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politica economica

Rosaria Rita Canale: Il trilemma della politica economica europea

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Il trilemma della politica economica europea

Rosaria Rita Canale

Il modello di politica economica sul quale è stata costruita l’Unione Europea rappresenta l’applicazione più fedele – qualcuno che non sia economista alla luce di ciò che sta accadendo direbbe irragionevole  –  delle conclusioni teoriche raggiunte dal paradigma economico dominante. Queste conclusioni possono essere sintetizzate nella negazione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito.

Si è realizzato perciò un  assetto istituzionale che ha in modo diverso riguardato gran parte dei paesi con economie avanzate e non, fondato su: 1) separazione fra politica fiscale e monetaria; 2) politiche fiscali da gestire all’interno di un criterio generale di contenimento della spesa; 3) politica monetaria con l’ unico obiettivo di mantenere costante la crescita dei prezzi.

In Europa si sono aggiunti poi due elementi che rendono il vecchio continente un caso assolutamente eccezionale: 1) politica monetaria unica; 2) politica fiscale affidata ai singoli stati fondata su una rigida disciplina di bilancio.

Questo modello,  ha mostrato – come ha affermato uno studioso che di certo non può dirsi eterodosso[1] - tutti i suoi limiti nell’affrontare situazioni come quelle scaturite dalla crisi finanziaria del 2007.

Si fonda infatti su due ipotesi controverse che in presenza di crisi, e per di più finanziaria, rappresentano un ossimoro: a) la natura deterministica del sistema economico ovvero la spontanea tendenza del sistema economico verso situazioni di equilibrio di pieno impiego della capacità produttiva e del lavoro (a meno di un tasso di disoccupazione “frizionale”); b) la capacita dei mercati finanziari di anticipare l’andamento futuro dell’economia.
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Rodolfo Ricci: 2012, fuga dall'Italia

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2012, fuga dall'Italia

di Rodolfo Ricci

La Nuova Emigrazione in ripartenza: urgente avviare un confronto per cogliere la sfida del nuovo esodo europeo

I

Nel silenzio complice della maggioranza dei media italiani, sta ripartendo, anzi è già ripartito, un grande flusso di emigrazione dall’Italia. Per la verità esso non si era mai fermato, anche se poteva essere interpretato, fino al 2008, come normale mobilità soprattutto giovanile, che si registrava anche in altri paesi avanzati. Dal 2010 ad oggi, il flusso di espatri è ricominciato con quantità molto significative, di cui è possibile conoscere solo per approssimazione l’entità, visto che la gran parte dei nuovi emigrati, non si iscrive o lo fa con ritardo di diversi anni, all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero.

Ma alcuni dati ed alcune proiezioni lasciano intravvedere che stiamo entrando a grande velocità in una nuova fase della lunga storia dell’ emigrazione italiana nel mondo, incentivata dalle politiche di “riaggiustamento strutturale” estremamente recessive portate avanti dagli ultimi governi e intensificatesi con il Governo Monti.

Era stato lo stesso Monti, d’altra parte, a sottolineare la necessità di una “nuova mobilità internazionale” della forza lavoro italiana, fin dal suo discorso d’insediamento. Un moderno “studiate una lingua e partite” a distanza di 60 anni dal famoso discorso di De Gasperi.

Non che Mario Monti sia un demone, ma nel suo limitato ricettario economico, sa bene che all’interno del quadro della recessione neoliberista che ci imporrà un duraturo declino, l’economia italiana non sarà in grado di utilizzare e di valorizzare le sue risorse, a partire da quelle umane.
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Domenico Moro: Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita

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Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita

Domenico Moro

1. Produttività e crescita economica


In Italia e in Europa si ripete come un mantra la necessità di accompagnare la crescita al risanamento dei conti pubblici. La crescita economica è riconducibile a molte e complesse fonti. Secondo molti economisti, una delle più importanti è l’aumento della produttività globale, sebbene i meccanismi che legano questa alla crescita siano diversi a seconda della prospettiva di analisi adottata.[1] Proprio con lo scopo dichiarato di innalzare la produttività italiana e, in questo modo, di spingere la crescita, da tempo entrambe stagnanti, è stata presentata dal ministro Fornero una proposta di riforma del mercato del lavoro. La logica sottostante a tale riforma, in accordo con il senso comune del mainstream economico e politico, è che il declino della produttività  in Italia dipende da un mercato del lavoro troppo poco deregolamentato. A nostro avviso si tratta di una logica non solo errata ma anche controproducente.

Prima di affrontare il discorso sulle cause del declino della produttività italiana, va precisato che definire e misurare la produttività e la sua evoluzione nel tempo è piuttosto complesso. Le misure utilizzabili sono molteplici. L’indicatore più comune è la produttività generica del lavoro, nella forma del rapporto tra la quantità di valore aggiunto prodotto (QV) e il numero delle ore di lavoro (H) impiegate per produrlo (P = QV/H). Tale indicatore presenta, però, il limite di non far emergere esplicitamente il ruolo degli investimenti e dell’innovazione tecnologica.

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Alberto Bagnai: One (labour) market, one money

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One (labour) market, one money

di Alberto Bagnai

(sempre per la serie ce l’avevano detto, e per l’altra serie “pe’ malati c’è la china...”)

Vi ricordate Pantegana? Il mio più tragico fallimento didattico? Il piddino che mi sono covato in seno? Dai, non è proprio così... Non siamo mai più tornati sul suo discorso, c’erano tante e tante cose da dire, ma in fondo l’idea del ripristino del Glass-Steagall, per esempio, non è mica cattiva. E poi, quando parlavo di fallimento didattico, io scherzavo, va da sé. Fosse stato vero, avrei preferito tacere: i fallimenti, di solito, si tende ad occultarli. Invece io so che lui ha imparato molto da me, e anch’io ho imparato molto da lui. Per esempio, l’uso dell’accordo di settima di quarta specie (ma anche di quello di nona), non preparato, a scopo di rimorchio. Pensa, Panty, che poi, quando ho preso il mio secondo diploma, ho fatto una gran bella figura con l’insegnante di lettura della partitura grazie a te, perché tu mi avevi insegnato che in questa musica decadente che piace a voi un accordo dissonante può avere funzione di tonica. Quattro note (ma giuste) e da cembalista puoi riciclarti pianista jazz (si fa per dire)... Che poi, volendo parlare a molti (come pochi mi chiedono) indubbiamente sarebbe una strategia vincente. Mi scuserai, Panty, se non ho ancora trovato tempo di far tesoro dei tuoi insegnamenti: ormai temo sia tardi.

In compenso tu hai fatto tesoro dei miei, e non sai quanto sono fiero di te.

Ecco che ricevo quindi dalle cloache della finanza un altro sms del buon Panty, che sottopongo alla vostra attenzione, perché si pone una domanda che credo qualcun altro si ponga (certamente l’amico del tornese, ma, ne sono certo anche molti altri).

Ti leggo almeno una volta a settimana... Un abbraccio profondo e sincero, su alcuni temi non sono sempre allineato ma ti leggo sempre con gusto. Ti auguro sempre il meglio! Alla fine se gli squilibri di bilancia esistono in qualsiasi sottoinsieme del sistema: paesi, regioni, province... città... Ma allora qual è il perimetro di taglio per le valute? Facciamo la valuta dei Parioli? Hugs!
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Nicola Melloni: Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

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Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

di Nicola Melloni

Ormai è evidente a tutti che di austerity l'Europa muore. Ma come si fa oggi una politica espansiva, sotto il ricatto dei mercati? Serve una nuova politica monetaria, con l'arma della repressione finanziaria

Debito, politica monetaria e l’uscita dalla crisi

I dati degli ultimi giorni confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’austerity europea non funziona. Una volta esauritasi la liquidità fornita massicciamente dalla BCE, si è sciolta al sole primaverile la favola che i cambi di governo in Spagna ed in Italia avessero fermato la crisi e restaurato la fiducia dei mercati nell’Eurozona[i].

In Spagna la politica di Rajoy è sotto accusa dopo solo pochi mesi di governo. La finanziaria da 27 miliardi non ha avuto gli effetti sperati e le stime del PIL per il 2012 sono state riviste al ribasso. L’economia si contrarrà (almeno!) dell’ 1.8% mentre la disoccupazione è oltre il 23%. In una situazione di questo genere, inizialmente il governo spagnolo aveva negoziato una riduzione del deficit minore di quella prevista dal fiscal compact. Avrebbe dunque sì ridotto il deficit dall’8.5% al 5.3% del PIL, ma non di quanto richiesto dalla UE (il 4.4%). Ora però appare chiaro che pure quella finanziaria non sarebbe stata sufficiente a centrare l’obiettivo e, con lo spread risalito velocemente oltre i livelli di guardia, Rajoy si è impegnato ad altri tagli pari a 10 miliardi di euro.


Le origini del debito e l’inutile speranza nel settore privato

Ma, come già in Grecia, è una logica che crea semplicemente un circolo vizioso. L’austerity deprime l’economia, aggrava la crisi fiscale ed impone nuovi tagli. Si basa sulla speranza – esplicitata dal capofila dei supporter dell’austerity, George Osborne – che mentre il settore pubblico riduce le spese, il settore privato si rimetta in moto. Marxianamente si potrebbe dire che riducendo l’economia (la cosiddetta self-inflicted recession dei tempi del Gold Standard) ed aumentando la disoccupazione (l’esercito industriale di riserva) si riducono di conseguenza i salari (il costo del capitale variabile) favorendo gli investimenti.

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Alberto Bagnai: Cose che capitano alla Spagna...

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Cose che capitano alla Spagna...

di Alberto Bagnai

E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi.

Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse.
E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l'Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati... Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno.

Certo.
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Marco Passarella: L'austerità è di destra

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L'austerità è di destra

Nicola Tanno intervista Marco Passarella

È proprio vero che l’austerità risolverà i problemi dell’Europa? Quali sono le vere cause della crisi economica? E cosa dobbiamo aspettarci se si continuerà sulla strada del liberismo? Sono queste alcune domande a cui hanno tentato di dare una risposta Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, autori di “L’austeritá è di destra” (Il Saggiatore, 152 p., 13  €), un saggio che cerca di smontare con dati alla mano gli assiomi del pensiero economico contemporaneo: liberoscambismo, centralitá del pareggio di bilancio e flessibilitá. Il pregio maggiore del testo è quello di affrontare in chiave dialettica le contraddizioni del capitalismo senza mai cadere in un complottismo tanto in voga di questi tempi. Inoltre, pur essendo un lavoro teorico importante, il libro conserva un linguaggio accessibile anche per i non addetti ai lavori.

Di alcuni dei temi affrontati nel loro testo abbiamo parlato con Marco Passarella, ricercatore presso il dipartimento di Economia della Business School dell’Università di Leeds.



Gli spread tornano a risalire, nonostante l’austerità. La Spagna, ad esempio, che taglia sui servizi pubblici come pochi altri, è duramente punita dai mercati. A cosa lo s i deve? E perché in mancanza di effetti positivi si continua con questa politica? Vi è anche un elemento ideologico?

Anzitutto, è bene chiarire che cosa si intende quando si parla di "spread". Lo spread è la differenza nel rendimento di due titoli. Nello specifico, è il maggiore tasso di interesse pagato sui titoli del debito pubblico della Spagna (o dell’Italia) rispetto all’interesse pagato sui titoli di pari scadenza emessi da un paese ritenuto "sicuro", la Germania. Tale divario tende ad aumentare allorché gli investitori, i "mercati", prevedono una caduta del valore di mercato dei titoli spagnoli (o italiani). In particolare, minore è la fiducia che gli investitori ripongono nella solvibilità dello Stato spagnolo (o italiano), e dunque nella tenuta del valore dei suoi titoli, più rischiosi saranno il rinnovo ovvero la sottoscrizione di nuovi titoli, e maggiore sarà il tasso di rendimento richiesto a tal fine dai mercati. Venendo al quesito, la ragione per cui gli spread si mostrano insensibili ai tagli ed alle politiche di austerità è che, a differenza di ciò che si sente ripetere sui media, gli alti tassi di interesse sui titoli dei paesi periferici dell’Eurozona non dipendono dal livello assoluto dei deficit di bilancio statali o dei debiti pubblici, né dal loro rapporto rispetto al PIL.
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Emilio Carnevali: Alle origini del declino italiano

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Alle origini del declino italiano

di Emilio Carnevali

Nella copiosa letteratura sulla crisi fiorita negli ultimi tempi il libro di Mario Pianta – "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa" – ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio: quali sono le cause profonde del declino italiano? Perché su di noi la crisi ha avuto conseguenze peggiori che negli altri paesi europei? Come uscirne?

La precipitosa caduta dai “cieli azzurri” berlusconiani della quale il nostro Paese è stato recentemente protagonista ha lasciato dietro di sé una scia. Le sue origini si perdono nella fantasmagoria del “nuovo miracolo italiano” promesso all'inizio del millennio dall'“imprenditore prestato alla politica” (ed evocato anche dall'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio). Il suo ultimo tratto, però, è ancora ben visibile ad occhio nudo e può essere a sua volta suddiviso in segmenti più piccoli, come gradini di una discesa sempre più rapida e rovinosa: dalla negazione più risoluta della crisi siamo passati all'ormai famoso «fattore psicologico» tirato in ballo per dare ragione della vendetta che l'economia reale si stava prendendo sugli slogan politico-pubblicitari. Quando poi non è stato più possibile negare l'evidenza è cominciato il mantra della crisi che c'è, «ma noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri»; oppure della crisi che c'è, «ma il governo ha risposto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani».

Ora che quella parabola si è conclusa, almeno da un punto di vista politico, ora che volenti o nolenti siamo costretti ad un freddissimo bagno di realismo, è necessario equipaggiarsi con analisi crude, talvolta perfino angoscianti, ma sincere. E quindi utili. Una di queste è contenuta nell'ultimo libro di Mario Pianta, docente di Politica economica all'Università di Urbino e fra i fondatori della campagna “Sbilanciamoci!”, intitolato "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa". Il volume, appena pubblicato da Laterza (pp. 176, 12 euro), ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio rispetto alla copiosa letteratura sulla crisi economica fiorita negli ultimi tempi. L'Italia non ha solo reagito peggio degli altri Paesi europei nel tratto più acuto della crisi (-5,5% di flessione del Pil nel 2009 a fronte di una media nell'area euro del -4,3%); non solo affronta prospettive di recessione peggiori degli altri per il 2012 (-2,2% contro il -0,5% dell'area euro secondo le previsioni del Fmi).
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Stefano Perri: Attacco al lavoro la cura sbagliata

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Attacco al lavoro la cura sbagliata

Stefano Perri

Nella storia della economia politica pochi argomenti come quello dell'occupazione hanno generato teorie "volgari", come direbbe Marx, che sostengono che gli interessi dei lavoratori sono sempre subordinati a qualche legge economica.

Tra i vari esempi, si possono ricordare le tesi alcuni autori mercantilisti del XVII secolo, che raccomandavano di mantenere i salari al livello della sussistenza, perché altrimenti i lavoratori avrebbero utilizzato il sovrappiù per darsi all'ozio e alle bevute in osteria.

Per Malthus il livello dei salari di sussistenza era il risultato di una legge "naturale": la legge della popolazione, secondo cui questa tenderebbe inevitabilmente a crescere ad un tasso superiore a quello della disponibilità di alimenti. Di conseguenza i lavoratori sarebbero condannati, senza speranza, alla fame. Per la stessa ragione furono aspramente criticate le poor laws, che prevedevano, nell'Inghilterra dell'epoca, sussidi ai disoccupati.

Fu poi la volta dell'uso della teoria del fondo-salari in funzione anti-sindacale. Questa teoria assumeva che in ciascun periodo e in ciascun paese vi fosse una quantità limitata di beni salario da distribuire ai lavoratori. Ogni tentativo di aumentare il salario reale dei lavoratori sindacalizzati avrebbe avuto la conseguenza di far diminuire l'occupazione o di peggiorare le condizioni dei lavoratori non protetti (non vi ricorda argomentazioni ripetute anche ai giorni nostri?).

La teoria neoclassica, infine, considera il salario come un prezzo determinato dalle forze della domanda e dell'offerta nel mercato del lavoro. Il tentativo di alzare questo prezzo con l'azione sindacale o la legislazione, imponendo ad esempio un salario minimo più alto di quello che rende uguali la domanda e l'offerta, creerebbe disoccupazione.
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Giorgio Lunghini: Austerity. Il premier tra Churchill e Keynes

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Austerity. Il premier tra Churchill e Keynes

Giorgio Lunghini

In Europa e in Italia domina ancora la Treasury View, quel punto di vista del Tesoro britannico che nell'infausto '29 Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, aveva sostenuto con determinazione: «Quali che ne possano essere i vantaggi politici e sociali, soltanto una assai piccola occupazione addizionale, ma nessuna occupazione addizionale permanente, possono essere create con l'indebitamento pubblico e con la spesa pubblica». L'argomento addotto è che qualsiasi aumento della spesa pubblica sottrae un pari ammontare di risorse agli investimenti privati: se il governo si indebita, allora entra in concorrenza con il settore privato, assorbe risorse che altrimenti avrebbero potuto essere investite dall'industria privata e dunque non si avrà nessun effetto netto sul livello di attività. Oggi non ci si ricorda invece che nel 1936 era uscita la General Theory of Employment, Interest and Money di J. M. Keynes, che della Treasury View e del suo fondamento neoclassico costituisce una critica radicale, con particolare riguardo alle determinanti dell'occupazione.

La Treasury view è corretta soltanto in un caso: quando l'economia è già in una situazione di piena occupazione, così che la spesa pubblica spiazzerebbe gli investimenti privati; si noti però che se ci fosse già la piena occupazione non ci sarebbe bisogno di nessun intervento dello Stato. In una situazione di disoccupazione, soprattutto se la disoccupazione è elevata come è oggi in Italia, lo Stato dovrà invece intervenire e ciò potrà fare indirettamente o direttamente. «Lo Stato dovrà cercare di influenzare la propensione al consumo, in parte mediante l'imposizione fiscale, in parte fissando il saggio di interesse e in parte, forse, in altri modi. Tuttavia sembra improbabile che l'influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento si dimostrerà l'unico mezzo per consentire di avvicinarci all'occupazione piena; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con l'iniziativa privata».
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Guglielmo Zanetta: “SHOCK ECONOMY” all’italiana

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“SHOCK ECONOMY” all’italiana

Ovvero come operano i nipotini di M. Friedman nel nostro paese

di Guglielmo Zanetta

La distruzione di posti di lavoro in Italia ed in Europa Meridionale  non è solo  a causa della globalizzazione, non è casuale, non è irrazionale; è la distruzione  sistematica di una “parte sostanziale”, “dei diritti”  della comunità, allo scopo di trasformarla e ridefinire il modo di essere,  le  relazioni sociali e il nostro futuro.

Questo governo agisce come altri autoritarismi del passato, coprendo gli errori e le ingiustizie di chi ha rubato; non c’è spazio per altre idee e tipologie di pensiero e di persone; indicative sono le dichiarazioni di Monti  al parlamento ed alla stampa.

Le persone che non rientrano nel nuovo ordine sono quelle “collocate nei settori che intralciano la configurazione della nuova Italia”, vedi  i lavoratori della FIOM e il loro sindacato.  Così  Berlusconi e Marchionne hanno  fatto  da apripista a Monti, con la complicità di parte di un parlamento che ha rappresentato solo  i poteri forti  in questi ultimi 20 anni.

Queste persone sono complici del disastro italiano ed oggi pontificano e  fanno pagare il prezzo alla classe lavoratrice, non a chi la ha generata, creando solo paura ed insicurezza. Il centro destra (e non solo) dopo aver infangato l’Italia, deriso la classe lavoratrice  e sostenuto che eravamo fuori dalla crisi, oggi concorre  alla distruzione dello stato sociale.
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Domenico Moro: Il Montino. Vademecum dei disastri di Supermario

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Il Montino. Vademecum dei disastri di Supermario

di Domenico Moro


Prima parte. La Fiscalità

Contrariamente a quanto era stato propagandato dalla maggior parte dei mass media, il governo Monti ha operato sulla fiscalità in modo iniquo. Le imposte, infatti, sono state aumentate ai lavoratori salariati e diminuite alle imprese. Qui di seguito procediamo ad una analisi molto sintetica delle modifiche apportate da Monti alla fiscalità italiana.

L’Irpef, o imposta sulle persone fisiche, è la principale imposta italiana ed è diretta, applicandosi al reddito. Si tratta di una imposta progressiva. Ciò vuol dire che quanto più sei ricco tanto più paghi. In realtà, l’Irpef ha perso, nel corso degli anni, molto del suo carattere progressivo, passando da ben 32 scaglioni e da una aliquota massima del 72% (1974), a soli 5 scaglioni con scaglione massimo di 75mila euro e una aliquota massima del 43% (2007). Pensiamo che invece nel liberista Regno Unito l’aliquota massima è del 50%, che neanche il governo conservatore vuole ridurre.

L’Iva e le accise, al contrario, sono imposte indirette, applicandosi ai consumi. Le imposte indirette sono imposte regressive, perché applicandosi a tutti con una medesima percentuale, gravano maggiormente sul reddito più basso che sul reddito più alto. Si tratta, quindi, di imposte inique. Infatti, la Costituzione raccomanda che le tasse debbano essere progressive.

Ebbene, cosa ha fatto Monti? Monti, malgrado le promesse, ha lasciato intatta l’aliquota più alta dell’Irpef, cioè le imposte sui più ricchi, ed ha aumentato le imposte sui consumi, quelle che gravano principalmente sui redditi più bassi. L’Iva era già stata aumentata da Berlusconi di un punto, dal 20% al 21%. Ora, l’Iva (le aliquote del 10% e del 21%) verrà aumentata, nella seconda metà del 2012, di due punti percentuali e, nel 2014, di un ulteriore 0,5%.

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Domenico Moro: Perchè il ministro sbaglia su salari e costo del lavoro

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Perchè il ministro sbaglia su salari e costo del lavoro

Domenico Moro*

1. Confronti incongrui


Qualche giorno fa le agenzie di stampa hanno riportato che, secondo Eurostat, le retribuzioni lorde italiane nel 2009 erano ben al disotto della media Ue a 27. Quintultime, per la precisione, inferiori anche a quelle di Spagna e Grecia. Il ministro Fornero ha colto la palla al balzo per ribadire che le retribuzioni sono basse perché il costo del lavoro è alto. Come da sempre sostiene Confindustria, i lavoratori sarebbero pagati poco a causa di tasse sul lavoro troppo alte. Il governo, invece, si è affrettato a precisare che la tabella Eurostat era stata letta male e che retribuzioni e costo del lavoro italiani sono nella media Ue. Qual è la verità? Alcune precisazioni sono necessarie. In primo luogo, non è corretto confrontare retribuzioni e costo del lavoro annui. Orari e ore effettivamente lavorate variano da Paese a Paese. È come se al supermercato comparassimo i prezzi di confezioni di tonno di dimensioni diverse, senza impiegare una unità di misura comune, il prezzo in euro al chilo. Per un confronto corretto dobbiamo prendere le retribuzioni orarie. In secondo luogo, ha senso confrontare le retribuzioni di Paesi con gradi di sviluppo, Pil pro capite[1], e costo della vita molto diversi? Cioè ha senso paragonare l’Italia con la media della Ue a 27, costituita anche da Paesi come Romania, Bulgaria, Estonia, ecc.? Ha molto più senso confrontare l’Italia con la media della Ue a 16 (area euro), e ha ancora più senso, all’interno dell’area euro, confrontare l’Italia con i Paesi con caratteristiche socio-economiche più simili. In terzo luogo, è corretto confrontare i salari complessivi di strutture economiche nazionali, in cui commercio, turismo, costruzioni, manifattura – cioè settori con retribuzioni differenti - pesano in modo diverso?


2. Retribuzioni più basse della media Ue a 16

Per tutte queste ragioni, abbiamo preso in considerazione la retribuzione oraria nella manifattura, che in Italia conta quasi 4,3 milioni di dipendenti, pari al 22,4% del totale (2007). 

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Riccardo Achilli: La Montinomics

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La Montinomics

di Riccardo Achilli

Monti getta la maschera in modo definitivo. Dopo aver farneticato per mesi sulla "fase 2", ovvero sui provvedimenti per rilanciare la crescita, senza la quale - sono parole sue - non vi può essere risanamento strutturale delle finanze pubbliche, rinuncia all'unico strumento che, secondo l'ideologia liberista cui appartiene, va utilizzato per promuovere la crescita, ovvero l'abbattimento delle tasse. In un consiglio dei ministri di ieri sera che le cronache ci dicono essere convulso, e che mostra quindi le prime crepe nella coesione interna fra i “tecnici”, evidentemente indotta dal timore che l'appoggio popolare a questo Governo sia molto minore di quanto i sondaggi ci fanno credere, il premier rinuncia all'idea di creare un fondo, nel quale far confluire le risorse del contrasto all'evasione fiscale, destinato alla riduzione della pressione fiscale.


Come è noto, per i liberisti esiste un equilibrio di piena occupazione strutturale, verso cui il sistema tende spontaneamente a convergere, sia pur con fluttuazioni cicliche di ripresa e recessione, per cui le politiche pubbliche di tipo interventista non fanno altro che ostacolare tale tendenza “naturale” all'equilibrio, distorcendo le aspettative degli operatori (che di per sé si dovrebbero formare con meccanismi di razionalità, ma che possono essere rese “irrazionali” dall'intervento di politica pubblica. Tale assunto potrebbe essere semplicemente smentito guardando all'elevatissima irrazionalità ed emotività con cui si formano le aspettative degli operatori nel mercato più deregolamentato del mondo, ovvero quello finanziario) creando inflazione che si riflette su una errata ed eccessiva domanda di moneta e in tassi di interesse crescenti, ed ostacolando l'allocazione “ottimale” dei fattori produttivi che si realizza nel modello teorico di concorrenza perfetta, in cui, sempre in teoria, porta ad una massimizzazione dell'offerta ed a una minimizzazione del prezzo di mercato dei prodotti.
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Pasquale Cicalese: L'Italia scopre, con notevole ritardo, il mercato mondiale

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L'Italia scopre, con notevole ritardo, il mercato mondiale

di Pasquale Cicalese

“Produzione di massa e vendite di massa erano, su base capitalistica, desiderabili da tempo immemorabile. Solo nella fase avanzata dell’accumulazione, però, quando la valorizzazione dell’enorme capitale all’interno diventa sempre più difficile, solo in questa fase l’estensione e la sicurezza di un mercato di sbocco più grande possibile diviene una questione di vita per il capitalismo. (…) Da tutto questo deriva che anche nell’area nazionale si fa avanti l’idea sempre più vincente della “grande azienda” nei confronti della “piccola e media azienda”.  Henryk Grossmann, “La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista”, Mimesis 2011, pag. 399. 

Partiamo da un dato: a prezzi correnti, il pil mondiale è cresciuto dal 2000 al 2011 da 37 mila miliardi di dollari a 73 mila miliardi, mentre il commercio estero, complessivamente, è cresciuto nello stesso periodo di circa il 170%.

Nello stesso arco di tempo il pil italiano è cresciuto, cumulativamente, di appena il 4%, mentre a livello di commercio estero le quote nel mercato mondiale sono passate dal 4,1 al 2,9%, venendo a mancare un fattore di controtendenza alla crisi di primaria importanza.

Tali dati certificano in pieno la débacle della borghesia italiana, che negli anni Novanta strillava contro gli oligopoli pubblici presentandosi come il ceto che avrebbe portato l’Italia nel novero dei paesi industrializzati del mondo, a patto che si riformassero mercato del lavoro e delle pensioni.

Il ceto politico di quelli anni offriva loro il pacchetto Treu e la “nuova programmazione” nel Mezzogiorno del duo Ciampi-Barca, il cui pilastro era un’ondata di incentivi a fondo perduto per le “imprese” di questa zona del paese.

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Leonardo Mazzei: I conti che non tornano

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I conti che non tornano

Leonardo Mazzei

La recessione è iniziata, i riti sciamanici della casta dominante pure - Il caso del governatore Visco

Le previsioni economiche sono assai meno attendibili di quelle meteorologiche. Ma l'economia, come la meteorologia, presenta tante di quelle sfumature da consentire un profluvio di dati. Una caterva di numeri che spesso affoga ogni possibilità di ragionamento. Eppure le cose non sono così complesse come sembra. Ma cosa c'è di meglio del dogma della «complessità» per legittimare l'attuale casta al potere? Una casta ben più potente e pericolosa di quella stracciona e infingarda che gli fornisce il supporto parlamentare a «prescindere».

Naturalmente, anche le semplificazioni (specie quelle giornalistiche) non aiutano a comprendere le cose. Si è così stritolati tra la casta dei «sapienti» - in realtà tutta rigorosamente selezionata dai «dominanti» - e il discorso da bar sulle auto blu e l'evasione fiscale a Cortina d'Ampezzo. Non che manchino economisti di valore fuori dal coro, ma l'accesso ai media è garantito solo ai sacerdoti del libero mercato, ai cantori della bontà dell'euro e dell'Europa, meglio se bocconiani e introdotti nelle cupole della finanza.

Oggi comunque il conformismo è d'obbligo: la fine dell'euro sarebbe la fine del mondo (altro che Maya!), il debito degli Stati è colpa degli sfaticati popoli-cicala, l'Italia comunque non è la Grecia, poteva diventarlo fino a novembre ma ora non più, Mario Monti è il salvatore della patria, nel 2013 ci sarà la ripresa, e così via farneticando.

Per capire la disonestà intellettuale di costoro basta fare un esempio, quello dei commenti ai declassamenti delle agenzie di rating. Certo, queste ultime sono tutto fuorché enti super partes, ma lo abbiamo scoperto solo ora? Bene, fino a novembre, ogni downgrade che riguardava l'Italia era oro colato che parlava dell'incapacità del Buffone di Arcore, il quale ovviamente ci metteva del suo, ma soprattutto dimostrava la necessità di un Papa straniero, cioè completamente autonomo da ogni vincolo democratico. Da novembre tutto è cambiato.

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A.Barba e G.de Vivo: I salvatori dell’Italia

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I salvatori dell’Italia

Aldo Barba e Giancarlo de Vivo*

Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.


La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012). Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti)  e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati. La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività. Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no. A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti. La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi. L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda. L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della impo¬sizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi). Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “con¬ciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.

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Claudio Gnesutta: Il diciottismo di Monti

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Il diciottismo di Monti

di Claudio Gnesutta

Nella nuova strategia del premier e del suo governo c'è una visione del mondo e un obiettivo tutto politico. Non è una scelta tecnica, ma risponde a un'idea precisa della crescita alla quale si vuole candidare l'Italia

Monti ha preso in mano la situazione e si sta spendendo per convincerci che l’art. 18 è la causa della nostra arretratezza economica; una “campagna” ampiamente sostenuta come attesta il forte supporto di Scalfari e di tutta l’arco del (centro-)destra.

Con l’alibi di essere un tecnico Monti asserisce che l’eliminazione dell’art. 18 è tecnicamente essenziale per rilanciare gli investimenti in Italia, specie quelli esteri, ma è proprio questa giustificazione che dimostra invece quanto “politica” sia la sua scelta nello scegliere questa questione come bandiera della sua politica di rilancio della crescita. E non solo per l’aspetto, politicamente piuttosto grossolano, di chiedere il sacrificio dell’art. 18 in cambio di una pseudo-patrimoniale mettendo sullo stesso piano la richiesta di rispettare un dovere (fiscale) con la rinuncia a un diritto.

In questa scelta vi è tutta la visione politica di questo governo che, al di là del piglio serio (rispetto alla destra cui eravamo abituati), esprime in pieno – e nella sua collegialità, si vedano gli interventi reiterati di Fornero, ma anche di Cancellieri e altri - la sua visione neoliberale (libdem) della società. Sotto l’egida di un “keynesismo” che ha larghi tratti di consonanza con il monetarismo, manifesta le sue radici nella convinzione che è l’impresa il motore del nostro progresso civile, visione che rinsalda l’opinione comune che l’economista è strutturalmente un pensatore di destra per il considerare la società, con i suoi valori e suoi diritti, solo un’appendice del mondo della produzione; il divulgatore del mantra che è l’economia a determinare la forma reale della società (sempreché non neghi l’esistenza stessa della società).
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Felice Roberto Pizzuti: Quanto è monotono il “tecnico” Monti

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Quanto è monotono il “tecnico” Monti

di Felice Roberto Pizzuti

Dietro le scelte del governo c'è una politica precisa. Ed è un'applicazione radicale della visione liberista, proprio quando la crisi ne certifica il fallimento

Tra le qualità attribuite al governo Monti c'è la sobrietà; potrebbero dunque lasciare perplessi alcune sue posizioni. Ad esempio, è decisamente stravagante affermare che le misure di liberalizzazione presentate faranno aumentare il PIL addirittura del 10%. Una valutazione siffatta, prima ancora che enfatica, non ha basi affidabili di misurazione, ma esime o distoglie l’attenzione da misure di stimolo alla domanda che in una situazione di grave recessione sono sicuramente più appropriate ed efficaci.

La sobrietà di Monti suscita non minori dubbi quando, riferendosi ai tre obiettivi del suo governo – rigore dei conti pubblici, crescita ed equità –, sostiene che il terzo sarà il risultato delle riforme volte a rendere i mercati realmente concorrenziali. Solo i neoliberisti più sfrenatamente ottimistici hanno immaginato che lo sviluppo generato dai mercati implichi un miglioramento anche per i più poveri (la teoria del trickle down, dello sgocciolamento), ma non sono stati confortati da verifiche empiriche. Tuttavia, se questa è l'idea di equità e del modo di raggiungerla, non sorprende la “tosatura” del sistema previdenziale pubblico, che pure ha un saldo attivo tra contributi e prestazioni previdenziali nette pari all'1,8% del Pil e già da anni sostiene il complessivo bilancio pubblico; né sorprende il progetto di depotenziarlo ulteriormente riducendo le aliquote contributive (e quindi le prestazioni) e immaginando un ruolo sostitutivo e non aggiuntivo per la previdenza privata che, però, assorbe risorse pubbliche (e qui sorge qualche contraddizione; come pure nell’accordare proprio in questo periodo l’aumento dei pedaggi delle autostrade a favore di gestori privati operanti in un contesto molto poco concorrenziale).
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Felice Roberto Pizzuti: Le illusioni del liberista Monti

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Le illusioni del liberista Monti

di Felice Roberto Pizzuti

Per Monti, lo Stato sociale è un lusso che non possiamo più permetterci. La storia insegna invece che è il presupposto per la crescita e la sua qualità

Non tutti i commentatori sembrano averlo capito, ma Monti nella sua conferenza stampa di fine anno ha detto che non ci sarà una fase 2 qualitativamente diversa dalla prima. Al di là dei diversi nomi a esse assegnati, “salva Italia” alla prima e “cresci Italia” alla seconda (molto poco appropriati, come si vedrà), Monti ha puntigliosamente precisato che la triade composta in primo luogo dal rigore nei bilanci e poi da crescita ed equità continuerà a caratterizzare anche la prossima fase dell’azione governativa (potranno cambiare i pesi nella triade). Perché non ci siano dubbi sull’ordine di priorità e sulla concezione economica e politica del suo governo, Monti ha specificato che, ritenendo preminente perseverare nel rigore di bilancio, saranno minime le risorse pubbliche per la crescita, la quale dovrà essere stimolata dalle misure volte a ottenere una maggiore ”equità”, intendendo con quest’ultima essenzialmente ciò che deriverà da una maggiore concorrenzialità dei mercati da ottenersi con le liberalizzazioni. Il ché chiarisce ulteriormente quali siano, per Monti, i rapporti di valore e causali tra rigore, crescita ed equità (intendendo quest’ultima nel senso sociale e distributivo proprio del termine): il primo è indispensabile per ottenere la seconda la quale, se ce n’è a sufficienza, potrà consentire la terza. Rispondendo a una domanda, Monti è stato esplicito: l’Europa e ancor più l’Italia non possono più permettersi le prestazioni sociali concesse nei periodi di maggiore crescita del passato (e per i futuri pensionati i tagli non sono finiti visto che la manovra già varata prevede una commissione che dovrà studiare il taglio dei contributi a favore delle imprese che ridurrà ulteriormente le pensioni).

In piena sintonia con la visione liberista che ha dominato gli ultimi decenni, Monti ritiene dunque che lo stato sociale sia un lusso che non possiamo più permetterci perché appesantirebbe ulteriormente il funzionamento dei mercati e la crescita, che solo da essi può derivare;

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In questi mesi a Bologna, per iniziativa del fisico Bruno Giorgini, si stanno svolgendo alcuni incontri intitolati Scienza & Democrazia. Ci si può fare una sommaria idea del carattere degli incontri scorrendo le pagine del blog dedicato all'iniziativa: http://scienzademocrazia.wordpress.com.
Leggendo la traccia preparata dallo stesso Giorgini, Voci per un seminario, siamo rimasti colpiti dal numero e dalla qualità dei luoghi comuni, dalla selva di idee depistanti e dai trucchi cui egli ricorre pur di costruire l'ennesima immagine stereotipata della scienza, ancora una volta del tutto funzionale alla riproduzione del dominio e perciò lontana, troppo lontana da un qualsiasi discorso su cosa possa mai essere oggi la democrazia. Con una scienza come questa e con uomini come questi che la fanno non è possibile alcuna forma di democrazia...

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