Anche ai padroni non piace l’austerità

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha ripetutamente chiarito che, affinché si possa ragionevolmente confidare nella ripresa della crescita degli investimenti in Italia, occorre ridurre il ‘cuneo fiscale’ (riducendo la tassazione sul lavoro dipendente), ampliare i mercati di sbocco interni (il che richiederebbe aumenti di spesa pubblica e/o riduzione dell’imposizione fiscale) e, soprattutto, rendere più agevole l’accesso ai finanziamenti bancari da parte delle imprese.

Su quest’ultimo aspetto, occorre partire da un dato di fatto. L’Italia, almeno fino agli anni che hanno preceduto la crisi, è stato, fra i Paesi OCSE e insieme al Giappone, il Paese nel quale è stata più alta la propensione al risparmio delle famiglie. Ciò è in larga misura imputabile al fatto che l’economia italiana – e ancor più quella meridionale - è arrivata relativamente tardi a configurarsi come un’economia industrializzata. Un’economia con elevata incidenza della produzione agricola (e dell’occupazione in agricoltura) è, di norma, un’economia nella quale le famiglie tendono appunto a limitare i propri consumi e a mantenere elevati i risparmi.

Nel corso degli ultimi anni, la propensione al risparmio degli italiani si è drasticamente ridotta. L’Istat calcola, a riguardo, che il tasso di risparmio nazionale lordo, partito da una media del 22,4% nel decennio 1981-1990, è sceso al 20,7% nel decennio successivo. Il declino è continuato nei primi anni Duemila, passando dal 20,2% nel 2001, al 19,9% nel 2002 e al 18,7% nel 2003, e attestandosi – ad oggi – a meno del 12%. Negli ultimi anni, ciò è accaduto fondamentalmente per due ragioni:

L’austerità sta uccidendo l’Italia

di Sergio Cesaratto

Pubblichiamo l’introduzione di Sergio Cesaratto al seminario tenutosi ieri 1° ottobre presso la Biblioteca del Senato per la presentazione dell’e-book “Oltre l’austerità”. L’audio dell’intero evento è disponibile grazie a Radio Radicale a questo link

miro4L’e-book “Oltre l’austerità” rappresenta uno sforzo collettivo di denuncia delle politiche europee di austerità. Fra i partecipanti vi sono fra i migliori economisti eterodossi italiani, assai noti all’estero. Vorrei qui solo brevemente ricordare il successo del recente workshop per giovani economisti organizzato dal Centro Sraffa che ha tenuto oltre 50 giovani di mezzo mondo a discutere di temi eterodossi. E’ importante che il pensiero economico critico sia difeso e mantenuto vivo nell’accademia – un invito qui ai politici presenti – contro il tentativo di utilizzare la giusta valutazione della ricerca per far fuori chi dissente da una teoria economica dominante che la crisi economica ha certamente screditato, ma non rimosso dalle posizioni di potere. Altro che quarantenni! verrebbe da dire. Parlare oggi con un giovane economista tipico (un bankitaliota per capirci) fa mettere le mani nei capelli a chi ha studiato con i Garegnani, Caffè, Sylos, Graziani e tanti altri maestri (ma naturalmente il menzionato workshop dimostra che vi sono ragazze e ragazzi che pensano con la testa propria). La difesa del pluralismo degli insegnamenti di economia appare dunque ineludibile, e un appello verrà in tal senso diffuso a breve da studenti e docenti. Su questi temi vorrei che davvero da qui uscisse un impegno.

Il libro è anch’esso rappresentativo di un pluralismo di idee. Vi è, tuttavia, più di un elemento che unisce i contributi. In primo luogo che da una diagnosi sbagliata delle cause della crisi non può che seguire una cura sbagliata. L’origine della crisi non è fiscale; l’austerità l’aggrava in una inutile fatica di Sisifo di riaggiustare i conti. Ci unisce anche l’idea che occupazione, crescita, e si badi bene, produttività dipendano fondamentalmente dalla domanda aggregata e non da politiche dell’offerta, necessarie ma non sufficienti.

La congiura dei tecnici

Luigi Cavallaro

All'origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c'è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d'Italia e governo politico dell'economia per ripristinare il comando del capitale sulla società. Un percorso di lettura

banchieri usuraiNell'autunno 1980, gli indicatori dell'economia italiana mostravano un andamento contrastato. Nonostante una rilevante crescita del reddito nazionale, in decisa controtendenza rispetto agli altri Paesi industrializzati, la bilancia dei pagamenti era passata dal consistente avanzo realizzato nel biennio 1977-78 ad un ancor più largo disavanzo. L'inflazione viaggiava al ritmo del 2% al mese, con aspettative di peggioramento rese evidenti dal sostenuto aumento dei prezzi dei beni-rifugio. La Banca d'Italia, benché avesse riconquistato quell'autorevolezza che aveva visto vacillare durante l'affaire Baffi-Sarcinelli, faticava non poco nella gestione della liquidità: cinque anni prima, in occasione della riforma dell'emissione dei Buoni ordinari del Tesoro (Bot), si era infatti impegnata ad acquistare tutti i titoli pubblici che fossero rimasti invenduti in asta, accettando di fatto di finanziare i disavanzi del Tesoro con l'emissione di moneta. Non solo, ma il Tesoro poteva attingere ad un'apertura di credito in conto corrente pari al 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva il potere di modificare il tasso di sconto, vale a dire il tasso a cui la Banca presta denaro alle altre banche del sistema e che di fatto decide dell'intera struttura dei tassi d'interesse. I quali, nonostante il brusco rialzo subito sui mercati internazionali a seguito della svolta monetarista voluta l'anno precedente dal Governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, si mantenevano perciò ancora negativi, ossia al di sotto dell'inflazione.


Un problema di potere


Al Ministero del Tesoro si era appena insediato il democristiano Nino Andreatta.

Il catastrofico day after per gli italiani

di Vladimiro Giacché

Caso Ilva e caso Alcoa. Due storie molto diverse tra loro, che hanno però anche qualcosa in comune. In entrambi i casi, si tratta di ex imprese pubbliche che sono state privatizzate.

È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.

1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’industria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.

Questo rispondeva al primo obiettivo delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre il debito pubblico ed entrare nel club della moneta unica. Anche se in molti casi sarebbe stato più conveniente per lo Stato mantenere il controllo delle imprese e incassare ogni anno un dividendo.

Un'agenda per l'autunno

di Sergio Cesaratto

L'elemento da cui deve partire un ragionamento di sinistra sul che fare nel prossimo autunno è che, rebus sic stantibus, reddito e occupazione in Italia continueranno a calare nel quadro di una stagnazione complessiva dell'Europa che costituirà, a sua volta, causa principale del rallentamento dell'economia globale. Non c'è luce in fondo al tunnel. Tale preoccupazione traspare nell'intervista pre-ferragostana che Stefano Fassina, il braccio destro economico di Bersani, ha rilasciato al Foglio (9/8); assai meno nella coeva intervista rilasciata da Bersani al Sole in cui egli rivendica la continuità europeista coi Ciampi e Padoa-Schioppa e, viene da desumere, col montismo: «Noi siamo quelli dell'euro... lealtà al governo Monti, lealtà verso il grande obiettivo europeo, responsabilità nella tenuta dei conti, nella riduzione del debito e nella costruzione di un avanzo primario»; sebbene la Germania abbia le sue responsabilità e abbia guadagnato dall'euro «noi paesi cosiddetti periferici dobbiamo riconoscere che dopo l'euro non abbiamo fatto i compiti a casa, non abbiamo approfittato dell'abbassamento dei tassi». E dagli coi «compiti a casa». L'obiettivo di diminuire il rapporto debito pubblico/Pil non è per la sinistra un obiettivo condivisibile, tanto meno nel quadro di stagnazione prima, e di aperta crisi ora, in cui la moneta unica ha condotto il paese. Né il debito pubblico costituisce un problema con bassi tassi di interesse, quelli che oggi vengono a mancare per la sciagurata inazione della Bce. Questo non per assolvere i casi di mala gestione pubblica, in particolare negli anni di Berlusconi. Ma non sulla tematica del debito pubblico la sinistra si deve crocifiggere. La Carta d'intenti del Pd è peraltro così vuota di contenuti che addirittura goffo è stato il tentativo di riempirla di temi - come le unioni civili - che sono punto di civiltà e non programma sociale, come chiosava domenica su questo giornale Alfio Mastropaolo.

Pur costituendo una base più ragionevole di discussione, il decalogo programmatico che Fassina ha proposto nella sua intervista ancora non copre in maniera soddisfacente il buco politico di Bersani.

La fine della siderurgia come parabola della fine della nostra industria nazionale

di Riccardo Achilli

Mentre l’intero interesse dell’opinione pubblica viene concentrato su fasulle politiche per una fasulla fuoriuscita dalla crisi del debito sovrano, in questi giorni, nella più totale indifferenza del peggior Governo della storia repubblicana (peggiore anche rispetto ai Governi Berlusconi, peggiore del Governo Tambroni-Scelba) si consuma forse l’atto finale della lunga crisi di un settore portante della nostra industria: la siderurgia.

A Taranto una inutile bonifica ambientale, fatta perlopiù di interventi annunciati anni fa e mai realizzati quando era (forse) utile farlo, consente a vertici politici e sindacali, azienda, società civile di tornare a mettere la testa sotto la sabbia, evitando di sfruttare l’occasione per fare un revamping strutturale dell’impianto, che consenta di risolvere definitivamente il problema ambientale e collocare lo stabilimento alla frontiera tecnologica del settore, rendendolo competitivo con le realtà più avanzate. Mentre intanto il gruppo Riva accusa perdite di esercizio preoccupanti (con un risultato di esercizio negativo per 614 Meuro nel 2009-2010, solo in parte compensato da un utile di 327 Meuro nel 2011, mentre le previsioni per il 2012 appaiono nere, con una fermata di alcuni impianti, a Taranto, già effettuata per motivi di mercato a giugno, prima cioè del sequestro operato dalla magistratura) e scende costantemente nella graduatoria dei maggiori produttori mondiali di acciaio, in un settore in cui le dimensioni contano e le economie di scala sono un fattore competitivo strategico.

A Piombino l’acciaieria ex Lucchini, rilevata nel 2005 dalla russa Severstal, emette gli ultimi rantoli di una lunghissima agonia, rispetto alla quale la politica, nazionale e regionale, non ha trovato niente di meglio, per oltre 15 anni, che sedersi ed aspettare gli eventi.

Scenari economici e scemari politici

di Aldo Carra

Dal Fmi alle società di consulenza, si moltiplicano modelli e previsioni. Il paradosso è che proprio quando l’attendibilità scientifica dei modelli previsionali diminuisce, il loro “peso politico” aumenta

Karl Marx arreted in Brussels 1840s4Adesso il Fondo Monetario Internazionale di scenari sulla situazione italiana ne ha formulati addirittura sette e lo ha fatto considerando le diverse politiche che potranno essere fatte.

Secondo il documento elaborato dai tecnici dell’Fmi, il rapporto debito/Pil, che per il 2012 è previsto pari al 126,4%, potrebbe salire al 128% se dovessero registrarsi bassa domanda e “fallimento delle riforme”, oppure al 131% se dovessero aggiungersi scarsa fiducia dei mercati sulla sotenibilità del nostro debito e “mancata attuazione delle riforme già fatte”.

Se poi ci dovesse essere il contagio tra turbolenze dell’area euro e una “frenata delle riforme strutturali”, lo spread potrebbe fare un altro balzo in avanti, il Pil fermarsi ed il rapporto debito/Pil balzerebbe addirittura al 140%.

Come si vede i se sono tanti, ma la costante è “l’attuazione delle riforme strutturali” varate e la “prosecuzione” sulla strada intrapresa.

Poiché queste cose le dicono i "tecnici" dell’Fmi, cioè della più importante autorità monetaria, quasi nessuno osa contestarle, e anzi molti politici e i tecnici prestati alla politica si sentono sollevati: adesso sanno cosa dovranno fare e, con certezza quasi matematica, cosa di conseguenza accadrà.

Potenza della tecnica quando la politica, di fronte alla complessità dei problemi, da in appalto la sua funzione e si riduce a fare i compiti che i tecnici prescrivono. Verrebbe naturale a questo punto chiedersi: ma allora a cosa è servita la terapia shock dei professori che hanno preso in cura il malato con un deficit al 120%? Perché non ci sono stati e nemmeno si intravedono effetti positivi?

Il salario nelle crisi

Modigliani e l’inizio della fine del Pci

Il dibattito economico odierno sulle possibili soluzioni per uscire dalla crisi si concentra sull’utilità o meno di una riduzione dei salari. Sebbene si citi spesso la frase di Marx (per cui la storia si ripete come farsa), in questo caso la farsa è che questo dibattito si ripeta ancora nel nostro paese. Infatti, durante la crisi degli anni ’70, lo stesso dibattito ebbe luogo proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel Franco Modigliani ed economisti eterodossi, molti vicini al Partito Comunista Italiano. Proprio il dibattito sul livello del salario nella crisi è un indicatore importante per misurare l’orientamento delle varie posizioni politiche e il loro cambiamento reale.


Modigliani: la riduzione del salario reale e il compito dei sindacati


Gli anni ’70 furono attraversati da diversi fenomeni economici. Da una parte si concluse il ciclo di lotte cominciano nei decenni precedenti, con la conquista di molti diritti, tra cui lo Statuto dei Lavoratori e la scala mobile per i salari. Dall’altro l’Italia, come le altre economie capitaliste fu colpita da una crisi di stagflazione, che univa quindi alla crisi della produzione un’impennata dell’inflazione.

Per uscire dalla crisi era necessario, secondo Modigliani, una riduzione del salario reale, che sarebbe dovuta passare attraverso la modifica o la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione (conosciuto appunto come scala mobile).

Una tassa da filantropi

di Marco Bascetta

Nella cultura della sinistra il fisco gode da molto tempo di una solida deferenza e di una sostanziale protezione dall’esercizio della critica. Rovesciando così quella tendenza plurisecolare che vedeva le masse popolari insorgere, frequentemente e soprattutto, contro dazi, gabelle, imposte e lavoro coatto, al seguito dei tanti Masaniello prodotti dalla rapacità dei governanti. Le ragioni di questo rovesciamento sono, all’apparenza, piuttosto ovvie. Mentre ai tempi del feudalesimo prima e dello stato assolutista poi il taglieggiamento dei ceti produttivi, per quanto poveri o impoveriti, serviva a mantenere lo sfarzo delle corti, del clero e dell’aristocrazia e il debito sovrano, contratto per finanziarie guerre di espansione e di conquista che estendevano a loro volta il prelievo ai paesi sconfitti , con l’avvento della democrazia rappresentativa e dei sistemi di welfare state la fiscalità si attribuisce un nuovo principio di legittimazione: finanziare l’effettivo godimento dei diritti di cittadinanza e soddisfare i bisogni basilari della popolazione garantendo a chiunque condizioni dignitose di vita. L’obbligo di versare le imposte assume così i tratti di un imperativo morale derivante dalla «volontà generale». Tuttavia nemmeno lo stato democratico si è dimostrato capace di fugare le antiche ombre dell’arbitrio e dell’obbedienza dovuta, cresciute nell’ambiente del paternalismo assolutista.

L’opacità dei nessi amministrativi, l’autoreferenzialità degli apparati distributivi infestati di piccoli e grandi poteri che condizionano il godimento dei diritti riconosciuti rendendoli una variabile dipendente da incontrollabili costellazioni di interessi, la torbida composizione del debito pubblico stesso hanno provveduto a sbriciolare non poco quel principio di legittimazione.

Crisi, equità, sviluppo*

di Nicola Acocella

Le politiche di crescita sono diventate un elemento imprenscindibile, per allentare i costi sociali della crisi e per evitare che si avviti ulteriormente, ma vanno realizzate puntando all'equità

Vorrei rovesciare l’ordine dei concetti che compongono il tema di questa tavola rotonda. Non soltanto perché di sviluppo (di crescita, in realtà) si parla molto in questi ultimi mesi, ma anche perché è opportuno avere qualche punto fermo. Qualcuno da tempo ha sottolineato l’opportunità di azzerare la crescita o di attivare un processo di decrescita (gli studiosi del Club di Roma e Georgescu-Roegen tra i precursori; tra i principali fautori: S. Latouche; in Italia, G.Ruffolo, M. Cacciari ed altri) per salvaguardare il futuro del pianeta e, con esso, dell’umanità. Si tratta di persone stimabili e devo dire che condivido le loro preoccupazioni, che non possono essere dismesse molto facilmente sul piano analitico. Però, dello sviluppo abbiamo necessità. Deve trattarsi non di sola crescita e deve essere sostenibile, ma dello sviluppo non possiamo fare a meno. Una prospettiva, alla John Stuart Mill, di stato stazionario, nella quale non ci sia motivo per ‘urtarsi e scavalcarsi’ e ci sia spazio per la contemplazione della natura e per la riflessione, è certo densa di aspetti esteticamente, ecologicamente ed eticamente apprezzabili. Temo però che una tale prospettiva sarebbe possibile soltanto con una redistribuzione drastica delle attuali ricchezze, nell’ambito dei paesi sviluppati e, soprattutto, fra questi e i Pvs. Infatti, lo stato stazionario sarebbe accettabile soltanto da chi abbia attualmente una posizione di privilegio nella società. Ma la redistribuzione potrebbe avvenire soltanto attraverso scontri violenti e con costi umani inimmaginabili. La redistribuzione è necessaria, non può essere affidata al trickle down, ma ad un’azione riformatrice lunga e tenace, dove il termine riformatrice è inteso nel senso in cui esso era usato da Caffè.

Passiamo ora alla crisi. Nella crisi siamo immersi. Quali ne sono i costi immediati e quali i riflessi sulle prospettive di sviluppo? I costi immediati sono enormi. Non mi occupo dei costi politici della crisi, per i riflessi perniciosi che essa può avere, come già in passato, sulle velleità autoritarie nei paesi più coinvolti.

znet italy

Il problema di quelli dell'un per cento

di Joseph Stiglitz

Cominciamo definendo la premessa di base: le disuguaglianze negli Stati Uniti si stanno ampliando da decenni.  Siamo tutti consapevoli del fatto. Sì, proprio in questo momento ci sono alcuni a destra che negano questa realtà, ma gli analisti seri dell’intero spettro politico la danno per scontata. Non ripercorrerò qui tutte le prove, se non per dire che il divario tra l’un per cento e il novantanove per cento è vasto se considerato in termini di reddito annuo e ancora più vasto se considerato il termini di ricchezza, cioè in termini di capitale accumulato e di altre attività. Si consideri la famiglia Walton: i sei eredi dell’impero Walmart possiedono una ricchezza complessiva di circa 90 miliardi di dollari, che equivale alla ricchezza del 30% più in basso nella società statunitense. (Molti, giù in fondo, hanno un patrimonio netto pari a zero, o negativo, specialmente dopo il crollo del settore immobiliare).  Warren Buffett è stato corretto nel descrivere la cosa quando ha affermato: “E’ in corso una guerra di classe da vent’anni e la mia classe sta vincendo”.

Dunque no: c’è poco da discutere sul fatto fondamentale dell’allargamento della disuguaglianza. Il dibattito è sul suo significato. Da destra a volte si ascolta la tesi che la disuguaglianza è fondamentalmente una cosa buona: quando i ricchi si avvantaggiano maggiormente, lo stesso vale per tutti gli altri. Questa tesi è falsa: mentre i ricchi si sono fatti più ricchi, la maggior parte degli statunitensi (e non soltanto quelli al fondo della scala sociale) non è stata in grado di conservare il proprio tenore di vita, per non parlare del tenersi al passo. Un tipico lavoratore maschio a tempo pieno riceve oggi lo stesso reddito che riceveva un terzo di secolo fa.

Al tempo stesso a sinistra la disuguaglianza in ampliamento spesso sollecita a un appello alla semplice giustizia: perché così pochi devono avere così tanto quando così tanti hanno così poco?

La strategia della “crescita” del governo Monti*

Raffaele Sciortino

Interverrò sull’attualità provando a fare due cose: innanzitutto, un’analisi sintetica non solo della cosiddetta riforma Fornero del mercato del lavoro ma dell’insieme delle manovre Monti, più correttamente dovremmo dire del governo Monti-Napolitano succeduto a Berlusconi. Cercando di porre, questo il secondo punto, una domanda: c’è una strategia? Per rispondere a questa domanda è inevitabile provare a inquadrare le manovre del governo dentro l’attuale passaggio della crisi, il che ovviamente richiederebbe una analisi più articolata. Soprattutto per porre i nodi politici che stanno sul tavolo perché se anche, questa la tesi, c’è una strategia – non una grande strategia, però c’è un tentativo di versione italica di exit strategy dalla crisi, dentro quel quadro internazionale che dicevo, e se anche non è detto che riesca dal loro punto di vista negli obiettivi, però avrà, già sta avendo, degli effetti non solo rispetto al quadro sociale ma ai dispositivi di assoggettamento, così come nel prefigurare un terreno di possibili conflitti che in qualche modo si disloca in avanti.

Primo. Le manovre, l’insieme delle politiche del governo Monti-Napolitano si compongono di risanamento e “crescita”, lo mettiamo tra virgolette perché uno dei punti fondamentali è di tentare una decostruzione sensata di questa “crescita”. Ora, sul versante risanamento il governo utilizzando lo shock, operando una terapia-shock, è intervenuto subito sulle pensioni – una storia infinita questa del debito pubblico come leva di accumulazione delle ricchezze per chi sfrutta in variegati modi chi lavora; qui però a novembre, nel passaggio di consegne tra Berlusconi e Monti, in una situazione da rischio “fallimento” del sistema, abbiamo avuto un taglio secco delle pensioni fondamentalmente senza una risposta, sia dal punto di vista sindacale che sociale.

L’alternativa dei “nove su dieci”*

di Claudio Gnesutta

tra comunismo e religioneCrisi finanziaria, crisi del debito pubblico, austerità. Sembra che non ci sia alternativa per un paese in difficoltà come il nostro. Ma chi ha pagato, effettivamente, il conto della crisi? La risposta la dà il titolo del libro di Mario Pianta Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, 12€). È sui “nove su dieci” più poveri che ha gravato il peso del declino e del riaggiustamento economico, mentre i più ricchi – “uno su dieci” degli italiani – hanno beneficiato del lungo processo che ha portato a quest’esito disastroso, e si sono ora posti al riparo dai costi della crisi. Le soluzioni, proposte ed attuate, per superare la crisi hanno l’effetto di approfondire le disuguaglianze esistenti, deprimendo le forme di partecipazione politica e indebolendo la democrazia.

Le radici della debolezza strutturale dell’Italia, che l’ha resa così vulnerabile di fronte al crollo della finanza del 2008, sono molte e complesse. L’incompiutezza dell’Europa, l’inadeguatezza della politica a fronteggiare l’evidente declino del nostro apparato produttivo, l’indifferenza nei confronti della deriva dei conti pubblici, il disinteresse, se non peggio, per l’estendersi delle disuguaglianze sociali, tutto questo è ricostruito nei primi tre capitoli del volume; il capitolo conclusivo presenta una “via di uscita”, con le alternative possibili a “questa” austerità.

Vediamo le linee portanti della sua argomentazione, che sono di grande interesse. Punto fermo è la valutazione che il liberismo “va messo in soffitta” in quanto l’esperimento che “il mercato – lasciato a se stesso – sia capace di far crescere l’economia, trovare le produzioni giuste e creare occupazione” è risultato fallimentare come dimostra la lunga recessione che ci coinvolge e di cui non si intravede la conclusione.

politicaecon

Il “De Grauwe moment”

Una previsione lungimirante della crisi di bilancia dei pagamenti dell'Eurozona

di Sergio Cesaratto*

In un articolo sul Financial Times scritto un anno prima dell’avvio dell’Unione Monetaria Europea (UME),  Paul De Grauwe avanzò un’ipotesi lungimirante su ciò che sarebbe potuto accadere come conseguenza, cosa di cui  la maggior parte degli economisti si sono resi conto solo recentemente.[1] Infatti, con il senno di poi, la crisi Europea ci appare ora come l’ennesimo episodio di “stavolta è diverso”  (“this time is different”) della sequenza di liberalizzazioni finanziarie con tassi di cambio fissi, flussi di capitali dal centro verso la periferia, bolla immobiliare, disavanzo nel saldo delle partite correnti (CA) e indebitamento, default.  Nonostante consideri quello di Reinhart and Rogoff (2009) un resoconto mal organizzato della storia e della natura dei default, il loro titolo trasmette davvero la sensazione che si tratti di un modello ricorrente di una serie di eventi sfortunati. Anche il titolo di un importante paper ‘Good-bye financial repression, hello financial crash?’ (Diaz-Alejandro, C. 1985) riassume bene l’essenza di quegli eventi. Al fine di apprezzare meglio l’intuizione del Professor De Grauwe, presento il suo articolo con alcune note prese da un mio Working Paper appena pubblicato fra i Working Papers del mio dipartimento “Controversial and novel features of the Eurozone crisis as a balance of payment crisis”.

Diffusa da Martin Wolf, l’interpretazione della crisi Europea come una crisi di bilancia dei pagamenti (BdP) sta diventando dominante. Dunque, la causa della crisi deve essere trovata nel più facile accesso ai mercati finanziari a bassi tassi d’interesse per un certo numero di paesi periferici  dell’UEM. La liberalizzazione finanziaria e la rimozione del rischio del tasso di cambio ha  incoraggiato notevoli flussi di capitali dai paesi centrali verso i paesi della “periferia” (e.g. Merler and Pisani-Ferry).

marx xxi

L’America Latina sale in cattedra… mentre l’Italia sprofonda nella melma liberista

di Spartaco A. Puttini

“Monti e i suoi amici possono esibire soltanto e unicamente le impietose cifre di un colossale fallimento economico, politico, culturale che sta mettendo i ginocchio il Mediterraneo uccidendone la grande civiltà. […] In Europa si suicidano. Da noi si va a ballare il tango esaltati dal senso ritrovato di un’identità nazionale”. E’ questo il parere del giornale argentino “Pagina 12”.

Gli argentini hanno voce in capitolo per giudicare, vista la tremenda esperienza patita un decennio fa, quando il paese scivolò verso il default a causa dell’ostinazione delle sue élites corrotte nel proseguire sulle fallimentari strade delle ricette neoliberiste patrocinate dal FMI. Dopo circa mezzo secolo di neoliberismo (svendita del patrimonio nazionale e privatizzazioni, smantellamento del welfare, etc…) uno dei paesi più ricchi e produttivi dell’America Latina crollava e veniva crudelmente saccheggiato.

Gli argentini ricordano quella tragedia, come ricordano la terribile dittatura (sponsorizzata dagli USA) che andò al potere proprio per propinare alla popolazione il rancio neoliberista cucinato a Chicago. Di queste due tragedie gli argentini portano ancora nelle carni tutti i segni. Nel solo 2003 sono morti di stenti ben 17 bambini al mese nel nord dell’Argentina e 1 su 4 era malato a causa della denutrizione [1]. Prodezze del neoliberismo che qui da noi viene (per ora) tanto magnificato anche dal Pd, quasi fosse compatibile con una politica progressista.


La rinascita kirchnerista

Ma il 2003 è stato anche l’anno di svolta per l’Argentina.