociale al tutto politico», sembrerebbe esservi un progressivo ritorno nel dibattito storiografico di alcuni dei temi principali della storia sociale della Rivoluzione francese. L’esempio più eclatante di tale evoluzione è certamente il riapparire di alcuni noti problemi di classificazione sociale in occasione di un convegno internazionale a Lille nel gennaio 2006, convegno dedicato alle borghesie rivoluzionarie (34). Ma questo rinnovato interesse per problematiche sino a ieri denigrate si accompagna ad una ripresa delle categorie in voga nell’epoca d’oro della riflessione marxista, e in particolare quella di «rivoluzione borghese»? La risposta è senza dubbio affermativa, se sia da credito ai lavori degli storici David Garrioch (The Making of Revolutionary Paris, University of California Press, Berkeley, 2002), o a quelli di Colin Jones (The Great Nation : France from Louis XV to Napoleon 1715-99, Pinguin Press, Londra, 2002), tuttavia, ciò avviene in un’accezione nuova, più complessa, meno deterministica: non si tratta più di trovare nella società pre-rivoluzionaria ciò che verrà dopo, bensì di comprendere il processo di formazione delle categorie e delle identità sociali all’interno della dinamica rivoluzionaria stessa. Il che porta a riconoscere il ruolo di transizione svolto dalla Rivoluzione francese, non più esclusivamente in quanto meccanismo di ratificazione, ma come forza creatrice di una nuova società. A seguito della pubblicazione, nel 2003, da parte della storica americana Sarah Maza di un’opera che nega l’esistenza di una borghesia francese, dato che il discorso dei borghesi non attesta una sola parola di coscienza di classe (35), si può dire che questi storici hanno appiccato qualcosa di più di un incendio limitato.

È sicuramente troppo presto per dire se questa tendenza si tradurrà in un ritorno della storiografia al pensiero di Marx. Ciò nondimeno, come testimonia la recente sintesi fornita dallo storico canadese Henri Heller, raramente le ricerche sulla storia economica e sociale della Rivoluzione sono state così convergenti nel loro interesse per i concetti ereditati da Marx (36).

 

Conclusione

Un secolo dopo Jaures, cosa rimane delle grandi idee tratte dal pensiero di Marx dalla storiografia jauresiana della Rivoluzione francese? La prima che viene in mente è quella della Rivoluzione francese come vittoria borghese nella lotta di classe, dunque l’idea di «rivoluzione borghese». Ora, come abbiamo avuto modo di vedere proprio tale concezione, ripresa a suo modo da Marx, è presa in prestito dai liberali della Restaurazione. In seguito emerge l’idea della rivoluzione come movimento popolare. Si tratta del’idea che ha giustificato il movimento a favore della storia «dal basso» per riprendere l’espressione di Lefebvre. Tuttavia, si tratta ancora una volta di una prospettiva che non ha niente di marxista. Essa appartiene a Michelet! Quanto all’idealizzazione dell’anno II e di Robespierre, la quale caratterizza gran parte della storiografia repubblicana o giacobina, essa rinvia ai babuvisti e in particolare a Buonarrotti, di certo non a Marx . Eppure, la tradizione marxista dominante della storiografia ha scelto di allinearsi con Robespierre contro i radicali che gli si opponevano a sinistra (gli hebertisti per esempio), ossia ha optato per la tradizione giacobina invece di un’altra. Secondo Eric Hobsbawm, qui risiede uno dei paradossi più incomprensibili della storiografia marxista della Rivoluzione francese. «È davvero sorprendente, egli afferma, che i comunisti di oggi difendano Robespierre contro Hebert e Jacques Roux. Sarebbe come se i socialisti e comunisti inglesi, con tutta la loro ammirazione per i regicidi e la repubblica nel XVIII secolo, difendessero Cromwell contro i Livellatori e gli Zappatori». In effetti, osserva ancora, «gli storici marxisti, attaccati contemporaneamente alla rappresentazione della Rivoluzione in termini di rivoluzione borghese e alla repubblica giacobina, intesa come incarnazione delle sue realizzazioni più avanzate, hanno incontrato sempre grandi difficoltà nello stabilire chi incarnava esattamente la borghesia all’epoca del Comitato di salute pubblica» (37). Nel leggere le impressioni del grande storico britannico, si prospetta una nuova strada per la riflessione: per comprendere le modalità con le quali è stata pensata la Rivoluzione francese dopo un secolo, il rapporto col marxismo dei sui storici non sarebbe importante quanto quello col giacobinismo. Invece di considerare la Storia socialista della Rivoluzione francese di Jaures come il punto di partenza di una storiografia rivoluzionaria di ispirazione marxista, non si dovrebbe piuttosto parlare, sin dall’inizio, di un assoggettamento del pensiero di Marx alla storiografia giacobina? Se una simile ipotesi dovesse rivelarsi pertinente, solo svelando le fluttuazioni di questo sottile gioco di influenze tra teoria marxista e ideologia giacobina si potrebbe stimare precisamente il marxismo degli storici della Rivoluzione francese.


Note
  1. È nostra intenzione offrire un’introduzione e allo stesso tempo una visione d’insieme della problematica, ampia e complessa, costituita dalla vicenda del rapporto tra storiografia della Rivoluzione francese del XX secolo con l’opera di Marx. Non si tratta di presentare i risultati di nuove ricerche, bensì di elaborare una sintesi della questione ispirandoci ai lavori più recenti. Notiamo, a tal proposito, che il tema qui preso in considerazione è già stato oggetto di uno studio approfondito da parte di Claude Mazauric Le marxisme et l’histoire de la Révolution française – une rétrospective, seguito da, Historiographie et en-soi de la Révolution – essai d’interprétation, testo di prossima pubblicazione. Ringraziamo Claude Mazauric per averci messo a disposizione il manoscritto prima della pubblicazione.
  2. Argomento oggetto di numerosi e importanti articoli accademici, in particolare presso gli storici anglosassoni. Limitandoci ai più rilevanti: Geoffrey Ellis, « The ‘Marxist interpretation’ of the French Revolution », in The English Historical Review, vol.93, n° 367, Aprile 1978, pp. 353-76. Sanford Elwitt, «Soboul’s Marxism», Proceedings of the Consortium on Revolutionary Europe, XIII (1984), p. 316-24. Jack Amariglio, Bruce Norton, «Marxist Historians and the Question of Class in the French Revolution», History and Theory, Vol. 30, No. 1. (Feb., 1991), p. 37-55. Lawrence H. Davis, «Jean Jaures, Karl Marx And The French Revolution : Histoire Socialiste As Marxist Interpretation», Proceedings of the Consortium on Revolutionary Europe, 1995, p. 190-98.
  3. Riprendiamo la formula proposta dal filosofo Lucien Sève (Penser avec Marx aujourd’hui. I. Marx et nous, Parigi, La Dispute, 2004, 282 p.), in modo da distinguere il pensiero risultante direttamente dal lavoro di Marx dall’ulteriore uso fatto della sua opera.
  4. È necessario sottolineare, in ogni caso, che nessuna autore può essere considerato responsabile dell’utilizzo dei suoi scritti dopo la sua morte. Accusare Marx in persona e mettere all’indice intere parti della sua opera, sulla base del principio che numerosi sono stati quelli che hanno fatto ricorso ai suoi concetti o idee in modo schematico e dogmatico, è frutto evidentemente di disonestà intellettuale.
  5. La posizione di Soboul a tale riguardo nelle ultime interviste rilasciate prima della scomparsa è priva di ambiguità, (si veda Serge Cosseron e Bruno Somalvico, «Albert Soboul ([1914-1982], entretien inédit», in Cahiers Bernard Lazare, n° 119-120, 1987, p. 41-58.). Alla domanda: «Lei ha preso parte ad una scuola storica qualificata come marxista. Qual è stato il suo apporto specifico in tal senso?», la risposta di Soboul è estremamente chiara: «Innanzitutto vorrei protestare contro l’epiteto “marxista”. Non che rifiuti una simile definizione, ma non penso vi sia una storia marxista e una che no lo è. Semmai, vi è la storia tout court. E la riflessione critica a partire da un lavoro di erudizione. Citerò un aneddoto in proposito. Nel momento in cui l’Encyclopaedia Universalis è giunta al termine “rivoluzione”, i suoi edittori hanno avuto la mirabolante idea di richiedere l’interpretazione realista a Gaxotte, quella liberale a Furet e quella marxista al sottoscritto, e ad altri ancora… in tutto: cinque interpretazioni. A quest’offerta ho così risposto: “Non parteciperò a questa farsa poiché non ritengo vi siano trentasei storie, vi è una storia della Rivoluzione francese forgiatasi tramite gli storici del XX secolo. E quand’anche facessimo riferimento ad una metodologia che potrebbe essere quella marxista, non dobbiamo dimenticare che si tratta solamente di un approccio, di un aspetto del metodo storico, non di un dogma”» (p. 42-42).
  6. Antoine Barnave, Introduction à la Révolution française, testo presentato da Ferdinand Rude, Cahiers des Annales, Armand Colin, Parigi, 1971, 78 p. Scritto in prigione nel corso dell’anno 1793, il testo non fu pubblicato per la prima volta che nel 1843.
  7. François Furet, Marx et la Révolution française, Parigi, Flammarion, 1986, p. 21
  8. Karl Marx, Critica della filosofia del diritto Hegel, Opere filosofiche giovanili, edizioni Rinascita, 1950, p. 42.
  9. Nel suo saggio di prossima pubblicazione (cfr. nota 1), Claude Mazauric fa notare come gli storici della Rivoluzione francese che hanno accettato l’idea di un’interazione «borghesia/capitalismo» non hanno mai ceduto a simili semplificazioni, privilegiando anzi una storia autonoma del capitale.
  10. Si veda l’articolo di Claude Mainfroy, «Marx et la Révolution Française après 1870», in Cahiers d’histoire de l’Institut de Recherches Marxistes, n° 21, 1985.
  11. Seconde Adresse du Conseil général de l’Association Internationale des Travailleurs, 9 settembre 1870.
  12. Riguardo all’interpretazione della Rivoluzione francese di kautsky e al suo posto nella storiografia del suo tempo, si può fare riferimento al prezioso commento di Jean-Numa Ducange, «Karl Kautsky et le centenaire de la Révolution française», in Siècles, n° 23, 2006, p. 63-82.
  13. Circa i consigli di Engels che, nei suoi ultimi anni di vita, non cessa di mettere in guardia contro gli schematismi dei principianti del materialismo storico, Kautsky aggiungerà al suo testo, prima di ripubblicarlo, numerose note, in particolare riferite ai lavori degli storici russi sui contadini francesi.
  14. È a Jaures che si deve la creazione della «Commissione per la ricerca e la pubblicazione dei documenti di archivio relativi alla vita economica durante la Rivoluzione», in vita per oltre un secolo sotto il nome di «commissione Jaures», prima di essere soppressa da un ministro della cosiddetta gauche plurielle desideroso di metter fine all’eccezionalità della Rivoluzione francese. Si veda Christine Peyrard e Michel Vovelle (a cura di), Héritages de la Révolution française à la lumière de Jaurès, Aix-en-Provence, Publications de l’Université de Provence, 2002.
  15. Jean Jaurès, Histoire socialiste de la Révolution française, edizione rivista e annotata da Albert Soboul, prefazione di Ernest Labrousse, 6 volumi e indice, Parigi, Éditions sociales, 1968, vol. 1, p. 66-67.
  16. Idem, p. 68.
  17. I due, in effetti, hanno a lungo considerato la Repubblica come una diversione, «un’illusione», un sistema che a detta di Marx «non può essere scambiato la vera emancipazione operaia e umana».
  18. Claude Mazauric, Le marxisme et l’histoire de la Révolution française – Une rétrospective, texte inédit (cfr. nota 1).
  19. Georges Lefebvre, «Pro Domo», in Annales Historiques de la Révolution française, 1947, p. 189.
  20. Daniel Guérin, La lutte de classes sous la Première République, bourgeois et « bras nus », 1793-1797, Gallimard, Parigi, 1946.
  21. Eric Hobsbawm, Aux Armes, historiens. Deux siècles d’histoire de la Révolution française, Parigi, Éditions La Découverte, 2007.
  22. Alfred Cobban, The Myth of the French Revolution, Londra, University College, 1955.
  23. Alfred Cobban, The Social Interpretation of the French Revolution, Cambridge, Cambridge University Press, 1964. Sorprendentemente, la traduzione francese di questo testo è divenuta disponibile assai tardi su questo lato della Manica,. Pubblicata da un editore opportunista nel 1984, quindi in un contesto storiografico del tutto differente rispetto a quello degli anni Cinquanta, il testo di Cobban del 1964 è diventato Le sens de la Révolution française (Parigi, Julliard, 220 p., prefazione di E. Le Roy Ladurie), e la sua comparsa a pochi anni dalle celebrazioni del bicentenario lasciava supporre che le critiche rivolte all’inizio degli anni Sessanta alla storiografia classica fossero ancora d’attualità.
  24. Georges V. Taylor, «Non capitalist wealth and the origins of the French Revolution», in American Historical Review, 4, 1967.
  25. François Furet, Penser la Révolution française, Parigi, Gallimard, 1978, p. 40.
  26. François Furet, Marx et la Révolution française, op. cit.
  27. François Hincker et Claude Mazauric, « 1789-1799 », Histoire de la France contemporaine, t.1, Parigi, Éditions Sociales/LCD, 1978, 447 p. Si veda in particolare il capitolo «Transgression culturelle et orthodoxie jacobine», scritto in collaborazione con Philippe Goujard, p. 272-287.
  28. Aujourd’hui l’histoire, Parigi, Éditions sociales, 1974.
  29. Régine Robin, La société française en 1789 : Semur-en-Auxois, Parigi, Plon, 1970, 523 p.
  30. A titolo di esempio, citiamo l’articolo di due non specialisti della Rivoluzione francese, Jack Amariglio e Bruce Norton, «Marxist Historians and the Question of Class in the French Revolution», in History and theory, 1991, articolo citato.
  31. Georges Comninel, Rethinking the French Revolution : marxism and the revisionist challenge, Londra Verso, 1987, XII-225 p.
  32. Florence Gauthier e Guy-Robert Ikni, La Guerre du blé au xviiie siècle, Montreuil, Les éditions de la passion, 1988, 237 p.
  33. Per dare risalto al valore delle vie aperte da questi ricercatori, Albert Soboul ne pubblicherà una raccolta sotto la sua direzione (Albert Soboul (a cura di), Contribution à l’histoire paysanne de la Révolution française, Parigi, Éditions sociales, 1977, 407 p.), nella quale introdurrà la tesi innovativa dello storico sovietico Anatoli Ado sulla rivoluzione contadina.
  34. Jean-Pierre Jessenne (a cura di), Vers un ordre bourgeois ?Révolution française et changement social, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2007, 418 p. (Atti del colloquio di Lille III, 12-14 gennaio 2006).
  35. Sarah Maza, The Myth of the French Bourgeoisie : An Essay on Social Imaginary, 1750-1850, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2003.
  36. Henri Heller, The Bourgeois Revolution in France, 1789-1815, New York, Bergham Books, 2006, 172 p.
  37. Eric J. Hobsbawm, Aux armes, historiens !, op. cit., 2007.
Julien Louvrier, «Marx, le marxisme et les historiens de la Révolution française au XXe siècle », Cahiers d’histoire. Revue d’histoire critique [En ligne], 102 | 2007, messo in rete il 1 ottobre 2010.

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