Ancora sull'economia mondiale
IL CASO ITALIANO
Riccardo Bellofiore
1
Non si può dire che gli ultimi mesi non siano stati istruttivi. Dal
punto di vista internazionale, innanzi tutto, con il venire a
termine del `miracolo' americano e il sempre più incombente rischio
di recessione negli Stati Uniti. Con l'addensarsi di nuove nubi, e
addirittura il rischio di fallimento della disastrata economia
giapponese. Con l'incapacità dell'Europa dell'euro di prendere la
staffetta dell'economia americana come locomotiva dell'economia
mondiale, o almeno di trovare al suo interno la sorgente di una
domanda qualificata in grado di evitare di rimanere nuovamente
intrappolata in un ristagno che, di fronte all'assenza di una
risposta espansiva, non potrebbe non mettere a dura prova la tenuta
di quel che resta del modello sociale europeo. Con il diffondersi,
alla prima periferia del centro, dall'Argentina alla Turchia all'Est
asiatico, di nuove tempeste che qualche autorevole commentatore ha
letto come sintomo di febbre globale.
Ma è significativo e
presagio di accelerazioni drammatiche – proprio sullo sfondo di
questo contesto internazionale – anche ciò che sta avvenendo sul
terreno nazionale: dove l'approssimarsi delle elezioni, le tornate
contrattuali di categorie importanti (a partire dai metalmeccanici e
dalla Fiat) e la recente assemblea di Confindustria vedono una
convergenza tra padronato riunificato e centro-destra su un
programma di sfondamento delle residue capacità di difesa di quel
che resta di un sindacato autonomo, con una sinistra di governo
sempre più sensibile alle sirene dell'avversario. A fronte di una
destra padronale e politica che `pratica l'obiettivo' sta la
subalternità ideale e propositiva di un centro-sinistra capace
soltanto di opporre una linea alternativa dai tratti appena
delineati e tutto meno che limpidi (lasciamo stare l'attraenti), e
per quel che se ne capisce di una povertà disarmante anche dal punto
di vista intellettuale.
Su queste questioni è già intervenuto,
nella seconda parte dell'editoriale del numero scorso, con
considerazioni e accenti condivisibili, Lucio Magri. Vale la pena
però di tornarci sopra, riprendendo e approfondendo e l'uno e
l'altro piano dell'analisi.
2 La situazione dell'economia
mondiale, in primo luogo. Per ragioni di spazio, concentriamoci sul
centro dell'Impero, gli Stati Uniti, e su ciò che avviene nella
`regione' cosiddetta dell'economia globale in cui siamo immersi,
l'Europa dell'euro. Qualche dato, in entrambi i casi, non
guasterà.
Cominciamo dall'economia americana, dalle tendenze
della borsa, e in particolare dal mercato delle azioni. Il Dow
Jones, rappresentativo della `vecchia' economia, è balzato in sù,
tra la metà del 1982 e il gennaio del 2000, di 15 volte, da 777 a
11.772 punti; il Nasdaq, emblema che sembrava inattaccabile della
`nuova' economia, nello stesso periodo era stato catapultato verso
l'alto, soprattutto per l'ascesa sempre più veloce del decennio
appena concluso, di un fattore moltiplicativo ancora più
incredibile, di 30 volte. Il rapporto prezzi-utili era anch'esso
fuori da ogni media storica, risalito nel medesimo arco di anni da
un valore di poco più di 7 a oltre 35. Insomma, l'investimento in
teoria `di rischio' pareva essere divenuto, strutturalmente, il meno
rischioso e il più attraente di tutti. Il patrimonio delle famiglie
è così aumentato costantemente, oltre il 14% nel solo 1999; mentre
il rapporto tra ricchezza azionaria e reddito disponibile delle
famiglie da 0,2% nel 1985 ha finito col toccare l'1,3% a fine 1999.
I disavanzi commerciali e delle partite correnti sono –
ulteriormente, e di conseguenza, in uno scenario di crescita
relativamente debole altrove — aumentati nell'ultimo quadrimestre
del 2000, raggiungendo il 4,3-4,5% del Pil. Nella recessione che di
fatto è già in atto, se non vi saranno drastiche variazioni in
riduzione del corso del dollaro, alcuni analisti prevedono
addirittura che il buco con l'estero si avvicinerà alla soglia del
5%.
Non stupisce che su queste basi la già elevata propensione al
consumo seguisse la linea ascendente volando dal 91% a oltre il
100%. E neppure che il boom dei consumi privati — peraltro
inegualmente distribuito, dati i caratteri sperequati della crescita
— fosse alimentato dal credito tratto su valori `virtuali', finendo
con il rappresentare ben i due terzi del Pil e dando vita a un
indebitamento privato al di fuori di ogni esperienza storica
conosciuta. Quel che è successo dopo è cronaca. Molta di questa
ricchezza cartacea (più di 4.600 miliardi di dollari negli Stati
Uniti, oltre 10.000 sulle piazze mondiali) è svanita nel nulla. Nel
2000 il Dow Jones ha avuto una flessione sino a cadere a 9.791
punti, perdendo quasi il 17% rispetto al suo picco. Il Nasdaq, che
ha perso ben il 30% dall'inizio di quest'anno e si trova ora a 1.729
punti, è sprofondato del 66% dalla vetta raggiunta il 10 marzo del
2000, e secondo alcune voci potrebbe scivolare di un altro 15% dal
livello attuale, toccando un pavimento a 1.500 punti; mentre a sua
volta l'indice S&P è scivolato del 27% dal tetto raggiunto lo
stesso mese dell'anno scorso. Il patrimonio e la ricchezza azionaria
delle famiglie hanno iniziato una precipitosa marcia all'indietro, e
il consumo interno ha cominciato a cedere. La capacità produttiva
inutilizzata – che era rimasta elevata nonostante la vivace fase
espansiva — si è ampliata ancora di più, e i profitti tanto attesi
sono scomparsi ovunque, ma in modo particolarmente significativo
nella `nuova' economia, facendo anzi emergere vistose perdite.
L'intera costruzione ha mostrato crepe sempre più evidenti, che
hanno minato la fiducia, accentuando la correzione di borsa. Com'è
naturale, il tasso di disoccupazione ha ripreso a crescere, per ora
soltanto dal 4,2% al 4,3%: dato che copre peraltro ondate di
licenziamenti durissimi nella vecchia come nella nuova economia.
Questa volta, significativamente, la notizia non ha suscitato gli
entusiasmi della borsa, incerta sulla reazione della banca centrale:
fornendo così conferma ulteriore degli umori e delle aspettative
sugli stessi sviluppi del capitalismo reale.
L'interpretazione
apologetica che fantasticava di nuove tecnologie cui si sarebbe
dovuto attribuire integralmente (e indipendentemente dalla
prolungata espansione di fine anni '90) l'accelerazione della
dinamica della produttività, che ne deduceva andamenti mirabolanti
degli utili delle imprese negli anni a venire, e che su questa base
riteneva `realistiche' le quotazioni di borsa e `sostenibile' la
voragine che si era aperta nella posizione debitoria sull'estero, ne
esce fortemente rimessa in questione. Dimostra di essere né
affrettata né ideologica la visione che invece sottolineava le
contraddizioni della new economy, quella visione che ha trovato su
queste colonne varie espressioni, cui si è aggiunto nel numero 14
(febbraio 2001) della «rivista del manifesto» il sostanzioso saggio
di Brenner che, ci sembra, convalida la previsione di chi si
attendeva il sopraggiungere di una `crisi', ma che sottolinea al
contempo come tale crisi non avrebbe assunto i caratteri di un
crollo. Avrebbe semmai velocemente rimesso in moto l'intero quadro
politico-economico, aprendo a esiti alternativi, di ripresa del
conflitto e dell'iniziativa da un lato, di regressione sociale e di
arretramento politico dall'altro.
L'interpretazione critica del
miracolo americano ne metteva in evidenza il circolo, immediatamente
benefico ma potenzialmente a lungo termine perverso, che legava:
bolla speculativa; effetto ricchezza positivo (innanzi tutto sui
consumi ma anche, in parte per via autonoma in parte di rimbalzo,
sugli investimenti); l'avvitarsi dell'indebitamento privato;
l'accumularsi del debito sull'estero; per ultimo ma non da ultimo,
una piena occupazione spesso di discontinua e scarsa qualità, sempre
precaria e incerta. E segnalava con forza: la natura in parte
congiunturale e idiosincratica degli aumenti di produttività;
l'integrazione del `decentramento' nell'Est asiatico e in America
Latina (che aveva finito con il determinare una pressione al ribasso
su salari e condizioni di lavoro negli stessi Stati Uniti) dentro il
ciclo produttivo dell'economia e della tecnologia dell'informazione
americano; la bassa profittabilità presente e futura di buona parte
delle imprese dell'economia basata su Internet, le mitizzate
`dot.companies'. Tutti annunci di difficoltà serie ed imminenti. Una
volta sopraggiunta la frenata, era ragionevole attendersi quel che
sta avvenendo: che i dati sui profitti, la caduta dei valori dei
titoli, la preoccupazione degli investitori avrebbero portato a una
fuga dalle azioni verso le obbligazioni, alla frenata dei consumi,
alla possibilità di razionamenti nel credito bancario, alla
eventualità concreta del sopravvenire di un equilibrio prolungato di
ristagno. In poche parole, il timore di un `atterraggio duro'
dell'economia americana che potrebbe tirarsi dietro il resto
dell'economia mondiale: la quale, a sua volta, solo in forza della
ripresa americana dell'ultimo decennio era stata in grado di
sconfiggere le spinte stagnazionistiche che (per ragioni in parte
diverse) originavano dal Giappone e dall'area dell'euro. E d'altro
canto non era stato proprio il `miracolo' Usa a consentire all'Est
asiatico una nuova ma fragile vitalità dopo la crisi del
`97-'98?
Per la verità, i rischi per l'economia mondiale di una
impasse globale si sono addirittura ingigantiti nelle ultime
settimane. Stati Uniti e Giappone, che da soli contano per il 46%
della produzione mondiale, sono in simultanea tendenza negativa per
la prima volta dal 1974, cioè dalla prima crisi petrolifera – il che
lascia dubitare che i primi siano lieti di concedere ai secondi
quella significativa svalutazione dello yen di cui avrebbero
bisogno. L'Est asiatico, snodo decisivo della filiera
dell'elettronica (non c'è nulla di più materiale dell'economia
immateriale!), è di nuovo rigettato nella crisi dal crollo delle
proprie esportazioni di materiali, componenti e prodotti di quel
settore, visto che ben più della metà delle vendite all'estero di
numerosi paesi di quell'area fanno capo alla information technology
e dipendono crucialmente dalla domanda degli Stati Uniti.
L'Argentina è stata strangolata, in sequenza, prima dalla
dollarizzazione, poi dal repentino e drastico rialzo recente dei
tassi d'interesse nelle aree periferiche a rischio di fallimento. E
ovviamente paesi del genere sono tanto più `fragilizzati' quanto più
hanno avuto pieno corso le politiche di `stabilizzazione' del Fondo
monetario internazionale. Una storia non troppo dissimile si
potrebbe raccontare per la Turchia.
Cosa ha scatenato la sequenza
negativa, ed è possibile, e in quanta misura, porvi rimedio? Vi è
chi, cogliendo soltanto una parte della verità, individua troppo
facilmente la causa della svolta nella determinazione con cui
Greenspan – passato con rapidità impressionante dal ruolo di
`maestro', eroe e responsabile unico del `miracolo' americano, a
quello di utile capro espiatorio su cui scaricare la colpa della
recessione imminente — ha a più riprese, tra la metà del 1999 e i
primi mesi del 2000, tentato di moderare l' `esuberanza irrazionale'
della borsa americana, spingendo verso l'alto il tasso sui Federal
Funds dal 4,75% (dove si collocavano dopo il salvataggio
dell'ottobre 1998) al 6,5%, dove sono rimasti sino al gennaio di
quest'anno. Quello che è certo è che l'inversione di rotta, segnata
da tre riduzioni di mezzo punto negli ultimi tre mesi, non è
bastata, e in contrasto con le attese e l'esperienza recente non è
ancora riuscita a sconfiggere l'ondata ribassista. Non è detto che
abbiano ragione coloro che imputano la mancata efficacia di questa
manovra a una sua eccessiva timidezza, anche se è vero che il tasso
di interesse `reale' rimane al rispettabile livello del 2% e che
dunque spazi per la riduzione ve ne sono. La stessa analisi di
Brenner, ci pare, conferma la tesi degli scettici che alla resa dei
conti il doppio debito sull'interno e sull'estero si sarebbe
rivelato insostenibile, e che non si possa contare semplicemente
sulla manovra monetaria. D'altronde, l'insufficienza, da sola, di
una riduzione dei tassi d'interesse è dovuta anche al fatto che la
natura espansiva o meno delle condizioni finanziarie dipende in modo
determinante da due fattori che nella congiuntura presente giocano
in senso negativo, e cioè l'andamento (al ribasso) dei corsi dei
titoli e la (insospettata) tenuta del dollaro. Se va bene,
l'intervento della Federal Reserve eviterà, durante il rallentamento
economico, l'insolvenza di un sistema largamente indebitato. Nulla
di più, almeno a breve.
L'articolo di Brenner è di grande
utilità, si deve dire, per due gruppi di tesi che lo caratterizzano
in modo originale, l'uno — a mio parere — in positivo, l'altro in
negativo. Ha ragione Brenner quando chiarisce come la crescita
americana sia stata accompagnata da un progetto politico esplicito e
determinato che mirava a sostituire in corsa il traino della
domanda, passando dai consumi finanziati col debito ad esportazioni
nette positive, tirate da una crescita mondiale che doveva vedere
altre aree aggiungersi all'intonazione espansiva degli Stati Uniti.
Come ha ancora ragione nel rilevare che, per quanto alla fine
sovradeterminata speculativamente e presumibilmente sopravvalutata,
la crescita del prodotto e della produttività negli Usa degli anni
'90, a fronte del deludente andamento di Europa e Giappone, era
stata effettiva e non può essere passata sotto silenzio: e
concretamente ha dato vita a una ripresa di egemonia anche sul
terreno del capitale reale, non sappiamo quanto duratura. Ciò che
invece non convince è questo. Non si capisce come Brenner possa
immaginare una ripresa mondiale coordinata che si appoggi sulla pura
spinta di una maggiore concorrenza tra le aree capitalistiche e che
dovrebbe estrinsecarsi in una più approfondita divisione del lavoro.
Detto altrimenti, se la crescita americana e, con difficoltà e al
seguito, quella europea sostenute dal boom dei consumi finanziati
dal debito privato, una crescita mondiale non sostenuta dai consumi
richiede a sua volta, pare inevitabile, l'espansione di qualche
altra forma di domanda autonoma, che non può essere costituita per
l'economia `globale' dalle esportazioni nette. Ma su ciò l'analisi
di Brenner tace.
Giocano qui negativamente, con molta
probabilità, un qualche antikeynesismo volgare abbastanza diffuso (e
che fa interpretare a molti come `keynesiane' le politiche del
Giappone, il che è dubbio: ma non possiamo trattarne qui) e un
tipico errore smithiano (secondo cui tanto la crisi quanto lo
sviluppo del capitale dipenderebbero dalla concorrenza, che come è
noto da sola non spiega nulla). E in effetti, a veder bene, gli
Stati Uniti hanno – o per essere più precisi, avrebbero: e non è
detto che non la percorrano a loro modo – una via d'uscita, o per
meglio dire un mezzo per attutire il rallentamento dell'economia. Si
tratta del ricorso alla politica fiscale, tanto più in una
situazione di vistoso avanzo nel bilancio pubblico. Da questo punto
di vista aveva ragione più Bush che non i suoi critici
pseudo-keynesiani i quali insistevano puramente sul rilassamento
della politica monetaria. Semplicemente, e questo non può stupire
nessuno, la spesa pubblica che Bush sta spingendo è quella del
complesso militare-industriale a lui più vicino e non certo quella
necessaria per un rilancio qualificato del welfare; mentre le
progettate riduzioni fiscali (peraltro radicalmente insufficienti
nella quantità e, per come sono disegnate, lente nella loro
traduzione in nuova domanda) non favoriscono i ceti più esclusi
dalla ripresa dell'accumulazione degli anni scorsi e più a rischio
nella recessione attuale.
A ben vedere, negli anni '90 la
stagnazione dei salari e l'allargamento della forbice distributiva
non hanno prodotto negli Usa una classica crisi da insufficienza di
domanda in forza di una dinamica sostenuta ma, come si è poi potuto
constatare, `a termine', in quanto sostenuta unicamente da c onsumi
di carattere `opulento'. Che una simile compensazione delle tendenze
recessive inevitabilmente inscritte in una divaricazione nella
distribuzione del reddito, che privilegia le fasce alte, e i consumi
privati vistosi, avesse dei limiti doveva essere chiaro, almeno per
chi non abbia dimenticato la lezione di Marx e della Luxemburg,
prima ancora che di Kalecki e di Keynes.
3 Veniamo allora al
quadro di ciò che sta avvenendo e ci si attende in Europa. Tra gli
eventi inattesi, ne possiamo indicare due a mo' di preludio al
ragionamento. Il primo riguarda la speranza che con convinzione i
circoli dominanti hanno proclamato e diffuso nell'ultimo paio
d'anni. L'Europa dell'euro, si diceva nelle dichiarazioni e nelle
previsioni delle sue massime autorità monetarie e politiche, se non
è pronta a prendere il posto degli Stati Uniti come locomotiva della
crescita, è almeno già sin d'ora in grado di accelerare la corsa e
di sorpassare un'economia americana in perdita di velocità. A
smentita, si è dovuto in questo inizio d'anno rivedere in fretta e
furia le troppo ottimistiche stime di crescita, e facendo buon viso
a cattivo gioco far finta di inorgoglirsi per tassi di sviluppo del
Pil che si situeranno largamente al di sotto del 3%, secondo stime
recentissime del FMI non superando il 2,5%. Un valore che può essere
definito soddisfacente soltanto in forza della sostanziale
immobilità degli anni `90.
Il secondo riguarda invece la
delusione dell'aspettativa che era comune a osservatori di diverso
orientamento teorico e politico secondo la quale un blocco troppo
brusco della crescita statunitense avrebbe dato vita ad una caduta
(che molti preconizzavano precipitosa) del dollaro, ad una risalita
(che i critici temevano troppo veloce e instabile) del tasso di
cambio dell'euro, e ad una precipitosa inversione della direzione
dei movimenti di capitale. Quel che invece pare verificarsi è che
proprio nel momento di maggiore ansia per gli Stati Uniti la loro
moneta mostra ancora una solidità invidiabile: tant'è che l'euro è
tornato nelle settimane scorse quasi ai suoi minimi, attorno a 0,88
per un dollaro, avendo cumulato una perdita in due anni del 25%. Si
badi, ciò avviene esattamente nel momento in cui due fattori cui
anche osservatori di sinistra avevano attribuito le ragioni di una
peggiore performance delle economie dell'area dell'euro si sono
andati dissolvendo: in primo luogo, l'aumento del prezzo del
petrolio, che è in buona parte rientrato e non sembra attualmente e
nel prossimo futuro dare segni di tensione; ma anche, e soprattutto,
il differenziale nei tassi d'interesse a breve tra Europa e Stati
Uniti, che è sceso dall'1,75% di alcuni mesi fa allo 0,25% di oggi,
e che rischia di scomparire del tutto se le attese dei mercati
americani di imminenti ulteriori riduzioni del tasso sui Federal
Funds e i timori di quelli europei di una persistente riottosità
della Banca centrale europea all'abbassare il tasso d'interesse
troveranno conferma. Per quel che riguarda i tassi a lunga, lo
scarto tra quelli europei e quelli americani oramai non esiste più.
E se la Bce riducesse di un quarto di punto il tasso di riferimento
dopo che ho scritto queste note, non cambierebbe granché. Come negli
Stati Uniti, anche una (pur opportuna) politica monetaria espansiva
non è da sola sufficiente a riqualificare lo sviluppo: a questo fine
sono essenziali una politica fiscale orientata al pieno impiego e
una più sostenuta dinamica dei salari e dei redditi da
lavoro.
Ciò che in questo quadro sembra richiedere risposta è
l'interrogativo su quali siano le ragioni per cui le borse europee
hanno avuto nell'ultimo anno un andamento ancora più catastrofico di
quelle statunitensi, e su cosa spieghi il fatto che i movimenti di
capitale persistono a muoversi verso gli Stati Uniti. Può essere
utile anche qui fornire qualche cifra. La sopravvalutazione del
rapporto prezzi/utili e la crescita dell'indice S&P sono stati
più marcati nel `vecchio' continente. Per esempio, in Germania la
borsa si è rivalutata del 268% e in Italia del 245% rispetto al 233%
degli Usa; mentre il saggio di profitto `scontato' sul futuro per le
imprese della `nuova' economia era in Europa del 19% a fronte del
14% americano. Il crollo dal picco di marzo 2000 a un anno dopo è
stato, a sua volta, più pronunciato in Europa (-35% in Germania,
-30% in Italia) che oltre Atlantico (-27%). Se prendiamo i movimenti
di capitale tra Europa e Stati Uniti a gennaio, nel bel mezzo della
tormenta in quest'ultima economia, gli investimenti diretti
all'estero continuavano a muoversi in senso sfavorevole all'area
dell'euro, per acquisti di azioni e obbligazioni americane da parte
di europei o vendite di azioni e obbligazioni in euro da parte di
non residenti, per un totale di 45,5 miliardi di euro.
Certo, a
produrre questi esiti contribuiscono non poco la ancora stentata
crescita europea, la riconfermata ossessione anti-inflazionistica
della Bce (ma forse ancor più la volontà di non dare segnali
accomodanti ai rinnovi contrattuali) che la induce a non ridurre i
tassi, i timori che si stanno diffondendo per il rischio di hard
landing negli Usa, tutti fattori di cui si è detto. Come anche ci
devono ancora convincere quei commentatori del manifesto che ancora
pochi mesi fa hanno interpretato, troppo unilateralmente e troppo
affrettatamente, come armi politiche Usa l'alto prezzo del petrolio
e il basso valore dell'euro (via differenziale nei tassi) — entrambe
circostanze che non è detto fossero da intendersi come cattive
notizie, in verità. Quello che è chiaro è che ora che il prezzo del
petrolio sembra stabilizzarsi sui 24 dollari al barile e che
l'impatto negativo dell'ultima impennata si è rivelato meno
traumatico del previsto, ora che lo scarto tra tassi Usa e tassi
europei è svanito, e ora che l'euro continua la sua magra esistenza
pur con il competitore principale che arranca, emergono alla luce
alcune verità. Il fatto che l'economia europea patisce della crisi
americana non direttamente (come vorrebbe una visione sbrigativa
della globalizzazione: cioè in rapporto alle difficoltà degli scambi
commerciali), ma attraverso altri due canali ben più significativi.
Il primo è la sincronizzazione delle dinamiche di borsa, frutto
della liberalizzazione (politicamente decisa, e ancora oggi
politicamente favorita) dei movimenti di capitale, ulteriormente
accelerata dalla costruzione (politicamente voluta) di un
capitalismo dei fondi pensione europeo - altro elemento, sia detto
tra parentesi, che favorisce gli Usa più e meno immediatamente. Il
secondo è lo stato dei rapporti commerciali con l'estero delle
grandi imprese multinazionali europee (quasi tutte ormai non
italiane), che loro sì sono fortemente sensibili al crollo delle
vendite sul mercato americano, e le cui perdite trascinano dietro di
sé e rallentano il resto del sistema. Che poi i venti di crisi
finanziaria alla periferia colpiscano paesi dove a essere esposto
non è il sistema finanziario statunitense ma quello europeo, e in
specie quello tedesco, evidentemente rinforza il movimento del
dollaro.
Insomma, il nodo europeo torna ad essere, per un verso,
l'incapacità di sfidare una visione della globalizzazione
finanziaria di marca anglosassone, e per l'altro verso la insistita
dipendenza dal modello germanico di crescita tramite esportazioni
nette del nucleo manifatturiero e dei servizi avanzati. Modello che
si è esteso al resto della costruzione europea (e al nostro paese),
e che fragilizza anche un'economia in teoria relativamente `chiusa'
come l'area dell'euro, sicché quando le esportazioni nette franano
non si vuole o non si è in grado di produrre domanda autonoma
all''interno. Salvo per così dire, per caso, che è poi quanto
anticipa qualche istituto di previsione, che conta sul fatto che la
caduta dei prezzi del petrolio, la riduzione delle imposte decisa
dai governi per redistribuire le maggiori entrate degli anni scorsi,
e magari l'attesa ripresa dell'euro, consentano una più rapida
dinamica dei consumi privati. Ma è evidente che in questo caso non
soltanto ci troveremmo a dover sperare in qualcosa che ci salvi dal
ristagno senza che ciò sia prodotto da quell'iniziativa politica
espansiva determinata di cui ci è bisogno: ma saremmo, come siamo,
nelle condizioni di doverci accontentare di una stentata
sopravvivenza che non può che riconfermare anche noi, e non soltanto
gli Stati Uniti, in quel modello di crescita disegualitario che si
fonda sulla domanda estera e/o sulla dinamica sperequata dei
consumi, e che non può non rivelarsi per sua natura fragile e
dipendente.
4 L'analisi che precede parla in realtà anche
dell'Italia, e consente di comprendere il significato delle prese di
posizione di Confindustria. L'esperienza italiana recente è stata
segnata da alcune caratteristiche degne di nota. Mettiamone in
evidenza alcune. La crescita, pur insufficiente, si è risollevata,
raggiungendo a prezzi costanti il 2,9% (che va paragonato, per
essere chiari, non soltanto al 5% Usa, ma anche al 3,2% della
Francia e al 3,1% della Germania). Un passo che in ogni caso — per
quanto si è detto sul prevedibile andamento prossimo venturo
dell'economia mondiale ed europea, e per quanto si dirà sul caso
italiano — difficilmente verrà mantenuto per pura forza d'inerzia. A
fronte di ciò, due fatti significativi.
Primo, l'occupazione
complessiva cresce nuovamente dalla metà degli anni `90.
Interrompendo una tendenza alla riduzione che aveva caratterizzato i
primi anni di quel decennio — e che si era tradotta in una acritica
accettazione, persino nell'area della sinistra alternativa e
antagonista, della tesi della `fine del lavoro' — i lavoratori
occupati erano risaliti da poco meno di 20 milioni, (il pavimento
raggiunto nel gennaio 1995 secondo la rilevazione sulle forze di
lavoro dell'Istat) a 21.273.000 unità del gennaio 2001. A un esito
del genere ha contribuito non poco la circostanza che, impiegando un
termine tecnico, `l'elasticità dell'occupazione al reddito' (ovvero,
la misura percentuale della `risposta' dell'occupazione
all'incremento del reddito) è aumentata. Il tasso medio annuo di
crescita delle unità di lavoro tra il 1995 e il 1999 è tornato ai
livelli degli anni ottanta (0,7 per cento), pur in un contesto di
crescita lenta (pari all'1,4% tra il 1996 e il 1999, gli anni del
rientro nello Sme e dell'adesione all'euro successivi alla
svalutazione della lira); e nel 2000, con il quasi raddoppio della
crescita del Pil, il ritmo delle nuove assunzioni è persino
accelerato. Il che è evidentemente spiegabile, oltre che come
correzione di un eccesso di sostituzione di capitale a lavoro
verificatosi nei primi anni '90, in vari modi: tra cui, per un
verso, la stessa moderazione salariale, e per l'altro l'accumulo
temporaneo di forza lavoro in una fase di ristrutturazione aziendale
di cui non si sfruttano appieno e immediatamente i
risultati.
Come si sa pure, e lo ha documentato molto bene
recentemente Vittorio Rieser (cfr. il dattiloscritto Appunti su
mutamenti (oggettivi e soggettivi) nella struttura/composizione di
classe in Italia, che commenta il rapporto Istat 2000, e che spero
sia pubblicato presto su queste colonne), che il lavoro dipendente è
in aumento mentre il lavoro autonomo è in lieve calo. Dato che va
letto specificandone la composizione. Perché aumentano le nuove
forme di lavoro autonomo, che mascherano in realtà lavoro
eterodiretto (parasubordinati, collaboratori coordinati e
quantitativi, soci-lavoratori di cooperative, etc.), mentre si
riducono le figure tradizionali. E perché il lavoro dell'industria
cala, e ancor più quello della grande impresa: ma soltanto perché
gran parte delle funzioni prima svolte all'interno vengono ora
esternalizzate, oppure si mascherano come occupazioni del terziario.
Cresce a dismisura l'area della precarietà e dell'insicurezza.
Lavoro `atipico', regolato da contratti a tempo determinato (che nel
1999 avevano raggiunto il 9,5% del totale dei dipendenti), come
contratti a termine, contratti interinali, contratti di
formazione-lavoro, fino a coinvolgere più di un milione e mezzo di
donne e uomini. Oppure lavoro a tempo indeterminato sì, ma
`part-time' (per l'8,2% del complessivo). Spesso e volentieri, vero
e proprio lavoro `nero' e `sommerso'. Quando aumenta l'impiego a
tempo indeterminato, ciò avviene prevalentemente in imprese piccole
e piccolissime, quindi esentate dall'applicazione dello Statuto dei
lavoratori.
Insomma, mentre persino il lavoro più o meno
esplicitamente `operaio' ha ricominciato ad espandersi, sia pure di
poco, notevole è stata la dilatazione dell'area del lavoro comunque
`dipendente' dal capitale. A ciò si accompagna una retribuzione
reale sempre più compressa. Non soltanto i lavoratori non godono per
nulla dei rilevanti aumenti nella intensità e nella forza produttiva
del lavoro di questi anni, ma non sono neanche in grado di
recuperare l'inflazione effettiva che è stata decisamente superiore
all'inflazione programmata. Non stupisce perciò che, secondo dati
della Banca d'Italia, dal 1980 al 1999 la quota dei salari sul
reddito lordo distribuito si sia ridotta dal 56% al 40%, e che in
particolare negli ultimi dieci anni, la quota dei profitti e delle
rendite si sia gonfiata di oltre il 6%, senza che ciò possa essere
attribuito in alcuna misura ad una particolare dinamicità del
sistema delle imprese (e, come vedremo, lo riconosce di fatto lo
stesso padronato). Nello stesso arco di tempo, le retribuzioni nette
mensili sono diminuite dell'8,7%, e i lavoratori a bassa
retribuzione sono aumentati del 10%. I dati diffusi dall'Eurostat in
questi giorni sulla dinamica dei salari nell'ultimo trimestre del
2000 vedono l'Italia all'ultimo posto: e questo risultato dipende
non poco dal fatto che in particolare i salari dell'industria da noi
crescono soltanto dello 0,6% l'anno (in media, dal 1993), a fronte
di aumenti di cinque-otto volte superiori in Germania, Gran Bretagna
e Francia (cfr. l'articolo di Nicola Cacace su «l'Unità» del 13
aprile 2001). Queste circostanze, assieme alla torsione restrittiva
che ha avuto la nostra politica fiscale (persino in eccesso rispetto
a quanto ci è imposto in sede comunitaria), spiegano come mai i
consumi italiani siano cresciuti relativamente di meno che negli
altri paesi europei. Sono questi tutti frutti avvelenati della
politica di `concertazione' e degli accordi del 1992 e
1993.
Dov'è allora la novità di oggi? Sta nel fatto che nel 2000
a un sia pur modesto salto verso l'alto della crescita ha
corrisposto per la prima volta da anni una inversione della
gerarchia di importanza tra assunzioni a tempo determinato e
assunzioni a tempo indeterminato, con le seconde che tornano a
prevalere. L'ultima rilevazione campionaria dell'Istat sulle forze
di lavoro, infatti, dice che non è più vero che pressoché tutto
l'incremento dell'occupazione dipendente è dovuto alle forme di
lavoro `atipico'. Rispetto al gennaio dell'anno precedente, il
lavoro a tempo indeterminato è cresciuto di 498.000 unità, di cui
370.000 a tempo pieno e 128.000 a tempo parziale, mentre il lavoro a
tempo determinato ha avuto un gonfiamento più modesto, da 1.403.000
a 1.442.000 unità, restando al 9,4% dell'insieme di occupati. Nella
stessa industria l'incremento dell'occupazione è stato significativo
(di 76.000 lavoratori, e dell'1,5 %) ma ancora più rapido si è
mostrato quello nei servizi, di 479.000 unità e del 3,7 in
percentuale. Una dinamica, certo, che ovunque investe in primo luogo
e soprattutto le donne, che continuano a occupare posti di lavoro
meno qualificati e garantiti. E che ha una interessante dimensione
territoriale, con una espansione più marcata del Nord-Ovest e
Centro, ma anche del Mezzogiorno, rispetto al Nord-Est,
sostanzialmente stazionario.
Il che evidentemente apre al
commento `di destra' secondo cui la flessibilità, stimolando la
dinamica del prodotto, se in prima battuta richiede forme di lavoro
non garantite e/o a tempo parziale, anche per soddisfare le
`preferenze' dell'offerta di lavoro e in particolare di giovani e
donne, prima o poi, con lo `spontaneo' consolidarsi della crescita,
darebbe luogo ad occupazione `vera' e `tutelata'. Mentre è chiaro
che così non è, che ciò è dovuto in parte considerevole alla
presenza di quella normativa contrattuale che appunto Confindustria
e Polo delle libertà (e speriamo soltanto loro: ma i presagi non
sono incoraggianti) vogliono stravolgere, passando dalla
`concertazione' al ripudio del patto sociale di cui si è sfruttato
ciò che si poteva: normativa che costringe, volenti o nolenti, una
volta che il reddito si riprende, a regolarizzare le scorte di
lavoro temporaneo e atipico. Come è evidente che l'alta reattività
dell'occupazione al reddito, per cui la prima inizia a crescere a
tassi di aumento del secondo relativemente ridotti, è fenomeno
tipico di quel capitalismo `postfordista' a crescita bassa e
volatile in cui siamo immersi. Si può star certi che se la domanda e
la produzione si collocassero stabilmente su un sentiero di crescita
sostenuta — in forza di un sostegno deciso e permanente a livelli
alti e stabili di occupazione garantita e di attività, come fu
nell'epoca `fordista' — la forza produttiva del lavoro
accelererebbe, e l'elasticità dell'occupazione rispetto al reddito
retrocederebbe (per una conferma empiricamente ricca e
statisticamente documentata basta andarsi a riguardare l'ancora
attuale rapporto dell'ILO sull'occupazione mondiale nel 1996-97,
National Policies in a Global Contect).
Il secondo fatto
significativo è questo: l'eccesso dell'inflazione interna su quella
dell'area europea in condizioni di moneta unica, e perciò
l'inesorabile perdita di competitività che si sta determinando,
iniziano a produrre i loro effetti. Tant'è che pure in un anno in
cui le importazioni sono aumentate dell'8,3% e le esportazioni della
bellezza del 10,2% rispetto al Pil la bilancia commerciale è tornata
a un saldo appena positivo di poco più di 25.000 miliardi, dopo che
nel triennio preecedente si era aperto un buco nei conti con
l'estero che si era divorato l'attivo accumulato negli anni della
svalutazione, e che per il solo 1996 era ancora di più di 70.000
miliardi. A cosa questo preluda in un momento in cui il commercio
mondiale si sta sgonfiando, e rapidamente, ognuno lo può immaginare
da sé. Tanto più che la quota dovuta ad importazioni delle recenti
variazioni positive del reddito si è mantenuta a livelli elevati,
mentre le imprese italiane si sono mostrate sempre più in difficoltà
nel difendere il mercato interno, e sempre meno abili nel penetrare
sui mercati esteri. Basti segnalare che con il commercio mondiale
che negli ultimi cinque anni è cresciuto del 30%, e con le
esportazioni europee che sfruttavano i nuovi spazi salendo del 34%,
le esportazioni italiane si sono limitate ad aumentare del 20%: il
che si è tradotto in una quota sui mercati mondiali che è declinata
dal 4,2% al 3,4%, mentre sui mercati europei la quota è scesa dal
15% al 13%.
In questo scenario, il buon andamento degli
investimenti in capitale fisso, che dopo anni di sostanziale stallo
sono finalmente cresciuti del 6,1%, va interpretato come segno di
una innovazione per lo più reattiva e adattiva ai caratteri
distorsivi della nuova crescita dipendente dall'estero e dalla
sperequazione distributiva. Conta anche, senz'altro, la necessità
italiana (ma più in generale europea) di recuperare sul terreno
dell'economia della conoscenza, e di applicare trasversalmente le
tecnologie dell'informazione nella produzione, nel trasporto,
nell'intermediazione e nel consumo, promuovendo una drastica
riorganizzazione non soltanto tecnica ma anche organizzativa. Ma da
noi – non sembri stravagante – una ripresa degli investimenti fissi
è in fondo necessitata anche per l'elevato grado di utilizzo della
capacità produttiva del periodo più recente, dovuto esattamente alla
carenza di accumulazione di capitale fisico degli anni e dei decenni
trascorsi.
E' questo l'ambiente in cui Confindustria cala il suo
proclama alle assise di Parma. Visto che già l'abbiamo fatta troppo
lunga, limitiamoci a pochi punti di quel programma. D'Amato propone
di prendere la qualità competitiva nel quadro globale come
`parametro di confronto' per orientare e valutare la politica
economica, e di accettare di buon grado come `vincolo' il Patto di
stabilità europeo, entrambi assunti come dati esogeni e
immodificabili: il che, com'è ovvio, automaticamente fa delle scelte
politiche una variabile dipendente dalla dinamica presunta
`naturale' dell'economia. Si riconoscono pienamente i limiti e le
debolezze del sistema produttivo e delle aziende italiane, il loro
essere troppo piccole e ancora eccessivamente `familiari', la loro
marcata propensione a nascondersi nel sommerso, la scarsa spesa per
ricerca e sviluppo, la ridotta innovazione di prodotto. Soltanto che
i responsabili sono presto, e convenzionalmente, individuati da
D'Amato nei `soliti sospetti', lo Stato spendaccione e il lavoro
troppo rigido.
Emergono qui le due ossessioni di Confindustria,
la `flessibilità' e il contenimento dei salari, da un lato, la
riduzione delle imposte sulle imprese e il taglio della spesa
sociale con il consueto corollario delle privatizzazioni e della
riforma delle pensioni, dall'altro. Sulla efficacia nel medio/lungo
periodo della flessibilità nel determinare aumenti di occupazione si
può dubitare. Come è stato dimostrato in alcuni lavori più e meno
recenti, in Italia la flessibilità del lavoro è spesso a livelli
comparabili se non superiori a quella degli Stati Uniti, e
l'occupazione comunque cresce più velocemente proprio nelle aree
dove maggiori sono salario e garanzie; e in ogni caso l'influsso
della flessibilità sembra incidere più (negativamente) sulle
caratteristiche e la composizione dell'occupazione che non
(positivamente) sul suo livello. Rimane la questione su cui si
accanisce il dibattito politico e sindacale quotidiano, quella sulla
libertà di licenziamento, la famigerata flessibilità `all'uscita'.
Ma attenzione. La divisione tra chi è favorevole e chi è contrario
alla libertà di licenziamento cela l'essenziale. In realtà ciò che
Confindustria vuole, e che l'iniziativa padronale sui contratti e
gli accordi più o meno sottobanco con Cisl e Uil rivelano anche ai
ciechi, è non soltanto mano libera sull'uso della forza-lavoro (ne
abbiamo molteplici esempi in questi giorni seguendo la
contrattazione nazionale e aziendale dei metalmeccanici) ma anche
liberalizzazione selvaggia dei contratti a termine. Si tratta, a ben
vedere, della cancellazione dello stesso concetto di lavoro a tempo
indeterminato e della ripresa delle grandi linee di una legge che
nella legislatura che si è appena chiusa per poco non passò — con
l'accordo, per di più, di parte significativa della maggioranza (e
dei Ds). A questo punto, francamente, non si vede che bisogno ci
sarebbe di flessibilità del lavoro `in uscita'.
Per quel che
riguarda l'attacco allo Stato, si capisce bene come l'istituzione di
un `capitalismo di fondi pensione', che tanti entusiasmi sembra
suscitare nello stesso centro-sinistra, individualizzi e frammenti
ancora di più la società, e come inibisca ulteriormente un controllo
sull'economia da parte di una politica nazionale che si voglia
attenta agli interessi del lavoro. E per quel che riguarda
privatizzazione e qualità innovativa del sistema, è un po' singolare
non rendersi conto che almeno una delle ragioni della superiorità di
Usa, Germania, Francia nell'innovazione e nella tecnologia, e quindi
del nostro ritardo, è data esattamente dal forte indirizzo pubblico
che lì è ancora presente, mentre da noi è stato smantellato in nome
della supposta superiore efficienza del mercato.
Ma non è solo
ideologia il discorso di Confindustria. E' vero che `se' si assumono
le tendenze globali e la politica europea come presupposti
immodificabili, allora c'è poco da fare, l'attacco al lavoro è
l'unico modo per recuperare competitività, perché si è fatto in modo
che quello sia l'unico fattore immobile e l'unico margine su cui
raschiare sul terreno impositivo, retributivo, produttivo. E però un
futuro che ci riserva meno domanda dall'estero e, nella migliore
delle ipotesi, più consumi privati, è un futuro dove, lungi dal
procedere verso una autentica modernizzazione, il paese si
adagierebbe in una struttura squilibrata tanto sul terreno
produttivo quanto su quello dei consumi, priva ad un tempo di
autonomia tecnologica e di quei consumi collettivi che
caratterizzano un paese civile. E non sarebbe un caso, perché da noi
l'innovazione, quando c'è stata, non è mai stata separata da una
iniziativa pubblica e, ancor più, dalla presenza di un conflitto
sociale, che ora si vuole sterilizzare. Ciò che Confindustria, di
fatto, pretende è che ci si radichi definitivamente in una economia
intrappolata dai bassi salari e privata dello strumento
dell'intervento pubblico. Qualcosa che non si è sinora trasformato
in povertà diffusa ma soltanto in diseguaglianza crescente per la
presenza di `cuscinetti' e `ammortizzatori' sociali come la
famiglia, il fondo di ricchezza accumulata, la funzione
redistributiva (talora dai tratti parassitari) dello Stato.
Ma
quel `se' è importante. Il discorso svolto nelle prime sezioni di
questo scritto chiarisce come né il contesto internazionale (tanto
più in tempi di difficoltà generalizzate) né quello europeo (specie
quando il tanto atteso ritorno dello sviluppo è a rischio) possono
essere ritenuti qualcosa su cui non si possa (e non si debba) agire.
Se però non è pura ideologia, il discorso di Confindustria è
qualcosa di peggio. Prelude infatti a una seconda metà del 2001 in
cui, sull'onda di una crisi `oggettiva' e di un risultato elettorale
che premi i cantori delle magnifiche sorti e progressive della
concorrenza e del mercato, si possa smontare quel poco di garanzie
per i cittadini e per i lavoratori che erano residuati. Qualcosa
che, mutatis mutandis, è già successo (se qualcuno si ricorda ancora
del 1980). E che segnerebbe un arrretramento non soltanto per le
condizioni del lavoro ma anche per quelle dell'economia italiana
tutta. Prendiamo, di nuovo, soltanto il discorso sulla
`flessibilità'. Lo smantellamento della garanzie legislative sul
lavoro e l'attacco al sindacato (o, per dire la verità, alla Cgil, e
in particolare alla Fiom), non può non produrre effetti perversi
sulla qualità dello sviluppo italiano, tanto più se si tiene conto
come un eccesso di rotazione dei lavoratori, la bassa qualificazione
e formazione della manodopera, la disaffezione del lavoro vivo, la
stessa sua ancora più ridotta conflittualità, finirebbero con il
ritorcersi contro la competitività delle nostre imprese e la
capacità di innovazione del sistema.
Su una cosa, peraltro,
D'Amato ha senz'altro ragione. L'economia e la società italiane, sia
pure con caratteri e modalità differenti nelle sue diverse
articolazioni territoriali, sono ovunque caratterizzate dalla
disoccupazione, o da una occupazione inadeguata. Cos'altro vuol
dire, infatti, un `tasso di occupazione' (cioè la percentuale delle
forze di lavoro che trova occupazione) che in Italia si situa sul
54% (dato di gennaio 2001, più elevato dell'1,7% rispetto a un anno
prima) contro il 62% dell'Europa o il 75% degli Stati Uniti (dati
del 2000)? O che il `tasso di partecipazione' (cioè la quota della
popolazione in età lavorativa che fa parte delle forze di lavoro o
come occupati o come persone che cercano `attivamente' lavoro) è
soltanto di poco più elevato, è cioè del 60,1% nel gennaio 2001
(mentre era del 59,1% nel gennaio 2000)? Tanto per prendere il caso
più controverso, e che più facilmente potrebbe essere impiegato per
contrastare questa nostra affermazione, lo stesso Nord-Est, dove si
dice ci sia la piena occupazione e dove saremmo in un area dal
benessere europeo (e in una certa misura ciò è senz'altro vero), non
siamo forse in una situazione dove il tasso di partecipazione
femminile è sotto la media europea di almeno dieci punti, e il pieno
impiego si concentra sui maschi `maturi', mentre il tasso di
disoccupazione femminile è più del doppio di quello maschile? E non
è forse vero che in quest'area sovente mitizzata i giovani
abbandonano gli studi per lavorare, o se li proseguono troveranno un
posto non corrispondente alla loro capacità? E, ancora, non è
proprio qui che buona parte dei lavoratori, per mantenere un livello
di vita decoroso, devono poter contare su case ereditate dai
genitori e/o sui salari del coniuge o dei figli?
5 Una sinistra
degna di questo nome dovrebbe opporre il primato dell'obiettivo di
una piena occupazione `di qualità', fuori dal mito del libero
mercato ma anche da quello di uno Stato che si dovrebbe ridurre a
mero regolatore. Dovrebbe sostenere le ragioni di una lotta alla
diseguaglianza e a favore della difesa e dell'estensione di uno
Stato sociale universalista, invece di inseguire l'individualismo e
inneggiare allo Stato `leggero'. Dovrebbe impugnare la bandiera di
una ricomposizione unitaria dei soggetti dentro e fuori il mondo del
lavoro, piuttosto che gestirne in prima persona la frammentazione e
la precarizzazione. Dovrebbe ripresentare a voce spiegata la
questione salariale come corollario di una politica di diverso
sviluppo, non separandola dalla riconversione ecologicamente
compatibile dell'apparato produttivo. Dovrebbe, più in generale e
fondamentalmente, rimettere sul tappeto la questione dell'indirizzo
strutturale dell'accumulazione e della struttura economica: dovrebbe
ambire, dunque, a riprendere la sfida sul `come' e `cosa' produrre.
E dentro questo quadro potrebbe — dandogli un senso più compiuto e
condivisibile, oltre che uno sbocco più realistico – riprendere con
maggiore forza il discorso sulla riduzione dell'orario di lavoro a
parità di salario, sulla distribuzione di un reddito incondizionato
al cittadino in quanto tale, su una ripresa di controllo sulla
qualità della vita.
Si tratterebbe, certo, di una sinistra che
vede ancora nel lavoro il centro della propria identità e della
propria azione (anche se non vi si esaurisce), e che pensa possibile
oltre che desiderabile una sua liberazione. E si tratterebbe di una
sinistra che considera lo Stato qualcosa che non è destinato per sua
maledizione all'improduttività e all'inefficienza, ma che potrebbe e
dovrebbe esser fatto funzionare, e servire, diversamente. Non se ne
vedono molte in giro, ed è comunque su questo che siamo chiamati a
giudicare i loro programmi.