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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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politica economica

Claudio Gnesutta: Il diciottismo di Monti

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Il diciottismo di Monti

di Claudio Gnesutta

Nella nuova strategia del premier e del suo governo c'è una visione del mondo e un obiettivo tutto politico. Non è una scelta tecnica, ma risponde a un'idea precisa della crescita alla quale si vuole candidare l'Italia

Monti ha preso in mano la situazione e si sta spendendo per convincerci che l’art. 18 è la causa della nostra arretratezza economica; una “campagna” ampiamente sostenuta come attesta il forte supporto di Scalfari e di tutta l’arco del (centro-)destra.

Con l’alibi di essere un tecnico Monti asserisce che l’eliminazione dell’art. 18 è tecnicamente essenziale per rilanciare gli investimenti in Italia, specie quelli esteri, ma è proprio questa giustificazione che dimostra invece quanto “politica” sia la sua scelta nello scegliere questa questione come bandiera della sua politica di rilancio della crescita. E non solo per l’aspetto, politicamente piuttosto grossolano, di chiedere il sacrificio dell’art. 18 in cambio di una pseudo-patrimoniale mettendo sullo stesso piano la richiesta di rispettare un dovere (fiscale) con la rinuncia a un diritto.

In questa scelta vi è tutta la visione politica di questo governo che, al di là del piglio serio (rispetto alla destra cui eravamo abituati), esprime in pieno – e nella sua collegialità, si vedano gli interventi reiterati di Fornero, ma anche di Cancellieri e altri - la sua visione neoliberale (libdem) della società. Sotto l’egida di un “keynesismo” che ha larghi tratti di consonanza con il monetarismo, manifesta le sue radici nella convinzione che è l’impresa il motore del nostro progresso civile, visione che rinsalda l’opinione comune che l’economista è strutturalmente un pensatore di destra per il considerare la società, con i suoi valori e suoi diritti, solo un’appendice del mondo della produzione; il divulgatore del mantra che è l’economia a determinare la forma reale della società (sempreché non neghi l’esistenza stessa della società).

Felice Roberto Pizzuti: Quanto è monotono il “tecnico” Monti

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Quanto è monotono il “tecnico” Monti

di Felice Roberto Pizzuti

Dietro le scelte del governo c'è una politica precisa. Ed è un'applicazione radicale della visione liberista, proprio quando la crisi ne certifica il fallimento

Tra le qualità attribuite al governo Monti c'è la sobrietà; potrebbero dunque lasciare perplessi alcune sue posizioni. Ad esempio, è decisamente stravagante affermare che le misure di liberalizzazione presentate faranno aumentare il PIL addirittura del 10%. Una valutazione siffatta, prima ancora che enfatica, non ha basi affidabili di misurazione, ma esime o distoglie l’attenzione da misure di stimolo alla domanda che in una situazione di grave recessione sono sicuramente più appropriate ed efficaci.

La sobrietà di Monti suscita non minori dubbi quando, riferendosi ai tre obiettivi del suo governo – rigore dei conti pubblici, crescita ed equità –, sostiene che il terzo sarà il risultato delle riforme volte a rendere i mercati realmente concorrenziali. Solo i neoliberisti più sfrenatamente ottimistici hanno immaginato che lo sviluppo generato dai mercati implichi un miglioramento anche per i più poveri (la teoria del trickle down, dello sgocciolamento), ma non sono stati confortati da verifiche empiriche. Tuttavia, se questa è l'idea di equità e del modo di raggiungerla, non sorprende la “tosatura” del sistema previdenziale pubblico, che pure ha un saldo attivo tra contributi e prestazioni previdenziali nette pari all'1,8% del Pil e già da anni sostiene il complessivo bilancio pubblico; né sorprende il progetto di depotenziarlo ulteriormente riducendo le aliquote contributive (e quindi le prestazioni) e immaginando un ruolo sostitutivo e non aggiuntivo per la previdenza privata che, però, assorbe risorse pubbliche (e qui sorge qualche contraddizione; come pure nell’accordare proprio in questo periodo l’aumento dei pedaggi delle autostrade a favore di gestori privati operanti in un contesto molto poco concorrenziale).

Felice Roberto Pizzuti: Le illusioni del liberista Monti

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Le illusioni del liberista Monti

di Felice Roberto Pizzuti

Per Monti, lo Stato sociale è un lusso che non possiamo più permetterci. La storia insegna invece che è il presupposto per la crescita e la sua qualità

Non tutti i commentatori sembrano averlo capito, ma Monti nella sua conferenza stampa di fine anno ha detto che non ci sarà una fase 2 qualitativamente diversa dalla prima. Al di là dei diversi nomi a esse assegnati, “salva Italia” alla prima e “cresci Italia” alla seconda (molto poco appropriati, come si vedrà), Monti ha puntigliosamente precisato che la triade composta in primo luogo dal rigore nei bilanci e poi da crescita ed equità continuerà a caratterizzare anche la prossima fase dell’azione governativa (potranno cambiare i pesi nella triade). Perché non ci siano dubbi sull’ordine di priorità e sulla concezione economica e politica del suo governo, Monti ha specificato che, ritenendo preminente perseverare nel rigore di bilancio, saranno minime le risorse pubbliche per la crescita, la quale dovrà essere stimolata dalle misure volte a ottenere una maggiore ”equità”, intendendo con quest’ultima essenzialmente ciò che deriverà da una maggiore concorrenzialità dei mercati da ottenersi con le liberalizzazioni. Il ché chiarisce ulteriormente quali siano, per Monti, i rapporti di valore e causali tra rigore, crescita ed equità (intendendo quest’ultima nel senso sociale e distributivo proprio del termine): il primo è indispensabile per ottenere la seconda la quale, se ce n’è a sufficienza, potrà consentire la terza. Rispondendo a una domanda, Monti è stato esplicito: l’Europa e ancor più l’Italia non possono più permettersi le prestazioni sociali concesse nei periodi di maggiore crescita del passato (e per i futuri pensionati i tagli non sono finiti visto che la manovra già varata prevede una commissione che dovrà studiare il taglio dei contributi a favore delle imprese che ridurrà ulteriormente le pensioni).

In piena sintonia con la visione liberista che ha dominato gli ultimi decenni, Monti ritiene dunque che lo stato sociale sia un lusso che non possiamo più permetterci perché appesantirebbe ulteriormente il funzionamento dei mercati e la crescita, che solo da essi può derivare;

M.Badiale e F.Tringali: Decrescita sì, ma del capitale

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Decrescita sì, ma del capitale

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali

Il blog “goofynomics”, curato da Alberto Bagnai, ha pubblicato di recente un post di critica alla decrescita. Si tratta di una critica interessante perché è condotta con spirito e garbo, e soprattutto perché rappresenta una piccola antologia delle obiezioni che solitamente vengono portate alla decrescita.

Ci sembra perciò utile provare a rispondere: può essere questa un'occasione per chiarire in una volta sola vari punti relativi alla nozione di decrescita.

Possiamo distinguere le obiezioni di Bagnai in due gruppi: in un primo gruppo mettiamo gli argomenti che sono sì obiezioni, ma non alla decrescita. In un secondo gruppo mettiamo le effettive obiezioni alla decrescita.

Esaminiamo le obiezioni del primo gruppo.

In primo luogo, Bagnai critica in maniera sferzante coloro che pensano che l'attuale crisi economica sia l'occasione per riscoprire costumi di vita più austeri, per superare o ridurre il consumismo, per tornare a rapporti umani più veri. Le critiche di Bagnai colgono perfettamente nel segno, e colpiscono una retorica dolciastra che si percepisce nei media, e che cerca di indorare la pillola dell'attacco inaudito ai diritti e ai redditi dei ceti popolari compiuto in Italia dall'attuale governo di tecnocrati chiamati a realizzare i diktat dell'Unione Europea.

Domenico Moro: Non solo debito pubblico

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Non solo debito pubblico

I perché del declino italiano

Domenico Moro

Tagliare le spese e aumentare le tasse può aumentare il deficit, se manca la crescita. Delocalizzazioni, acquisizioni, joint venture. Gli investimenti delle imprese all'estero sono alla base della riduzione dello sviluppo negli ultimi 10 anni. Con la complicità della politica.  Banche, speculazione finanziaria e sistema euro non sono le cause della crisi.

La questione del debito pubblico è presentata, in Italia e in Europa, essenzialmente come una questione di disciplina di bilancio, da risolvere tagliando le spese e aumentando le imposte. In realtà, la crescita del debito pubblico e la difficoltà a rifinanziarlo è connessa molto di più alla scarsa crescita economica. Debito e deficit pubblici vengono calcolati in percentuale sul Pil. Dunque, una stagnazione o un decremento di quest'ultimo possono peggiorare i due indicatori, indipendentemente dalle spese. Di più: la scarsa crescita è collegata alla riduzione della competitività e al peggioramento del debito commerciale e della bilancia dei conti con l'estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni è uno dei fattori che rende critica la capacità di finanziare il debito pubblico sui mercati dei capitali.

Se il Giappone - debito pubblico oltre il 200% e deficit/Pil all'8,3% - paga un interesse sui titoli a dieci anni di poco superiore all'1%, non è solo perché ha il pieno controllo della sua valuta, ma anche perché ha il terzo attivo dei conti correnti al mondo, 150 miliardi di dollari, e la migliore posizione patrimoniale con l'estero, tremila miliardi. Al contrario, l'Italia ha una bilancia dei conti correnti negativa per 79 miliardi (3,7% sul Pil), e una posizione debitoria con l'estero di 549 miliardi. Infine, la riduzione della crescita e delle esportazioni viene tipicamente compensata con l'aumento della spesa pubblica, come prova il suo rigonfiamento in Italia a partire dalla prima vera crisi post-bellica nel '74-'75.

Alberto Bagnai: Decrescita... de che?

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Decrescita... de che?

di Alberto Bagnai


Nei momenti di crisi globale ricorre un atteggiamento descritto da un’efficacissima parola europea: Schadenfreude. Da Schaden (danno) e Freude (gioia), che poi sarebbe appunto quella della Nona di Beethoven che tanto piaceva a Alex (DeLarge). La Schadenfreude è il piacere maligno che si trae dallo spettacolo dell’altrui male (quindi ha poco a che vedere con il “suave mari magno” di Lucrezio, che maligno non era, e infatti al secondo esametro aggiunge “non quia vexari quemquamst iucunda voluptas”). Questa “voluptas”, una delle poche che la natura matrigna riserva a quelle strane bestie che sono gli economisti, le suocere, e il beghiname vario, è in grandissima parte motivata dal poter dire “io l’avevo detto”, cioè dal trovare nell’Armageddon un valido, anzi, il più valido, alleato per l’affermazione delle proprie teorie. Se poi nell’Armageddon ci finisce anche lo Schadenfroh, meglio pure: a “voluptas” si aggiunge “voluptas” (il masochismo).

Gli esempi non mancano. Quando nel Medioevo organizzammo il nostro vivere civile aggregandoci in città (è la “rivoluzione urbana” descritta tanto bene da Carlo Maria Cipolla), dando al nostro mondo quell’impulso che l’ha portato ad affermarsi su altri all’epoca ben più avanzati (quello arabo, quello cinese), ci trovammo a dover fronteggiare qualche problema di congestione, con conseguenze non banali. In effetti, anche a quel tempo c’era chi pensava che l’economia si rilanciasse con le grandi opere (le crociate): di costruire cessi non se ne parlava, nonostante i Romani (che una certa auctoritas ce l’avevano) lo avessero prudentemente fatto nelle loro città, prima di lanciarsi alla conquista del mondo. La crisi si presentò nel 1348, sotto forma della prima epidemia “globale” di peste, che, come ben sapete, arrivava dritta dall’Oriente (perché la globalizzazione, si sa, è una neocosa neomoderna, l’abbiamo inventata noi dieci anni or sono negli editoriali del Manifesto...). Ed è facile immaginare che all’epoca qualche stralunato anacoreta ne approfittasse per calare a valle e incitare il popolo al pentimento e alla riforma dei costumi, sotto la sferza del “gladius Dei”, assaporando il suo fottuto quarto d’ora di celebrità.

R.Realfonzo e A.Stirati: Monti e la salvezza italiana

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Monti e la salvezza italiana

Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati

Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.


La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.

Maurizio Donato: Un vincolo di interesse

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Un vincolo di interesse

Maurizio Donato*

Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del  3%,  il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE  si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico  non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.

Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene  considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.

S.Cesaratto e L.Turci: Illusioni e realtà della manovra (dopo il vertice europeo)

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Illusioni e realtà della manovra (dopo il vertice europeo)

Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

 
Abbiamo aggiornato questo articolo per tener conto dei risultati del vertice europeo (una prima versione fu pubblicata in bella evidenza dagli amici di Micromega on line a inizio settimana; la versione attuale è uscita domenica 11 dicembre con l'Unità). Poco da aggiornare, in realtà, visto che poco ci aspettavamo, ma è andata anche peggio. Un cupo medioevo nordico ci attende.

Un "austerity club" che ci sta portando verso il medioevo

 
Vorremmo noi per primi illuderci che tutto questo servirà e siamo ammirati della reazione dignitosa del popolo italiano. Purtroppo riteniamo che questa manovra peggiorerà le cose in un quadro europeo che dopo il vertice appena concluso è divenuto, se possibile, più fosco. I nostri concittadini lo devono sapere.

Se l’analisi è sbagliata, così è quella della maggioranza dei politici italiani ed europei, sbagliate sono le soluzioni. La crisi italiana ha un’insopprimibile dimensione europea e dissentiamo da quanto Monti ha sostenuto, presentando la manovra, che la crisi del debito italiano “non è colpa degli europei, è colpa degli italiani”, che siamo “un focolaio di infezione” e rischiamo di “macchiarci della responsabilità” di far fallire l’Europa. Il debito pubblico italiano non ha causato la crisi europea. In un contesto di crescita europeo e di bassi tassi di interesse – che come non ci stanchiamo di ribadire sono stabiliti dalle banche centrali e non dai mercati, a meno che li si lasci fare – esso non avrebbe costituito un problema, tanto meno un problema urgente. C’è piuttosto qualcosa di profondamente sbagliato nella costituzione economica europea. Essa ha creato un sviluppo fittizio dell’Europa periferica basato su bolle immobiliari finanziate dalle banche dei paesi forti, fatto da puntello alle tendenze neo-mercantiliste tedesche, minato la competitività dell’Italia, determinato gravi squilibri commerciali infra-europei.

Roberta Carlini: Chi c'è, chi non c'è

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Chi c'è, chi non c'è

di Roberta Carlini

Lavoro, pensioni, tasse. La manovra si accanisce contro chi la crisi l'ha già pagata. E la aggrava. Grandi assenti: patrimoni ed evasione fiscale. C'era un'altra strada? Sì.

“La prossima volta che vi diranno che in assenza di tagli alla spesa l'America farà la fine della Grecia, rispondete pure che tagliando la spesa in corso di depressione economica faremo la fine dell'Europa”.. La fine dell'Europa, descritta nelle parole di Paul Krugman, è quella dei medici che uccidono il paziente non perché danno una medicina troppo forte, ma perché hanno sbagliato la diagnosi: pensano che la crisi dipenda da un eccesso di spesa nei paesi indebitati, mentre il problema è che si spende troppo poco nell'insieme dell'Europa. Tagliando e tassando si spenderà ancora di meno, la domanda di beni e servizi scenderà e si aggraverà la recessione: andando avanti così, si uccide l'euro, dice Krugman. Per questo non consiglierebbe mai agli americani di seguire il mantra europeo dell'austerità.


Dall'eurotassa alla neuromanovra

Non la prendiamo alla lontana, ma stiamo proprio nel cuore del problema della manovra economica del governo Monti, se per introdurla ricorriamo alle parole del premio Nobel Paul Krugman. Il primo e irremovibile difetto della manovra da 24 miliardi varata a mercati chiusi dal governo, salutata dalle lacrime della ministra del lavoro la domenica e dai sorrisi delle piazze finanziarie il lunedì, è lì, nel suo stesso obiettivo dichiarato: stringere la cinghia, cioè il bilancio, aiutando in questo l'economia a ruzzolare giù per la sua strada. Manovra pro-ciclica, dicono gli esperti. “Se aumentano l'Iva e la gente compra di meno, quando ci riprendiamo?”, dicono sull'autobus. Segno dei tempi: con l'eurotassa facemmo tutti un sacrificio utile per entrare in Europa, stavolta rischiamo di fare (e non tutti) un sacrificio inutile per evitare che i mercati facciano saltare l'Europa. E però, il circolo vizioso potrebbe diventare virtuoso, dicono i tecnici, per la bizantina logica della politica europea. Pare – a essere ottimisti – che ai piani alti dell'Ue abbiano capito che c'è bisogno di una copertura comunitaria per i debiti nazionali, per tenere a bada la speculazione; però prima di darla i governi dei paesi “disciplinati” vogliono essere sicuri (o vogliono far credere ai loro elettori di essere sicuri) che gli “indisciplinati” come Italia & co. hanno messo la testa a posto.

Guido Viale: La dittatura dei mercati

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La dittatura dei mercati

di Guido Viale

L'Europa, intesa come Unione europea, è divisa in due: non tanto tra nazioni deboli e stabili, popoli viziosi e virtuosi, porci e porcari (Pigs). La linea di demarcazione è la Bce che governa e custodisce la valuta in cui sono espressi i debiti pubblici e privati. Ai piani alti ci sono «i mercati»: una massa sterminata di denaro e "simildenaro" (valute, bond, certificati di credito, derivati, futures) la cui consistenza è stimata da 10 a 20 volte il Pil mondiale; che può spostare (esentasse) in poche ore tanto denaro quanto tutte le banche centrali del mondo non ne riescono a creare in un anno.

Ai piani bassi ci sono i cittadini dell'Unione, sempre più simili, nella loro condizione di impotenza e di dipendenza dai diktat della finanza, agli altri 6 miliardi e mezzo di esseri umani che popolano il pianeta. Niente di quello che accade o accadrà loro dipende più da una loro scelta: né «individuale» (esercitando la cosiddetta «sovranità del consumatore»), né espressa a maggioranza (esercitando la loro asserita «sovranità» di cittadini). Persino le differenze tra un cittadino greco, italiano e tedesco si attenuano di giorno in giorno: tutti vivono ormai sotto la cappa di una catastrofe economica su cui non hanno alcuna possibilità di influire. Perché a decidere non sono loro, ma «i mercati».

Se questa è la vera ripartizione dell'Europa, la linea di demarcazione tra i due piani è invece meno chiara. Innanzitutto perché da questa parte del confine ci sono molti infiltrati: partiti e sindacati che si occupano più di predicare rinunce e sacrifici che di progettare un futuro dignitoso per le persone che rappresentano; economisti e giornalisti che imbrogliano i conti;

Antonella Stirati: Il Documento degli Economisti e la manovra

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Il Documento degli Economisti e la manovra

Francesca Coin intervista Antonella Stirati

Il Governo Monti ha appena approvato i contenuti del “decreto salva Italia”. Come previsto, la manovra è incentrata su forti tagli alle pensioni e alla sanità. Ho chiesto un commento ad Antonella Stirati, professore ordinario di Economia all’Università di Roma Tre e promotrice di un Documento degli Economisti firmato da molti nomi di prestigio nazionale e internazionale.

Prof.ssa Stirati, prima di entrare nel merito della manovra, ci sa spiegare perché la speculazione finanziaria si accanisce contro paesi dell’area Euro – con situazioni economiche e di indebitamento pubblico tra loro molto diverse – mentre paesi al di fuori di questa area, come gli Usa o il Giappone, ne sono rimasti immuni anche se hanno un debito molto elevato?


La risposta è che il vero problema non è l’ammontare di debito pubblico ma la particolare situazione istituzionale ed economica della Unione Monetaria Europea: in primo luogo l’assenza di una banca centrale che svolga il ruolo di prestatore di ultima istanza, e poi i crescenti squilibri economici interni, con la Germania che accumula un surplus crescente di esportazioni verso gli altri paesi dell’area, che invece tendono ad importare più di quello che esportano, una situazione che fa ritenere agli operatori finanziari che la moneta unica sia insostenibile.

Sulla base di una visione economica che ha una tradizione di prestigio, il documento esprime allarme per le politiche che vengono intraprese in Italia e in Europa. Le politiche di austerità creano recessione, come dimostrano Grecia, Spagna, Portogallo e ora Italia. Una recessione che si va ad aggiungere alla riduzione di Pil e occupazione già avvenuta nel 2008 e dalla quale non ci si è ancora ripresi. Sui giornali si legge che “arriva” la recessione – come se fosse un fenomeno metereologico.

Alberto Russo: La crisi neoliberista e un nuovo modello di sviluppo

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La crisi neoliberista e un nuovo modello di sviluppo

Alberto Russo*

Sembra che il consistente aumento del debito pubblico, seguito alla socializzazione delle perdite private prodotte dalla recente crisi, sia diventato negli ultimi tempi il principale problema di molti paesi occidentali (in particolare, dell’area Euro). Molti commentatori sostengono che per uscire dalla crisi sono necessarie politiche economiche di “austerità”. Altri, invece, che le politiche restrittive causeranno una grave recessione (e un peggioramento dei conti pubblici). Esistono, quindi, posizioni alternative rispetto agli interventi di politica economica da intraprendere per contrastare la crisi. Da una parte, infatti, la spiegazione dei fatti recenti come una “crisi finanziaria” (con “effetti reali”), dovuta al fallimento di aspetti specifici dei mercati finanziari, potrebbe suggerire una soluzione “tecnica” dei problemi emersi, per continuare a percorrere la strada neoliberista “una volta riparate alcune buche”; dall’altra parte, l’inquadramento degli attuali problemi come il risultato di una “crisi sistemica” dovuta a “cause reali” (con “effetti finanziari” che hanno prima posticipato e poi amplificato la crisi) dovrebbe invece condurre ad un cambiamento radicale volto alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo.[1]


A nostro modo di vedere, le cause della crisi sono “reali” e derivano dalla svolta politica “neoliberista” avvenuta a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento. Un ampio processo di deregolamentazione – dal mercato del lavoro alla globalizzazione dei processi produttivi, dalla finanza nazionale a quella internazionale – ha consentito un parziale recupero di profittabilità del sistema capitalistico, contrastando il declino post-bellico del tasso di profitto sfociato nella “stagflazione” degli anni ’70. A ciò è seguita una progressiva diminuzione della quota dei salari (soprattutto dei lavoratori low-skilled) sul reddito complessivo e un aumento delle disuguaglianze. I tagli al welfare state sono stati in parte compensati dall’“effetto di ricchezza” prodotto dalle bolle mobiliari ed immobiliari, mentre l’espansione del credito al consumo ha “risolto temporaneamente” il problema della carenza di domanda aggregata.

Raffaele D’Agata: Un nuovo approccio galileiano per la resurrezione della sinistra e della democrazia

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Un nuovo approccio galileiano per la resurrezione della sinistra e della democrazia

Raffaele D’Agata

Premessa...

Da che mondo è mondo, coloro che hanno interesse a difendere e a perpetuare l’esistente, hanno mistificato il dato storico identificandolo con la legge naturale. Il conservatore Aristotele sostenne che la schiavitù era, appunto, perfettamente conforme a natura; con ancor minore buonafede, la borghesia ottocentesca considerò normale far lavorare in fabbrica anche donne e bambini per orari spropositati. Nel tempo attuale – come messo in chiaro da Raffaele D’Agata nell’articolo che segue – i responsabili della catastrofe prodotta da tre decenni di politiche sfrenatamente neo-liberiste pretendono di sacralizzarne le “leggi” come regolatrici assolute ed eterne della vita economica e sociale. Esemplare, in proposito, la nota lettera estiva di Trichet e Draghi (riportata integralmente qui in calce). A nostro avviso, l’articolo merita un’attenta lettura punto per punto, per la chiarezza con cui prospetta una possibile e realisticamente rivoluzionaria via alternativa. Certo, è difficile vedere dove siano oggi le forze di sinistra capaci di condurre una battaglia politica di tale portata; ma le idee giuste – ebbe a dire qualcuno che di critica al sistema vigente se ne intendeva – “hanno mani e piedi”.


L’ordine tolemaico e le sue varianti

Politiche che perseguono e producono una forte contrazione della domanda globale (e particolarmente un’ ulteriore contrazione di tassi di occupazione e di livelli di salario reale già in corso di costante diminuzione ormai da più di tre decenni) rappresentano tuttora le sole reazioni alla peggiore crisi che il sistema capitalistico abbia mai conosciuto, se si fa eccezione per quella degli anni trenta del Novecento; e sono anche le sole politiche attualmente prevedibili.

Andrea Fumagalli:Prove (conclamate) di dittatura finanziaria

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Prove (conclamate) di dittatura finanziaria

di Andrea Fumagalli

1. L’inverno 2011-12 non si preannuncia caldo soltanto sul piano del conflitto sociale-politico, ma anche e soprattutto sul piano dei mercati finanziari e creditizi.

La situazione è aggravata paradossalmente dalla doppia velocità con cui il piano della governance istituzionale ed finanziaria si muove. Quando si tratta di imporre politiche di riordino dei conti pubblici con manovre recessive del tipo lacrime e sangue, i tempi di decisione, in nome dell’emergenza, sono assai rapidi. Quando si tratta, invece, di coordinare politiche di intervento a sostegno dell’indebitamento degli stati colpiti dalla speculazione, allora i tempi si allungano a dismisura.

Tutto ciò non stupisce. Rientra nella solita politica dei due tempi. Un primo tempo di sacrifici, di subalternità alle logiche dominanti del potere economico-finanziario, in attesa di un secondo tempo, che non arriverà mai.  Aspettando la prossima crisi…..

Abbiamo già visto una simile dinamica quando si è costruita l’unione monetaria europea, spacciata ideologicamente come il coronamento del sogno di una unione europea politica e sociale. Niente di più falso e oggi ne vediamo i perversi effetti. All’epoca, inizio anni ’90, l’ineluttabile necessità di ottemperare ai parametri di Maastricht (l’”emergenza di entrare in Europa”) ha segnato il turning point decisivo per la svolta nelle politiche di distribuzione del reddito (un travaso “istituzionalizzato” dai redditi da lavoro ai redditi da capitale) e per l’avvio irreversibile del processo di precarizzazione del lavoro e della vita. Oggi, l’emergenza  si chiama crisi del debito sovrano (l’”emergenza di restare in Europa”).

Alfonso Gianni: Meglio il default? Dipende

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Meglio il default? Dipende*

di Alfonso Gianni

La parola default, nel suo significato di insolvenza finanziaria ovvero di fallimento, è diventata ormai uno dei termini più usati non solo nel linguaggio degli specialisti economici, ma anche in quello dei commentatori televisivi o della carta stampata e persino in quello comune. Per molti – e sono ancora  la maggior parte – quel vocabolo evoca tremendi scenari di distruzione dell’ordine economico e di disperazione dei singoli. Altri sembrano essersene invaghiti – ma sono, per ora, solo una netta minoranza – e per loro quel termine suscita addirittura speranza. Ovviamente stiamo qui parlando del fallimento di uno stato intero, non semplicemente di una banca o di un istituto finanziario per quanto grosso esso sia. D’altro canto il precetto too big to fail è già stato ampiamente contraddetto dagli eventi di questa lunga crisi, a partire dal fallimento di Lehman Brothers. Naturalmente gli americani ne hanno fatto un film, proprio con quel titolo che la distribuzione italiana ha scioccamente storpiato facendone perdere il senso.

 

Il “salvataggio” della Grecia

Le ultime misure assunte a fine Ottobre dalla Ue nei confronti della Grecia – sulle quali Papandreu con notevole coraggio ha annunciato un referendum popolare – altro non sono che una sorta di default pilotato, ovvero una robusta ristrutturazione del debito. Il valore nominale del debito greco è stato ridotto di 100 miliardi. L’adesione al salvataggio greco da parte degli istituti di credito dovrebbe essere volontario, ma in realtà verrà incentivato dai governi dell’Eurozona (fino a 30 miliardi). Le banche più esposte, ovvero quelle che hanno in pancia il più grande numero di titoli di Stato ellenici, oltre a quelle greche sono le francesi (più di 51 miliardi), le tedesche (oltre 33 miliardi), le inglesi (oltre 12 miliardi), mentre relativamente limitata è l’esposizione delle banche di casa nostra (quasi 4 miliardi).

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