L'economia italiana, e non da oggi, è in crisi. Come e perché?
Non
userei la parola crisi. C'è qualcosa di più grave. La parola crisi fa
pensare a un fenomeno certamente grave, ma limitato nel tempo: crisi
congiunturale, crisi ciclica. La situazione è più grave. L'economia
italiana è stata, sì, coinvolta nella crisi economico-finanziaria
internazionale avviatasi nel 2008-2009. ma nel caso italiano è come se
una polmonite avesse colpito un ragazzo la cui crescita era già bloccata
da una malattia più antica. E' un problema di lungo periodo.
C'è un arresto della crescita?
C'è
un problema di crescita che io dato, grosso modo, al 1992. E' da una
quindicina d'anni che l'Italia non cresce e, soprattutto, c'è un blocco
della produttività, che è fondamentale.
Questo blocco è imputabile a un vuoto di progresso tecnico, alla mancanza di nuove macchine?
Negli
anni '90 l'economia italiana aveva vari problemi: inflazione, bilancia
dei pagamenti, finanza pubblica, ma la produttività andava bene, in
particolare nell'industria manifatturiera dove cresceva dal 4 per cento
l'anno, più che in Germania e Francia.
Sono maligno. Questa maggiore crescita poteva spiegarsi con l'arretratezza dell'Italia?
Certo,
c'era una sostituzione del lavoro umano con le macchine. Ma è dagli
anni Ottanta che la produttività comincia a rallentare finché negli anni
2000 non c'è solo un rallentamento della crescita, ma un calo dei
livelli di produttività. Per fare un'automobile ci vogliono più persone,
più tempo, più capitale. E' andato particolarmente male il cuore della
produttività, il progresso tecnico, l'innovazione.
Questa stagnazione o calo della produttività è fenomeno solo italiano?
Il
calo della produttività è un fenomeno solo italiano. Nel resto del
mondo, e in particolare in Europa, c'è un rallentamento della
produttività ma non drammatico come in Italia, dove la flessione è
cominciata prima e ancora non si arresta. Ne individuo le cause nella
finanza pubblica, cioè in una spesa pubblica poco produttiva, nella
tassazione onerosa, nelle carenze della pubblica amministrazione, nella
inadeguatezza delle infrastrutture fisiche e giuridiche, in un vuoto di
concorrenza, in un mediocre dinamismo d'impresa: tutti mali italiani,
specifici dell'Italia. Il progresso tecnico si intreccia con la
politica.
Ma tutto questo come ricade sul contesto della fabbrica? Fabbrica e politica mi sembrano lontane.
Niente
affatto. Le infrastrutture fisiche e giuridiche sono il contesto
dell'operare della fabbrica. Infrastruttura fisica vuol dire
comunicazioni, trasporti, acqua, gas, reti.
E quelle che tu chiami giuridiche?
Quelle
giuridiche sono generalmente sottovalutate, ma sono importantissime:
diritto societario, diritto fallimentare, processo civile, diritto
amministrativo. Si tratta, mi viene da dire, di una infrastruttura
istituzionale che va in parallelo con le infrastrutture fisiche. Penso
all'autostrada Salerno-Reggio Calabria: puoi avere in Calabria uno
straordinario produttore di pomodori secchi, che però è bloccato da un
costo dei trasporti assolutamente proibitivo. A frenare i miglioramenti
di produttività ha tuttavia concorso la stagione dei profitti facili che
si aprì con la svalutazione della lira nel settembre del 1992.
Già, prima dell'euro disponevamo dell'arma della svalutazione
Bell'arma!
In sostanza autolesionista. In Italia era stata impostata una politica
economica fondata sulla stabilità della lira in modo da sollecitare le
imprese esportatrici ad accrescere la produttività attraverso
l'innovazione. Al contrario tre fatti hanno spento la ricerca della
produttività: a) tasso di cambio debole dal 1992 al 2002; b) spesa
pubblica larga e facile; c) cedimento dei salari reali. Queste tre
condizioni rendevano la "vita facile" alle imprese e consentivano di far
fronte al calo della produttività.
Di conseguenza la
malattia non si vedeva perché operavano queste tre medicine: lira
debole, spesa pubblica facile, salari bloccati.
Non
medicine, ma palliativi i quali nascondono il male che intanto si
aggrava. E poi, in aggiunta al problema della bassa produttività c'è la
questione del debito pubblico cresciuto e che paralizza. All'entrata
nell'euro avevamo frenato il debito pubblico, ma poi è tornato a
crescere. Debito pubblico significa esposizione dell'Italia a ondate di
sfiducia da parte dei mercati finanziari che possono produrre oneri
assai pesanti per il bilancio pubblico e per l'intera economia. Calo
della produttività e debito pubblico sono una seria minaccia,
strutturale. A tutto questo si aggiunge per l'Italia la recessione del
2008-2009.
Il tutto investe un'economia già in serie difficoltà
Esattamente.
Non va sottovalutato che l'economia italiana anticipa nella recessione
le altre economie occidentali, già nel secondo trimestre del 2008, prima
del caso Lehman Brothers. Nel 2008-2009 il prodotto interno lordo cade
di oltre il 6 per cento contro il 2,5 per cento degli Usa e il 3,5 per
cento della media europea. Solo il Giappone ha fatto - di poco - peggio.
Produttività, debito pubblico, recessione: queste le tre urgenze. Se
tra il 2007 e il 2009 la produzione da 100 è scesa a 94, per tornare a
100 non si può pensare di crescere dell'1 per cento l'anno, se vogliamo
tornarvi, in un ragionevole volgere di anni, e non nel ... 2016!
Ma
c'è anche una sparizione o oscuramento delle grandi imprese,
quelle trainanti: Montecatini, Edison, Pirelli, la stessa Fiat.
C'è
un restringimento della zona alta del sistema produttivo italiano.
Un'economia cresce (soprattutto in termini di produttività) se c'è
connessione tra le piccole aziende (le più numerose in Italia), le medie
e le grandi imprese, che normalmente applicano le innovazioni
sperimentate dalle medie imprese. Questo utile interagire è venuto a
mancare. E questo difetto di connessione tra i vari strati
imprenditoriali frena o addirittura blocca la loro reattività alle
politiche economiche dello Stato. Lo Stato può fare, ma se le imprese
non rispondono? E' entrato in crisi il rapporto Stato-Mercato...
Già, una volta c'era l'Iri.
Storia
passata, irripetibile, almeno in quelle forme. Mi sembra positivo che
il sistema delle imprese cominci a rendersi conto della gravità della
situazione. In questi ultimi mesi la Confindustria ha prodotto analisi
serie, approfondite e fondatamente preoccupate. La coscienza della
gravità della situazione si fa strada.
Farà buone analisi,
però la Confindustria di trent'anni fa era un'altra cosa, era un
soggetto forte. E poi c'è anche una qualche contraddittorietà tra le
cure possibili.
Per investire in opere pubbliche e grandi
infrastrutture occorrono danari pubblici. Questa spesa va, in prima
istanza, contro l'esigenza di contenere e ridurre il debito pubblico. Ma
se conteniamo il debito riducendo la spesa in conto capitale rischiamo
di far danno alle imprese.
Tuttavia c'è un fatto nuovo: la globalizzazione che comporta immigrazione e delocalizzazione.
Molti
hanno fatto risalire alla globalizzazione le attuali difficoltà
dell'economia italiana. Io penso che gli effetti negativi siano
piuttosto modesti, inferiori a quelli positivi. In primo luogo è stata
molto positiva l'immigrazione. Senza immigrazione non avremmo avuto la
crescita di prodotto, pur modesta, che abbiamo avuto. Abbiamo accolto
milioni di lavoratori che, a costi minori, hanno lavorato e hanno
prodotto.
Ma la delocalizzazione?
La
delocalizzazione c'è. L'industria manifatturiera italiana ha
delocalizzato. I dati, di qualche anno fa, dicono che circa un quinto
degli occupati della industria manifatturiera italiana è all'Est, nei
paesi emergenti dell'Est. Ed è positivo che abbiano fatto profitti che
potrebbero essere utilizzati anche per la produzione nazionale. Questo
avviene nei cosiddetti "paesi emergenti".
Ma questi paesi emergenti non sono nemici e concorrenti?
No.
È un classico dell'economia politica. Diceva Ricardo: "Più crescono i
miei vicini, meglio è per noi: si apre un rapporto di scambio".
Ricardo a parte, se i vicini crescono troppo alla fine mi colonizzano.
Non
è assolutamente il caso italiano. C'è stata negli ultimi quindici anni
un'accelerazione della crescita mondiale, positiva per l'economia
italiana, che sta rallentando nonostante ciò, per suoi problemi interni,
tutti interni.
Quindi ha un trascinato anche noi?
Un
po', ma il problema italiano è italiano al 90 per cento perché un
problema di produttività affonda le radici nelle imprese, nelle
istituzioni, nella struttura del Paese.
Ma, a tuo parere, non
abbiamo una crisi di prodotto, di assenza di prodotti nuovi. Negli anni
buoni c'era il boom delle automobili, delle lavatrici, dei frigoriferi e
degli elettrodomestici vari e che avevano prezzi rilevanti. Ora il
nuovo prodotto sono i telefonini che costano poco?
I nuovi
prodotti ci sono. Pensa alle comunicazioni. Pensa ai viaggi, che sono
enormemente cresciuti. Pensa alla sanità che è un grande e nuovo
prodotto in particolare per una società, come quella italiana, che fino
agli anni '70 non aveva la medicina portata al popolo. Il servizio
sanitario nazionale ha innalzato a oltre 80 anni la speranza di vita,
sui picchi mondiali. Un progresso straordinario, da non dissipare.
Poi c'è anche la prospettiva dell'auto elettrica.
Sarebbe
molto importante che le ditte italiane la lanciassero. C'è poi la
prospettiva dell'economia "verde". Ma possibili innovazioni a parte,
decisivo è l'intervento dello Stato con una seria politica economica,
direi a tre punte: risanamento della finanza pubblica, interventi per
uscire dalla recessione, interventi per rilanciare la produttività. È
positivo che l'attuale governo e quelli che lo hanno preceduto abbiano
contenuto il disavanzo pubblico, ma ciò non basta, non può bastare.
Ma la situazione continua a essere piuttosto difficile
Per
il risanamento della finanza pubblica, ovviamente, bisogna agire tanto
sul fronte delle entrate quanto su quello delle uscite. Una spesa
pubblica generica può avere effetti moltiplicativi modesti o addirittura
negativi sulla domanda: lo Stato spende 100 e l'effetto di domanda è
50. Se invece lo Stato spende in un'opera pubblica importante (si pensi
alla Salerno-Reggio Calabria) al 100 di spesa può corrispondere un 150
di domanda. Nell'attuale situazione italiana si tratta di contenere tre
voci di uscita del bilancio delle Pubbliche Amministrazioni.
Innanzitutto i trasferimenti alle imprese, che non sono produttivi e
spesso sono fattori di corruzione ... In secondo luogo gli acquisti di
beni e servizi, spesso a prezzi troppo alti. In terzo luogo il monte
salari pubblici, riducibile senza licenziare e senza intaccare le
retribuzioni, ma riducendo gradualmente le assunzioni. E' questa - a mio
parere - la via per non restare bloccati dal debito pubblico e per
rimettere in moto la crescita. Contemporaneamente bisogna affrontare il
problema del diritto dell'economia.
Il diritto?
È
un aspetto istituzionale decisivo. Da tutte le analisi econometriche
emerge che un terzo della crescita economica dipende dal diritto, dalla
normativa e dalla giurisdizione, rilevanti per l'economia. Insomma se
un'economia cresce del 3 per cento, l'1 dipende dal diritto. Per ultimo,
contrariamente a tutte le lagnanze padronali, aggiungo che se il
salario dorme non c'è progresso (lo diceva anche Ricardo). E' chiaro che
se il salario cresce follemente come negli anni '70 non va affatto
bene, ma se non cresce per niente è peggio. Dal 1992-93 il salario reale
al netto delle imposte, non è aumentato affatto, in molti casi è
diminuito.
E le tue conclusioni?
La conclusione è
moderatamente pessimistica. L'economia italiana è in una seria crisi,
nella quale si intrecciano fattori specificamente economici e fattori
normativi. Sintomo gravissimo è il sonno del salario. E questa crisi si
colloca in un quadro politico-istituzionale niente affatto
incoraggiante. Insomma, l'avvenire, almeno il prossimo, è piuttosto
oscuro, ma pur sempre nelle nostre mani. La società italiana ha il
lavoro, il risparmio, la tecnologia, l'imprenditorialità per tornare a
crescere.
PIERLUIGI CIOCCA
Economista, banchiere e storico dell'economia
Pierluigi
Ciocca è nato a Pescara nel 1941. Si è laureato a Roma in
giurisprudenza nel 1965. Ha continuato gli studi all'Isre
dell'Università di Roma, alla Fondazione Einaudi di Torino e al Balliol
College di Oxford. Dal 1969 fino al 1982 è economista al Servizio Studi
della Banca d'Italia. Dal gennaio 1985 è funzionario generale della
stessa Banca e dall'ottobre 1988 al 23 febbraio 1995 è consigliere
economico del governatore che per lunghi anni è Carlo Azeglio Ciampi. In
quella data diventa vicedirettore generale, incarico che manterrà fino
al 2006. Dal 1982 fa parte della società italiana degli economisti e dal
1984 dirige la «Rivista di Storia economica», quella fondata da Luigi
Einaudi. Come vicegovernatore ha incarichi in sede internazionale: prima
come membro del comitato monetario e poi di quello economico e
finanziario dell'Unione europea a Bruxelles. E' rappresentante italiano
nel gruppo G7 Central Bank Deputies e nella Banca dei Regolamenti
Internazionali di Basilea. Ciocca è economista, storico dell'economia ed
è socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei. Ha tenuto e tiene
lezioni e conferenze in università italiane e straniere. Tra gli ultimi
libri in italiano: «Ricchi per sempre? Una storia economica
d'Italia(1796-2005)» Bollati Boringhieri, 2007.