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Guglielmo Forges Davanzati: L’atto di fede dei seguaci dell’austerity

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L’atto di fede dei seguaci dell’austerity

di Guglielmo Forges Davanzati

I principali governi dei Paesi Ocse stanno cercando di uscire dalla crisi riducendo la tutela dei diritti dei lavoratori e le garanzie offerte dallo Stato sociale. Si stratta di soluzioni illusorie: la fiducia nella loro efficacia non è molto lontana da un atto di fede.

Nessun Istituto di ricerca internazionale dispone, al momento, di una previsione ragionevolmente accettabile in ordine ai tempi di fuoriuscita dalla crisi, e le prescrizioni di politica economica sono estremamente discordanti. La linea attualmente prevalente si sostanzia nella riduzione dell’intervento pubblico in economia, e, in particolare, nella riduzione del debito pubblico.

La motivazione ufficiale a sostegno di questa opzione è la seguente. Livelli ‘eccessivi’ di indebitamento in rapporto al PIL possono generare ‘attacchi speculativi’, che, a loro volta, possono determinare il fallimento dei Paesi più esposti alla speculazione perché più indebitati. Questa interpretazione è suscettibile di un duplice rilievo critico.

Primo: la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce l’occupazione, contribuisce a frenare la crescita economica. In tal senso, e soprattutto quando gli investimenti privati non aumentano (come, di norma, accade in periodi di crisi), un minore intervento pubblico in economia si associa a una minore crescita economica. In più, se queste misure sono pensate per ridurre l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, si rivelano controproducenti, dal momento che – riducendosi l’occupazione – si riduce la base imponibile, dunque il gettito fiscale, accrescendo quel rapporto.

A ciò si può aggiungere che la riduzione del PIL può accrescere il rapporto debito/PIL, per il mero fatto contabile che si riduce il denominatore. In più, negli anni precedenti la crisi, l’obiettivo della riduzione dell’indebitamento pubblico veniva prevalentemente motivato con un argomento che attiene all’equità intergenerazionale: non è eticamente ammissibile – si sosteneva – far pagare ai nostri discendenti (in termini di maggiori imposte) le spese effettuate oggi. Si trattava di una motivazione suscettibile di una critica di fondo, dal momento che nessuno oggi è in grado di prevedere chi, perché e quando procederà a mettere i conti pubblici ‘in ordine’, con maggiore tassazione.

Oggi, in regime di crisi e con il rischio della deflagrazione dell’area euro, la motivazione ufficiale a sostegno della manovra cambia segno. Non si tratta più di un problema etico, ma di un problema che attiene alla necessità di scongiurare attacchi speculativi a danno del Paese. E ciò è necessario anche a costo di determinare un impoverimento crescente del Paese. Quelli che vengono definiti attacchi speculativi sono situazioni nelle quali un gran numero di investitori si muove di concerto vendendo titoli del debito pubblico di un Paese. A ciò fa seguito la riduzione del valore di quei titoli e la necessità di collocarli sul mercato con tassi di interesse più alti.

In una condizione di questo tipo, il singolo Stato si trova nella difficile condizione di dover pagare interessi crescenti per finanziare le proprie spese, fino ad arrivare a un limite oltre il quale occorre dichiarare fallimento, ovvero dichiarare di non essere più in grado di ripagare i debiti contratti. In relazione a questo fenomeno, può porsi un interrogativo di fondo. Dal momento che nessuno sa cosa esattamente muove gli speculatori, è giustificabile impoverire il Paese per scongiurare ciò che non si sa se avverrà, e – se avverrà – non si sa perché?

Non è necessariamente vero, infatti, che gli attacchi speculativi vengono effettuati solo a danno di Paesi con elevato debito pubblico. Si possono considerare, a riguardo, due casi. Il primo: l’attacco speculativo alla Grecia – nella primavera scorsa – è avvenuto in un contesto nel quale il rapporto debito/PIL in quel Paese superava di soli 2 punti percentuali quello italiano. Il secondo: la crisi del 2001 in Argentina è scoppiata quando il debito pubblico aveva raggiunto appena il 63% del reddito nazionale.

Al fondo della motivazione ufficiale si può leggere un diverso obiettivo. Il modello di sviluppo che si è determinato nel corso dell’ultimo ventennio è stato concepito sulla base della convinzione che il depotenziamento del sistema di welfare avrebbe consentito alle imprese di ottenere maggiori profitti (associati a minori salari diretti e indiretti) e, dunque, a un maggior tasso di crescita, generato dal reinvestimento dei profitti stessi. E’ opportuno chiarire che questo modello presuppone l’esistenza di una duplice precondizione:

a) I profitti accumulati dalle imprese devono essere reinvestiti in attività produttive e non usati a fini speculativi. Diversamente, viene meno il meccanismo dell’”accumulazione per l’accumulazione” che è a fondamento della riproduzione capitalistica e ci si muove in un regime di ‘finanziarizzazione’, ovvero di acquisizione di profitti mediante scambio di denaro contro denaro. Il che è precisamente quanto è accaduto. I profitti delle imprese finanziarie sono aumentati da circa il 10% dei profitti complessivi al netto delle imposte, nel 1980, a oltre il 40% del 2007.

b) Il reinvestimento dei profitti può generare crescita economica a condizione che vi sia crescita della produttività (o almeno non una sua riduzione). Su quest’ultimo aspetto, le rilevazioni disponibili segnalano che, in tutti i Paesi OCSE, il tasso di crescita della produttività del lavoro è stato significativamente più alto negli anni settanta rispetto al ventennio successivo. Sia sufficiente ricordare che, su fonte OCSE, l’Italia ha registrato la più elevata dinamica della produttività del lavoro nel 1976 (+6%, a fronte del –1.5% del 2009) e che la più elevata dinamica della produttività del lavoro negli Stati Uniti si è avuta nel 1971 (3.9%).

In altri termini, i Paesi industrializzati hanno sperimentato la più alta crescita economica nei periodi nei quali è stata maggiore la spesa pubblica ed è stato maggiore il potere contrattuale dei lavoratori. E tuttavia, a fronte di questa evidenza, i principali Governi dei Paesi OCSE (Italia inclusa) perseverano nel cercare di fuoriuscire dalla crisi con politiche economiche che segnano un ulteriore passo indietro rispetto alla tutela dei diritti dei lavoratori e delle garanzie offerte dallo Stato sociale. Sperare di far ripartire la crescita economica mediante riduzioni della spesa pubblica in regime di crisi significa, in fondo, non essere molto lontani da un atto di fede.

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Gianfranco La Grassa


PARTE PRIMA

Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria

1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.

Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.

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