Jeremy Brecher

Tim Costello & Brendan Smith

 

Debitori di tutto il mondo, unitevi!

 

La globalizzazione “dal basso” apre nuove possibilità di resistenza?

 

 

Jeremy Brecher, Tim Costello e Brendan Smith sono autori di Come farsi un movimento globale (DeriveApprodi, Roma, 2001) e insieme hanno prodotto il documentario video Global Village or Global Pillage? Per maggiori informazioni sul loro lavoro, visitare il sito www.villageorpillage.org

 

Anche se in un certo senso esiste una economia globale già da oltre 500 anni, nell’ultimo decennio del ventesimo secolo l’integrazione economica globale ha assunto nuove forme. La produzione, i mercati, la finanza e la tecnologia sono diventati più collegati fra loro a livello globale. Le corporation sono diventate globali e istituzioni economiche internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per il Commercio Internazionale (più conosciuta come WTO) hanno accumulato maggiori poteri, specialmente sui paesi poveri.  Le ideologie e le politiche neoliberali hanno spinto lo stato nazionale ad assumere il ruolo di promotore dell’espansione del mercato. Questo esito è stato definito dal professore di relazioni internazionali Richard Falk  una “globalizzazione dall’alto.”[1]

Ma solo quando le elite politiche e corporative si sono estese oltre frontiera per allargare i loro obiettivi, la gente ha cominciato a collegare le proprie lotte nel mondo per imporre i propri bisogni ed interessi su quelli dell’economia globale. La globalizzazione dall’alto sta generando un movimento mondiale di resistenza: Falk lo ha battezzato la “globalizzazione dal basso”. Questa convergenza di movimenti, che ha avuto il suo “debutto” alle riunioni del WTO a Seattle alla fine del millennio, si è ripresentata con proteste ad ogni vertice economico internazionale, ma ancora di più con azioni di base e con la solidarietà reciproca in tutto il mondo. 

L’era della globalizzazione è stata un’era di crisi finanziarie progressivamente sempre più profonde. Ogni successiva crisi ha dimostrato che molti paesi hanno debiti non solvibili, tuttavia ogni successiva crisi è stata risolta prestando altri soldi ai debitori. Le condizioni imposte ai paesi debitori per l’ottenimento di nuovi prestiti – riassunte nell’espressione di “aggiustamenti strutturali” – sono essenzialmente quelle di mettere le loro economie al servizio del ripagamento del debito estero piuttosto che per rispondere alle necessità della loro popolazione. Ne è risultato un devastante impoverimento e perdita di diritti per la gente sia nei “paesi meno sviluppati” (PNS) che nei “paesi a nuova industrializzazione” (PNI).

Queste “risoluzioni” hanno posto le basi per future crisi e insolvenze. Ma mentre il movimento che sfida la globalizzazione capitalista ha avanzato una critica vigorosa di questo processo, ha trovato pochi punti su cui far leva per intaccarlo[2]. Con una nuova tornata di crisi finanziarie internazionali ormai imminente, troveranno i sostenitori della globalizzazione dal basso – e coloro che soffriranno maggiormente per queste  crisi – dei modi per influenzarne il corso?

 

La globalizzazione della finanza e delle crisi finanziarie

 

Mentre molte delle discussioni sulla globalizzazione si sono concentrate sul commercio, la globalizzazione della finanza risulta essere altrettanto importante. Più di 1500 miliardi di dollari circolano attraverso le frontiere internazionali quotidianamente, contro gli 0,2 miliardi di dollari del 1986[3]. La finanza privata che circola nei paesi in via di sviluppo è cresciuta da 44 miliardi di dollari a 256 miliardi di dollari del 1997[4].

I funzionari del governo americano e del FMI hanno girato il mondo in lungo e in largo durante gli anni ’90, incoraggiando i paesi a “liberalizzare” le loro economie, ad aprirsi illimitatamente al flusso di merci, servizi e capitali. E così il capitale speculativo è affluito ai cosiddetti “mercati emergenti”. I fondi comuni di investimento, per esempio, sono passati da 1 miliardo di dollari del 1991 a 23 miliardi di dollari nel 1996[5].

Il problema, però, era che dai mercati emergenti come la Malesia, la Corea del Sud e il Brasile potevano fuoriuscire molti più soldi di quelli che entravano. La crisi tailandese del 1998, che a un primo colpo d’occhio appariva come una crisi locale, si è estesa rapidamente nel mondo. Queste “economie del miracolo” si sono dimostrate “economie effimere” quando la cosiddetta crisi economica asiatica – che aveva coinvolto anche Russia, Africa e America Latina – le ha investite. Le liquidità che erano affluite in questi paesi sono defluite nel giro di giorni. In due anni, l’economia malese si è contratta del 25%, quella della Corea del Sud del 45% e quella della Tailandia del 50%. In Indonesia, 20 milioni di persone hanno perso il lavoro nel giro di un anno e il tasso di disoccupazione è cresciuto da meno del 5% a più del 13%, mentre il numero delle persone in condizioni di totale indigenza si è quadruplicato, raggiungendo i 100 milioni[6].  Secondo l’economista Paul Krugman: “Siamo tornati all’economia volatile e predepressiva di boom e fallimenti finanziari”[7].

Il FMI, posto di fronte a quello che minacciava di diventare un crack finanziario globale, si è mosso “in soccorso”. In cambio di ulteriori prestiti ha imposto “condizionalità” rovinose ai paesi debitori, come l’innalzamento dei tassi d’interesse, la privatizzazione degli investimenti pubblici, l’apertura illimitata delle loro economie alla proprietà straniera, il taglio dello stato assistenziale e la riscrittura degli statuti di lavoro per abrogare i diritti dei lavoratori. L’obiettivo era quello di salvare gli investitori e far diventare ogni paese dissestato in ciò che l’economista Robin Hahnel ha chiamato “una macchina per il ripagamento dei debiti”.

 

Il cartello dei creditori

 

Perché i paesi debitori hanno accettato tali prestiti e le condizioni ad essi collegate? La risposta è da ricercare nel nuovo modello internazionale che istituito col la crisi del debito degli anni ’80. Allora, oltre una decina di paesi dell’America Latina e dell’Africa o avevano già smesso di pagare il debito del tutto o avevano già dei vistosi arretrati dovuti perlopiù alla caduta delle esportazioni per via della recessione globale[8].

Molti paesi proposero unilateralmente di limitare il pagamento del debito. Il Perù e lo Zambia annunciarono che non avrebbero pagato più del 10% delle loro entrate determinate dalle esportazioni[9]. Chiunque però fece queste proposte andò incontro alla minaccia di veder ridotti tutti i flussi di capitali, mentre il capitale nazionale cominciò a defluire alla ricerca di nuove fonti di profitto.

Sempre nello stesso periodo, inoltre, le banche creditrici, spalleggiate dagli USA con la cooperazione europea e giapponese, siglarono un accordo con il FMI secondo il quale si sarebbero garantiti prestiti ulteriori a quei paesi che per primi pattuirono accordi con il FMI. Il FMI, sostenuto dai Comitati dei Creditori delle banche, chiese in cambio che tali accordi includessero le condizionalità normalmente chiamate “ aggiustamenti strutturali”. Le banche e il G7 hanno costruito un fronte unico a tutti gli effetti – un “cartello dei creditori” – e hanno autorizzato il FMI a rappresentarle nelle trattative con i paesi debitori.

In questo contesto sono emerse varie proposte da parte dei paesi debitori per rispondere collettivamente alla crisi. Il consigliere finanziario di un paese latinoamericano, per esempio, propose un anno di moratoria per tutti i paesi indebitati, seguito da una dilazione di sei anni, da una riduzione dei tassi d’interesse e da nuovi crediti dalle banche. Fidel Castro propose che congiuntamente i paesi debitori rifiutassero la restituzione del debito, malgrado Cuba stessa pagasse i suoi debiti puntualmente[10]. Il leader del Partito Operaio brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva – detto “Lula” – nel sostenere tale collaborazione fece notare che ogni volta che un paese dell’America Latina ha provato a rinegoziare migliori condizioni “è stato come far incontrare un peso leggero con Mike Tyson: l’avversario, per quanto bravo sia, finisce sempre k.o.”[11].

Alla fine, comunque, il cartello dei creditori fu in grado di sconfiggere con due mezzi diversi tutti i tentativi di una contrattazione collettiva. Prima minacciò che qualunque paese colpevole di un tale tiro mancino avrebbe subîto delle sanzioni devastanti.  Come affermò il vicesegretario al Tesoro USA R. T. MacNamar nel 1983:

I beni all’estero di un paese che ripudia il suo debito verrebbero confiscati dai creditori in tutto il mondo; le sue esportazioni verrebbero sequestrate dai creditori in ogni banchina a cui attraccano; le sue linee aree non volerebbero più e tutte le fonti dei beni strumentali di cui ha così disperatamente bisogno verrebbero praticamente eliminate. In molti paesi, anche le importazioni di generi alimentari verrebbero tagliate.”

 

Il Ministero del tesoro degli USA ha compilato una lista di beni che diverrebbero “scarsi” nei paesi debitori insolventi. MacNamar ha osservato che si era posta una questione interessante: “Non avete mai pensato a cosa succederebbe al presidente di un paese se il suo governo non fosse in grado di assicurare l’insulina ai diabetici ?”

In secondo luogo il cartello dei creditori applicò il principio del divide et impera. Paesi come il Cile e le “Tigri” del sudest asiatico, che accettarono questo programma, furono ricompensati con prestiti a condizioni leggermente più favorevoli. E i paesi più poveri vennero aizzati contro quelli di “nuova industrializzazione”[12]. Come ha sostenuto un analista, l’efficace coordinamento tra i debitori fu bloccato dalla “sovranità nazionale, che massimizza gli incentivi per ogni paese che singolarmente cerca di ottenere per se stesso le migliori condizioni.”[13]

Questo modello persiste ancora oggi. Ogni volta che un paese minaccia di essere inadempiente, il cartello dei creditori gli offre nuovi prestiti, ma con condizioni nuove e sempre più ferree. Questo è proprio quanto è successo durante la cosiddetta crisi asiatica alla fine degli anni ’90. La crisi ha visto enormi lotte popolari contro le politiche imposte dal FMI, segnate da incredibile eroismo e spirito di sacrificio, in paesi come la Corea del Sud e l’Indonesia. Ma queste lotte erano largamente isolate le une dalle altre e non si presentavano come un fronte unico nei confronti del FMI e dei paesi creditori.  I paesi debitori e i loro movimenti sociali generalmente restavano a livello dell’arena nazionale. L’idea di un cartello dei debitori fu sollevata solo sporadicamente, benché una simile possibilità avrebbe considerevolmente accresciuto l’influenza dei paesi debitori. Invece il FMI poté di dire ad ogni singolo paese “Mettiti con noi o noi ti escluderemo dall’economia globale, ti taglieremo fuori da ogni finanziamento, e prima che tu ti riprenda faremo in modo che i tuoi mercati ti siano sottratti da altri paesi maggiormente disposti a giocare il nostro gioco”[14].

Come ha scritto Susan George all’inizio degli anni ’90, le elite Terzo Mondo hanno spesso guadagnato da accordi internazionali finanziari che immiserivano i loro connazionali.

 

Anch’essi hanno beneficiato delle cadute dei salari e i loro soldi rimanevano spesso in paradisi fiscali fuori dai loro paesi, in valuta USA o in franchi svizzeri. Ogni volta che il FMI chiede una svalutazione della valuta nazionale per incoraggiare l’export, quelle holdings che possiedono valuta straniera diventano automaticamente più ricche a casa loro… Come ricompensa per la loro docilità, i creditori hanno permesso a molte delle elite dei paesi debitori di mantenere i loro legami con il sistema finanziario internazionale rifornendoli con il contagocce di liquidità fresca ed offrendogli frequenti opportunità di acquistare merci locali a prezzi di occasione, attraverso la cosiddetta “conversione di debiti in capitale proprio” o programma di privatizzazione[15].

 

Ma l’impatto della crisi degli anni ’90 sul Terzo Mondo è più ambiguo. Specialmente in Asia, imperi commerciali immensamente ricchi e di successo sono stati decimati, e le loro aziende un tempo fiorenti sono state rilevate da investitori stranieri a prezzi stracciati. Ma almeno finora le elite del Terzo Mondo hanno generalmente fatto il gioco dei dirigenti del cartello dei creditori - se si eccettuano i mugugni – facendo ben scarsa resistenza[16].

I loro “rapporti costi-benefici” nelle crisi future probabilmente dipenderanno dalle scelte specifiche che avranno di fronte.

 

Dopo la bolla USA

 

Quando i paesi debitori si trovavano dinanzi allo spettro dell’insolvenza alla fine degli anni ’90, il FMI, spalleggiato dai creditori internazionali, offrì loro enormi prestiti. Ma il FMI insisteva allo stesso tempo per imporre condizioni devastanti per la prosperità economica della gente di quei paesi. Imponeva, non solo ai paesi poveri, ma anche ai paesi di “nuova industrializzazione”, la privatizzazione delle funzioni governative, il licenziamento degli insegnanti, dei lavoratori della sanità, e di altri dipendenti statali; l’abrogazione delle leggi a tutela dei lavoratori, l’eliminazione i sussidi per l’alimentazione e altre necessità essenziali; l’aumento dei tassi d’interesse a livelli rovinosi che creano bancarotta su grande scala e disoccupazione; e la svendita delle loro aziende a investitori stranieri a prezzi irrisori.

L’apparente proposito di queste misure era quello di rendere meno costose le esportazioni dei paesi debitori. L’espansione delle esportazioni avrebbe prodotto guadagni attraverso i quali questi paesi avrebbero potuto onorare i loro debiti. Lo sfruttamento della gente e dell’ambiente avrebbe placato gli investitori globali. Nell’insieme la cosa funzionò. I salari minimi effettivi nei paesi interessati precipitarono, ma i mercati azionari e valutari rifiorirono.Le pagine di commercio e finanza dei giornali dichiararono che la crisi era finita. Massicce esportazioni verso gli USA permisero di pagare il debito, e almeno in apparenza, di tornare alla redditività e alla crescita.

Un altro motivo per cui l’operazione funzionò fu un altro “miracolo economico”, il boom degli USA che produsse un crescente mercato per i “paesi di nuova industrializzazione” e i “paesi meno sviluppati”, dando loro la possibilità di accrescere le loro esportazioni. Allettati dalla mitologia della “new economy” i loro soldi affluirono a Wall Street, promovendo il boom. Gli USA videro crescere il loro deficit commerciale a livelli senza precedenti, essenzialmente acquistando i prodotti mondiali con dollari come “pagherò”. Il deficit dei conti correnti USA è passato dai 47,7 miliardi di dollari del 1992 ai 420 miliardi della fine del 2000[17]. Le importazioni a bassi prezzi permisero agli USA di “importare la deflazione”, creando l’illusione che il boom potesse proseguire senza provocare surriscaldamenti. Gli USA sembravano insomma ottenere tutti i vantaggi della globalizzazione senza doverne pagare alcuno dei costi.

Ma anche questo miracolo ha finito per convertirsi in una bolla. La profonda caduta della borsa USA ha avviato  un periodo di netto calo della crescita, il cui impatto ora è aggravato dalla stagnazione in Europa e dalla recessione in Giappone. L’economia USA in declino non può più assorbire il resto delle esportazioni mondiali. Senza gli USA che agiscono come “spugna”, il mancato superamento dei limiti strutturali già evidenziati durante la crisi asiatica potrebbe portare a una nuova e più estesa crisi del debito, con minacce di insolvenza dei paesi debitori. Ora che la bolla speculativa si sta sgonfiando, i debiti di paesi come la Tailandia, la Russia, il Brasile, l’Argentina, la Turchia, la Corea del Sud e di molti altri paesi potrebbero ridiventare insolvibili[18].

La Turchia e l’Argentina si sono trovate di fronte a questo tipo di crisi del debito nei primi mesi del 2001. Malgrado gli ingenti prestiti del FMI stanziati nel 2000, non sono state in grado di pagare neppure gli interessi sui loro debiti, senza stipulare nuovi ingenti prestiti o “rinegoziando”quelli esistenti. Certamente, bisogna tenere conto in ogni caso delle presunte circostanze particolari, ma anche le crisi della Tailandia e del Brasile e di tutte le altre “economie del miracolo” sarebbero state dovute a presunte circostanze particolari. A proposito del debito estero di 150 miliardi di dollari dell’Argentina, l’economista Robert Samuelson ha segnalato la “possibilità di una reazione a catena…l’economia USA sta civettando con la recessione; il Giappone è impantanato nella stagnazione…il venir meno dell’Argentina potrebbe peggiorare la crisi globale”. Egli aggiunge che siamo più vicini oggi all’orlo di una deflazione globale che durante la crisi asiatica del 1997-1998[19].

 

Un cartello dei debitori?

 

I paesi ricchi e i creditori ricchi senza dubbio continueranno a chiedere condizionalità più crudeli da debitori potenziali ormai sfiniti. Hanno già assunto questo atteggiamento in Turchia e in Argentina, e sembra certo che ci riproveranno anche nel futuro.

Malgrado le occasionali minacce di non pagare, nessun paese per decenni ha mai rifiutato le condizioni imposte dal cartello dei creditori: semplicemente non vogliono trovarsi di fronte alle conseguenze dell’inadempienza. E malgrado le occasionali esenzioni dal debito e la nuova retorica del FMI, della Banca Mondiale e del G7, le politiche fondamentali del cartello dei creditori sono rimaste invariate[20].

Comunque un certo numero di cambiamenti nel contesto globale potrebbero aprire nuove possibilità per il prossimo round. Primo, data una contrazione economica generalizzata guidata da USA e Giappone, l’ortodossia degli aggiustamenti strutturali è probabilmente destinata a fallire nel momento in cui nessuno acquisterebbe le maggiori esportazioni dei paesi debitori. In secondo luogo, se senza dubbio i creditori cercheranno di stringere in una morsa le economie dei paesi in via di sviluppo, c’è pur sempre un limite al sangue che si può spremere da un sasso. In terzo luogo ci sono dei grandi dissensi tra USA ed Europa sul controllo delle istituzioni finanziarie internazionali e sulle direzioni future per l’economia globale[21].

In quarto luogo le elite degli USA sono divise sulla politica finanziaria, tra coloro che ancora appoggiano il FMI e coloro che vogliono invece vedere il suo ruolo fortemente ridotto. Infine, ma forse questo è l’elemento più importante, l’emergere della globalizzazione dal basso crea la possibilità di nuove forme di cooperazione transnazionale tra i paesi debitori e coloro che li sostengono o che ne condividono gli interessi..

È risaputo tra i banchieri – ma è un segreto tra i debitori – che il benessere dei creditori dipende dai loro debitori.

Se il debitore non può o non vuole pagare il suo debito, i creditori rimangono con la mano tesa. Ecco perché i prestatori spesso danno soldi a gente dai trascorsi inaffidabili e perché i governi di tanto in tanto intervengono per salvare compagnie che sono giudicate “troppo grandi per fallire”, dato che il loro collasso metterebbe in crisi l’intera struttura finanziaria. Mentre i paesi debitori possono sembrare impotenti, nei fatti sono invece come Sansone che, incatenato alle colonne del tempio, potrebbe far crollare il tempio facendo crollare le colonne.

Il prerequisito per trarre vantaggio da tale dipendenza è uscire dalla logica secondo cui ogni paese debitore affronta i suoi problemi isolatamente, come una questione che riguarda solo se stesso e il cartello dei paesi creditori. Una volta che i paesi debitori inizieranno a pensare di trattare collettivamente con i propri creditori – qualcosa che si potrebbe riassumere nell’espressione “cartello dei debitori” – potrebbe esserci un radicale mutamento  nella configurazione del potere.

Se un gruppo di paesi, tutti insieme, si rifiutassero di sottostare, i creditori e i loro potenziali rappresentanti avrebbero dei grossi problemi a imporre delle sanzioni finanziarie contro i debitori. Tali sanzioni infatti potrebbero indebolire la possibilità stessa del futuro pagamento e tutto ciò potrebbe minacciare la stabilità del sistema economico internazionale nel suo complesso. (Se anche solo alcuni dei più importanti “paesi a nuova industrializzazione” “saltassero”, tutte le maggiori banche e istituzioni finanziarie del mondo sarebbero minacciate da un immediato collasso, a meno che i governi non intervenissero massicciamente per salvarle). La minaccia di una insolvenza concertata è una bomba atomica finanziaria, che se brandita, cambierebbe l’intera dinamica delle relazioni finanziarie globali[22].

In effetti la minaccia dell’inadempienza concertata avrebbe delle conseguenze pesantissime per l’economia globale. E ciò perché tale minaccia darebbe ai “paesi a nuova industrializzazione” e ai “paesi mano sviluppati” una forza che non hanno quando agiscono separatamente. Per utilizzare questa forza, questi paesi non hanno neppure bisogno di pubblicizzare la minaccia di inadempienza. Basta che inizialmente si mettano a discutere tra loro e chiedano al FMI e agli altri rappresentanti dei creditori di contrattare collettivamente con loro. Le implicazioni – una inadempienza collettiva sarebbe l’equivalente di uno sciopero – sarebbero ovvie.

Come una bomba atomica, il cartello dei debitori rappresenta un’arma incredibilmente potente, ma che può anche scoppiare nelle mani di chi la maneggia. Potrebbe essere più potente se rimane una minaccia, poiché cambierebbe il rapporto di forze senza perseguire vittorie che sarebbero solo di Pirro. Essa può essere usata per intavolare nei negoziali questioni che attualmente non vengono neppure affrontate e per insistere che siano messe all’ordine del giorno. Le questioni da includere potrebbero essere quelle di:

 

 • Porre un tetto alla percentuale delle entrate dall’export da utilizzare per pagare i debiti. Questo sarebbe un modo fondamentale per rifiutare di gestire i paesi debitori in funzione del loro debito piuttosto che in relazione alle necessità della popolazione.

• Eliminare le condizionalità sui prestiti che impediscono ai paesi di espandere i propri mercati interni, assicurando crediti per i loro coltivatori e le loro aziende, utilizzando quante più risorse hanno a disposizione per sviluppare le proprie economie piuttosto che pagare gli interessi ai ricchi del globo[23].

• La cancellazione del debito dei paesi più poveri: una misura giustificata in ogni caso dal punto di vista umanitario.

• Costruire un sostegno internazionale per “controlli dei capitali” nazionali che limitino la circolazione dei capitali speculativi in entrata e uscita dagli stati.

• La riduzione del potere del FMI e delle altre istituzioni finanziarie internazionali e la loro sostituzione con un sistema di organizzazioni interagenti che rappresentino regioni particolari e particolari funzioni come l’ambiente e la salute, coordinate attraverso il sistema delle Nazioni Unite. Come ha scritto Walden Bello, oggi c’è la necessità di “decentralizzare e ridurre la concentrazione del potere istituzionale e di creare un sistema pluralistico di istituzioni e organizzazioni che interagiscono le une con le altre con intese ed accordi definiti a grandi linee e flessibili.[24].

• Sostituire le “operazioni di salvataggio” del FMI con un meccanismo di insolvenza per i paesi indebitati, con commissioni di arbitraggio che rappresentino sia i debitori che i creditori, nelle quali si tenga conto del bisogno di reti di sicurezza sociale per proteggere un minimo di dignità umana dei poveri[25].

• Far approvare una “Tobin tax” internazionale sui flussi speculativi di "denaro caldo", per ridurre la volatilità internazionale e fornire risorse per i paesi più poveri[26].

 

La promozione di un cartello dei debitori dal basso

 

Pochi governi del Terzo Mondo sono disposti in primo luogo a discutere una tale strategia perché hanno paura dell’immediata ritorsione che si produrrebbe da parte delle potenze in questione. Ma non c’è ragione di aspettare che si muovano; nuove forze potrebbero rendere possibile il cambiamento del contesto nel quale essi operano. In quasi ogni paese che ha prestiti dal FMI e accordi di condizionalità, ci sono organizzazioni sociali e sindacali che si oppongono alle concessioni al FMI. Ci sono state centinaia di “rivolte al FMI” in tutto il mondo da quando si sono cominciati ad imporre i piani di aggiustamento globale. Solo negli ultimi due anni, in decine di paesi ci sono state proteste di massa e scioperi generali contro le politiche di aggiustamento strutturale. Tra questi paesi anche la Turchia e l’Argentina, che hanno ricevuto dal FMI grandi salvataggi proprio quest’anno[27].

Molte di queste lotte sono rimaste all’interno dei confini nazionali. Esse si opponevano all’accettazione da parte del governo delle politiche imposte dai creditori. Ma la cosa triste è che tali resistenze sono state in larga parte inutili[28]. Per le ragioni sopra esposte, nessun paese è riuscito ad ottenere più che marginali cambiamenti rispetto alle richieste del cartello dei creditori[29].

Ma la globalizzazione dal basso ha cominciato a ridefinire le questioni della finanza globale in un contesto transnazionale. Ciò fornisce sia una struttura concettuale sia una serie di collegamenti che possono aiutare questo movimento a estendersi oltre le frontiere nazionali. Questo apre la possibilità di cominciare a riformulare la questione come un problema che richiede una risposta collettiva da parte dei debitori.

Il primo passo potrebbe essere semplicemente quello di aggiungere alle rivendicazioni nazionali e locali del movimento quello della cooperazione tra paesi debitori.

Quando migliaia o milioni di persone protestano contro le politiche del FMI – come frequentemente fanno in molte parti del mondo – possono inserire tra le loro richieste che i loro governi nazionali inizino a cooperare con i paesi debitori. Unirsi alle manifestazioni e alle prese di posizione pubbliche darebbe il senso di un fronte unico che si sviluppa. Alcune reti transnazionali come la Jubilee South, hanno cominciato una tale discussione. Nel maggio del 1999 i rappresentanti di 13 paesi africani si sono incontrati a Lusaka, in Zambia, invitando a “un ripudio collettivo dell’illegittimo pagamento del debito estero” e “congiungere le nostre mani oltre le frontiere” per “premere affinché i dirigenti dei nostri paesi creino un cartello internazionale dei debitori”[30].

Come minimo tale ondata transnazionale dal basso potrebbe incoraggiare il cartello dei creditori a fare qualche concessione ai paesi del Terzo Mondo, per timore che il movimento possa crescere[31]. In un contesto di approfondimento della crisi, ciò potrebbe spingere perlomeno i paesi debitori a ricominciare a parlare di strategie collettive.

Un tale approccio offre anche un collegamento naturale con i lavoratori del Nord. Le condizionalità del FMI costringono paesi come la Corea del Sud, il Brasile e la Russia ad esportare manufatti in USA a prezzi estremamente bassi sulla base della compressione dei livelli salariali. Ciò ha contribuito notevolmente alla recessione produttiva attuale degli USA. Un attacco comune contro le politiche di aggiustamento strutturale e il sostegno di una crescita guidata dalla domanda interna nel Terzo Mondo potrebbero fungere da basi per una potente alleanza tra i lavoratori del Primo Mondo e un largo campo di forze nel Terzo Mondo.

La globalizzazione dal basso si è adoperata per la cancellazione del debito dei paesi più poveri del mondo, in particolare con le campagne Jubilee per la cancellazione del debito. Nelle sue campagne contro la Banca Mondiale e il FMI, ha criticato l’impatto degli aggiustamenti strutturali. Se ciò può aiutare a costruire una cooperazione dei paesi debitori per utilizzare la “bomba atomica” della cancellazione del debito e collegare i loro sforzi con i loro naturali alleati nel Primo Mondo, forse sarà in grado di avere effetti significativi sul futuro dell’economia globale.

 

 


 

[1]Per quanto sappiamo, i termini “globalizzazione dall’alto” e “globalizzazione dal basso” furono usati per la prima volta da Richard Falk, “The making of global citizenship" in Global Visions: Beyond the New World. Order, (Boston: South End Press, 1993). Per una più completa disamina della globalizzazione dall’alto e dal basso, si vedano il nostro Come farsi un movimento globale (DeriveApprodi, Roma, 2001) e Jeremy Brecher e Tim Costello, Contro il capitale globale. Strategia di resistenza (Feltrinelli, Milano, 2001).

 

[2]Uno sforzo significativo in questo senso è stata la campagna contro l’acquisto delle obbligazioni della Banca Mondiale. Per informazioni si rimanda al sito www.worldbankboycott.org.

 

[3] Roger Cohen “Argentine economy reborn but still ailing” New York Times, 6 febbraio 1998 pag. A1; Nicholas Kristof e Edward Wyatt “Who went under in the world’s sea of cash?” New York Times, 15 febbraio 1999.

 

[4]John Cavanagh e Sarah Anderson, "The impact of capital flows on work­ers in the global economy" Institute for Policy Studies, 1 marzo 1998; "Toward a new financial system" The Economist, 11 aprile 1998.

 

[5]Robin Hahnel, Panic Rules! (Cambridge, Mass.: South End Press, 1999), pp. 51, 46.

 

[6] Fareed Zakaria, "Will Asia turn against the West?" New York Times, pagina dei commenti, 10 luglio 1998, p. A15.

 

[7]R. Cohen, "Argentine economy reborn but still ailing.”

 

[8]Benjamin J. Cohen, "LDC debt: Is activism required?" in Third World Debt: The Search for a Solution, a cura di Graham Bird (Edward Elgar, 1989), p. 142.

 

[9] Susan George, A Fate Worse than Debt (New York- Grove Press, 1990), pagg. 216-19; Tatjana Chahoud, "The changing roles of the IMF and the World Bank" in The Poverty of Nations, a cura di Elmar Altvater, Kurt Hubner, Jochen Lorentzen e Raul Rojas (London: Zed, 1991), pp. 111-13.

 

[10]Il testo delle interviste di Castro compare in Mkhel Henri Bouchet, The Political Econ­omy of 'International Debt (New York: Quorum Books, 1987), pp.. 160-61.

 

[11]Citato in Emir Sader e Ken Silverstein, Without Fear of Being Happy (London, Verso, 1991), pp. 162.

 

[12] Per una discussione sulle ragioni dell’interruzione della cooperazione fra i debitori si veda George, A Fate Worse than Debt, pagg. 67-69. L’intera storia di come la cooperazione dei debitori fu bloccata non è stata ancora ancora rivelata. La Gorge fornisce una resoconto non confermato secondo cui all’inizio del 1986 i governi debitori dell’America Latina avevano convocato una conferenza stampa per annunciare una azione comune che includeva limitazioni nel pagamento del debito, che non avrebbe dovuto superare certe percentuali delle esportazioni e un ripagamento del debito a tassi d’interesse ridotti. Quella notte la delegazione messicana ricevette una telefonata da Washington in cui si minacciava il taglio degli investimenti americani. La mattina dopo la conferenza stampa fu cancellata. (A. Fate Worse than Debt, pag. 213.) Tali dinamiche potrebbero essere oggetto di interessanti studi e ricerche.

 

[13]B. J. Cohen, "LDC debt: Is activism required?" p. 150.

 

[14] Durante la crisi della fine degli anni ’90, il cartello dei creditori mise i paesi debitori gli uni contro gli altri  in modo da avvantaggiarsi della accresciuta interdipendenza creata dalla globalizzazione. Uno degli effetti della crisi fu la revoca dei crediti a breve termine alle nazioni debitrici. Ne risultò che i paesi di nuova industrializzazione, particolarmente in Asia, furono incapaci di importare i materiali di cui avevano necessità per produrre ed esportare. Il cartello dei creditori insisteva che per ottenere i crediti a breve termine, ogni paese debitore dovesse accettare prestiti a lungo termine a condizioni estremamente sfavorevoli. La minaccia – implicita e qualche volta esplicita – era che qualsiasi paese che non si fosse rapidamente accordato avrebbe presto perso i suoi mercati di esportazione a vantaggio di altri paesi a nuova industrializzazione.  Questa è un altra fonte aggiuntiva di pressione che deve essere tenuta in considerazione da qualsiasi paese che vorrà tentare nel futuro di resistere alle richieste del cartello dei creditori e ciò accresce ancora di più la necessità della cooperazione tra i paesi debitori.

[15] Susan George, The Debt Boomerang (London: Pluto Press, 1992), pag. xviii. L’ammontare del capitale defluito dai 18 paesi più indebitati tra il 1976 e il 1985 è stato stimato dalla Morgan Guarantee Trust Com­pany come i due quinti del loro debito complessivo; l’ammontare defluito dall’America Latina rappresentava un terzo del suo debito. Vedi anche Chahoud, pagg. 113-14. Questo contributo fornisce un chiarimento sulla discussione a proposito degli “interessi delle elite politiche” del Terzo Mondo in relazione alle politiche del debito.

 

[16] Si dovrebbe segnalare che in molti casi i governi dei paesi debitori accettarono condizioni che poi non furono in grado di onorare, sia per loro incapacità sia perché decisero di fare altrimenti. Le condizioni che eludevano avrebbero spesso danneggiato gli interessi o le posizioni della elite al potere. Ma ciò non ha impedito al FMI di realizzare nuovi accordi basati su nuovi prestiti o su rinnovi degli stessi.

 

[17] Frederic Clairmont, "USA: The making of the crash" in Third World Resur­gence, gennaio-febbraio 2001, p. 46.

 

[18] Una ulteriore causa di pressione sui guadagni dalle esportazioni del Terzo Mondo è rappresentata dalla feroce concorrenza tra i paesi del Terzo Mondo stesso. Questa si sta attualmente intensificando a causa dall’accresciuto ruolo della Cina in molti mercati dell’export. Per esempio le aziende di Taiwan producono metà dei computer portatili e un quarto dei computer da scrivania di tutto il mondo.  Ma gli acquirenti americani hanno “fatto pressione sui loro fornitori taiwanesi per avere prezzi più bassi”  e si sono messi a cercare produzioni a prezzi più convenienti all’estero. “Il candidato più ovvio è la Cina con la sua forza-lavoro vasta, conveniente e sempre più istruita… Le aziende di Taiwan dicono che i costi di un business in Cina sono molto più bassi dei loro…. Secondo il Credit Lyonnaise a Shangai un ingegnere addestrato costa da un quarto a un terzo in meno di un ingegnere di Taipei. La differenza è ancora più marcata tra gli operai generici: “Le aziende di Taiwan hanno quindi spostato la produzione nelle fabbriche cinesi: la stragrande maggioranza dei componenti come driver e adattatori elettrici; l’80% degli scan­ner e quasi la metà dei monitor. (Mark Landler, "These days 'Made in Tai­wan' often means 'Made in China" New York Times, 29 maggio 2001.)

Secondo Nicholas R. Lardy della Blockings Institution, " La Cina ha soppiantato gli altri paesi come fonte principale di rifornimento di merci con largo impiego di manodopera. Negli anni ’80 il 60% delle importazioni USA proveniva da Taiwan e Corea del Sud e il 2% dalla Cina. Entro la fine degli anni ’90 il 60% proveniva dalla Cina e il 10% dalla Corea del Sud e Taiwan. Così la rapida crescita del deficit [commerciale USA] con la Cina è dovuta al fatto che le importazioni sono cresciute molto più rapidamente, ma l’aggiustamento si è avuto a Hong Kong, Taiwan e in Corea del Sud.” ("Will business suffer in a China stalemate?" New York Times, 8 aprile 2001.) Spesso si dimentica che la paura della concorrenza cinese nei confronti degli altri paesi asiatici “a nuova industrializzazione” è stato un fattore decisivo nel far precipitare la crisi asiatica alla fine degli anni ’90. Ciò dimostra come l’economia “reale” e quella “finanziaria” spesso interagiscono nell’esacerbare la “corsa verso il basso” tra i paesi del Terzo Mondo.

 

[19] Robert Samuelson, "Will Argentina trigger the next financial crisis?" Wash­ington Post, 18 aprile 2001.

 

[20] Per i dati sul debito e le esenzioni dal debito si veda la pagina web www.jubilee2000uk.org, il sito internet di Jubilee Plus.

[21] Secondo C. Fred Bergsten, direttore dell’Institute for International Eco­nomics a Washington D.C.: "Gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono sull’orlo di un grande conflitto economico e commerciale”. (Sanger, "A slump that won't stay home").

 

[22] Un certo numero di cambiamenti nella struttura del debito, intervenuti dall’inizio degli anni ’80, rendono difficile valutare quanto sia vulnerabile il sistema finanziario attuale rispetto alla fine degli anni ’90 o alla metà degli anni ’80..  La più estesa fonte di flussi di capitale internazionale non sono più le banche ma piuttosto vari tipi di servizi finanziari, come i fondi di investimento o i fondi di investimento protetto. Le grandi banche USA sembrano essere assai meno immediatamente esposte di quanto non lo fossero negli anni ’80 e ciò è in parte dovuto agli accantonamenti per rischi su crediti nel loro bilancio ai cambiamenti dei termini dei prestiti. Ma i fondi di investimento protetto hanno cominciato a calare (come del resto in altri momenti i profitti) su scala colossale. Una quota molto più ampia di debito del Terzo Mondo è oggi nelle mani di capitalisti privati piuttosto che nelle mani dei governi del Terzo Mondo. Comunque il sistema del debito è ancora tenuto in piedi dagli impegni presi dagli stati nazionali con il FMI.

 

[23]Per una discussione recente su come le economie del Terzo Mondo, se fossero liberate dalle condizioni del cartello dei creditori, potrebbero utilizzare le loro risorse, si veda Patrick Bond, "Local not global finance for development" Against Global Apartheid: South Africa Meets the World Bank, IMF and International Finance (London e Cape Town: University of Cape Town Press, 2001).

 

[24]Walden Bello, "Reforming the WI'O is the wrong agenda," in Globalize This: The Battle against the World Trade Organization and Corporate Rule, (Monroe, Maine: Common Courage Press, 2000), pag. 117.

 

[25] Per delle proposte su un meccanismo di insolvenza internazionale si veda Kunibert Raffer, "Applying Chapter 9 insolvency to international debts: An economically efficient solution with a human face" World Development, febbraio 1990, pag. 301.

 

[26] Per ulteriori informazioni sulle proposte della Tobin Tax si visiti il sito  www.tobintax.org.

 

[27] Un compendio di tali iniziative può essere rintracciato sul sito del World Development Movement at www.wdm.org.uk. Informazioni quotidiane e archivi si possono trovare a www.labourstart.org.

 

[28] Noi non affermiamo ciò per scoraggiare gli sforzi nazionali volti a promuovere una mobilitazione popolare o a determinare e superare i limiti di quello che è possibile fare. Piuttosto il nostro proposito è quello di promuovere una discussione sulla strategia che potrebbe aiutare a rendere tali sforzi più efficaci.

 

[29]Una possibile eccezione è probabilmente costituita dall’imposizione nel 1998 da parte della Malesia di controlli sui flussi dei capitali.

 

[30]Marcos Arruda, External Debt: Brazil and the International Financial Crisis (London: Pluto Press, 2000), pag. 120.

 

[31]Il piano Brady del 1989, che prevedeva qualche esenzione per i paesi debitori, fu una risposta sia alle esigenze di reflazione del Primo Mondo che alla implicita minaccia dei paesi del Terzo Mondo di cessare il pagamento ed avviare un processo di cooperazione fra loro. Entrambi i fattori potrebbero giocare un ruolo anche nelle future crisi.