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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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politica economica

Andrea Fumagalli: Il paradosso dell’Italia

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Il paradosso dell’Italia

Andrea Fumagalli

L’attuale situazione politica italiana è alquanto paradossale. Non è una novità, è una costante dell’Italia.

Soltanto un anno fa, da un punto di vista economico, non si riscontravano segnali che potessero far pensare ad una pressione speculativa così forte sull’Italia. Non aveva tutti i torti il ministro Tremonti ad affermare che i fondamentali economici del paese erano sufficientemente solidi. Il rapporto debito pubblico/PIL italiano era sì molto elevato (120%), ma, tutto sommato, lo stesso di 20 anni fa e nel corso della crisi dei subprime l’Italia aveva fatto registrare l’aumento più contenuto, di gran lunga inferiore a quello Usa (dal 60% del 2007 al 105% di oggi). Al netto della spesa per interessi, il rapporto deficit/Pil risultava inferiore a quello francese e inglese e di poco superiore a quello tedesco. Inoltre il tasso d’inflazione era in linea con quello europeo e la disoccupazione ufficiale (sottostimata rispetto a quella reale) pure. Piuttosto, il problema economico dell’Italia risulta la sua bassa crescita, a seguito dell’elevata precarizzazione del lavoro che penalizza i settori a più alto  valore aggiunto e la dinamica della produttività e un’eccessiva concentrazione dei redditi che penalizza la domanda interna.

Eppure, nel giro di pochi mesi, l’Italia si è trovata al centro della pressione speculativa.

La ragione è essenzialmente nella scarsa credibilità europea e internazionale del governo Berlusconi. Si sa che una bassa “reputation” è spesso motivo di attenzione dell’attività speculativa, in quanto una cattiva reputazione favorisce il sorgere di aspettative negative.

La spirale della speculazione si muove nell’ottica del massimo guadagno a brevissimo periodo e si concentra in quei settori economici dove si registra un aumento dei rapporti di debito e credito a maggior intensità di rischio.  Da questo punto di vista il caso dell’Italia (come quello della Grecia) è un caso da manuale.

Vladimiro Giacchè: Il governo Monti non è la soluzione. Serve una vera svolta politica ed economica

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“Il governo Monti non è la soluzione. Serve una vera svolta politica ed economica”

a cura di Salvatore Romeo

Vladimiro Giacchè, economista e vice-presidente dell’associazione “Marx XXI”, è autore di numerosi saggi di carattere economico e filosofico e recentemente ha curato l’edizione italiana di una raccolta di scritti di Karl Marx sulla crisi (K. Marx, Il capitalismo e la crisi, DeriveApprodi, 2009). All’inizio del prossimo anno pubblicherà un volume proprio sul particolare momento economico che stiamo attraversando. Ed è appunto di questo che abbiamo parlato, con uno sguardo particolare rivolto all’attualità politica.


Dottor Giacchè, ci aiuti a capire quello che è successo in questi giorni sui mercati finanziari. Perché i titoli di Stato italiani sono soggetti ad attacchi speculativi?

E’ una cosa abbastanza logica. Io non lo intenderei come un attacco dotato di una regia. In realtà la cosa è più semplice e peggiore di questa. A un certo punto, per una serie di motivi, chi opera sui mercati si è convinto che il debito pubblico italiano non sia più “sostenibile”. I motivi sono diversi: essenzialmente la bassa crescita del nostro paese, che fa sì che il rapporto debito/PIL vada aumentando per effetto dell’andamento del denominatore; l’altro punto è l’assoluta insipienza del governo Berlusconi, che ha fatto più o meno il contrario di quello che doveva fare. Non soltanto perché le manovre hanno colpito gli interessi della parte più povera della popolazione – il che comporterà un calo della domanda e quindi effetti recessivi –, ma ha anche dato all’Europa l’impressione di voler fare il furbo – cioè di voler continuare a tirare a campare, che è una cosa che oggi assolutamente nessuno si può permettere.


Diversi osservatori (da ultimo il capo investimenti di UBS) e  persino qualche politico (come il Presidente portoghese Silva) sostengono che per fermare la speculazione sarebbe necessario che la BCE agisse da “prestatore di ultima istanza”. Può spiegarci cosi si intende con questa espressione? E lei ritiene opportuno questo tipo di intervento?

Io ritengo che sia necessario e che prima o poi sarà fatto. Speriamo che non lo facciano troppo tardi, quando ormai la situazione sarà irrecuperabile – non mi riferisco solo al debito italiano, ma alle molte situazioni di crisi. In sostanza, il prestatore di ultima istanza è colui che mette i soldi quando nessuno ce li può più mettere. La BCE dovrebbe fare quello che la Banca centrale del Giappone fa da oltre dieci anni, quello che la FED fa da quando è scoppiata la crisi: ossia comprare i titoli di Stato dei paesi in difficoltà, se necessario stampando moneta. In realtà non si può sostenere che attualmente la BCE non compri i titoli dei debiti sovrani – la BCE ha sostenuto anche lo Stato italiano: ad agosto gli acquisti ammontavano 70 mld. e probabilmente ora sono di più. Il problema è che però ha fatto degli acquisti “sterilizzati”. Cioè, per mantenere inalterata la quantità di moneta e in equilibrio il proprio bilancio, per tot. titoli che ha comprato ne ha venduti degli altri di valore equivalente, in modo da restare in pareggio. Per battere la speculazione sarebbe invece necessario che la BCE dichiarasse la propria disponibilità a sostenere i titoli di Stato dei paesi in crisi in misura illimitata.

Paolo Ermani: Mario Monti nuovo premier. Verso l'economia del "suicidio deliberato"?

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Mario Monti nuovo premier. Verso l'economia del "suicidio deliberato"?

di Paolo Ermani

La nomina a nuovo premier del neosenatore a vita ed ex commissario europeo Mario Monti chiude il ventennio berlusconiano ma rappresenta un ulteriore passo verso il rafforzamento di una politica economica votata alla crescita senza freni "che significa solo dare ancora più soldi e risorse a chi vuole continuare a devastare il Paese e il pianeta per comprarsi il cinquantesimo panfilo. E sono praticamente tutti d'accordo".

Dal cilindro è uscito Mario Monti.

Se mentre fino ad ora c'era comunque un Berlusconi a cui non dava retta quasi più nessuno, inviso addirittura ai mercati e ai mercanti, se non altro perché troppo spudoratamente rivolto ai suoi interessi e soprattutto piaceri, ecco che si profila all'orizzonte il grande timoniere che mette più o meno d'accordo tutti.

Nominato dai mercati e mercanti europei, Monti è visto come l'Arcangelo Gabriele, colui che farà piazza pulita e rimetterà le cose a posto cioè farà qualsiasi cosa per il rilancio dell'economia intesa come crescita, senza farsi distrarre da donnine allegre e addormentarsi durante gli impegni istituzionali. Si profila quindi lo scenario peggiore, cioè dove tutti o quasi sono d'accordo.

Recentemente infatti uno degli aspetti più negativi di questo periodo infausto, non sono stati solo gli infiniti scandali emersi dall'ombra ma anche uno scandalo al sole dove imprenditori e sindacati nel settembre scorso hanno sancito un accordo per agevolare la crescita. Un brivido di terrore è corso lungo la schiena di chiunque ha a cuore le sorti delle persone e dell'ambiente. Imprenditori e sindacati assieme per dire a gran voce che bisogna assolutamente ripartire a tutta velocità. Ma ripartire per fare cosa?

Prendiamo in esame due settori tradizionalmente trainanti dell'economia ai quali l'intero paese si è genuflesso per anni e anni e che ne hanno tragicamente cambiato il volto: l'industria automobilistica e l'edilizia.

Secondo questa Santa Alleanza imprenditori/sindacati per la crescita ripartire significherebbe ad esempio produrre ancora più automobili e farne acquistare sempre di più.

Guglielmo Forges Davanzati: L’Italia commissariata da Goldman Sachs

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L’Italia commissariata da Goldman Sachs

di Guglielmo Forges Davanzati*

C’è da dubitare che lo tsunami finanziario che ha investito (e sta investendo) l’Italia sia interamente imputabile alla scarsa credibilità del Governo Berlusconi, sebbene sia indiscutibile che questa esperienza di governo sia stata caratterizzata da un immobilismo irresponsabile. Per dimostrarlo, occorre ripercorrere sinteticamente ciò che è accaduto negli ultimi mesi, e chiarire preliminarmente i termini del problema. Dalla scorsa estate, l’Italia è stata oggetto di ‘attacchi speculativi’ di inaudita intensità, ovvero di vendita in massa di titoli del debito pubblico, con successiva difficoltà nel collocarli sui mercati anche a tassi di interesse elevati. La riduzione del prezzo dei titoli di Stato implica, infatti, che il tasso di interesse ottenibile dai risparmiatori aumenta, ponendo lo Stato italiano nella condizione di dover offrire un tasso più elevato per i nuovi titoli emessi.

E’ così aumentato il differenziale dei rendimenti fra i titoli italiani – in particolare i buoni del Tesoro con scadenza decennale – e i titoli del debito pubblico tedeschi, prefigurando una condizione nella quale lo Stato italiano potrebbe trovarsi impossibilitato a ripagare il debito contratto con i sottoscrittori dei buoni del Tesoro e dichiarare fallimento.

L’opinione dominante fa propria la convinzione secondo la quale questo fenomeno sia stato, in ultima analisi, determinato dal basso tasso di crescita dell’economia italiana (il che è condivisibile) e, soprattutto, dalla scarsa credibilità del Governo in carica (il che dà adito a qualche dubbio). Innanzitutto, va chiarito – ove ve ne fosse bisogno – che non è possibile dare una misurazione della ‘credibilità’ di un’Istituzione. Stando all’opinione dominante, la credibilità di un Governo la si concepisce – in questa fase, e nel nostro caso – sulla base del rispetto delle ‘raccomandazioni’ della Banca Centrale Europea. Le quali – è opportuno ricordarlo – suggeriscono misure di austerità ancora più drastiche rispetto a quelle fin qui messe in atto: riduzione della spesa pubblica, maggiore precarizzazione del lavoro e facilità dei licenziamenti, privatizzazioni, liberalizzazioni, aumento dell’età pensionabile, riduzione dei costi della pubblica amministrazione e suo snellimento, con possibile riduzione degli stipendi – e maggiore mobilità - dei lavoratori del settore pubblico.

Riccardo Achilli: La miseria dell'economia

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La miseria dell'economia

di Riccardo Achilli


Introduzione: della qualità umana e professionale degli economisti
mainstream

Finalmente ad un convegno cui ho partecipato oggi a Roma i colleghi economisti hanno abbandonato il mantra che ripetevano da mesi, ovvero che la ripresa è alle porte, il peggio è passato, ecc. (sarebbe utile ricordare che fino al 2010 si stimava, per il nostro Paese, una crescita al 2011 dell'1,3%, che dovrebbe essere in realtà, secondo le ultime stime di preconsuntivo, pari allo 0,7%, ovvero la metà di quanto preventivato! La ripresa, prevista per il 2012 ad un tasso dell'1,8%, oggi viene negata, poiché le ultime previsioni stimano per il 2012 una crescita pressoché nulla (0,2%). Nessun economista, nessun centro studi, ha chiesto scusa per tali enormi errori di stima! Finalmente ho sentito ammettere (ovviamente senza chiedere scusa per gli errori pregressi) che vivremo ancora per molti anni all'interno di questa situazione di assenza di crescita e di progressivo impoverimento di ampie fasce della popolazione. Si cita Prescott (premio Nobel dell'economia) secondo cui questa fase non è congiunturale, ma è strutturale, e corrisponde ad uno storico spostamento della ricchezza dall'Occidente in declino all'Oriente in fase di sviluppo (peraltro con una citazione ingenua, che non tiene conto dei crescenti squilibri socio-economici della crescita cinese, che potrebbero portare il gigante asiatico ad una sua specifica forma di recessione, cfr. a tal proposito “rischi di Crollo Economico in Cina”, di J. Cahn, su http://stefano-santarelli.blogspot.com/. Ancora un volta, l'omissione di documentazione rilevante sulla situazione reale, che smentirebbe dichiarazioni perentorie come quella della “vittoria economica cinese”, denuncia ciarlataneria, superficialità e scarsa scientificità). Di fatto, gli economisti mancano delle più elementari forme di umanità, come la modestia, l'onestà intellettuale, la prudenza prima di formulare previsioni azzardate. In breve, mancano di quelle qualità fondamentali per potersi approcciare ad un metodo anche lontanamente "scientifico". Noi economisti siamo solo apprendisti stregoni, ciarlatani e cacciatori di consulenze ed incarichi.

Felice Roberto Pizzuti: Gli incoscienti sostengono il default

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Gli incoscienti sostengono il default

di Felice Roberto Pizzuti

Come si può sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento dell'istituzione collettiva che dovrebbe gestirli e amministrarli?

Gli "indignati" – di qualsiasi età, ma soprattutto i giovani – hanno molte buone ragioni per esserlo. C'è di più: l'indignazione è un sentimento morale che può avere ed è giusto abbia una valenza anche direttamente politica; invece, per anni è stata derubricata a manifestazione d'ingenuità da parte di chi così nascondeva l'indifferenza, il conformismo e l'acquiescenza all’andamento delle cose dietro posizioni che pretendevano di essere politicamente emancipate e "moderne".

L'attualità politica degli indignati sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli "indignati", ma ostacolano il cambiamento economico e sociale che favorirebbe la collettività nel suo insieme.

Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga” o con la sua più becera versione “chi se ne frega del default”, il cui sapore avanguardista evoca la violenza prevaricatrice del “blocco nero”. La “indignazione” è un sentimento spontaneamente sorto in tutto il mondo dalla giusta e crescente insofferenza verso il modello socio-economico che nell’ultimo trentennio, favorendo pochi a danno di molti, ha umiliato il lavoro, ha precarizzato la vita, ha saccheggiato la natura, ha aumentato le sperequazioni reddituali e ha subordinato le scelte democratiche prese nell’ambito delle istituzioni pubbliche a quelle decise da poche persone nell’ambito dei mercati.

S.Cesaratto e L.Turci: La Bce così non va

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La Bce così non va

Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

Dopo gli sberleffi del duo Merkel-Sarkozy pensavamo che la sinistra non avrebbe dovuto cadere nella trappola di accettare gli ultimatum di Bruxelles in nome dell’anti-berlusconismo.

Questo continuiamo a pensare anche dopo la pasticciata risposta di Berlusconi alla Ue e le inutili conclusioni del vertice europeo. Berlusconi andava e va rimproverato di aver subito le imposizioni europee senza ricordare che le responsabilità della crisi non sono italiane e che anzi noi stiamo contribuendo a salvare le banche tedesche e francesi, vera fonte della crisi. Purtroppo anche a sinistra c’è chi ritiene che, davvero, quelle richieste siano un bene per l’Italia e l’Europa (anche il giornale che ci ospita condivide, ci sembra, queste posizioni, per cui apprezziamo la sua apertura alla discussione più franca).

Fatte salve tutte le ragioni per cui questo governo è impresentabile e le sue manovre economiche inique e inutili, non dobbiamo accettare che siano governi stranieri e la Bce a dettarci i compiti per casa, peraltro sbagliati. Mentre in questo bailamme l’Italia è trattata come il “pig” di turno, non si deve perdere di vista che dopo tanti vertici, compreso l’ultimo del 26 ottobre, una soluzione per la crisi dell’Europa ancora non c’è, come ben documentano i commenti di Lucrezia Reichlin e di Roberto Perotti sul Corriere della Sera e sul Sole24Ore del 28 ottobre. Chi si aspettava miracoli da questa accentuazione di austerity europea e dall’ennesimo grande piano salvastati, si è trovato il giorno dopo con i nostri Btp ben al di sopra del 6%! Le difficoltà europee non possono certo essere fatte risalire al debito italiano. Questo ha origini ben più lontane ed è stato lì a lungo senza fomentare crisi epocali, e deve il recente aggravamento dei suoi costi non solo o non tanto al burlone che ci governa, ma soprattutto al mancato funzionamento della Bce come una normale banca centrale, quale la Fed americana o la banca centrale inglese.

Luciano Vasapollo: Uscire dall’euro è una opzione per i gravi squilibri strutturali dei Piigs?

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Uscire dall’euro è una opzione per i gravi squilibri strutturali dei Piigs?

di  Luciano Vasapollo

Contributo per la discussione verso il forum “La Mala Europa” del 5 novembre a Roma. Il movimento dei lavoratori e la crisi sistematica del capitale. I sindacati di classe europei di fronte alla costruzione economica e politica dell’Europolo


1. Quando si scatena la crisi dei subprime
negli Usa, volutamente viene evidenziata come crollo di carattere finanziario per lo scoppio delle bolle speculative immobiliari e finanziarie; ma è semplicemente la punta dell’iceberg che evidenzia un blocco dell’economia reale nei processi stessi dell’accumulazione, cioè sono questi stessi meccanismi che permettono la crescita capitalistica che si sono inceppati già dai primi anni ’70 e che dimostrano che la crisi è irreversibile. La difficoltà di riattivare un nuovo e profittevole modello di accumulazione rende questa crisi unica, mettendo in seria discussione lo stesso modo di produzione capitalistico, quindi è di carattere sistemico.

E’ evidente che con le privatizzazioni, con l’attacco al costo del lavoro, al sistema del Welfare, ai diritti, con la finanziarizzazione dell’economia, hanno cercato di fuoriuscire o almeno di coprire la crisi internazionale del capitale che si porta dietro il carattere della strutturalità e sistemicità. Così si fa più aspra e diretta la competizione globale alla ricerca della centralizzazione della ricchezza in poche mani,con scenari sempre più frequenti di guerra economica- finanziaria,guerra commerciale , guerra sociale verso le classi subalterne e guerra militare espansionista per la conquista e il dominio sulle risorse energetiche sempre più scarse per sostenere i ritmi del processo di accumulazione internazionale .

Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile default degli Usa in realtà vede l’origine dal 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al potere politico e militare di imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava i caratteri della crisi strutturale e sistemica.

Clash City Workers e CAU: Lettera o testamento?

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Lettera o testamento?

Una nota sull'ultimatum dell’UE e la risposta italiana

Clash City Workers e CAU


Avete presente il gioco che si faceva da piccoli “dire, fare, baciare, lettera o testamento”? Be’, quello che sta succedendo in questi giorni fra Italia ed UE, baci a parte – Gheddafi ormai è andato – lo ricorda un po’… L’UE dice, ordina, prescrive, e l’Italia fa, procede; in mezzo c’è la lettera scritta da un Berlusconi in grossa difficoltà. Una lettera che in realtà sembra più un testamento, del suo Governo, della sua carriera politica, ma una lettera che prova a mettere la parola “fine” anche sui diritti dei lavoratori e su quel poco di garanzie sociali che ci erano rimaste. Un testamento che lascia in eredità al capitale ed agli speculatori aziende di stato, palazzi, ricchezze pubbliche mentre alle classi subalterne nega tutto. Si tratta delle ultime volontà di un paese ormai commissariato e destinato alla catastrofe. D’altronde, se ricordate quel gioco di bambini, per “testamento” si intendeva sempre una serie di botte con un calcio in culo finale. Più o meno quello che ci sta succedendo.

Proviamo quindi a buttare giù qualche riflessione a caldo sulla “lettera”, consapevoli che si tratta solo di spunti, e che probabilmente le cose evolveranno in tempi rapidissimi, consapevoli però che è bene che tutti, lavoratori, studenti, compagni, sappiano e si tengano pronti al peggio. Perché il peggio sta per arrivare. Da questo punto di vista aveva ragione il premier greco Papandreu quando disse che questa crisi del debito è paragonabile ad una “guerra”, con devastazione sociale e massacri di massa annessi. Il fatto che l’Italia abbia ricevuto un vero e proprio ultimatum lo dimostra. Ed in prima linea verranno mandati ancora una volta i lavoratori, che dovranno fare sacrifici, rinunciare ai diritti, rendersi disponibili a tutto…

Ma vediamo meglio. La prima cosa da notare è che la lettera non è chiarissima, dice cose molto generiche, non entra nel dettaglio. In molti punti è utilizzato un linguaggio volutamente oscuro perché, a differenza di come si vuol far credere, molte sono le cose ancora da decidere. Si tratta insomma di una lettera di intenti che vale relativamente poco, perché la maggior parte delle misure verranno integrate con altre suggerite dall’UE e da Draghi, e forse portate avanti da un altro Governo. Ma, ed è questa la cosa che colpisce, nonostante le descrizioni vaghe dei provvedimenti vengono date scadenze precise, molte delle quali anche abbastanza ravvicinate.

Sergio Cesaratto: La sinistra italiana di fronte alla crisi

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La sinistra italiana di fronte alla crisi

Sergio Cesaratto


Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.

 
Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo

Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.
 
Dal punto di vista dell’analisi economica non convenzionale, i capitalisti dei paesi centrali hanno smaltito il loro sovrappiù sostenendo con flussi finanziari l’acquisto delle loro merci da parte dei paesi periferici.

Claudio Gnesutta: Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia

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Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia

Una sintesi del dibattito

di Claudio Gnesutta

I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea

Rossana Rossanda nell’avviare la discussione sulla “Rotta d’Europa” ha posto la questione del rapporto tra la crisi del nostro debito pubblico e il ruolo incerto dell’Unione Europea in questa fase turbolenta. I successivi interventi, fin dal primo contributo di Mario Pianta, hanno affrontato questo tema nella convinzione che, per comprendere la situazione attuale e le prospettive dell’immediato futuro, sia essenziale individuare le ragioni della crisi delle istituzioni europee, non solo di quelle economiche ma anche, se non soprattutto, di quelle politiche.

All’inizio del dibattito la questione più trattata è stata la difficoltà dell’economia italiana nel fronteggiare l’attacco della finanza internazionale, ma ben presto l’interesse si è spostato sulle responsabilità dell’Unione europea, in primis della sua Banca centrale, per avere orientato la sua azione all’interno di una concezione neoliberista delle relazioni economiche e sociali considerando del tutto marginali i costi sociali che ne potevano derivare. Attorno a questi tre temi – situazione strutturale dell’economia italiana; inadeguatezza delle istituzioni europee nel sostegno dei paesi membri in difficoltà; ostacolo alla costruzione di una democrazia di qualità – si è concentrata una riflessione collettiva con l'intento non solo di dare una spiegazione delle difficoltà attuali, ma soprattutto di prospettare i modi per il loro superamento.

I tre temi costituiscono la guida per il tentativo di sintesi della discussione che presento in questo articolo, con l’intento di sottolineare gli snodi principali di un discorso collettivo e le acquisizioni maggiormente condivise. Nella prima parte riporto le spiegazioni della nostra fragilità economica e sociale e le sue connessioni con l’inadeguatezza assunta dal “progetto europeo”. Successivamente espongo quali cambiamenti sono proposti affinché le istituzioni economiche europee possano garantire ai paesi in difficoltà di far fronte agli shock finanziari, attuali e futuri. Infine, presento le contromisure che potrebbero controbilanciare l’ulteriore accentramento delle istituzioni economiche europee, potenziando il grado di democrazia politica dell’Unione.

A.Barba e G.de Vivo: Yes we can!

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Yes we can!

Aldo Barba e Giancarlo de Vivo*

Alla fine del 2007, il governatore della Banca d’Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l’“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).


Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell’economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all’imposizione sul reddito. In terzo luogo, l’Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell’imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un’imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.

F.Garibaldo e G.Rinaldini: Alla ricerca del nuovo paradigma

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Alla ricerca del nuovo paradigma

di Francesco Garibaldo e Gianni Rinaldini [con un intervento in calce di Riccardo Bellofiore]

Dopo il fallimento dell’Europa neoliberista, la via d’uscita dalla crisi richiede cambiamenti profondi. Serve una politica fiscale, industriale e del lavoro comune, che metta al centro la priorità dell’occupazione. Ma la può imporre soltanto un nuovo blocco sociale, con interessi opposti alle élite, e con la forza politica di sostituire le classi dirigenti

La malattia di cui soffre l’Europa potrebbe essere definita come una malattia genetica, essa, infatti, discende dal modo stesso in cui è stata costituita l’Unione Europea: dall’assetto istituzionale con la separazione tra politiche monetarie e politiche fiscali alla costituzione di una Banca centrale europea irresponsabile verso i cittadini e con il solo compito di combattere l’inflazione, sino alla strategia di crescita che fu allora definita.

Bisogna risalire al tanto celebrato, anche a sinistra, piano Delors del 1993; il piano infatti era un piano squisitamente liberista nel suo impianto concettuale. Il progetto era così definito: privilegiare gli investimenti infrastrutturali e tecnologici contro i consumi, ciò avrebbe accresciuto la competitività del sistema grazie inoltre alla costruzione, con adeguati patti sociali, di un differenziale tra dinamica della produttività e livello dei salari per garantire un’adeguata remunerazione degli investimenti. Lo scopo era la creazione un sistema produttivo europeo integrato, in grado quindi di partecipare alla competizione globale. Si doveva inoltre garantire la stabilità macroeconomica con l’introduzione dell’Euro e quindi tassi di cambio stabili. Ciò avrebbe provocato un’espansione economica robusta con conseguenti rischi inflattivi da tenere sotto controllo sia attraverso il pilotaggio della dinamica salariale che la riduzione del deficit dei bilanci pubblici.

Sergio Cesaratto: I falsi profeti dell'austerity

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I falsi profeti dell'austerity

di Sergio Cesaratto

Due elementi che si ritrovano sia nella lettera della Bce al governo italiano che nelle proposte della Confindustria appaiono particolarmente discutibili: l’innalzamento dell’età pensionabile e le privatizzazioni del patrimonio pubblico. Circa l’età pensionabile si dimentica in genere che il suo accrescimento comporta minori opportunità di occupazione per i giovani. Non è un caso che con l’aumento dell’età effettiva di pensionamento che si è avuta nel nostro Paese durante gli ultimi anni, le pur meno numerosi coorti di giovani abbiano trovato difficoltà crescenti a trovare lavoro. Senza politiche di aumento dell’insieme dei posti di lavoro v’è sì un conflitto generazionale fra giovani e anziani, ma nel giocarsi i posti di lavoro esistenti. Le politiche di tagli di bilancio e di stretta monetaria adottate in Europa non aiutano certo ad accrescere le opportunità occupazionali, anzi le diminuiscono. Non ritengo certo che quelle opportunità vadano create coi pre-pensionamenti, ma piuttosto che l’eventuale allungamento della vita lavorativa vada accompagnato a politiche del pieno impiego.

Bce, Confindustria e anche, sorprendentemente, l’ala moderata del Pd ritengono che i proventi di massicce privatizzazioni del patrimonio pubblico possano ridurre in maniera cospicua il debito del Paese e, conseguentemente, la spesa per interessi. Con questi risparmi di spesa, si reperirebbero risorse da investire, secondo i gusti, nella riduzione del costo del lavoro, nell’istruzione, nelle infrastrutture e quant’altro. Peccato però che dismissioni in tempi così rapidi sono impossibili,se non a prezzi di svendita. Ma anche nel più lungo periodo vi sono diversi problemi. 1) Il patrimonio edilizio pubblico potrebbe venir utilizzato per operazioni di speculazione immobiliare nei centri storici al di fuori di seri controlli. 2) La privatizzazione dei servizi di pubblica utilità creerebbe monopoli privati, come già tristemente accaduto dopo la stagione delle privatizzazioni al principio degli anni 1990. 3) La svendita del patrimonio industriale pubblico priverebbe il Paese di competenze che un governo progressista potrebbe impiegare per rilanciare una seria politica industriale pubblica.

Michele Nobile: Tornare alla lira e cancellare il debito?

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Tornare alla lira e cancellare il debito?*

di Michele Nobile

Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo

1. Due diverse prospettive politiche nella lotta contro l’«austerità».
 
Per necessità di sopravvivenza e senso di giustizia i lavoratori avvertono di non essere responsabili della crisi economica e di non doverne pagare i costi. È per questo motivo, dettato da un sano istinto di classe, che essi lottano contro le inique misure d’«austerità» del governo e rifiutano di pagare i costi del debito dello Stato, ora in gran parte conseguente dal salvataggio delle banche private.

Battersi contro l’«austerità» è però cosa molto diversa dal rivendicare che lo Stato capitalistico azzeri o «cancelli» i propri debiti
con terzi, quali banche private, governi esteri, agenzie internazionali.

Quando lottano contro l’«austerità», i lavoratori affermano la propria autonomia come classe a fronte dello Stato capitalistico e dei padroni, nazionali ed esteri. Così facendo, infatti, essi si oppongono a un ulteriore tributo effettuato dallo Stato e destinato a finire nelle borse dei capitalisti e al circuito finanziario internazionale.

Se invece si rivendica che lo Stato «cancelli» i propri debiti, allora non si fa altro che attuare una versione «in grande» della logica per cui i lavoratori avrebbero interesse a difendere la «loro» impresa contro la concorrenza di altre imprese capitalistiche e dai creditori della stessa. Quel che un onesto sindacalista e l’istinto di classe trovano inaccettabile sul piano microeconomico aziendale, sembra invece essere diventato improvvisamente accettabile sul piano macroeconomico del debito statale: si crede di difendere gli interessi dei lavoratori, ma in realtà si «difende» lo Stato capitalistico dai suoi creditori.

Raffaele Sciortino: Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito

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Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito

di Raffaele Sciortino

Dunque il contagio si diffonde. Con buona pace per chi si credeva in qualche modo immunizzato si è passati in poco tempo al default di fatto della Grecia, al rischio fallimento sui debiti sovrani di pesi medi come Spagna e Italia, ai dubbi sulla tenuta delle banche francesi e negli ultimi giorni a un principio di panico nelle borse. Ma col contagio, e relative manovre, si è anche iniziato a discutere di debito e default, e non solo tra gli “esperti”. Mentre dall’alto vengono riproposte le stesse ricette alla radice della crisi, in basso ci si inizia a interrogare non solo sui costi sociali dell’economia del debito ma anche su come si è prodotto, chi ci guadagna, dove ci sta portando, e qua e là affiora il dubbio se è giusto pagarlo o comunque se sostenerne i costi non significa alimentare il male piuttosto che guarirlo(1). Intanto sia l’euro che l’Unione europea, a differenza di un anno fa, appaiono oggi seriamente a rischio.

Proviamo allora a mettere a fuoco - sotto forma di ipotesi in sequenza - il quadro d’insieme in cui può darsi una lotta sul terreno del debito, non in generale ma dentro le molteplici linee di fuga e di scontro dell’attuale passaggio della crisi, come resistenza ma anche come potenziale prospettiva costituente.


1
. L’epicentro della crisi globale restano gli States. L’incredibile iniezione di liquidità di questi anni da parte della Federal Reserve, da ultimo con il cosiddetto quantitative easing 2, se è servita a evitare fin qui un nuovo grande tracollo di borsa e fallimenti a catena nel sistema bancario statunitense zeppo di cattivi crediti, non è però stata in grado di rilanciare la ripresa produttiva e tanto meno i consumi. Il giochino riuscito a Bush dopo lo scoppio della bolla dot.com e sull’onda dell’undici settembre non è riuscito a Obama. Il punto è che nonostante l’accorciamento della leva finanziaria (deleveraging) dal fallimento della Lehman in poi c’è ancora troppo debito, a tutti i livelli: pubblico, federale statale municipale, e privato, finanza imprese famiglie!

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