Venerdì 21 Maggio 2010 14:56
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La secessione reale: perchè molti enti locali italiani hanno la capitale a Londra e non a RomaNique la Police Mentre la comunicazione politica si occupa di spettri, figure esangui che rilasciano dichiarazioni frammetarie e fugaci ai telegiornali e alla stampa, è utile concentrarsi sullo scenario aperto dalla profonda crisi economica e finanziaria che sta attraversando il continente europeo.
Da questo scenario isoliamo un particolare: in Italia una secessione è già maturata. Ma non tra la Lega e Roma, come temuto dalla grigia vestale del tricolore che si chiama Napolitano, ma tra molti enti locali italiani (sia a nord che a sud del paese) e il potere centrale. Questi enti locali una loro capitale, intesa come riferimento ineludibile di interessi, l'hanno già eletta. Si chiama Londra, e più precisamente la City, e il fatto che anche questa capitale attraversi una seria crisi economico-finanziaria non fa altro che aggiungere ulteriori tinte fosche ad uno scenario già di per sè plumbeo. Vediamo, per gradi, di intenderci sul tema che stiamo trattando.
Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Maggio 2010 15:25
Mercoledì 14 Aprile 2010 15:20
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La prossima stangata segreta di Berlusconi/TremontiBankor*Con le rondini, la primavera inoltrata porterà anche una stangata finanziaria da lacrime e sangue. Il progetto covava nelle segrete stanze del governo già da febbraio scorso, in grandi linee discusso e approvato in incontri segreti tra Berlusconi e Tremonti. Si è preferito aspettare l'esito delle elezioni regionali, a risultati acquisiti dalla maggioranza di centro-destra che, come era nelle proprie speranze e nei sondaggi "di famiglia", si è vista consegnare gran parte delle Regioni prima in mano al centro-sinistra
Le smentite sono d'obbligo, ma nascondono la gravità della crisi finanziaria del paese e la "disperazione" del Duo di Arcore, Berlusconi-Tremonti.
Stando, però, alle indiscrezioni trapelate da ambienti finanziari molto legati al superministro dell'Economia Tremonti, per contrastare la crisi internazionale di fiducia sul nostro bilancio pubblico (che potrebbe farci finire nel tritacarne della speculazione mondiale, come per Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda), la manovra finanziaria si baserebbe su tre linee: riscadenzamento dei Bond del Tesoro (i vari titoli di stato), allungandone le scadenze del doppio rispetto alle attuali; tassazione sugli immobili sfitti e di proprietà di banche e società finanziarie (esclusa una reintroduzione dell'ICI); aumento del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie speculative, compreso il regime di doppia tassazione per le banche, più alto per quelle "d'affari".
Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Aprile 2010 15:34
Martedì 02 Febbraio 2010 07:15
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Il fumo e l'arrosto della farsa fiscaleScritto da Leonardo Mazzei Prima sì, poi no; poi ancora sì e di nuovo no. Ora siamo al nì, ma di sicuro non è finita. Se si trattasse soltanto di rincorrere gli annunci ed i controannunci sulla riduzione della pressione fiscale potremmo limitarci ad un po’ di ironia, a commento di una farsa un po’ stantia ma recitata con tanto impegno anche in queste prime settimane dell’anno. Ma dietro al fumo c’è anche l’arrosto, e se la diminuzione del carico fiscale è semplicemente impossibile, il vero obiettivo è una ulteriore redistribuzione della ricchezza verso l’alto. La cosa significativa – in un paese dove tutti amano riempirsi la bocca con la Costituzione – è che questo aspetto sia dato per scontato non solo da Berlusconi, ma anche dai suoi “oppositori” ufficiali.
Ultimo aggiornamento Martedì 02 Febbraio 2010 07:27
Mercoledì 02 Dicembre 2009 09:37
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Critica al “Programma di Cernobbio”La crisi sistemica del capitalismo deve essere una opportunità tutta politica per forzare l’orizzonte verso i percorsi di transizione al socialismo. Due economisti marxisti spiegano perché il neokeynesismo non può essere l’alternativa alla crisi del capitale confermata dal forum “ufficiale” dell’establishment capitalista a Cernobbio di Joaquin Arriola [1] e Luciano Vasapollo [2] Nei primi giorni di settembre 2009, a fronte della Cernobbio che conta per la società del capitale, si è realizzato il Controforum dove anche quest’anno associazioni, sindacalisti ed economisti discutono della Campagna Sbilanciamoci contro le politiche di Tremonti e per esaminare le possibilità alternative alla crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire a sinistra dalla crisi.
In molti scritti abbiamo sostenuto anche in tempi non sospetti che bisogna parlare di “normalità” della crisi perché già Marx parlò chiaramente della modalità ciclica del sistema capitalista, che ha quindi come sue fasi le crisi economiche, così come l’espansione e i picchi di crescita; ed è proprio attraverso la crisi che il sistema ripristina il suo stato di equilibrio distruggendo forze produttive, lavoro e capitale in sovrabbondanza rispetto ai processi di valorizzazione voluti;
Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Dicembre 2009 09:51
Lunedì 19 Ottobre 2009 08:24
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E se l'Italia ricominciasse da sé?
Un apparato produttivo troppo dipendente dalle esportazioni è esposto non solo all'avversa congiuntura mondiale, ma anche ai ricatti protezionistici dei paesi acquirenti. Il rilancio potrebbe puntare su una politica di riequilibrio della domanda interna, affidando alla politica fiscale e alle liberalizzazioni il compito di sostegno, ma ciò richiederebbe un drastico mutamento del sistema tributario e altre razionalizzazioni Rosita Donnini e Valerio Selan
Una serie di circostanze e di eventi ci spingono a qualche approfondimento sul modello di sviluppo post-crisi dell'economia italiana, già accennato in alcuni nostri scritti. Li ricordiamo brevemente.
A) L' approvazione del condono tombale sui reati societari, che dovrebbe garantire, anche con il riciclo di capitali di dubbia provenienza, un gettito provvidenziale per riempire le caselle vuote di una finanziaria fantasma. Ennesimo miraggio del genio di Aladino: la finanziaria-pagherò. La prossima ci verrà presentata con un balletto sulle punte.
B) Le cupe prospettive occupazionali, accompagnate però da segnali di ripresa sui mercati esteri e di ritrovata fiducia di una parte delle imprese italiane.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Ottobre 2009 16:46
Lunedì 28 Settembre 2009 18:49
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CRISI, LIBERO SCAMBIO E PROTEZIONISMO.INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO di Alessandra Lo Fiego
Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?
Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile
Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Luglio 2010 17:02
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Lunedì 19 Aprile 2010 11:36
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Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altriRoberto Romano Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.
Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].
Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Aprile 2010 17:04
Domenica 07 Marzo 2010 10:29
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Mezzogiorno in gabbiaGiorgio Colacchio* Ultimamente si registra un rinnovato interesse sulla cosiddetta “Questione Meridionale”, basti pensare all’intervento d’apertura del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al recente convegno su “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”, (Roma, 26 novembre 2009) ed alla sempre recente pubblicazione in volume, ancora da parte della Banca d’Italia, degli atti del convegno su “Mezzogiorno e politiche regionali” del febbraio 2009. Non molto tempo fa, inoltre, la Lega ha nuovamente avanzato la proposta di introdurre delle “gabbie salariali”, cioè retribuzioni salariali nominali differenziate che tengano conto del diverso più basso indice dei prezzi (“costo della vita”) al Sud, un tema questo che del resto ricorre ciclicamente nel dibattito economico e politico del Paese. In ciò che segue mi propongo brevemente di analizzare il fondamento teorico generale – e le conseguenze in termini di policy – di quest’ultimo tema che, come apparirà chiaro in seguito, “impregna” buona parte del dibattito sull’economia meridionale (è ad esempio uno dei fili conduttori, ovviamente con ben altro spessore teorico, degli interventi al succitato convegno di febbraio) e rappresenta quindi un ottimo punto di partenza per sviluppare delle considerazioni più generali, seppur provvisorie, sulle prospettive dell’economia del Mezzogiorno.
Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Aprile 2010 20:30
Sabato 09 Gennaio 2010 09:05
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Il buco nell'acquaSe si analizza l’affidamento ai privati della gestione delle reti idriche si trovano dei pro e dei contro. I secondi, però, appaiono più numerosi e anche le esperienze dei casi in cui la privatizzazione è già stata realizzata sono tutt’altro che confortanti Rosita Donnini - Valerio Selan Quando apparvero i primi computer, i commentatori faciloni ne bollarono le performances, che apparivano allora inferiori alle un po' ingenue attese, come quelle di un "idiota ad altissima velocità". L'attuale modo di legiferare mediante decreti con fiducia incorporata, e con contenuti il più possibile eterogenei (cosicché se disapprovo una cosa cattiva ne escludo anche una buona) ci ricordano questa definizione, riferendola ai lavori parlamentari relativi alla gestione delle risorse idriche. Su questo provvedimento gli esponenti della Lega Nord hanno dichiarato che, pur avendo votato una totale fiducia a questo governo, ritengono di dover modificare quello stesso decreto che aveva meritato la loro entusiastica approvazione.
Ultimo aggiornamento Sabato 09 Gennaio 2010 09:23
Sabato 07 Novembre 2009 15:23
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Produttività e Pil: quando l'ovvio cela l'inganno
Nei calcoli delle due grandezze si danno per scontati alcuni aspetti che non lo sono affatto: che si possano misurare separatamente tutti i fattori che contribuiscono alla prima, per esempio; e quanto alla seconda, se si calcolasse correttamente il deperimento del capitale sociale i risultati sarebbero assai diversi. Si tratta di inganni statistici funzionali a determinate scelte politiche Valerio Selan I dibattiti economici e socio-politici si svolgono non di rado nella nebbia di quelli che potremmo definire "i grandi inganni". Non vi è nulla di più pericoloso dell'ovvio, quando esso non è tale. Uno dei temi attualmente più discussi è quello dell'allineamento del salario alla produttività del lavoro, come nel recente articolo di Recanatesi. Non si tratta di un dibattito sul sesso degli Angeli. Il problema è rudemente pratico. Se si assume che il salario non possa superare la produttività del lavoro (e che questa sia misurabile), le richieste sindacali non cozzeranno contro le associazioni imprenditoriali, ma contro la gelida lastra di un teorema. I tempi del salario come variabile indipendente sono tramontati da un pezzo.
Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Luglio 2010 16:58
Martedì 29 Settembre 2009 17:17
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Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salariGuglielmo Forges Davanzati
Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.
Ultimo aggiornamento Domenica 15 Novembre 2009 20:01
Mercoledì 08 Luglio 2009 09:30
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 Per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscalePaolo Di Lorenzo* Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.
Ultimo aggiornamento Sabato 14 Novembre 2009 13:33
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