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De Nicola e Raparelli: Il sapiente e il parassita

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Il sapiente e il parassita

Alberto De Nicola e Francesco Raparelli

Società della conoscenza tra comando e libertà

Chi ha tradito la società della conoscenza? Questo è il leit motiv che percorre buona parte dei materiali raccolti dal quarto numero di Molecole. Meglio ancora, chi ha tradito Delors?, e chi la strategia di Lisbona? Come dire, tutto sembrava filare liscio, il progetto era solido, le intenzioni altrettanto, qualcuno deve aver manomesso la macchina. Chiaramente, guardando alla triste scena italica, questa posizione sembra non solo giusta, ma imprescindibile. Berlusconi e Bossi sono l’incarnazione politica della «società dell’ignoranza», tra Bunga bunga e dito medio la loro ricetta è trasparente: distruggere la formazione, azzerare la mobilità sociale, difendere (male) la piccola e media impresa, favorire la fuga dei cervelli. Se poi pensiamo a Brunetta e Sacconi il ritornello non cambia: «cari giovani, abituatevi a fare lavori umili e manuali», ha detto a più riprese Sacconi, mentre Brunetta è l’esempio più riuscito di «anti-intellettualismo di Stato» (vedi Common, numero 0, Derive Approdi 2010). Insomma l’anomalia Italia vede nella guerra all’intelligenza – guerra che coincide fino in fondo con il controllo delle forze produttive – il suo punto d’espressione privilegiato. Una volta finita la vicenda berlusconiana, conquistato un governo migliore, si dovrebbe recuperare il tempo perduto, iniettando liquidità nella scuola e nell’università, favorendo un modello produttivo correttamente ispirato alla strategia di Lisbona.

Ma se l’anomalia italiana fosse l’esito “pecoreccio” di una difficoltà ben più profonda che attraversa il capitalismo globale? Siamo proprio sicuri che in Italia prevalga una follia anti-capitalista che passa per Arcore e per Pontida? A leggere con attenzione sociologi ed economisti liberal avvertiti questa è l’opinione prevalente. Mi riferisco, ad esempio, al libro di Irene Tinagli, la giovane ricercatrice allieva di Richard Florida, Talento da svendere. Perché in Italia il talento non riesce a prendere il volo (Einaudi 2008) o alla breve raccolta di articoli di Ignazio Visco, il vicedirettore della Banca d’Italia, dal titolo Investire in conoscenza. Per la crescita economica (Mulino 2009). In entrambi questi lavori – ma se ne potrebbero citare molti altri – emerge, pur nelle differenze, un profilo diagnostico omogeneo: in Italia non si valorizza sufficientemente il merito; solo la conoscenza garantisce crescita economica, ma la classe dirigente del bel paese è incapace di prendere sul serio questa verità. Anche sul terreno della prognosi il discorso è il medesimo: bisogna rimuovere l’anomalia, fare un investimento certo in conoscenza e innovazione, favorire le eccellenze e valorizzare il merito. Compiute queste mosse, il problema è risolto, e l’Italia potrà riprendere a navigare a gonfie vele, nonostante la crisi economica!

Ancora qualche domanda. Ma se la crisi economica che stiamo vivendo in questi anni fosse proprio il frutto delle contraddizioni del capitalismo cognitivo? Quale il legame tra la crisi della bolla finanziaria delle Dot Com (marzo 2000) e la depressione esplosa tra l’estate del 2007 e l’autunno del 2008?

Proviamo ad abbozzare qualche risposta. La strategia di Lisbona è indubbiamente il manifesto più maturo dell’economica della conoscenza in salsa progressista. Maturità politica, ma anche anagrafica: è del marzo del 2000, infatti, l’incontro del Consiglio europeo a Lisbona, incontro all’interno del quale i capi di Stato della UE si accordano attorno alle linee guida della “nuova strategia”. Ma nello stesso mese il Nasdaq comincia a crollare, un’emorragia senza fine che spinge i mercati – attraverso il sostegno integerrimo di Greenspan e della Fed, agito con la regolazione puntuale dei tassi d’interessi e del valore del dollaro – verso la definizione di una nuova convenzione speculativa: il mattone. Alla bolla delle Dot Com si sostituisce quella immobiliare, favorita da un’estensione senza precedenti del credito “coraggioso” (i cosiddetti mutui subprime) a cui si collega, sfrenata, la «leva finanziaria» dei derivati: montagne di prestiti, titoli e contratti, per far lievitare la rendita, nonostante l’impoverimento generalizzato dei consumatori, per la maggior parte precari. Sono i mesi in cui si prepara l’affermazione del «leghista texano» (come cantavano i Pearl Jam), mentre esplode il movimento alterglobalista di Seattle. Coincidenze? No, a nostro avviso non si tratta di coincidenze, ma di un processo profondo, lungo il quale si affermano le condizioni della nuova depressione che stiamo vivendo oggi. Nel marzo del 2000 l’Europa tenta di “provincializzare” una trasformazione che aveva vissuto i suoi fasti durante gli anni Novanta, nell’euforia del clintonismo e della New Economy. Una traduzione tardiva, utopica, che non fa i conti con quanto i mercati finanziari avevano già rilevato: la contraddizione tra carattere sociale e cooperativo della forza lavoro e rapporti di produzione, all’interno del capitalismo cognitivo, si fa esplosiva!

Cosa indica, infatti, la finanza all’interno della nuova scena produttiva? Invece di essere, come da tradizione, punto di arrivo del ciclo economico, la finanza si trasforma in «accumulazione originaria», violenta perimetrazione proprietaria che ha per oggetto la qualità rinnovata della cooperazione produttiva e suoi utensili: il linguaggio, il cervello, gli affetti. Quanto più il lavoro è innervato dai saperi e dalle relazioni, tanto più cresce a dismisura la produttività e, con essa, le eccedenze di plusvalore che alimentano i mercati finanziari (si veda di C. Marazzi, Finanza Bruciata, Edizioni Casagrande 2009). La finanza, giunta ad un punto di sviluppo così alto, ridisegna completamente la governance delle imprese e tiene in ostaggio gli Stati sovrani: entrambi reperiscono risorse sul mercato, entrambi diventano variabile dipendente della logica finanziaria. Con il capitalismo cognitivo, inoltre, assistiamo ad una collasso del rapporto organico di capitale (si veda di M. Hardt e A. Negri Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli 2010): lo strumento viene incorporato dai soggetti, così come il rischio d’impresa, il tutto favorito dall’innalzamento dei livelli di scolarizzazione e dalla diffusione delle tecnologie informatiche. La valorizzazione capitalistica, in questo senso, diviene parassitaria, cattura a valle (attraverso la finanza e la nuova regolamentazione proprietaria, si pensi al copyright o ai brevetti) ciò che a monte si autorganizza (cooperazione sociale diffusa, lavoro cognitivo, affettivo). Questa rottura del rapporto organico, questa indipendenza della forza lavoro è ciò che demolisce sul nascere l’euforia progressista della knowledge society.

Come leggere altrimenti il processo di precarizzazione del lavoro e di dismissione dell’università pubblica? Due parole, un unico, inesorabile, fenomeno. Se non teniamo in conto il rapporto di sfruttamento all’interno del capitalismo cognitivo, rischiamo di ritenere irrazionali o immorali (dal punto di vista di un capitalismo buono o utopico) i tagli di Tremonti e l’austerity di Merkel e Sarko. Rischiamo di non capire perché Obama non ce la fa, la disoccupazione americana cresce, mentre i top manager continuano a speculare senza freni.

Oggi società della conoscenza significa esodo dal modello di sviluppo capitalistico, questo ci dicono i movimenti universitari e studenteschi di tutto il mondo! Un esodo in cui riforma significa già rottura, transizione verso un altro mondo.

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Marx e la fondazione macro-monetaria della microeconomia*

Riccardo Bellofiore

In molti dei suoi scritti recenti, Fred Moseley ha sottolineato che la teoria di Marx deve essere interpretata secondo un approccio tanto «macro» quanto «monetario», e che su di esso poggia la determinazione dei prezzi di produzione[1]. Moseley riconosce che anche altri interpreti hanno proposto una lettura «macro-monetaria» della teoria marxiana. Piuttosto che aprire un dialogo con queste altre prospettive interpretative, Moseley si è accontentato di sviluppare la propria. Un confronto aperto e una critica rigorosa sono perciò opportuni per individuare similitudini e differenze tra le varie posizioni.

Non posso che essere d'accordo con l'idea secondo cui l'originalità di Marx risiederebbe in quella che ho altrove definito come una vera e propria «teoria monetaria del valore-lavoro» e nella sua prospettiva «macro-sociale»: due elementi che caratterizzano la mia lettura di questo autore fin dagli anni ottanta. Tali affermazioni devono essere tuttavia vagliate attentamente, poiché non è per niente ovvio che il primo libro del Capitale di Marx possa essere letto alla maniera di Moseley, sia per quanto riguarda il versante «macro» che per quel che riguarda il versante «monetario». Una prima ragione sta nel fatto che, con poche eccezioni, il collegamento fondamentale tra il denaro e il valore ha soltanto recentemente catalizzato l'attenzione degli studiosi di Marx, ed è ancora oggi uno dei punti più controversi di tutta l'economia marxiana.
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