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Sulla crisi del neoliberismo

Bibliocaffè Letterario – Roma – Quaderno III

Alessandro Baccarin – Paolo Vernaglione Berardi

wolf 300x200Capitale umano, risorse umane, capitale sociale, capitale naturale, ottimizzazione, imprenditore di sè, modello di business. Sono questi i termini che oggi identificano la forma neoliberale che il capitalismo ha assunto. Sono termini espliciti che rimandano a realtà opache e tutt’altro che definite. Sono parole entrate entrate nell’uso comune corrente di economisti e analisti politici, sociologi del lavoro, teorici e critici del capitalismo, – termini che sono impiegati per descrivere la crisi del regime economico imperante a partire dei primi anni Ottanta dello scorso ‘900.

Queste parole sono parte di un lessico economico-politico centrato sulla cosiddetta “forma d’impresa”, cioè su quell’insieme di pratiche economiche, burocratiche e finanziarie di valorizzazione, accumulazione e sfruttamento privato delle risorse in atto nella quasi totalità dei paesi.

Si tratta dunque di un lessico che distingue una civiltà, che anima processi di “civilizzazione” e di democratizzazione, processi che sono resi possibili dal progressivo scardinamento dello stato sociale novecentesco, dalla distruzione dei servizi sanitario e dell’istruzione, dell’assistenza e della previdenza per mezzo di estese e pervasive privatizzazioni.

Nella recente storia economica mondiale i processi che hanno investito la cosiddetta sfera pubblica trovano ragione nella liberalizzazione dei mercati, nella dismissione del controllo statale del patrimonio pubblico, nella rottura del patto tra capitale e lavoro che aveva consentito la legislazione sociale e l’estensione delle garanzie ottenute in Europa dalla classe operaia negli scorsi anni ’60 e ’70

Gli effetti, nel corso di più di quarant’anni, delle politiche neoliberali, accompagnate dalle retoriche dell’innovazione e della modernizzazione, sono stati: delocalizzazioni, dismissioni e subappalti, appropriazione dei servizi pubblici, delle utilità e delle infrastrutture sociali; rapina di beni e risorse; valorizzazione forsennata, in nome della libertà d’impresa, di quella che era chiamata “sfera privata”: La catastrofe ecologica e l’approfondirsi di discriminazioni sociali e di reddito per accumulo di rendita segnano gli inizi di questo secolo con la rapida e dirompente trasformazione dell’economia cosiddetta reale in economia finanziaria; la digitalizzazione del lavoro e lo sfruttamento di abilità (skills), capacità, attitudini, percezioni e sensazioni, costituiscono la principale forma di subordinazione.

Il dato più appariscente ma anche più difficile da indagare  della crisi del regime di mondializzazione dei mercati è l’inscalfibile fede nel modello neoliberista, fede resa incrollabile  dagli algoritmi introdotti nella programmazione economica e nelle scommesse della finanza. Si tratta di un modello di descrizione della società la cui fiducia è imposta in maniera totalitaria nella forma imprenditoriale dell’accesso e dell’accumulo di libertà e di ricchezza.

Il profilo del neoliberismo, indagato in questi anni dalla filosofia politica e del diritto, da economisti riformisti e radicali, emerge a partire dalla crisi dei mutui subprime del 2007-2008 e dalla crisi del debito del 2011 come l’insieme delle pratiche di governo delle vite che, a differenza dei cicli economici precedenti, pur segnati da crisi intense e durature, investe direttamente la soggettività degli individui in quel dispositivo di disciplinamento che è stato indicato come bio-economia.

Agli inizi degli anni 2000 l’economista Giovanni Arrighi tracciava una storia dei cicli economici in occidente che mostrava come il futuro di un’epoca nuova è una scena di crisi. Il secolo degli stati-nazione è il secolo dell’economia in cui la civiltà del capitalismo mondiale con le banche e la finanza connette e dismette le epoche imperiali. Il ciclo estensivo genovese che chiude l’era delle città-stato costrette ad esternalizzare protezione, produzione, transazioni e riproduzione, non regge l’aumento della concorrenza, lasciando i costi di protezione alla Amsterdam oceanica che inizia un ciclo intensivo. Alla potenza olandese il dominio britannico opporrà la conquista effettiva di mari e terre e il ciclo del capitale ritorna estensivo, fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti internalizzano tutti i costi tranne quelli di riproduzione. Le cosiddette “transizioni egemoniche” avviano le crisi storiche del capitalismo che sviluppano nuovi modelli egemonici.

Filosofi ed economisti di tendenza post-operaista, in Spagna, in Italia e negli Stati Uniti, a partire dagli scorsi anni Novanta hanno indagato lucidamente le trasformazioni del capitale e hanno evidenziato come il modello neoliberale in vigore dalla fine degli anni ’70 è stata la risposta elaborata dal capitalismo alle lotte operaie, studentesche, sottoproletarie, post-coloniali e femministe degli scorsi anni ’60[1].

E hanno definito l’insieme dei conflitti di quegli anni come il momento più alto e più radicale di contestazione delle ristrutturazioni “selvagge” che il capitalismo attuava dal 1945. La natura dei conflitti riguardava il lavoro e il regime della subordinazione, che nuovi soggetti sociali non rappresentati scatenavano con il rifiuto del lavoro, il rifiuto del feticcio del lavoro oggetto di contrattazione, promesso ed esaltato dalle rappresentanze sindacali.

L’emergere di un nuovo soggetto sociale che rifiuta l’etica del lavoro e la legge del valore-lavoro scoperta da Marx alla base del profitto, propone una nuova lettura critica delle ristrutturazioni che il capitalismo andava attuando; una interpretazione di Marx in cui si riconosceva un soggetto, il soggetto operaio, il soggetto studentesco e sottoproletario, invisibile prima, disoccupato poi, precario oggi.

Si trattava di leggere i concetti di forza-lavoro e di intelletto generale per contestare il lavoro e mostrare come il conflitto tra capitale e lavoro era all’ordine del giorno a partire da un sapere del soggetto del lavoro, della forza-lavoro come soggetto, e di una scienza operaia come soggetto.

Ora, questo insieme di nuovi soggetti che hanno praticato forme di conflitto, che hanno costruito momenti di autorganizzazione, hanno subito la decomposizione da parte di una forza più estesa, cioè di quell’insieme di pratiche di dominazione e di controllo in cui consiste la cattura della vita, e in cui consistono i dispositivi di regolazione e di normazione al cuore dell’economia neoliberale.

Da soggetto insieme economico e politico l’intelligenza collettiva agli inizi degli anni 2000 si è dispersa in processi regionali e locali, nelle istanze di conflitto territoriale di difesa di luoghi e spazi sociali che ne hanno distribuito le forze ma ne hanno dissolto le possibilità di intervento economico-politico.

Per questo sembra necessario provare ad avanzare un’altra ipotesi, archeologica e destituente dell’economia politica neoliberale, – ipotesi che inizia dalle parole impiegate dal capitale (capitale umano, sociale…etc) per risalire la genealogia e provare a sottrarsi ai dispositivi retorici e di comportamento in cui consiste la temperie in cui viviamo.

Se infatti il neoliberismo è un insieme di discorsi, pratiche e dispositivi «che determinano una nuova modalità di governo degli uomini secondo il principio universale della concorrenza»[2], è attraverso la ricostruzione della sua genealogia che riusciamo a comprendere la governamentalità neoliberale.

Pierre Dardot e Christian Laval hanno tracciato la genealogia della razionalità economica neoliberale in rapporto al liberalismo politico e al liberismo economico a partire dal XVIII secolo. In Locke la razionalità del soggetto proprietario poggia su una certa nozione di natura umana. In Ferguson, in Hume, in Adam Smith in maniera differente, doti e virtù morali determinano il soggetto di interesse che rispetto al soggetto di diritto si manterrà in un’ambivalenza caratteristica.

Per un verso infatti l’affermazione dei diritti naturali segna il passaggio dell’individuo dalla condizione giuridica di suddito a quella di cittadino, il cui profilo è per lo più ricalcato su una teoria dei sentimenti morali e su una teoria dell’intelletto; per altro verso questo stesso individuo è dalla nascita un soggetto spinto dall’interesse, dal possesso, dal mantenimento di proprietà, beni e ricchezze. Entrambe le nuove condizioni d’esistenza assegnata gli uomini sono possibili qualora “lo stato si mantenga tranquillo”.

È sul potere di limitare l’azione dello Stato, di regolare l’agire del sovrano, di controllare l’opera del potere pubblico che possono esprimersi sia il soggetto di diritto che il soggetto di interesse.

Ispirato al principio della razionalità economica il soggetto di interesse crea le condizioni di sviluppo del mercato che progressivamente controlla e regola le prerogative dello Stato. Ecco perché James Steuart potrà dire che “l’amministratore è più forte del sovrano perché esercita una più potente influenza sul popolo”. Il principe ora «estende la propria autorità per estendere la libertà pubblica»[3]. Questa è la legge dell’economia politica. Si passa da una concezione ontologica ad una concezione funzionale della sovranità.

Nella Ricchezza delle nazioni di Adam Smith tre sono i compiti assegnati al sovrano: la difesa del paese, l’amministrazione della giustizia, l’amministrazione del lavoro e delle istituzioni pubbliche. C’è bisogno inoltre di educare il popolo. Il regime di crescita della popolazione porta i fisiocratici Quesnay, Mercier de la Rivière, Dupont de Nemours ad affermare che bisogna governare secondo le leggi di natura. Su questa base Ferguson potrà elaborare il concetto di società civile e di progresso sociale e storico.

Alla fine del XIX secolo sarà Spencer a tentare una “naturalizzazione” della storia umana e a considerare la società un organismo in evoluzione. La società industriale è un superorganismo e l’ “egoismo biologico” è tanto il fondamento quanto il fine della vita morale. Laissez faire e evoluzione appartengono ad una stessa dinamica.

L’interesse però non è un dato naturale ma il frutto della civilizzazione e nell’evoluzione del liberalismo, ma già a partire da Locke la proprietà è un diritto naturale distinto da altri diritti. All’inizio del XIX secolo nei Principi di politica di Benjamin Constant afferma che la proprietà è inviolabile e sacra. È un’invenzione sociale e da quel momento libertà e proprietà si dissociano fino al momento in cui, alla metà degli scorsi anni ’70 Kimlicka e Nozik affermeranno il principio di “acquisizione iniziale”.

Alla fine dell’Ottocento Spencer squalifica il discorso dei diritti umani. L’uomo persegue il proprio interesse. E diritti dell’uomo sono fallacies politiche. Nel Manuale di economia politica il principio di regolazione è fondato sugli agenda e non agenda attribuiti allo Stato. Si tratterà dunque agli inizi del XX secolo di ripensare l’intervento del governo in base alle agenda e non agenda dello Stato.

Connessa con la questione dei limiti del potere pubblico è la questione della distribuzione ineguale delle ricchezze. Da Malthus a Ricardo a Marx, a differenza che in Smith e Say che non si pongono problemi di disuguaglianza, l’appropriazione da parte del rentier di una quota continua della composizione del prodotto del reddito è la questione cruciale dell’economia politica.

La lettura, o rilettura, del corso tenuto da Michel Foucault al Collège de France nel 1979[4] consente oggi la messa a fuoco di alcuni nuclei di riflessione e di problematizzazione di primaria importanza per un’analisi di questa fase critica o di trasformazione del neoliberismo. Sono gli elementi di lungimiranza di questo corso, elementi di cui tenteremo di dare conto in seguito, oltre alla lettura del neoliberalismo come governamentalità, piuttosto che come forma economicistica del sociale, che ci inducono a scegliere questo testo come punto di partenza e fulcro di riflessione.

Vedremo che l’impostazione foucaultiana è alternativa, se non opposta, alla lettura marxiana, non solo del neoliberismo e della sua vera o presunta crisi attuale, ed osserveremo infine come questa distanza possa produrre letture divergenti sugli strumenti per pensare un’alternativa alla crisi stessa.

Foucault pronuncia questa serie di lezioni nel 1979, ovvero un anno prima di imprimere quella profonda dislocazione delle sue ricerche che, in modo inatteso per molti osservatori dell’epoca, lo avrebbe condotto a studiare e problematizzare il mondo antico, la filosofia greco-romana e il primo cristianesimo.

E’ proprio alla vigilia di questa sua svolta, metodologica e filosofica allo stesso tempo, che il filosofo francese si rivolge praticamente al suo presente, di cui legge, con grande anticipo rispetto al coevo dibattito politico-filosofico, la centralità che il neoliberismo, allora solo incipiente, andava assumendo come forma di governo per l’immediato futuro.

Come abitudine per Foucault, la lettura genealogica si fonda su di una implicazione storica oltre che filosofica. Per questo la sua analisi parte da un dato storico: la svolta keynesiana della politica economica occidentale successiva alla grande crisi del ’29 e alla fine della seconda guerra mondiale. Foucault[5] sostiene che le politiche di Roosewelt negli USA e quelle europee in Inghilterra e Francia, le prime all’indomani del crack del ’29 le seconde durante e dopo il secondo conflitto mondiale, si trovarono nella necessità di far fronte a due ordini di problemi: da una parte governare evitando le derive totalitarie e nazionalistiche degli anni ’20, dall’altra istituire un patto con le popolazioni, ovvero chiederne il sacrificio in guerra in cambio dell’assicurazione del pieno impiego e delle garanzie sociali.

La politica keynesiana quindi non è letta come una forma particolarmente solidaristica del capitale, e tantomeno come una strutturazione economica del sociale, ma come una govenamentalità improntata alla sicurezza ed al rischio.

Foucault aveva introdotto già nel corso dell’anno precedente la nozione di governamentalità: con questo termine veniva individuata una nuova soglia, moderna, dell’implicazione sapere/potere, soglia che da una parte faceva emergere la nuova figura della popolazione, dall’altra sostituiva definitivamente le forme di tipo teologico o assolutistiche del potere, e infine introduceva una razionalità nelle relazioni di potere che trovava nella politica economica una nuova forma di veridizione capace di essere accanto, e mai insieme, alla sovranità[6].

La forma governamentale keynesiana individuava come prioritari il pieno impiego, la redistribuzione delle risorse, la distribuzione di beni sociali, il pieno consumo. Priorità dettate dalla necessità di governare la popolazione nella guerra, quella imminente contro i fascismi, quella prossima contro il comunismo. Le stesse politiche previdenziali (Foucault fa l’esempio della Francia degli anni postbellici, ma si potrebbe estendere l’analisi a tutti i paesi occidentali europei investiti dal piano Marshall) avevano come fine quello di garantire il pieno sviluppo e la piena occupazione. La previdenza non doveva avere influenze sull’economia, e per questo era concepita come una salario supplementare. Di fatto, sottolinea il filosofo, non si verificava nessuna redistribuzione dall’alto al basso, solamente una diversa ripartizione del salario: salario reale e salario previdenziale.

Questo modello si rompe a partire dalla metà degli anni Settanta. Si rompe, secondo Foucault, in parte per l’emergenza di realtà transnazionali, come le multinazionali, in parte per la crisi energetica del ’73, dove l’energia entra a far parte a pieno titolo del mercato[7]. A questo punto emerge il problema della previdenza come costo, come agente disturbante dell’economia, emerge l’esigenza di una imposta negativa. Se il modello governamentale precedente voleva eliminare le cause della povertà, l’imposta negativa, questa nuova nozione neoliberale, introduce invece per acquisita la disparità di risorese, così da concepire il consumo di beni sociali (sanità, previdenza ecc.) come qualcosa da distribuire solo ad una parte della popolazione, la più povera, per consentirle di far fronte agli effetti della povertà, effetti che le proibiscono di entrare o rientrare in gioco.

Salta quindi il progetto di una redistribuzione di beni e servizi finalizzata all’eradicamento della povertà attraverso la rimozione delle sue cause. L’idea, diciamo la nuova idea neoliberale, è che il sociale è un gioco, puro calcolo economico, dove il capitale umano, altro neologismo neoliberale, deve poter competere sul libero mercato, mentre viene affidato allo stato il compito residuale di comporre le regole perché il gioco possa essere condotto, e quindi assicurare alle persone momentaneamente fuori-gioco (malattia, infortunio, vecchiaia ecc.), ad un fondo, garantito dall’imposta negativa, che le possa poi consentire di rientrare in gioco.

Con il nuovo modello neoliberale, sostiene Foucault, salta completamente l’idea che il governo dovrebbe estinguere le cause differenziali, la povertà, e che dovrebbe garantire pieno consumo e piena occupazione. Al contrario ora è il mercato a fare da governo. Foucault individua in questo uno stadio del processo di trasformazione del capitale[8]: se nel suo sviluppo iniziale, diciamo fra XVII e XVIII secolo, il capitalismo poteva contare su una massa sterminata di mano d’opera di tipo contadino, ancora da concentrare, inurbare e fornire di salario, con la seconda metà del XIX secolo il capitalismo trova un ostacolo al suo sviluppo proprio nella trasformazione della popolazione in una massa di operai. Il capitale è così costretto a rimuovere l’ostacolo trasformando questa massa in un nuovo oggetto di governo, ovvero il capitale umano, una popolazione che ora deve lievitare in uno stadio sempre oscillante fra povertà e non povertà, capitale umano e popolazione assistita, che possa di nuovo fornire mano d’opera a basso costo.

Con questa analisi storico/filosofica Foucault introduce degli aspetti di novità rispetto ad una lettura del neoliberismo come variante della politica economica. Partendo dalla lettura attenta degli ordoliberisti austriaci, in primis Friedrich Von Hayek, e della scuola di Chicago, soprattutto Gary Becker e Theodore Schultz, il filosofo francese individua nel neoliberismo una forma di governamentalità, una forma di produzione quindi di soggetti e di veridizione. In quanto forma di governo il neoliberismo diventa una scienza del comportamento, un’arte di governo che si prefigge “di mettere in evidenza quale sia stato il calcolo … attraverso cui, date delle risorse rare, un individuo o più individui hanno deciso di destinarle a un fine piuttosto che a un altro”[9]. E’ questa una formula su cui Foucault insisterà durante l’intero corso e, come vedremo, rappresenta ancora oggi la formula veridizionale attraverso la quale il soggetto neoliberale si riconosce ed è riconosciuto dal potere (il mercato, ma anche lo stato ecc.).

In questo modo il campo economico, rispetto alla sovranità, viene ad occupare il posto un tempo detenuto dalla Provvidenza (per la sovranità monarchica imperiale e medievale), o dall’ordine naturale delle cose (per il modello politico antico). Un campo intangibile al sovrano e allo stato, e tuttavia immanente sulle cose del sovrano e dello stato.

In secondo luogo la popolazione, l’oggetto di governo della biopolitica, si trasforma in una nuova entità, ovvero la società civile da una parte (intesa come una massa che è allo stesso tempo un soggetto di diritto e un soggetto competitivo o homo oeconomicus)[10] e il capitale umano dall’altro. Si tratta di “finzioni”, secondo Foucault, ovvero forme di soggettivazione innescate da dispositivi, come la sessualità o la follia, e che tuttavia hanno effetti reali: dopotutto ritenre il campo economico come una sfera intangibile alla sovranità significa poter comparare l’andamento borsisitico dei beni alla Provvidenza invocata dai sovrani prima di una grande battaglia, come nel caso di Costantino: “finzioni” intangibili dal sovrano/stato, semmai invocate od osservate con preoccupazione, e tuttavia capaci di esercitare un effetto reale sugli individui, sulle popolazioni ecc.

Con capitale umano i neoliberisti di formazione statunitense intendono l’individuo lavoratore, che da salariato, da percettore di reddito, si trasforma in un agonista, in un imprenditore di sè che crea un flusso di reddito piuttosto che una percezione, e che si mette in gioco sul mercato analogamente a quanto fa l’imprenditore con la sua impresa. Foucault, ed è questo un dato essenziale nell’economia della riflessione foucaultiana di quegli anni, individua quindi una tecnica di sè, quella dell’imprenditore di sè, che si adegua ad una tecnica di potere, ad una sorta di nuova microfisica del potere, non più disciplinare, ma razionale e quantitativa. Il governo così si trasforma da arte di governare secondo verità (la verità dell’ordine naturale della Politica aristotelica, la verità della rivelazione medievale) ad arte di governo secondo razionalità (la razionalità che un imprenditore di sè utilizza per collocare il suo corpo nel mercato del lavoro ecc.), da razionalità del sovrano o dello stato a razionalità degli individui economici colti nella dimensione microfisica dell’imprenditorialità di sè. E’ ovvio che una tale arte di governo ha sempre meno bisogno di disciplina e sempre più bisogno di dati, di calcoli, di capacità previsionale[11].

C’è un ultimo aspetto dell’analisi foucaultiana che è necessario mettere in risalto. Foucault individua un collegamento fra la nozione di capitale umano e quella di patrimonio genetico[12]. La scienza, quella economica e quella genetica, creano i loro oggetti di sapere (secondo lo schema tracciato già alla fine degli anni ’60 nell’Archeologia del sapere), e nel farlo creano una convergenza strategica con le pratiche di governo. Con una lungimiranza che gli è propria, Foucault individua la nuova posta in gioco della biologizzazione della messa a valore della popolazione, ipotizzando una trasformazione del corredo genetico in una forma di valorizzazione imprenditoriale del sé di stampo neoliberale. A questa messa a valore del vivente Foucault collega due aspetti: la trasformazione della salute come strumento di investimento e quella delle migrazioni come mossa imprenditoriale.

La salute, una dimensione della politica della sicurezza di tipo keynesiano, si trasforma con il neoliberismo in un investimento, in una fase del gioco dell’imprenditore di sé, e per questo affidata al mercato (ne vediamo oggi le conseguenze con la dismissione dei vari sistemi sanitari nazionali nei paesi UE). La migrazione, da antica forma di scambio fra gli individui e fra le popolazioni, diventa una forma di imprenditorialità del sè: “la migrazione è un investimento, e il migrante un investitore. E’ un imprenditore di sé stesso che fa un certo numero di spese d’investimento per ottenere un qualche tipo di miglioramento”[13].

Da questa analisi deduciamo la centralità che in questa stagione di crisi del neoliberismo hanno la messa a valore del biologico quale componente residuale del capitale umano (cosiddetti uteri in affitto, medicina predittiva su base genetica ecc.) e il fenomeno delle migrazioni. L’ostinazione con la quale i governi occidentali propongono una partizione fra migrazione economica e migrazione di guerra, fra migranti economici e rifugiati, si fonda proprio sulla nozione di imprenditorialità di sè di stampo neoliberale. In questo caso però si deve registrare il fallimento del gioco dell’imprenditore di sé, dato che la migrazione non costituisce più una forma di valorizzazione capitalistica (poche economie oggi sono in grado di assorbire le masse migratorie planetarie, nella UE neanche la Germania se lo può permettere), e il ritorno di una sua gestione sul piano disciplinare/militare, piano di cui la governamentalità neoliberale si serve per massimizzare gli effetti omogenei di controllo delle popolazioni (il controllo è omogeneo, sia sugli “esterni” che sugli “interni” ad una popolazione).

Thomas Piketty, in un’ analisi storica che è una “storia dei dati” del rapporto tra capitale e reddito, tra appropriazione, accumulazione e sviluppo della ricchezza nazionale o continentale, indica una serie di tendenze che dimostrano il fatto che «la storia della distribuzione delle ricchezze è sempre una storia profondamente politica»[14]; una storia che ha avuto cicli diversi: di stabilità dal XVIII alla metà del XIX secolo; di crescita, dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale; di riduzione delle disuguaglianze di reddito almeno fino al 1945, quando la dinamica di riduzione e crescita si è accorciata fino al punto di stabilizzare la crescita sempre più alta delle disuguaglianze a partire dagli anni ’80 dello scorso ‘900.

La composizione della rendita che costituisce il principale vettore di crescita del capitale in questi anni (eredità, profitti da speculazione finanziaria, acquisizioni illegali e paralegali di ricchezza e beni pubblici) ha acquistato la stessa importanza che aveva all’epoca di Balzac e Jane Austen. “Fattori di divergenza” rispetto ad un rapporto “giusto” tra capitale e reddito nell’ipotesi di Piketty sono il processo di allontanamento delle retribuzioni più elevate rispetto alle altre, gli squilibri legati all’accumulazione e la concentrazione dei patrimoni[15].

Quando il tasso di rendimento del capitale raggiunge livelli consistenti e duraturi tali da superare il tasso di crescita, le disuguaglianze si approfondiscono. Dalla dinamica storica delle disuguaglianze si evince che un’imposta progressiva sul reddito e un’imposta globale progressiva sul capitale sono almeno due tra gli strumenti adeguati a contrastare il capitalismo patrimoniale. Ciò perché, a differenza di quanto si crede, la quota di “capitale non umano” appare oggi solo leggermente più bassa rispetto a quella dei primi decenni del XIX secolo. Esorbitanti livelli del capitale patrimoniale sembrano spiegarsi con il ritorno ad un regime di crescita debole della popolazione e della produttività «rafforzato da un ritorno ad un regime politico… molto favorevole ai capitali privati»[16]. Nella prospettiva neokeynesiana di Piketty il rapporto storico tra tasso di rendimento del capitale (4-5% circa) e tasso di crescita (1% circa) determina la soglia di appropriazione di ricchezza.

I primi tentativi di calcolo del reddito nazionale tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo sono nei lavori di William Petty e Gregory King, Boisguillebert e Vauban. Quindi, lungo tutto il XIX secolo in Calquhoun e fino al primo decennio del Novecento nei calcoli di Robert Giffen sullo stock di capitale nazionale in Europa e negli Stati Uniti, le stime dello stock di patrimonio vengono di gran lunga privilegiate rispetto a quelle del flusso di reddito o di prodotto[17].

Dopo la crisi del 1929 lo studio insiste su classi annue e trimestrali di stime relative anche ai flussi di prodotto e reddito, «mentre il valore degli attivi immobiliari e finanziari è sceso a livelli bassi al punto che il capitale privato sembra quasi essere scomparso»[18]; finché a partire dall’ultimo decennio del Novecento e nel primo del XX secolo i conti patrimoniali tornano ad occupare il primo posto.

In generale i paesi ricchi sono ricchi due volte, sia per prodotto interno che per capitale investito all’estero[19], che consente loro, al contrario dei paesi poveri, di disporre di un reddito nazionale superiore al prodotto, e quindi di una quota crescente di rendimento dei capitali. Inoltre la storia di questo rapporto conferma che la mobilità dei capitali non promuove la convergenza tra paesi. Ieri il Giappone e la Corea, oggi la Cina si sono finanziati da soli in capitale fisico, capitale umano, cultura e formazione[20]; mentre «l’esperienza storica suggerisce che principale meccanismo di convergenza tra paese paese e la diffusione delle conoscenze»[21].

Così la stagnazione della popolazione e la crescita debole acquisiscono il peso del capitale accumulato dalle generazioni precedenti, aumentando a dismisura il tasso di rendimento del capitale rispetto al tasso di crescita laddove società patrimoniali «…fortemente strutturate dal patrimonio e dall’eredità emergono e durano solo in realtà connotate dalla crescita debole»[22]. Benché infatti dal XVIII al XX secolo crescita della popolazione e del prodotto pro-capite abbia viaggiato in accelerazione, nel corso del XXI secolo «sta tornando verso livelli molto più bassi»[23].

La grande metamorfosi del capitale alla fine del XIX secolo (dalla rendita della terra al profitto di impresa, immobiliare e da capitale di rischio; fine del bimetallismo e del rapporto tra moneta ricchezza reale; crollo del patrimonio pubblico; uso dell’inflazione, privatizzazioni e valorizzazione del debito pubblico), determina un cambio di paradigma teorico-economico per cui sia negli Stati Uniti che in Europa con l’adozione della fiscalità progressiva «ci si preoccupa più di ridurre le disuguaglianze che di sradicare la proprietà privata»[24]; e possiamo aggiungere che invece di progettare misure universalistiche di accesso diretto e indiretto al reddito sganciato dalla prestazione lavorativa si preferisce finanziare in deficit la spesa pubblica.

Tanto più nel momento in cui ci si accorge «con stupore che il capitale umano nel magico mondo del XXI secolo rappresenta la prima forma di capitale»[25]. Ma attribuire valore monetario allo stock di capitale umano «ha senso solamente nella società in cui è effettivamente possibile possedere in modo totale e assoluto altri individui…»[26], cioè in società schiaviste e razziste che la storia mette a confronto con l’attuale “civiltà” del capitalismo globale.

Così la forma che il capitale ha assunto in epoca democratica, nell’epoca dei diritti, della rappresentanza politica e del welfare state ha distrutto la forma borghese della democrazia come mediazione e regolazione interessi, a vantaggio di una estesa, pervasiva e microfisica governamentalità a cui sono funzionali schiavismo e razzismi. Così come all’epoca di Via col vento la questione centrale era, nella cornice della guerra di secessione, il conflitto tra lavoro schiavistico e rendita ereditaria, oggi il conflitto è tra rivendicazione di reddito e rapina della ricchezza comune in forme semi-legali e illegali di accumulazione di rendita.

Se dunque si considera soltanto la disuguaglianza, che non costituisce il parametro più rilevante dell’appropriazione capitalistica di lavoro e risorse, «la disuguaglianza determinata dal capitale è sempre molto più elevata di quella determinata dal lavoro»[27], e quella dei patrimoni è ovunque sempre molto più massiccia di quella dei redditi da lavoro. Si che, contrariamente a un’idea molto diffusa, la lotta tra generazioni non ha sostituito la lotta di classe[28]. Infatti notiamo come la società dei rentiers e le società dei supermanager si sovrappongono. Non a caso i rapporti ufficiali dell’OCSE offrono una visione a dir poco edulcorata delle differenze abissali nella distribuzione delle ricchezze[29].

Rispetto all’analisi foucaultiana del neoliberismo, un primo aspetto di critica dell’attuale contingenza storica, della presente e onnipresente crisi strutturale del capitalismo e della sua forma globalizzata, dovrebbe interessare quel soggetto popolazione che, come abbiamo visto, costituisce l’oggetto di governo da parte della governamentalità neoliberista.

Come aveva messo in luce Foucault nel suo corso del ’79, la prima grande espansione capitalistica si era trovata di fronte una massa contadina da organizzare, raccogliere in fabbrica, inurbare, fornire di salario. La spinta propulsiva a partire dalla grande crisi del ’29 del secolo scorso riguardava sempre l’arte di governo, questa volta interessata a declinare una politica della sicurezza e del rischio nell’imminenza dell’ultimo conflitto mondiale: il patto era l’assicurazione per il pieno impiego, per la previdenza, salute ecc., in cambio del sacrificio in guerra. Il neoliberismo, come abbiamo visto, ha impartito una svolta e una trasformazione definitiva a questa forma governamentale di stampo keynesiano: la popolazione dei salariati/assicurati diventa un capitale umano da tenere sul mercato del lavoro per recuperarne la forza produttiva a basso costo.

Questo passaggio tuttavia ha trovato un panorama umano, almeno nei paesi occidentali a più alto sviluppo di politica economica, sostanzialmente mutato rispetto ad un secolo prima. La massa operaia che ha fornito braccia e gambe alle fabbriche keynesiane e ai campi di battaglia mondiali si è trasformata in classe media, in piccola borghesia, del tutto incapace di affrontare una governamentalità di tipo neoliberale. Il capitale umano e l’imprenditore di sé sono il fulcro di questo modello governamentale, che di fatto è stato dominante per un quarantennio, ovvero a partire dal neoliberismo di tipo tatcheriano e reaganiano prima, e con la globalizzazione post crollo del muro di Berlino poi.

Globalizzazione che è ha consentito al capitale di trovare mano d’opera in abbondanza e a basso costo fuori dai confini tradizionali, con la conseguente dislocazione dei poli produttivi in aree del pianeta fino a quel momento non investite né dal capitalismo, né dalla rivoluzione industriale tout-court.

Ora il nuovo quadro è sostanzialmente post-globale. Non più mano d’opera a basso costo in tutto il pianeta, piuttosto mano d’opera meccanica e a bassissimo costo di tipo robotico/cibernetico/algoritmico. La grande implementazione della robotica nella produzione di beni e servizi sta trasformando completamente la governamentalità neoliberale, con una trasformazione/crisi che investe un’intera arte di governo ed i suoi processi di soggettivazione.

Un secondo aspetto di critica riguarda, di conseguenza, la trasformazione della società civile e del capitale umano. Possiamo tranquillamente affermare che la società civile, questa invenzione della politica economica che congloba in una unità soggetti di diritti e soggetti di mercato, in realtà è in via di dissoluzione. Lo possiamo osservare nella stessa trasformazione dello stato in un agente di mercato: la politica dell’alta velocità nel campo dei trasporti ferroviari di fatto vede lo stato trasformato in un competitor fra attori privati nel mercato libero delle infrastrutture e comunicazioni, e individua nei soggetti di diritti null’altro che capitale umano, oggetto di governo da parte delle multinazionali del low cost o da parte delle grandi opere a capitale pubblico. La società civile quindi è in sostanza dissolta a favore di una componente, ovvero il capitale umano.

Tuttavia questa popolazione di imprenditori di sé, in buona parte dell’occidente definita come classe media, non trova nessun campo economico dove poter competere, se non quello biologico, ovvero attraverso la sua riduzione da soggetto capace di vendere e valorizzare le sue competenze a soggetto biologico da mettere a valore attraverso il suo patrimonio genetico o da controllare in quanto vita biologica e nulla di più (la politica della sicurezza riguarda solo la salvaguardia della vita, non del bios,di qui il nuovo mondo del biolabour).

Inoltre anche le società civili di più recente formazione, quelle cresciute, in modo difforme e a volte appena abbozzato, nei cosiddetti paesi emergenti sono investite dalla medesima crisi: la produzione privilegia anche qui il lavoro robotizzato, sempre più economico di quello vivo ed umano, ovunque venga allocato o trovato. Rimane così attivo un lavoro gratuito, offerto da questo capitale umano nei modi più vari: il biglietto aereo acquistato on line sulla piattaforma on line o sul portale delle compagnie low cost, gli acquisti in una delle infinite catene di e-commerce, il controllo dei propri dati con l’e-banking ecc. Tutto questo lavoro gratuito è oggetto di infinito lavoro di profiling da parte delle oligarchie a capo dello capitalismo cibernetico per una massimizzazione dei loro profitti.

Un terzo punto di critica dovrebbe allora cercare il profilo e la qualità di questa nuova arte di governo, che sappiamo non essere più la politica economica classica, non essere più, per lo meno nelle sue forme fino ad ora note, il neoliberismo, e non essere più la politica. Anche in questo caso ci viene in aiuto il corso tenuto da Foucault nel 1979. Anticipando le linee di tendenza sopra tracciate, il filosofo francese leggeva fra le righe delle opere di Becker e di Schultz l’assimilazione fra individui e macchine, fra capitale umano e flussi: “Bisogna considerare che la competenza, che fa tutt’uno con il lavoratore, è in un certo senso l’aspetto per cui il lavoratore risulta una macchina, ma una macchina intesa in senso positivo, poiché produce flussi di redditi.

Flussi di redditi, e non redditi, perché la macchina costituita dalla competenza del lavoratore non è venduta puntualmente sul mercato del lavoro in cambio di un certo salario. Di fatto, questa sua macchina, ha la sua durata vitale, il suo periodo di utilizzabilità, la sua obsolescenza, e infine il suo invecchiamento. …. Bisogna dunque considerare l’insieme come un complesso macchina/flusso”[30].

In questa pagina troviamo anticipata la possibilità di una trasformazione o sostituzione dell’oggetto capitale umano con un oggetto macchinico. In un certo senso, Foucault ci aiuta ad osservare negli stessi teorici del neoliberismo il suo superamento, ovvero il suo mutamento in cibernetica.

Con questo termine, utilizzato da Norbert Wiener alla metà del secolo scorso per definire un nuovo campo di sapere e di attività scientifica, dobbiamo intendere una nuova arte di governo: cibernetica ha in sè la radice etimologica del governo, essendo l’arte del timoniere (kybernetes), ed evocando la metafora del governo del timoniere sulla comunità/stato della nave, immagine metaforica di lunga tradizione filosofica, risalente almeno a Socrate e Platone.

Questa cibernetica è caratterizzata da una parte da una razionalizzazione quantitativa, dall’altra da una sostituzione del lavoro umano con quello macchinico. La prima caratteristica ne fa una scienza di flussi e delle informazioni: il profiling di ciascun utente sul web, attraverso le tracce informatiche lasciate nei social o meno, è parte di questa arte di governo che procede nella massificazione quantitativa di dati. La seconda invece è quella che maggiormente attinge quella che un tempo era la società civile: se il flusso è solo informazionale e non salariale, ovvero se il soggetto, in quanto soggetto economico o operaio, non è più un percettore di reddito o non è più un imprenditore di sé, viene ad aprirsi un baratro che assume i connotati di una domanda epocale: estinto il reddito, quale forma di consumo può attuarsi e quindi quale forma di riproduzione della forza lavoro, quale forma di esistenza della popolazione?

Se il consumo di massa è tendenzialmente segnato dall’estinzione, può il capitalismo permettersi un ritorno al consumo d’élite, proprio della sua forma ottocentesca, nella consapevolezza che un nuovo processo di sviluppo, pari a quello conosciuto nel XIX secolo è irriproducibile su scala globale?

Un ultimo punto di critica, che deve partire, inevitabilmente, dall’emergere di questa nuova forma governamentale chè è la cibernentica, o se vogliamo il neoliberismo cibernetico. La crisi, che è tale perché investe la popolazione, in quanto società civile o in quanto massa diseredata (i migranti ecc.), può essere la forma che assume oggi l’arte di governo. Lungi dal costituire un inconveniente, un segno di debolezza, un impedimento, può essere al contrario una nuova forma razionalità del mondo. D’altronde è alla luce della crisi, e delle sue conseguenze più materiali, ovvero la guerra e i grandi spostamenti di massa a livello planetario, che il neoliberismo cibernetico, chiamiamolo così, può attuare una serie di politiche tese alla dissoluzione della vecchia società civile, ora inutile, e alla militarizzazione dei conflitti sociali.

E’ alla luce della crisi che gli stati nazionali stanno operando una serie di dismissioni di settori essenziali nei servizi e nella produzione, tagliando posti di lavoro nel settore pubblico e assicurando al mercato una serie di beni e servizi un tempo non affidati al mercato. Questo di fatto consente una massimizzazione di quel campo economico che abbiamo osservato essere l’alea intangibile della politica, come poteva esserlo la Provvidenza per i monarchi medievali.

Dall’altra parte la crisi produce un perenne stato di guerra: guerra fra aree di influenza economica e commerciale, guerra fra popolazioni in cui la guerra è diventa la ragion d’essere dell’essere società, guerra fra grandi apparati criminali. Guerra e crisi sembrano costituire le nuove ragioni del mondo e le pratiche governamentali di questa nuova forma cibernetica della governamentalità neoliberista.

Forse dunque, a differenza di quanto la vulgata non si stanca di asserire, non si tratta di “superare il capitalismo”; meno che meno di riformarlo con istituzioni e politiche di regolazione “più giusta” e più efficace. Certo la tassazione progressiva dei patrimoni e l’imposta globale sui capitali, che peraltro non verrà mai realizzata, sono strumenti importanti. Ma sono pensati e teorizzati come strumenti “per far sì che ciascuno benefici della globalizzazione”, cioè di un sistema che è fallito e con esso sono fallite le catastrofiche risposte politiche dell’Unione Europea e dell’ occidente, che lasciano sulla superficie della terra le spoglie dell’appropriazione di ricchezza e risorse comuni in cui collassa la biosfera.

Anche solo all’interno della cornice riformista in cui alcuni economisti pensano nuove forme di welfare (tassi di imposizione fiscale dissuasivi, reddito di base, salario minimo, tassazione delle transazioni finanziarie dei capitali, delle rendite fondiarie e immobiliari), questo insieme di proposte sembra essere quantomeno fuori tempo massimo.

Ormai da anni viviamo la crisi epocale del nostro mondo – per cui non è più questione di salvaguardare l’uomo né di salvare il pianeta, ma di sottrarre le forme di vita alla dissoluzione e alla cattura. Non si tratta dunque di immaginare misure di contenimento del rendimento del capitale, ma di spegnere il motore dell’accumulazione, di praticare forme di rifiuto che blocchino la “crescita”, il lavoro, la produzione.


Riferimenti bibliografici essenziali
Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, manifestolibri, Roma 2010
Eric Brynjolfsson – Andrew McAfee, Race Against the Machine. How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy, MIT Center for Digital Business, January 2012, testo disponibile in rete al seguente indirizzo:http://ebusiness.mit.edu/research/Briefs/Brynjolfsson_McAfee_Race_Against_the_Machine.pdf
Sergio Bologna, Andrea Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano 1997
Sergio Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro, DeriveApprodi, Roma 2007
Lucio Castellano, La politica della moltitudine. Postfordismo e crisi della rappresentanza, manifestolibri, Roma 2001
Jonathan Crary, 24/7 Il capitalismo all’assalto del mondo, trad.it. di Mario Vigiak, Einaudi, Torino 2015
Renato Curcio, L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, Sensibili alle foglie, Roma 2016
Comitato Invisibile, Ai nostri amici
Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2014
Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), trad.it. Mauro Bertani e Valeria Zini, Feltrinelli, Milano 2007.
Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), trad. it. Paolo Napoli, Feltrinelli, Milano 2010
Massimo Gaggi – Edoardo Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi, Torino 2000
Naomi Klein, Shock Enomomy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, trad. it. Ilaria Katerinov, Rizzoli, Milano 2007
Christian Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Bollati Boringhieri editore, Torino 1999
Antonio Negri, Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello Stato postmoderno, manifestolibri, Roma, 2001
Antonio Negri, Marx oltre Marx, manifestolibri, Roma 2016
Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014
Riccardo Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro. Einaudi, Torino 2016
Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2013
Paolo Virno, Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee, DeriveApprodi, Roma 2014

Note
[1] L’operaismo è un pensiero marxiano introdotto in Italia dal filosofo Mario Tronti con Operai e capitale. All’interno dei conflitti operai e studenteschi in Francia, In Germania e in Italia nasce una “scienza politica” di cui Antonio Negri è stato uno degli artefici. Il pensiero post-operaista è stato dagli anni Settanta a oggi sostenuto, con posizioni divergenti, da alcuni tra i più innovativi filosofi italiani, tra cui Alberto Castellano, Luciano Ferrari Bravo, Franco Piperno, Paolo Virno; sociologi, Sergio Bologna, ed economisti, Christian Marazzi, Andrea Fumagalli. In bibliografia si riportano alcuni testi chiave della teoria politica operaista.
[2] Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo, trad.it., Derive Approdi, Roma, 2014, p. 9.
[3] Ibid., cit., p. 45.
[4] Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), trad. it. Mauro Bertani e Valeria Zini, Feltrinelli, Milano 2007.
[5] Ivi pp. 177 e sgg.
[6] “Con la parola governamentalità intendo tre cose. Primo, l’insieme di istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche che permettono di esercitare questa forma specifica e assai complessa di potere, che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Secondo, per governamentalità intendo la tendenza, la linea di forza che, in tutto l’occidente e da lungo tempo, continua ad affermare la preminenza di questo tipo di potere che chiamiamo “governo” su tutti gli altri – sovranità, disciplina -, col conseguente sviluppo, da un lato, di una serie di apparati specifici di governo, e, dall’altro, di una serie di saperi. Infine, per governamentalità bisognerebbe intendere il processo, o piuttosto il risultato del processo, mediante il quale lo stato di giustizia del Medioevo, divenuto stato amministrativo nel corso del XV e del XVI secolo, si è trovato gradualmente “governamentalizzato” (Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), trad. it. Paolo Napoli, Feltrinelli, Milano 2010, p. 88).
[7] Nell’originale ottica antistoricistica proposta dal filosofo francese possiamo identificare la grande crisi energetica del ’73,l’emergere dei paesi produttori di petrolio come potenze globali e l’inserimento dei beni energetici nell’economia di mercato come il “caso” che consente l’emergere di nuovi profili di governamentalità.
[8] Michel Foucault, Nascita della biopoliticia, cit. p. 174. Si tratta di uno dei rarissimi riferimenti in questo corso al capitale e al capitalismo.
[9] Ivi p. 184.
[10] Ivi p. 242.
[11] Si leggano in proposito le considerazioni che Robert Castel proponeva nel 1983, ovvero appena quattro anni dopo il corso di Foucault: Robert Castel, Dalla pericolosità al rischio, in Aut Aut, 370, 2016, pp. 147-166, trad. it. Ciro Tarantino e Lavinia D’Errico.
[12] Michel Foucault, Nascita della biopolitica, cit. p. 188.
[13] Ivi pp 190 e ss.
[14] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, trad.it., Bompiani editore, Milano, 2014, p. 45.
[15] Cfr., Ibid., p. 46.
[16] Ibid., cit., p. 73
[17] Cfr., Ibid., p. 96.
[18] Cfr., Ibid., p. 97.
[19] Cfr., Ibid., p. 97.
[20] Cfr., Ibid., p. 115.
[21] Ibid., cit., p. 117.
[22] Ibid., cit., p. 117.
[23] Ibid., cit., p. 135.
[24] Ibid., cit., p. 234.
[25] Ibid., cit., p. 249.
[26] Ibid., cit., p. 249.
[27] Ibid., cit., p. 373.
[28] Ibid., cit., p. 376.
[29] Cfr., Ibid., pag. 408.
[30] Ivi p. 185.

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