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Emiliano Brancaccio: Per una critica del "liberoscambismo" di sinistra

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Per una critica del "liberoscambismo" di sinistra

di Emiliano Brancaccio

La straordinaria prova di resistenza degli operai FIAT va sostenuta con iniziative politiche. Occorre incunearsi nello scontro interno agli assetti del capitale, tra liberoscambisti e protezionisti. Se non si mette in discussione l’indiscriminata apertura globale dei mercati, se non si pongono argini alle fughe di capitale e alle delocalizzazioni industriali, la “guerra mondiale tra lavoratori” proseguirà indisturbata e ben difficilmente verranno a crearsi le condizioni per un rilancio del movimento operaio, nazionale e internazionale.

Le straordinarie prove di resistenza operaia in occasione dei referendum di Pomigliano e di Mirafiori hanno determinato una inattesa battuta d’arresto per Marchionne e per coloro i quali stanno scommettendo sulla cancellazione definitiva degli ultimi scampoli di movimento operaio esistenti nel nostro paese. Per il futuro tuttavia non c’è da illudersi. Nel tempo della crisi e in condizioni di piena apertura dei mercati e di libera circolazione dei capitali, le pressioni sui lavoratori sono destinate ad aumentare. Pensare quindi di respingere gli attacchi prossimi venturi affidandosi ancora una volta al solo coraggio operaio e alle connesse iniziative sindacali, è del tutto illusorio.

Il punto da comprendere è che più intensamente di altri fattori la globalizzazione dei mercati sta abbattendo la forza rivendicativa, politica e sindacale, dei lavoratori. Numerosi studi del Fondo Monetario Internazionale, dell’OCSE, della Commissione Europea, segnalano da tempo l’esistenza di una correlazione tra l’apertura dei vari paesi ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di persone, e il corrispondente declino degli indici di protezione dei lavoratori, della quota salari sul reddito nazionale e dei livelli di protezione sociale. I dati segnalano che la globalizzazione dei mercati indebolisce i lavoratori in tutte le fasi del ciclo capitalistico, sia nel boom che nella recessione. Tuttavia, quando si attraversa una crisi, la piena apertura dei mercati può condurre a una vera capitolazione delle rappresentanze del lavoro e a un conseguente, precipitoso declino delle tutele normative e sindacali e della quota di prodotto sociale destinato ai lavoratori.

Queste statistiche non fanno che confermare quel che già si evince dalla cronaca quotidiana. Il caso FIAT è emblematico in tal senso. In tutti questi mesi Marchionne ha insistito sul fatto che può ottenere a Detroit o in Serbia un valore del prodotto per ora di lavoro decisamente maggiore rispetto ai più modesti rendimenti degli impianti di Pomigliano o di Mirafiori (il differenziale, si badi, è reale: esso non dipende dal grado di utilizzo della capacità ma al contrario lo determina). Per questo motivo egli si è detto pronto a spostare le unità produttive all’estero a meno che in Italia non si affermi un nuovo modello di relazioni industriali, fondato sul recesso dai contratti nazionali, sulla eliminazione delle ultime sacche di resistenza sindacale e sulla conseguente possibilità di imprimere un’accelerazione al prodotto per unità di lavoro. Naturalmente Marchionne non è il solo ad adottare questa strategia. La minaccia continua delle delocalizzazioni è un elemento costitutivo dell’attuale regime di accumulazione del capitale. Essa non a caso scuote le relazioni industriali in moltissimi paesi. La libertà di spostamento dei capitali oltretutto non agisce solo sui salari diretti o sulle condizioni di lavoro, ma anche sul welfare. Basti pensare agli effetti dell’apertura dei mercati sulla concorrenza fiscale tra paesi, e sulla conseguente crisi di finanziamento dello stato sociale. Questo tipo di concorrenza non viene praticata dai soli paradisi fiscali. Molti paesi ricchi la sostengono apertamente: per evitare le fughe di capitale all’estero si elargiscono sussidi alle imprese e sgravi ai possessori di ingenti ricchezze, e si recupera poi tramite i consueti tagli agli investimenti pubblici e alla spesa sociale.

I dati ci dicono insomma che siamo al cospetto di un dumping salariale e fiscale senza limiti, che da tempo alimenta una guerra mondiale tra lavoratori e che ha trovato nella crisi uno spaventoso fattore di accelerazione. E’ bene chiarire che si tratta di un dumping trasversale, che mette in competizione gli stessi paesi avanzati tra loro e che non può essere sintetizzato nella sola corsa al ribasso tra lavoratori dei paesi ricchi e lavoratori dei paesi poveri. Il caso tedesco è in questo senso emblematico. La minaccia di trasferire interi spezzoni di produzione all’estero ha contribuito a rendere la Germania un motore del dumping salariale europeo, con un divario tra produttività del lavoro e retribuzioni tra i più alti del mondo. Ma anche dagli Stati Uniti emergono oggi chiari segnali di compressione salariale e di eliminazione delle già risibili tutele del lavoro esistenti. Basti ricordare che i sussidi del governo federale americano e l’abbattimento del costo del lavoro in Chrysler hanno fortemente contribuito allo spostamento dell’asse strategico di FIAT verso gli Stati Uniti. Tutto ciò sta ad indicare che il dumping salariale e fiscale può partire anche dai paesi più avanzati del mondo.

Di fronte a tali evidenze è curioso che soltanto il movimento di Seattle, pur tra mille contraddizioni e ingenuità, si sia posto in questi anni il problema di trarre un abbozzo di critica della globalizzazione. Al contrario tra gli eredi della tradizione del movimento operaio sembra prevalere da tempo una sorta di liberoscambismo acritico, talvolta addirittura apologetico. Dopo il crollo dell’URSS questa posizione ha caratterizzato in Europa soprattutto i socialisti, ma ha pure interessato frange della sinistra alternativa, delle aree di movimento e degli stessi partiti comunisti (in Italia la svolta liberoscambista avvenne anche prima, probabilmente in concomitanza con le conclusioni di Napolitano al convegno sul protezionismo ospitato nel 1976 da Rinascita). Le cause di questa sudditanza verso il dogma liberista della totale apertura dei mercati sono tante, di ordine sia teorico che pratico: da una lettura ingenua del Marx del 1848 alla incapacità di sottrarsi a un compromesso sempre più al ribasso con quel capitalismo finanziario che in questi anni ha più tenacemente sostenuto il paradigma del libero scambio. Non ho qui lo spazio per approfondire le determinanti di un simile orientamento. Mi limito a evidenziarne le conseguenze: oggigiorno troviamo esponenti della sinistra, persino della sinistra cosiddetta “radicale”, che in maniera ormai istintiva, preanalitica, etichettano il protezionismo e persino il controllo dei movimenti di capitale come politiche “nazionaliste”, “reazionarie” e “di destra”. Questi “comunisti liberoscambisti”, come talvolta provocatoriamente li ho definiti, alimentano un equivoco colossale che stiamo pagando carissimo, poiché esso ci sta impedendo di delineare un autonomo punto di vista del lavoro nello scontro interno agli assetti del capitale, tra fautori del protezionismo e difensori del libero scambio. Eppure si tratta di uno scontro che è pienamente in corso e che sta cambiando i meccanismi dell’accumulazione capitalistica, come dimostrano i numeri: uno studio della Commissione Europea ha contato ben 332 nuove misure protezionistiche intraprese negli ultimi due anni un po’ in tutto il mondo tranne che in Europa, guarda caso! Questo conflitto durerà a lungo ed è destinato a mutare gli assetti della divisione internazionale del lavoro. Di ciò si sono accorti un po’ tutti: i movimenti neo-nazionalisti, così come le leghe. Al contrario i socialisti e i comunisti, e più in generale gli eredi delle tradizionali rappresentanze politiche e sindacali del lavoro, appaiono su questo tema silenti, estraniati dal dibattito. Basti notare, a questo riguardo, che mentre le destre prosperano da anni sulla spregiudicata disponibilità ad “arrestare gli immigrati”, mai nessuna voce a sinistra si è levata per proporre di “arrestare i capitali”, vale a dire per riprendere e aggiornare la politica di controllo dei movimenti internazionali di capitale largamente praticata nel corso del Novecento. Ma è forse ancora una volta la vicenda FIAT che appare più sintomatica della crisi delle sinistre al cospetto della globalizzazione. Alcuni intellettuali e politici hanno etichettato Marchionne come “cattivo manager”, che investe poco e punta solo ad abbattere il costo del lavoro. C’è del vero in queste accuse, ma bisogna rendersi conto che esse risultano del tutto insufficienti e per molti versi superficiali. In un certo senso potremmo considerarle simmetriche all’affrettato elogio del “capitalista buono” che gli veniva rivolto non moltissimo tempo fa. La verità è che Marchionne non è né buono né cattivo: egli è solo una equazione, è una mera funzione del meccanismo di riproduzione del capitale. Finché gli sarà concesso, egli minaccerà sempre di effettuare investimenti lì dove le opportunità di sfruttamento del lavoro e i relativi profitti sono maggiori. Anzi, data la storica posizione di debolezza della FIAT nel risiko in atto da tempo all’interno del settore automobilistico, non c’è da meravigliarsi se la strategia di Marchionne sia così rozza e si scarichi in modo così brutale sulle condizioni dei lavoratori.

Il problema quindi non può risolversi semplicemente giudicando il manager, ma va posto in termini politici. Nel luglio 2010, quando Marchionne ha fatto della minaccia di delocalizzazione la sua arma “di ultima istanza” nel confronto che si accingeva ad aprire con il sindacato, Berlusconi lo ha repentinamente appoggiato sostenendo che «in una libera economia e in un libero Stato, un gruppo industriale è libero di collocare dove è più conveniente la propria produzione». E in prossimità del referendum di Mirafiori, Berlusconi ha aggiunto che se Marchionne non avesse ottenuto dai lavoratori la flessibilità che chiedeva, la FIAT avrebbe fatto bene a spostarsi in altri paesi. Ebbene, è sintomatico di una profonda debolezza strategica che in tanti abbiano manifestato indignazione e sconcerto per le parole del Premier ma nessuna forza politica abbia indicato una chiara alternativa alla sua netta presa di posizione. Nessuno, per esempio, ha affermato che “un gruppo industriale NON deve più esser lasciato libero di collocare dove è più conveniente la propria produzione”.

Tra l’altro, la questione dell’apertura dei mercati non attiene solo ai movimenti di capitale fisico e alla connessa localizzazione degli impianti industriali. Il problema è di ordine generale, e quindi riguarda tutti i tipi di movimenti di capitale, a partire da quelli finanziari. Questi, come è noto, hanno prodotto in varie circostanze veri e propri stravolgimenti nei rapporti di forza interni ai paesi che li subivano. L’Italia, in particolare, è stata più volte bersaglio delle fughe di capitale e in futuro rischia di esserlo nuovamente. Mi permetto a questo proposito di rivolgere una sommessa domanda a Bersani, Vendola, Diliberto, Ferrero, Camusso, Landini, e agli altri leader eredi più o meno diretti della tradizione del movimento operaio: se nei prossimi mesi dovesse partire un attacco speculativo contro i titoli italiani, quale sarebbe la proposta politica delle forze di sinistra? Si adeguerebbero alla prassi finora prevalente in Europa, basata su strette di bilancio, abbattimento ulteriore dei salari e dei diritti e massicce privatizzazioni in cambio di liquidità a breve? Accetterebbero in altri termini di subire passivamente gli effetti di una versione ancor più feroce della crisi valutaria del 1992?

O sarebbero piuttosto in grado di evidenziare che l’assetto rigidamente liberoscambista della Unione monetaria europea è palesemente insostenibile, e che dunque non si può restare al suo interno senza un profondo mutamento del medesimo? Spero che a questo interrogativo non si debba mai rispondere. Ma semmai venisse il tempo, sarebbe bene non trovarsi impreparati.

E’ possibile individuare una proposta che consenta di elaborare un autonomo punto di vista del lavoro nello scontro interno agli assetti del capitale, tra liberoscambisti e protezionisti? E’ ancora possibile colmare l’enorme ritardo delle sinistre di fronte alla possibilità di incunearsi nella crisi dei rapporti intercapitalistici globali? La Storia ci insegna che varie opzioni sono state praticate in passato e possono essere in ogni momento riprese, aggiornate e sviluppate nella direzione di una esplicita tutela degli interessi del lavoro: si possono elevare argini contro le fughe speculative di capitale e le delocalizzazioni industriali e si possono vincolare i movimenti internazionali di capitali e di merci al fatto che i vari paesi rispettino un comune “standard del lavoro”. Ma prima di approfondire le questioni tecniche occorre che maturi una consapevolezza politica: se non si sottopone a critica il “liberoscambismo di sinistra” di questi anni, se non si mette in discussione l’indiscriminata apertura globale dei mercati, la “guerra mondiale tra lavoratori” proseguirà indisturbata e ben difficilmente verranno a crearsi le condizioni per un rilancio del movimento operaio, nazionale e internazionale.

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La libertà operaista

di Gigi Roggero

"Guardi, ha sbagliato piano", rispondeva all'inizio degli anni '90 Romano Alquati a una studentessa di sinistra che voleva fare una tesi sugli operai. "Qua siamo a scienze politiche. Se vuole fare una tesi sugli operai dovrebbe andare al secondo piano. Archeologia". Proprio come la "rude razza pagana", Romano non aveva dei e rifiutava i miti. Il culto del passato, poi, è una cosa davvero miserabile. Quando era arrivato a Torino, nel 1960, dopo essere cresciuto a Cremona e aver vissuto a Milano nella comune di via Sirtori (vera e propria fucina culturale e intellettuale degli anni cinquanta e sessanta, luogo di incontro di fenomenologia e marxismo, crocevia internazionale di rivoluzionari e filosofi), Romano - così come quella generazione politicamente e umanamente eccezionale che darà vita all'operaismo - non era alla ricerca di un soggetto disincarnato e metafisico, eroico custode dell'interesse generale. "C'è stato e c'è ancora fra l'altro l'operaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), l'operaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai come una ‘quota debole' della popolazione, e quindi bisognosa d'aiuto; questi operaisti amavano gli operai, l'operaità stessa. Gli operaisti ‘politici' al contrario s'interessavano ai proletari operai perché, contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza".

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