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Alberto Bagnai: Decrescita... de che?

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Decrescita... de che?

di Alberto Bagnai


Nei momenti di crisi globale ricorre un atteggiamento descritto da un’efficacissima parola europea: Schadenfreude. Da Schaden (danno) e Freude (gioia), che poi sarebbe appunto quella della Nona di Beethoven che tanto piaceva a Alex (DeLarge). La Schadenfreude è il piacere maligno che si trae dallo spettacolo dell’altrui male (quindi ha poco a che vedere con il “suave mari magno” di Lucrezio, che maligno non era, e infatti al secondo esametro aggiunge “non quia vexari quemquamst iucunda voluptas”). Questa “voluptas”, una delle poche che la natura matrigna riserva a quelle strane bestie che sono gli economisti, le suocere, e il beghiname vario, è in grandissima parte motivata dal poter dire “io l’avevo detto”, cioè dal trovare nell’Armageddon un valido, anzi, il più valido, alleato per l’affermazione delle proprie teorie. Se poi nell’Armageddon ci finisce anche lo Schadenfroh, meglio pure: a “voluptas” si aggiunge “voluptas” (il masochismo).

Gli esempi non mancano. Quando nel Medioevo organizzammo il nostro vivere civile aggregandoci in città (è la “rivoluzione urbana” descritta tanto bene da Carlo Maria Cipolla), dando al nostro mondo quell’impulso che l’ha portato ad affermarsi su altri all’epoca ben più avanzati (quello arabo, quello cinese), ci trovammo a dover fronteggiare qualche problema di congestione, con conseguenze non banali. In effetti, anche a quel tempo c’era chi pensava che l’economia si rilanciasse con le grandi opere (le crociate): di costruire cessi non se ne parlava, nonostante i Romani (che una certa auctoritas ce l’avevano) lo avessero prudentemente fatto nelle loro città, prima di lanciarsi alla conquista del mondo. La crisi si presentò nel 1348, sotto forma della prima epidemia “globale” di peste, che, come ben sapete, arrivava dritta dall’Oriente (perché la globalizzazione, si sa, è una neocosa neomoderna, l’abbiamo inventata noi dieci anni or sono negli editoriali del Manifesto...). Ed è facile immaginare che all’epoca qualche stralunato anacoreta ne approfittasse per calare a valle e incitare il popolo al pentimento e alla riforma dei costumi, sotto la sferza del “gladius Dei”, assaporando il suo fottuto quarto d’ora di celebrità.
 
Poi, siccome Dio c’entrava poco, e l’igiene personale molto, l’anacoreta moriva pure lui, e una volta che la peste aveva ristabilito condizioni di vita decenti, attraverso quello che gli economisti oggi chiamano un haircut della popolazione, si ripartiva, con salari reali più alti (perché la Goofyepidemiology ci insegna che non c’è niente di meglio che una bella peste nera per risolvere il problema della disoccupazione - la guerra va meno bene perché distrugge anche il capitale fisso).

Ogni riferimento alle strane teorie piddine/manifestine circa la relazione fra spread e immoralità dei governanti è ovviamente intenzionale. Ieri lo spread era a 511... sarà mica che il nostro premier è un’acqua cheta?


Sezionando un’oca

Mi veniva in mente questo simpatico quadretto ieri, ascoltando Gustavo su Radio3 a “Tutta la città ne parla”, mentre mi dedicavo al sezionamento di un’oca, anzi, di un locio (hoc facite in meam commemorationem: avere avuto una nonna toscana obbliga a riti cruenti).

Gustavo [Piga] diceva le cose sensatissime che dice da tempo e che troppo pochi ascoltano: vi esorto, qualora non lo aveste fatto, almeno a rileggerle, se non volete sottoscriverle.

In sintesi, le manovre di austerità che ci vengono proposte sono totalmente assurde, perché qualsiasi studente del secondo anno sa che in un periodo di recessione le politiche di tagli alla spesa, anche se accompagnate da paralleli tagli alle imposte, che peraltro non si vedono, hanno effetti profondamente depressivi. E questo non lo dice Piga o (umilmente) Bagnai, ma Trygve Haavelmo, che ha preso un Nobel per l’economia nel 1989. Siamo insomma in pieno mainstream, come ovviamente non sanno quei buontemponi che mi appiccicano l’etichetta di “antagonista” (a chi?). Oltre a essere totalmente assurde, sono anche contra legem, perché il Trattato sull’Unione Europea prevede che in circostanze eccezionali le regole di “disciplina” fiscale siano sospese (per i dettagli leggetevi Gustavo). Sarebbe quindi il caso che il governo, invece di risparmiare, spendesse, per rilanciare, con il suo stimolo, investimenti e consumi privati. Perché la tanto deprecata “spesa pubblica” si trasforma direttamente o indirettamente in redditi, che vengono poi spesi, cioè (attenzione) consumati dai cittadini, generando altri redditi. Si chiama moltiplicatore keynesiano.


Flashback

Per mia fortuna non butto niente. In questi giorni sto rileggendo, nei rari momenti di meditazione (che, abitando a Roma, capirete voi dove si svolgono), le annate di Linus attorno alla crisi del 1992. Il numero di maggio 1993 si intitolava “Conti in rosso” ed era tutto articolato attorno al tema della temperanza imposta dalla situazione di crisi. Vignetta di Maramotti a pag. 24: una signora dell’alta borghesia sta provando dei vestiti. La sarta le consiglia “se non le piace il ‘poveri ma belli’, se la toppa non le dona, c’è sempre il ‘dignitosa miseria’... Certo, si va un po’ su col prezzo...”. Cosa vedeva Maramotti, cosa vedeva Carlo Oliva, col suo “Elogio della ricchezza” a pag. 16: una cosa molto semplice: si fa presto a deprecare il consumo, quando si ha la pancia piena: “soltanto i ricchi elogiano la povertà” (grande,grandissimo Oliva!)


Sustine et abstine

Torniamo a Gustavo. Perché il tema della trasmissione era appunto questo: la recessione ci sta imponendo un nuovo stile di vita, sarà migliore, sarà peggiore, che bello il Natale senza sprechi, riscopriamo i valori, ecc. Garruli ascoltatori e ascoltatrici di area cattopiddina intervenivano col solito sms moralista (“meno male che c’è la crisi, finalmente dovremo cambiare il nostro stile di vita insostenibile”). Ma prima chi ve lo impediva?

Perché Gustavo, che è una persona sobria, stava solo cercando di far capire, se posso interpretare il suo pensiero, che la recessione è pericolosa, e che valutare in termini moralistici i consumi, pubblici o privati che siano, identificandoli con spreco e distruzione tout court, non è una strada per uscirne. Il consumo è anche un atto fisiologico: chi non consuma muore. Certo, una parte dei consumi collettivi (spesa pubblica) rischia di trasformarsi in mazzette imboscate all’estero, e certo queste non generano redditi nel nostro paese. Ma questo problema non è stato risolto né dalla destra, né dalla sinistra, né dall’euro, dal cui giogo gli ingenui (?) si aspettavano e tuttora si aspettano anche un’azione moralizzatrice (al grido di “meno male che c’è l’euro altrimenti i nostri governi sarebbero liberi di fare quello che vogliono”. E invece ora...). Lo vogliamo capire? Non è questo il momento per buttare via il bambino con l’acqua sporca. Distinguiamo (non: separiamo) i problemi economici da quelli politici.

Se poi il problema è che siete degli esteti dal palato sopraffino e non vi piace la parola consumo, allora proponetene un’altra. Chi ha la pancia piena ha tanto tempo per pensarci su! Ma il problema ora sono le pance vuote. E questa non è demagogia. Peraltro, il cambiamento dello stile di vita rientra nell’ambito delle scelte individuali. Due anni fa mi si è rotto il decoder e non lo ho ricomprato. Punto. Mi sono finalmente letto Federigo Tozzi (che tristezza, però!). Soltanto i ricchi elogiano la temperanza. Quella altrui, naturalmente. I poveri invece fanno le cambiali e poi si impiccano (la prima delle “Tre croci” di Tozzi, appunto), oppure mangiano fino a schiantare (la seconda), o si ubriacano fino al delirio (la terza). Quindi il consumo non è sempre buono, certo, ma nemmeno sempre cattivo. E in recessione è più buono che cattivo.


Servizio pubblico

E qui so che perderò tanti amici, in particolare M.B., ma non è mia intenzione. La mia intenzione è capire. Da voi sto capendo molto, magari mi aiutate anche in questo caso.

Perché il conduttore, dopo aver congedato Gustavo, ha chiamato in causa una persona della quale non ricordo il nome (sezionare un’oca richiede attenzione), che ha immediatamente aggredito l’assente Gustavo al grido di “non siamo delle termiti” (insetto sociale visto come metafora del consumo irresponsabile... ma perché, poveretto?). Era un anacoreta della decrescita. Il quale, ovviamente, si è subito sperticato in un elogio della crisi (Schadenfreude in variante masochista), che per fortuna ci sta impedendo di consumare il nostro pianeta. Certo. E poi, basta con il Pil, che non è un indicatore attendibile del benessere di una popolazione! Già. E si possono fare mille esempi di riduzione del Pil che costituiscono un aumento del benessere. Bene.

Esempio numero uno. Ogni giorno gettiamo una quantità di cibo buono (cioè ancora consumabile) nelle nostre pattumiere. Se ci limitassimo a non acquistarlo il Pil diminuirebbe, perché si ridurrebbe la deprecabile spesa per consumi, ma non staremmo peggio, anzi: mangeremmo ugualmente e avremmo meno rifiuti da smaltire.

Esempio numero due. Le nostre abitazioni sono estremamente inefficienti. Se avessimo delle case costruite razionalmente, come in Germania (il solito Leitmotiv, o, come diceva un mio studente, “light motif”, della superiorità ariana – Wagner come musica leggera...), sprecheremmo molti meno combustibili fossili per riscaldarle, e quindi il Pil diminuirebbe, perché si ridurrebbe la deprecabile, deprecabilissima spesa per consumi. Ma noi staremmo meglio e non comprometteremmo il futuro del pianeta.

Come è vero, come parla bene, avranno pensato i garruli moralisti di cui sopra. Orsù, compatti, riduciamo il Pil. Meno "pilu" per tutti. Depiliamoci. Un altro haircut.


Coming out: non sono eterodosso

Cosa obiettare a questo Savonarola in sedicesimo (gladiolus Dei super terram)?

L’esempio numero uno funziona benissimo, purché nella pattumiera, al posto del cibo che non sprechiamo, gettiamo i soldi che avremmo speso per acquistarlo. E l’esempio numero due funziona benissimo, purché la casa “ecologica” si costruisca da sola.

Mi spiego. Il nostro stile di vita attuale è evidentemente incompatibile con la sostenibilità ambientale, nel senso che se esso venisse istantaneamente esteso oggi a tutti gli abitanti del pianeta, domani non ci sarebbe più nulla da “consumare”. E infatti invece di guardare il Grande Fratello o l’Inter mi leggo lo sfigatissimo Federigo Tozzi (morto di polmonite per aver dormito con una finestra aperta! Vedi se servono, le case ecologiche...), quindi consumo meno elettricità. Ma il Pil che c’entra? Nemmeno la più becera e oltranzista teoria mainstream della crescita, quella associata a un altro premio Nobel (Robert Solow), prevede che tutti i paesi debbano crescere “a manetta” per sempre. Nella teoria di Solow il tasso di crescita di lungo periodo è la somma di due elementi: la crescita della popolazione (che per noti motivi tende a zero al crescere del benessere), e la crescita del progresso tecnologico.
 
Ma il progresso tecnologico (cioè la crescita) è proprio... la decrescita! Già. Perché è grazie al progresso tecnologico che le nostre tecnologie possono diventare meno inquinanti (vedi le case teutoniche), e che i nostri consumi si riallocano da beni materiali a beni immateriali. La crescita del Pil non è più fatta solo di altoforni e centrali a carbone. È fatta anche di sviluppo software, agricoltura biologica certificata (e quindi servizi di certificazione), istruzione terziaria, energie rinnovabili, ecc. Tutti consumi ad alto valore aggiunto, che si associano a crescita del Pil (la mela biologica costa più di quella tradizionale, e forse finisce ugualmente nella pattumiera: in ogni caso, non abbiamo necessariamente decrescita, anzi...).

Attenzione: la mia non vuole essere una posizione ingenuamente positivista. Voglio solo attirare l’attenzione su un punto ovvio, sempre lo stesso: il problema è politico, non tecnico. È ovvio che di questa “crescita” buona non ce n’è abbastanza e sarebbe meglio che ce ne fosse di più, che investiamo poco in rinnovabili, in istruzione (non sia mai la gente capisse cos’è l’inflazione!), in tutela del territorio. Se vi piace decrescere, pensate che costa meno, non più, un funerale a valle che una riforestazione a monte, quindi è il funerale che fa diminuire il Pil, mentre la spesa pubblica, correttamente indirizzata, oltre a far aumentare il Pil potrebbe evitare il funerale. In realtà "preferiamo" la crescita cattiva perché l’azione pubblica è indirizzata non da una razionalità collettiva comunque individuata, ma dall’azione di gruppi di potere (lobby), cosa pacificamente ammessa dalla teoria positiva della politica economica. E allora prendersela con il Pil nei termini che vi ho abbastanza esattamente riferito è demagogia.

Perché in fondo il semplice fatto che ci poniamo il problema è una diretta conseguenza del fatto che grazie alla nostra superiorità tecnologica abbiamo abbastanza soldi, cioè abbastanza Pil, in tasca da poterci consentire certe riflessioni.


La Goofynomics della decrescita

Parliamone. L’idea di fondo sembra essere che occorra un cambiamento di stile di vita o un investimento iniziale per ridurre i consumi, ponendo le basi di una decrescita, unica strada possibile per la sostenibilità ambientale. Bene, ripartiamo dalla pattumiera. Cambio il mio stile di vita e compro la quantità giusta di cibo, per cui non lo spreco, i consumi si riducono, io sto meglio, ecc. Ma... mi sono rimasti dei soldi, giusto? Perché se ho comprato meno cibo per nutrire la pattumiera, ho più soldi in tasca, no? E con quei soldi cosa ci faccio?

Ecco, questo Savonarola non lo diceva. Ma non ci vuole molta fantasia per fare delle ipotesi, visto che le possibilità sono due: o li spendo (e allora ho solo sostituito un consumo, indubbiamente dannoso, con un altro, forse meno dannoso, chissà...), o li risparmio. Se li consumo, ovviamente non c’è stata decrescita. Attenzione: non sto dicendo che non ho fatto la cosa giusta: riducendo uno spreco ho fatto la cosa giusta, solo che se poi i soldi li spendo in altro modo il Pil quello era e quello rimane: sarà un Pil migliore, ma non è decresciuto. Se invece risparmio i soldi accantonati riducendo lo spreco, si aprono due scenari: nel caso A il sagace sistema finanziario indirizzerà i sudati risparmi verso il solerte imprenditore che realizzerà qualche suo meritevole progetto (nel qual caso allo spreco di cibo si sostituisce l’acquisto di capitale fisso, e quindi non c’è decrescita, anzi, forse maggiore crescita nel medio periodo); nel caso B la finanza userà questo denaro fresco per gonfiare qualche bolla in giro per il mondo. E quindi da una buona decrescita sarà nata una pessima crescita.

Lo stesso discorso vale per la casa teutonica. A parte il fatto che costruirla costa soldi (ed è un bene spenderli, perché così si dà lavoro), e necessita, tra l’altro, l’importazione di tecnologie e materiali che non abbiamo, immaginiamo che si sia costruita da sola. Poi abitandoci risparmiamo. E con questi risparmi cosa ci facciamo? Mistero. Savonarola su questo taceva, suppongo per motivi di tempo.


Sintesi

Lo so: anche questa sembra Schadenfreude. Ma non lo è o comunque non vorrebbe esserlo. In realtà è un triplice invito.

Primo, capisco la necessità di essere diretti, soprattutto operando nei tempi radiofonici, cerco di esserlo anch’io quando mi intervistano, ma essere diretti non implica necessariamente essere demagogici, cioè privilegiare la capacità di persuasione rispetto alla coerenza logica. Probabilmente nella teoria della decrescita c’è di più di quanto vi ho riferito, ma questo è stato riferito a me e agli altri ascoltatori, e non è colpa mia se la Goofynomics mi obbliga a non fermarmi al primo anello di un ragionamento. Ci sarà pure un modo di essere coerenti e sintetici. Non sto dicendo che chi parlava avesse torto, sto dicendo che non mi ha fatto capire le sue ragioni (e io vorrei capirle), e secondo me non me le ha fatte capire perché ha cercato la scorciatoia del consenso.

Secondo, non esagererei con la retorica dei comportamenti individuali. Certo, è persuasiva, perché ci sentiamo tutti in colpa. Lo sappiamo benissimo che non c’è un singolo motivo al mondo per il quale siamo stati partoriti in Italia anziché in Burkina Faso. È andata così non per nostro merito, ma per caso, per quello che Lucrezio chiamava clinamen. E così se abbiamo sete basta che apriamo il frigo, ma sappiamo che altrove le cose non sono così semplici. E allora l’idea che dobbiamo “punirci” un po’, riformando i nostri consumi, ha un ovvio appeal, e magari è anche giusta, non so. Ma non perdiamo di vista il fatto che oggi il problema globale è non solo e non tanto nel circuito del consumo e quindi nei comportamenti individuali, ma in quello del risparmio e quindi nella struttura del sistema finanziario, cioè in cosa viene fatto coi soldi che individualmente risparmiamo (magari “decrescendo” virtuosamente).

Terzo, starei un po’ attento alle teorie “della Provvidenza”. Quello che ho detto ad agosto, e che Alex (il "nostro" Alex) su questo blog illustra con tanti begli esempi, è che le “teorie della Provvidenza” hanno un solo risultato: quello di spianare la strada all’“uomo della Provvidenza”. La cosa più eversiva oggi in Occidente è il buon senso. Quel buon senso dal quale ci vogliono sviare a botte di “neoquesto” e “neoquello”, cercando di convincerci che le “ricette” keynesiane sono vetuste e errate. Purtroppo la decrescita è oggettivamente un pezzo di questo contrattacco: basta pensare che il solerte giornalista di Radio3 l’ha usata come clava per smontare l’appello di Gustavo al buon senso e al vero rispetto dei trattati (sine dolo, naturalmente). Ma rimane il fatto che quelle ricette keynesiane, quel buon senso, sono quanto ha permesso all’Europa del secondo dopoguerra di essere, con tutti i suoi limiti, la società più decente mai sperimentata nella storia dell’umanità. Lo dice il solito Krugman.


P.S.: a proposito di teorie della provvidenza, un’altra teoria che ci salverà (almeno, secondo Paolo Barnard) pare sia la NMT (new monetary theory) di Randall Wray. E quindi ora me la studierò, e comunque vedete che ne parlo e ve la segnalo. Intanto ho visto che Wray è blogger sull’Economonitor di Roubini, insieme al Petersen Institute. Non lo conoscete? Ve lo presento: nel suo board siedono: Stanley Fischer (quello che dirigeva l’IMF quando ha mandato per stracci l’Argentina, per poi passare a Citicorp e infine diventare governatore della Banca d’Israele), Sergio Marchionne (le presentazioni sono inutili), Jean Claude Trichet (ibidem), Paul Volcker, Lynn Forester de Rotschild, ecc. Accipicchia! Se essere antagonisti significa trovarsi in una simile compagnia, quasi quasi mi faccio eterodosso! Non c’è che dire, gli Stati Uniti sono una grande democrazia! Quanta ce n’è! Direi perfino troppa. Sarà per quello che la esportano.

E così ora sono rimasto del tutto privo di amici. Meglio così: non sono mai stato deluso da un nemico!

Fonti
Carlo Maria Cipolla (1974) Storia economica dell’Europa preindustriale (2° ed., 2002), Bologna: Il Mulino, parte seconda, capitolo primo “La rivoluzione urbana”.
 
Dedicato alla compagna dell’aziendalista teppista, quella che non sapeva dire in cosa avesse limitato i propri consumi.
 
E a Renato, il violoncellista sanfedista, grande fan (con me) della Natura matrigna, nonostante lui risieda alle falde del formidabil monte sterminator Vesevo. Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco.

Commenti

Forse aiuterebbe distinguere tra teoria della decrescita e indipendenza dal PIL, sono due cose nettamente distinte.
Io sono per scelte di economia politica che prescindano dal PIL, il che, me ne rendo conto, significa non impiccarsi alla logica capitalistica che "deve" puntare necessariamente all'aumento del PIL, anche soltanto per potere sopravvivere.
Epperò, sono anche convinto che la parola d'ordine della decrescita sia sbagliata, almeno nel dipendere ancora una volta, anch'essa anche se in senso inverso, dal PIL.
Così, il punto non può essere se si cresce o se non si cresce, ma in cosa si cresce ed in cosa si decresce, ed in questo aspetto mi pare di concordare con l'articolo. Ma solo liberandosi dalla dipendenza dal PIL questo lavoro critico di crescita e decrescita selettiva si potrà eseguire con la necessaria coerenza ed esaustività, ed in questo mi pare di dissentire.
Lo confesso, non credo all'economia di mercato e quindi non credo in Keynes le cui teorie hanno sì portato al famoso welfare europeo, ma anche alla versione odierna del keynesismo monetarista di Volcker che, attraverso la bolla speculativa, c'ha portato al punto in cui siamo: seppure eterodossa, la teoria di Volcker ha molti tratti che derivano da Keynes, se non altro nell'aspetto fondamentale del puntare sull'aumento della liquidità.
C'è, oltre le motivazioni strettamente economiche, una motivazione filosofica in me, e cioè che un'economia di mercato non tollera e mai potrà tollerare il primato della politica, e vedere la politica così subalterna all'economia non mi va, voglio che la politica occupi quello scranno più alto che io sono convinto le spetti.

Una parola ancora sulla questione specifica dei rifiuti. Anch'io la penso in proposito come il Savonarola citato e trovo fuorviante, anche se brillantemente fuorviante, il tentativo dell'autore di spostare la questione, E' evidente infatti che non avrebbe senso occuparsi del problema dell'eccesso di alimenti come cosa in sè, isolatamente. Qui si parla di un'economia che ha creato quel reddito sufficiente a buttare cibo, e difatti quel Savonarola non parlava affatto di un comportamento individuale, ma di un'economia, quella capitalista, che per sopravvivere deve prevedere l'eccesso. Anzi, Bagnai, nel tentativo di opporsi alla tesi proposta, la rafforza quando appunto sottolinea che comunque è il surplus di reddito che crea il problema: non è questa la tesi di noi Savonarola (seppure ci siano in giro tipi molto differenti di Savonarola)?
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S E M B R A UNA FAVOLA, MA E' SOLO E C O N O M I A


Lo STATO, la sovranità, la moneta.

Proviamo qui a raccontare quello che è successo negli ultimi 20 anni: come gli Stati Europei sono stati depredati della loro Sovranità politica e monetaria, con un processo di cui stiamo appena iniziando a vivere gli esiti sciagurati.

C’erano, tempo fa, un’isola, e dall’altra parte del mare un arcipelago di altre due isole. L’isola si chiamava FALCONIA, l’arcipelago si chiamava POLLONIA.

*

*


LA STORIA DI FALCONIA E DELLA MONETA SOVRANA


Sull'isola di FALCONIA vivevano 2 famiglie. Una possedeva una mucca, l’altra 10 galline. La ricchezza annuale dell’intera Falconia era costituita da una mucca, dieci galline, 1000 litri di latte e 500 uova (la produzione). Le due famiglie si scambiavano uova con latte, e cosi vissero per anni.

La ricchezza complessiva di Falconia ovviamente restava invariata, anno dopo anno: sempre 1 mucca, 10 galline, 1000 litri di latte e 500 uova.

Intorno a Falconia girovagavano dei pirati, che avevano in mente di saccheggiare l’isola. Le due famiglie così fondarono lo STATO, a cui attribuirono la SOVRANITA’, e ciascuna di esse scelse uno dei propri membri, che andarono così a costituire lo Stato.

Allo Stato fu attribuito dalle famiglie un compito preciso: usare la sovranità, cioè il potere di decidere e attuare qualsiasi cosa fosse necessaria per migliorare la vita su Falconia. Lo STATO aveva quindi la sovranità, così inventò una cosa che prima su Falconia non c’era: la MONETA SOVRANA.

Erano dei pezzi di carta su cui lo Stato scriveva “Io Ti Devo”.

Lo STATO stabilì che su Falconia quei pezzi di carta dovevano essere obbligatoriamen te accettati come pagamento nelle transazioni dei beni. Per obbligare tutti a utilizzarli, lo stato inventò le TASSE.

Le TASSE erano dei pezzetti di ricchezza che ogni anno ciascuna delle due famiglie avrebbe dovuto versare allo Stato, e che lo Stato accettava solo se venivano pagate usando la SOVRANA (La famiglia non avrebbe potuto pagare le tasse usando delle uova, in pratica).

Così lo STATO iniziò la sua attività. Stampò 100 SOVRANE, su ciascuna scrisse “Io Ti Devo 1”e con quelle pagò delle persone, commissionando loro la costruzione di un porto e delle mura intorno all’isola. Lo Stato creò questa moneta dal nulla, a DEFICIT.

Prima non le aveva, letteralmente PRIMA le inventò e POI le spese. Non avendole prese in prestito da alcuno, non si indebitò con alcuno, se non con se stesso.

Tutti su Falconia avevano necessità della SOVRANA, per pagare le merci e le tasse, quindi le persone accettarono in pagamento dallo Stato la moneta, e costruirono le mura e il porto. Incassarono e spesero le Sovrane, che iniziarono a circolare come mezzo di pagamento.

Una volta realizzate le mura, le famiglie non avevano più la necessità di fare la vedetta contro i pirati. Impiegarono il tempo e le energie risparmiate per studiare l’ingegneria navale e costruire una nave, con cui iniziarono a commerciare per mare una parte del latte e delle uova.

Tutto questo accadde nell’arco di un anno. Alla fine dell’anno, le ricchezze fisiche di Falconia erano così costituite da: una mucca, dieci galline, 1000 litri di latte, 500 uova, una muraglia, UN PORTO, UNA NAVE. C’erano anche 100 SOVRANE, che erano ricchezza per i cittadini che le possedevano, e debito dello Stato. I cittadini inoltre avevano imparato l’ingegneria navale.

In un anno lo STATO, spendendo a DEFICIT la propria MONETA SOVRANA, aveva AUMENTATO LA RICCHEZZA DI FALCONIA.

Il suo “debito” non era un vero debito, perché lo aveva verso sé stesso. Infatti cos’è che lo Stato si impegnava a dare ai cittadini, scrivendo “Io Ti Devo” su quei pezzi di carta? Si impegnava a riconoscere loro il pagamento delle tasse che avrebbero effettuato usando la SOVRANA.

Forse lo Stato può sembrare un tiranno, e in parte lo era, ma i cittadini erano soddisfatti: lo avevano creato “tiranno” per stare meglio, e la cosa aveva funzionato. Erano stati loro a decidere che a tal fine lo STATO dovesse avere la SOVRANITA’. C’erano le tasse da pagare, è vero, ma tutti erano diventati un po’più ricchi, di una ricchezza che prima non c’era, e anche dopo aver pagato le tasse i cittadini continuavano ad essere più benestanti rispetto alla loro situazione di partenza.

C’era qualcuno che si opponeva a questo sistema, e che riteneva che lo Stato avrebbe dovuto comportarsi “come un buon padre di famiglia”: spendere solo ciò che guadagnava tassando. Questo qualcuno non capiva (o fingeva di non capire) che

1) Lo Stato NON era un “buon padre di famiglia”, ma era lo STATO. Aveva dei poteri speciali, che la collettività gli aveva attribuito. Il più speciale di questi poteri era CREARE LA MONETA (in effetti se un padre di famiglia fosse stato sorpreso a fabbricare dei “Io Ti Devo” uguali a quelli stampati dallo Stato, sarebbe stato arrestato)

2) Se lo Stato avesse speso solo ciò che aveva prelevato con le tasse, sarebbe finita la sua ragione di esistere: non avrebbe più potuto creare ricchezza per tutti. Avrebbe prelevato 100 e speso 100, per cui tutto sarebbe rimasto uguale. Ma lo Stato, ricordiamo, era stato creato di falconiani per migliorare il benessere della collettività.

3) La SOVRANA era lo strumento con cui lo Stato realizzava se stesso e il proprio compito, perché lo rendeva più forte di tutti gli altri soggetti che esistevano su Falconia. Senza Sovrana non sarebbe potuto esistere lo Stato, e non ci sarebbe potuto essere chi si curava del benessere della collettività.

4) Il debito pubblico NON E’ un debito dei cittadini. Ma è UN IMPEGNO DELLO STATO VERSO SE’ STESSO.

Questo qualcuno non capiva che la spesa a deficit dello STATO aumentava il benessere e la ricchezza dei cittadini. O forse questo qualcuno avrebbe preferito dei cittadini più deboli e ricattabili, meno forti di quello che erano diventati i cittadini di Falconia.

*

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LA STORIA DELL’ARCIPELAGO DI POLLONIA, CHE RINUNCIO’ ALLA MONETA SOVRANA
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Andiamo ora sull’arcipelago di POLLONIA, formato da due isole: Pollonia Maior e Pollonia Minor. Anche qui successe la stessa storia vista su FALCONIA.

Pollonia Maior aveva la sua moneta, la Sovrana Maior, e Pollonia Minor aveva la Sovrana Minor, e con queste prosperarono per anni.

Senonché un giorno alcune delle persone che governavano lo Stato di Pollonia Maior parlarono con dei loro amici, che vivevano sull’isola di AVVOLTOIA. Questi miravano a impossessarsi delle ricchezze costruite nell’arcipelago di Pollonia con la spesa a deficit dei due stati negli anni precedenti.

Allora si accordarono in questo modo: alcuni governanti di Pollonia Maior e Pollonia Minor, che prima di governare avevano lavorato per anni al soldo di AVVOLTOIA, si misero d’accordo tra di loro e seguendo il suggerimento di Avvoltoia RINUNCIARONO alla SOVRANITA’ MONETARIA. Pollonia d’ora in avanti non avrebbe più potuto stampare i suoi “Io Ti Devo” autonomamente.

Decisero che Pollonia avrebbe dovuto prendere la sua moneta in prestito da Avvoltoia, (che avrebbe lei creato la moneta dal nulla, curando di non crearne troppa) pagando un tasso di interesse.

Chiamarono questa moneta, che non era proprietà di nessuno, NEURO.

Inoltre decisero che le scelte più importanti per ciascuna delle due isole dell'arcipelago di Pollonia non si sarebbero più prese vicino alla gente, che avrebbe potuto capire quello che accadeva, ma sarebbero state prese su un’altra isola, più lontana: BRUSSELIA.

I mercanti di Avvoltoia mandarono persone di loro fiducia a vivere su Brusselia, così che potessero controllare da vicino quello che succedeva quando venivano prese le decisioni importanti, che poi venivano trasmesse a Pollonia Maior e Pollonia Minor, che le avrebbero applicate.

E la popolazione che viveva nell’arcipelago di Pollonia? Restava, per quei governanti che avevano progettato tutto questo, la parte più difficile: convincere gli abitanti che tutto questo era stato fatto per il bene della gente.

Allora su Pollonia i governanti amici di Avvoltoia raccontarono che lo Stato avrebbe dovuto essere come un buon padre di famiglia, non spendere più di quello che incassava.

D’altronde, spiegavano, fino ad ora avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, vi siete indebitati, non potete indebitare così i vostri figli. Lo Stato avrebbe dovuto fare “un passo indietro”, c’erano tanti privati che avrebbero potuto sostituirlo in tante cose.

Dissero agli abitanti che per chi andava da un’isola all’altra dell’arcipelago ci sarebbe stato il vantaggio di non dover cambiare più una moneta con l’altra. La gente era un po’ perplessa, e non capiva bene cosa sarebbe accaduto in futuro. Si limitò a dire: “speriamo che vada tutto bene”.

D’altronde quei governanti si presentavano in modo molto rassicurante, dicevano di essere amici del popolo, e il popolo diede loro fiducia.

E così Pollonia Minor iniziò a vivere senza più la SOVRANA. Lo Stato non poteva più creare la sua moneta, per cui prima tassava, e poi spendeva. Prelevava 100 Neuri, e ne spendeva 100: aveva il “pareggio di bilancio”, ma ovviamente non creava ricchezza, lasciava le cose esattamente come stavano prima.

Ogni volta che, per costruire qualcosa di nuovo, gli occorrevano dei Neuri in più, non poteva fare come si faceva prima, quando lo Stato si indebitava con se stesso spendendo a deficit.

Quando servivano Neuri, Pollonia Minor dovette iniziare a prenderli a prestito dai mercanti di Avvoltoia, e per ogni 100 Neuri presi in prestito doveva renderne 5 in più ai mercanti, il TASSO DI INTERESSE.

Inoltre, a fine prestito, il deficit era diventato un debito vero.

Dopo un po’, questi interessi iniziarono a cumularsi, quindi lo Stato iniziò a tassare per 105 e spendere per 100. Chiamò quei 5 “avanzo di bilancio”, e fece dei grandi annunci per spiegare che era un’ottima cosa, ma in realtà quei 5 neuri (che bastavano appena a pagare gli interessi) erano RICCHEZZA SOTTRATTA AI CITTADINI, che iniziarono a impoverirsi.

Le imprese, dissanguate dalle tasse, chiudevano. Aumentò il numero dei disoccupati, che per sopravvivere iniziarono ad accettare condizioni di lavoro da schiavi. Molti iniziarono a rubare e rapinare. Ma finalmente avevano le liberalizzazion i: potevano risparmiare sulla bolletta del telefono (chi poteva continuare a permetterselo).

Quando divennero forti le difficoltà nel pagare le tasse, lo Stato continuò a chiedere altri Neuri a debito ai mercanti di Avvoltoia per pagare i debiti più vecchi che già doveva agli stessi mercanti.

I mercanti di Avvoltoia si accorsero di questo, e iniziarono a chiedere un tasso di interesse ancora più alto, perché avevano paura di non riavere indietro i loro soldi. Pollonia infatti non poteva più stampare i soldi di cui aveva bisogno, doveva recuperarli con le tasse o prenderne altri a prestito. Non aveva più la “ability to pay”(capacità di saldare i suoi debiti), dunque sarebbe potuta diventare insolvente.

Così, in cambio del rischio che correvano, i mercanti per 100 Neuri prestati e da rendere in 10 anni, ne chiedevano indietro 170, 180.

Dopo poco tempo Pollonia finì strangolata, e così i governanti (che avevano progettato tutto) fecero partire la “fase 2”: spiegarono che il debito doveva assolutamente essere ripagato, e che quindi sarebbe stato necessario per Pollonia Minor VENDERE I BENI PUBBLICI, ossia le più grosse ricchezze reali costruite negli anni della spesa a deficit fatta con moneta sovrana: i muri e i porti, per esempio.

Ma i mercanti non volevano diventare proprietari dei beni, a loro bastava diventarne i gestori. In cambio di un piccolo taglio sui debiti che Pollonia doveva loro, acquisirono il diritto di gestire il porto, e imposero ai cittadini di Pollonia Minor un pedaggio salatissimo per ogni ingresso nel porto.

La proprietà del porto la lasciarono allo Stato di Pollonia Minor, che si sarebbe poi dovuto indebitare nel caso fossero serviti dei Neuri per ripararne qualche pezzo.

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*

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La storia di Falconia e dell’arcipelago di Pollonia finisce qui, per ora.

Potete cambiare i nomi a piacimento. Ad esempio, potete chiamare “Falconia” con molti nomi: Svizzera, Norvegia, USA, Gran Bretagna, Giappone, Cina, Russia. Avreste potuto chiamarla anche “Italia”, fino a qualche anno fa.

Anche per raccontare la storia dell’arcipelago di Pollonia si possono usare tante altre parole. Eccone alcune:

Quelle del Commissario Europeo al Commercio, nel 1997: "Il Trans Atlantic Business Dialogue è diventato un meccanismo efficace per ancorare le politiche dei governi sugli interessi dei gruppi di affari."

Paul Krugman, nobel per l’Economia 2008: “Aderendo all’euro, Italia e Spagna si sono ridotte al ruolo di Paesi del terzo mondo costretti a chiedere in prestito la moneta di qualcun altro, con tutta la mancanza di flessibilità che questo implica”.

Randall Wray, padre della Modern Money Theory: “Quando un governo a sovranità monetaria emette un debito crea un bene per il settore privato senza nessuna contropartita o responsabilità del settore privato. Quindi il risultato dei debiti emessi dal Governo crea un bene per il settore privato. Il debito privato è un debito ma i debiti del governo sono benessere per il settore privato.”

Alain Parguez: “i tassi d’interesse ‘shylockiani’ sui debiti dell’Eurozona sono una cornucopia per le grandi banche europee e per le corporations che li percepiscono. L’Euro è comunque destinato a collassare, portandosi con sé le austerità, la distruzione di ogni spesa di Stato produttiva e le privatizzazioni selvagge”

Il dramma di Pollonia è stato previsto quindici anni fa, prima che Pollonia rinunciasse alla sovranità monetaria, dalla scuola economica della Modern Money Theory. La previsione ha avuto successo, perché la MMT è l’unico strumento che interpreta in modo esatto il funzionamento della moneta moderna. E’ stato raccontato dal giornalista Paolo Barnard, nelle più coraggiose inchieste giornalistiche che siano state trasmesse su Report, Rai, inchieste pagate da Barnard con la totale successiva ostracizzazione dai media. Il “progetto Pollonia”, che oggi sta arrivando a compimento, è stato spiegato punto per punto ne “il Più grande crimine”.
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Comunismo fra Idea e Storia

Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa

di Costanzo Preve


1.
Anziché perderci nel “piccolo cabotaggio” di piccole formazioni che si auto-certificano soggettivamente come “comuniste” (ma anche i matti si auto-certificano soggettivamente come reincarnazioni di Napoleone), ma devono mettere in primo piano le compatibilità delle leggi elettorali e l'identità pregressa dei loro potenziali militanti e simpatizzanti, che non devono essere in nessun caso “scandalizzati” con novità irricevibili (novità, come è noto, di cui si nutrono esclusivamente la scienza e la filosofia), conviene invece tornare ai “fondamentali”. Ed i “fondamentali”, per un comunista, sono l'idea e la pratica del comunismo.

In proposito partirò da due soli libri recenti. Il primo (AAVV, L' idea di comunismo, Derive e Approdi, d'ora in poi IDC) contiene molti con tributi, ma per brevità mi limiterò a quelli di Alain Badiou (Badiou, IDC), Michael Hardt (Hardt, IDC) e Toni Negri (Negri, IDC). Ce ne sarebbero anche altri di meritevoli e rilevanti, ma voglio concentrare la mia attenzione su pochi nodi tematici. Il secondo (cfr. Gianfranco La Grassa, Oltre l'orizzonte. Verso una nuova teoria dei Capitalismi, Besa, d'ora in poi GLG) concerne invece solo l'ultima opera di questo prolifico autore (da più di trent'anni mio amico personale al di là di divergenze radicali sullo statuto filosofico “umanistico” o meno della teoria di Marx), che però riassume mirabilmente un serissimo processo di pensiero.


2. E' bene partire dai “fondamentali” per non perderci in due tipi di chiacchericcio, il solo che trova spazio nei giornaletti di “estrema sinistra” (Manifesto, Liberazione, eccetera), sedimentati dall'onda lunga della risacca del Sessantotto (da non confondere con l'anno solare 1968). Il Sessantotto vede in Europa Occidentale l'affermarsi incontrastato dell'incorporazione post-moderna del ceto intellettuale nelle strutture flessibili di un nuovo capitalismo “speculativo”, post-borghese, post-proletario e nello stesso tempo ultra-capitalistico, ed il pensare che l'idea di comunismo possa essere rilanciata all'interno di questa cultura di “sinistra” è forse l'impedimento più grande allo sviluppo di questo progetto.
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