Nell'ambiente inaspettato della
possibilità BRUNO ACCARINO
Se oggi fosse ancora vivo, probabilmente
sputtanerebbe la mistica della flessibilità del lavoro come
una bufala escogitata da professori universitari protetti,
anzi superblindati rispetto a possibili intemperie
occupazionali e retributive. Come tutti i talenti veri, non
disdegnava i sociologismi volgari (si chiamano così perché
dicono la verità, ma in modo non abbastanza o nient'affatto
paludato, anzi inelegante). Arnold Gehlen era fatto così:
sciacallescamente in cattedra nel 1934, giovanissimo, al posto
di uno che era stato buttato fuori dai nazisti (perché
pacifista, peggio che ebreo), ma spesso impertinente,
strafottente, a suo modo anticonformista. Di tanto in tanto
nelle sue pagine scatta un lampo luciferino che sembra fargli
dire: dopo il 1945 voi del fronte democratico e progressista,
pur non avendo avviato un serio processo di denazificazione,
mi avete tagliato fuori dal circuito delle grandi sedi
accademiche e relegato in provincia, ma io me ne frego, ho già
scritto il mio nome nella storia del pensiero novecentesco. E
sarebbe difficile dargli torto. Per dirne una, Habermas è
originariamente un suo allievo e naturalmente se ne vergogna.
Ci si chiede sempre perché un conservatore a tutto tondo come
lui susciti l'interesse di chi può esibire una biografia
monotonamente di sinistra. Perché è un tipo spumeggiante? Non
basterebbe. Perché chi lo legge non vuol fare la figura del
provinciale moralista e bigotto a contatto con il pensiero
maudit post-1933? Può darsi, ma si potrebbe pescare di
meglio: Ernst Jünger, Gottfried Benn, Carl Schmitt, lo stesso
Heidegger.
La verità è che Gehlen si dedica spesso allo
smantellamento di interi blocchi normativi, con procedure di
indagine che passano magari per Pareto e non per Marx, ma che
ottengono risultati apparentemente vicini a quelli di una
"critica delle ideologie". La sua malia è questa: nel momento
stesso in cui santifica la fatticità, mette a nudo la
pochezza, l'arbitrarietà e la casualità dei suoi fondamenti.
Nella sua ultima opera, ora disponibile in italiano (Morale
e ipermorale, a cura di Ubaldo Fadini, ombre corte, L. .
28.000), le barriere erette contro ogni forma di razionalismo
illuministico sono, se possibile, ancora più fitte che in
opere precedenti. L'asse tematico è dato dal riconoscimento di
una pluralità di istanze morali e delle loro radici ultime e
indipendenti tra loro. Ad esse corrispondono "regolazioni" o
"meccanismi" sociali che, con la loro assoluta refrattarietà
ad ogni monismo, segnano armonie e conflitti della vita
collettiva: ma sempre in riferimento ad una fondazione
pulsionale, mai ad un'istanza di coscienza o di theoria
elaborata a tavolino. Sotto osservazione, in particolare, è
l'ampliamento delle regolazioni originariamente
quasi-istintuali: il processo di allargamento degli istinti
residuali (gli unici dei quali disponga l'uomo, che non ha in
dotazione istinti definiti), dilatabili "come la
gomma".
Un esempio significativo è dato dalle "virtù
fisiologiche", che accolgono e promuovono regolazioni sociali
originariamente prossime alla corporeità e al raggio d'azione
dei nostri sensi, ma tendono a superare la prossimità e danno
vita a sentimenti di obbligazione indeterminata nei confronti
di partners di cui è caduta la presenza viva e che
sono, in senso stretto, invisibili. Lo straordinario fenomeno
del dovere non risale a dinamiche contrattuali o ad
enfatiche virtù, ma a questa trasformazione, per via
immaginativa, di presenze visibili in presenze astratte. Il
contraccolpo è la diminuzione dell'intensità dell'obbligo. In
questa cornice prossemica e di antropologia dello spazio, la
tele-etica (anche in senso televisivo) diventa il banco di
prova del grado di anestetizzazione dei nostri sentimenti: si
fa fatica ad ammazzare uno che sta qui di fronte, ma si fa
meno fatica a sganciare bombe da un aereo. In Italia,
grazie ad un tempestivo lavoro di traduzione e diffusione,
sono già note le premesse antropologiche del pensiero di
Gehlen, analiticamente proposte già prima della seconda guerra
mondiale ne L'uomo (Feltrinelli). L'uomo è "l'essere
che agisce" (è condannato all'azione) perché non ha un corredo
istintuale ed è quindi costretto a prendere posizione o a
schierarsi negli atti di esteriorizzazione con i quali entra
in contatto con il mondo. Non essendo armonicamente legato,
come lo sono gli animali, ad un ambiente che ne delimiti sin
dall'inizio le mosse, ha un carattere indeterminato e
non-specializzato. Gli si apre davanti uno spettro disordinato
ed eccessivo di possibilità, per controllare il quale è
costretto a disciplinarsi creando forme, cioè limiti.
L'indeterminatezza o incompiutezza dell'uomo si placa
nell'autodisciplina (anche propriamente ascetica, come
suggerisce Morale e ipermorale) e nella rete di
strutture di regolazione sociale. Per rispondere alla
carenza strutturale della natura umana, l'uomo aggira il
rischio di essere sopraffatto dal "diluvio di impressioni" del
mondo con la costruzione di mediazioni simboliche esoneranti,
cioè capaci di collocare la possibilità al posto della realtà.
Depositarie di ripetitività e di abitudine, le istituzioni
esonerano gli individui dal compito di cimentarsi con le
istanze che di volta in volta li fronteggiano. Con un
comportamento incanalato, la vita si alleggerisce e si
semplifica trovando quartiere e tranquillità in tragitti
abitudinari. E' escluso soprattutto il bisogno di una
conoscenza autentica: siamo esentati o esonerati da una
conoscenza delle cose finalizzata alla verità. Amorfe e
indistinte, opache e sfumate, le cose sono "accantonate", ma
proprio per questo disponibili per essere maneggiate in
qualsiasi momento. La chiave del processo è data dalla
plasticità della psiche e dalla plasmabilità del
mondo.
A fronte del carattere contraddittorio ed
oscillante dei bisogni umani, e della mancanza di istinti,
come si raggiunge un grado sufficiente di attendibilità e di
costanza dell'agire reciproco? Le istituzioni fungono da
bacino collettore degli scopi della vita e hanno un'intrinseca
capacità di accomunare o di unificare: mettono "in forma" la
vita. Si produce così una stabilizzazione anche della vita
interiore, sempre più dispensata dalla necessità di decidere
di volta in volta, e si delinea la bienfaisante
certitude, la benefica e salutare certezza
(a-problematicità) delle strutture elementari della vita.
Autenticamente provvidenziale, appunto: il cuscino protettivo
delle abitudini esteriori e interiori toglie i freni ad
energie spirituali superiori, liberando spazi entro i quali
esse possano dispiegarsi. La "cultura" nasce così: senza
fanfare, senza sacralità, senza aura di nobiltà.
L'accerchiamento dell'uomo, essere sprovveduto e deficitario,
invita a sua volta lo stato a rimediare ad una situazione di
pericolo incombente. Con l'aria che tira, sono destinati a
non passare sotto silenzio l'insistenza di Gehlen
sull'aggressività umana e i reiterati riferimenti all'etologia
di Konrad Lorenz. Ma in verità si esiterebbe ad ascrivere la
sua opera ad un indirizzo di pessimismo antropologico e magari
anche più che antropologico ("La colomba è un simbolo
dell'amore e della pace, ma i biologi sanno che essa non ha
neppure il più piccolo scrupolo nei confronti degli individui
della stessa specie"), della cui secchezza definitoria Gehlen
paventerebbe la matrice quasi inevitabilmente teologica e
dunque, sul piano concettuale da lui predisposto,
difficilmente controllabile. Parecchie affinità elettive
emergono semmai nei confronti della sociobiologia. In ogni
caso, al negativo, qualsiasi investigazione dell'agire
politico che non passi per le determinanti fisiologiche è
fondata sulla sabbia. Gehlen è uno degli ultimi pensatori
certissimamente tedeschi, ma non si fa infinocchiare dalla
retorica umanistica: sa bene che cosa sia il pragmatismo
americano e frequenta di prima mano quelle scienze naturali
della vita con le quali Nietzsche aveva talvolta solo
maldestramente civettato. Ecco perché si diverte molto a dare
qualche picconata iconoclasta al vocabolario politico, alle
sue stratificazioni lessicali e semantiche che, con la scusa
di essere plurisecolari, sono diventate vuote e
autoreferenziali. Ma quel vocabolario ha anche una sua
necessità, un suo logos, una sua ragion d'essere:
talché oggi l'approccio di Gehlen a Hobbes ci appare
semplificato, impoverente, foriero di delusioni.
C'è
grande capacità di maneggiare materiali pregiati, dal Max
Weber sociologo della religione a una Hannah Arendt tutt'altro
che corriva, da Tocqueville a Musil. Ma il fuoco giovanile che
aveva portato Gehlen sulle tracce di Spinoza e di Fichte, e di
un romanticismo tedesco - da Schiller a Novalis - non
banalizzato, sembra essersi spento o almeno sembra non
incidere sulla sua scrittura. Il fatto è che, se non si è
toccati dalla grazia come l'Adorno dei Minima moralia,
è difficile tenere nella stessa pagina un richiamo ad un
oscuro passaggio della Critica della ragion pura di
Kant e una citazione da un settimanale ad alta diffusione.
Gehlen ci prova, ma non sempre ci riesce. Non è azzardato
pensare che, almeno a partire da una certa fase, per Gehlen un
pensatore-faro sia stato Sorel, e questa ricettività nei
confronti di quello che è stato, nel bene e nel male, un
protagonista della vicenda intellettuale del movimento operaio
nei suoi primi decenni, la dice lunga sulla difficoltà di
mettere Gehlen definitivamente al bando. Tanto era pasticcione
e consapevolmente disordinato Sorel (che se ne vantava), tanto
è filosoficamente attrezzato Gehlen. Ma circola in entrambi un
fastidio tangibile per le malefatte del secolo dei lumi,
ricettacolo e produttore di ogni bruttura, una ripugnanza non
affettata per i chierici di ogni risma e per la mediocrità
delle razionalizzazioni ideologiche rabberciate, un senso
esteticamente acuto e doloroso della decadenza e di ciò che,
con la loro bellezza e tragicità, ad essa avevano da opporre
le civiltà antiche. E circola soprattutto l'insofferenza per
la mortificazione del Leviatano a "mucca da latte" (Gehlen):
una sorta di agenzia alla quale indirizzare, a mo' di
incessante querimonia infantile, tutta la tensione e tutte le
pretese accumulate e ingigantite dall'"eudemonismo di massa" e
dall'irruzione (settecentesca, tanto per cambiare) della
felicità nell'orizzonte della vita sociale. E alla quale
indirizzare la rivendicazione di - horribile dictu -
diritti: un effetto della reciproca commistione di Stato e
società a seguito della quale interessi sociali ben
organizzati premono sul lavoro legislativo e all'ormai logora
autorità dello Stato sostituiscono la piccineria delle sue
funzioni redistributive. Se il nucleo della trasformazione
della modernità, sostiene Gehlen, consiste nella eticizzazione
dell'ideale del vivere bene, nella demonizzazione della
privazione e nella divinizzazione del welfare, lo Stato
diventa il destinatario dei desideri di realizzazione e la
politica si avvilisce a tecnica della felicità. E' una
condizione di ipertrofia morale (da cui il titolo del libro),
nella quale è fondamentalmente fallito il tentativo di
surrogare, con un'etica umanitaria ed eudemonistica, il
sentimento morale formatosi in un'ottica ravvicinata. Gratta
gratta, si scopre quasi sempre lo scandalo degli scandali: la
politica sociale.
Oggi le impasses nelle quali è
destinato a imbattersi l'edificio teorico di Gehlen si
annidano anche in quel terreno bio-antropologico nel quale
esso sembrava maggiormente tutelato da un invecchiamento
precoce. Vero è che non cessa di essere delittuosa la
disinvoltura con la quale la riflessione bioetica
contemporanea ignora in gran parte le vicende del vitalismo
europeo e dell'antropologia filosofica (il "pacchetto" degli
scritti offerti al lettore italiano si è arricchito, negli
ultimi mesi, di due titoli di Helmuth Plessner, editi
rispettivamente da Bompiani e da Laterza: Il riso e il
pianto e I limiti della comunità). Ma la bioetica
propone e impone, oggi, domande eccedenti rispetto a queste
esperienze. Non sembra più trovare consensi, in particolare,
l'immagine (peraltro, nonostante il curriculum
filosofico di alto livello - Herder -, non condivisa da altri
esponenti di quell'indirizzo di pensiero) dell'uomo come
"essere carente". Viene perciò revocato in dubbio lo schema
che vede nella cultura una grandiosa compensazione di questa
dotazione deficitaria. Ma che la vita abbia una sua
travolgente drasticità; che la sua irresistibile vocazione
alla moltiplicazione dei rischi e alla destabilizzazione
ridicolizzi le oasi di sicurezza faticosamente raggiunte; che
insomma si affacci la candidatura di una condizione
politico-esistenziale che oggi definiamo provvisoriamente
biocratica; tutto questo, e altro ancora, Arnold Gehlen
lo ha intravisto assai per
tempo.
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