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Felice Roberto Pizzuti: Le illusioni del liberista Monti

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Le illusioni del liberista Monti

di Felice Roberto Pizzuti

Per Monti, lo Stato sociale è un lusso che non possiamo più permetterci. La storia insegna invece che è il presupposto per la crescita e la sua qualità

Non tutti i commentatori sembrano averlo capito, ma Monti nella sua conferenza stampa di fine anno ha detto che non ci sarà una fase 2 qualitativamente diversa dalla prima. Al di là dei diversi nomi a esse assegnati, “salva Italia” alla prima e “cresci Italia” alla seconda (molto poco appropriati, come si vedrà), Monti ha puntigliosamente precisato che la triade composta in primo luogo dal rigore nei bilanci e poi da crescita ed equità continuerà a caratterizzare anche la prossima fase dell’azione governativa (potranno cambiare i pesi nella triade). Perché non ci siano dubbi sull’ordine di priorità e sulla concezione economica e politica del suo governo, Monti ha specificato che, ritenendo preminente perseverare nel rigore di bilancio, saranno minime le risorse pubbliche per la crescita, la quale dovrà essere stimolata dalle misure volte a ottenere una maggiore ”equità”, intendendo con quest’ultima essenzialmente ciò che deriverà da una maggiore concorrenzialità dei mercati da ottenersi con le liberalizzazioni. Il ché chiarisce ulteriormente quali siano, per Monti, i rapporti di valore e causali tra rigore, crescita ed equità (intendendo quest’ultima nel senso sociale e distributivo proprio del termine): il primo è indispensabile per ottenere la seconda la quale, se ce n’è a sufficienza, potrà consentire la terza. Rispondendo a una domanda, Monti è stato esplicito: l’Europa e ancor più l’Italia non possono più permettersi le prestazioni sociali concesse nei periodi di maggiore crescita del passato (e per i futuri pensionati i tagli non sono finiti visto che la manovra già varata prevede una commissione che dovrà studiare il taglio dei contributi a favore delle imprese che ridurrà ulteriormente le pensioni).

In piena sintonia con la visione liberista che ha dominato gli ultimi decenni, Monti ritiene dunque che lo stato sociale sia un lusso che non possiamo più permetterci perché appesantirebbe ulteriormente il funzionamento dei mercati e la crescita, che solo da essi può derivare;

proprio l’esatto contrario dell’insegnamento che deriva dall’analisi delle due grandi crisi del capitalismo, quella globale in atto e quella degli anni ’30, e della storia economica, sociale e civile dal secondo dopoguerra a oggi. Le origini delle due crisi sono accomunate dall’illusorietà che il mercato possa da solo determinare una crescita economica stabile, di pieno impiego e accettabile sul piano delle compatibilità sociali e ambientali. Gli ultimi sessant’anni si dividono tra il primo trentennio keynesista – la cosiddetta “età dell’oro”, determinata dal maggior ruolo interattivo delle istituzioni pubbliche rispetto ai mercati, dal forte sviluppo delle prestazioni sociali e da un netto miglioramento della distribuzione del reddito e della partecipazione democratica – e il secondo trentennio neoliberista, caratterizzato dall’inversione di quelle tendenze che ha progressivamente accresciuto l’instabilità economica e sociale fino alla crisi attuale.

Analisi economiche, sociali e politiche oramai largamente diffuse anche in ambiti molto diversi, e comunque suffragate dall’esperienza storica, convergono nell’indicare che i rapporti affermatisi negli ultimi anni tra politiche e mercati hanno grandi responsabilità nella crisi in corso. Secondo il premio Nobel J. Stiglitz, “i leader europei… ammettono che l’austerità rallenterà la crescita (col rischio di recessione e di default dei Paesi in difficoltà) ma non fanno nulla per rilanciarla. Sono presi da una spirale distruttiva… più austerità, economie più deboli, disoccupazione crescente e persistenza dei deficit”. Secondo il finanziere G. Soros, artefice di speculazioni memorabili, “la DIFFICILISSIMA situazione economica in cui si è trovato il mondo ricco nel 2011 è dovuta in gran parte alle politiche adottate (o trascurate) dai leader mondiali… L’euro fu costruito sul presupposto che i mercati siano in grado di correggere da soli i propri eccessi, e che gli squilibri nascano dal settore pubblico. Invece alcuni degli squilibri più importanti sono nati nel settore privato”. Secondo Stiglitz, “… è ormai chiaro che nel sistema capitalista c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato. …Oggi più che mai il futuro dipende dalla politica”.

I rapporti tra bilanci pubblici, crescita ed equità, vanno inquadrati in modo sostanzialmente diverso da quanto stanno facendo le autorità comunitarie e il governo italiano. Proprio l’ulteriore specificità negativa dell’economia italiana, caratterizzata dall’arretratezza del suo apparato produttivo, richiederebbe ancor più l’intervento pubblico come stimolo all’innovazione e all’offerta dei corrispondenti servizi, alla creazione di reti di sicurezza per le imprese e i lavoratori disponibili a rischiare in nuovi investimenti e attività lavorative, specialmente per la riconversione produttiva dettata dai nuovi indispensabili standard ambientali che, peraltro, costituisce il fondamento potenziale di una nuova rivoluzione produttiva epocale in grado di rilanciare l’economia su nuove basi sociali ed ecologiche. La necessità di queste attività, che presuppongono un forte ruolo pubblico specialmente in campo sociale, indica che il welfare state non è un lusso da tempi floridi, ma un presupposto per la crescita e la sua qualità. Quanto al rigore dei bilanci degli enti pubblici, non andrebbe confusa la logica ragionieristica – necessaria all’amministrazione di ciascuna azienda – con quella del bilancio pubblico da inquadrare nell’ambito della politica macroeconomica.

La concezione economica prevalente nell’Unione europea (nei più liberisti Usa non mancano applicazioni meno “stupide” rispetto al rigorismo europeo) costituisce senza dubbio un vincolo per politiche nazionali (specialmente per l’Italia) che volessero sostenere la crescita e migliorane la qualità; ma le posizioni espresse da Monti fin dal suo insediamento sono di convinta condivisione rispetto a quel rigorismo (“sono il più tedesco degli economisti italiani”). D’altra parte, se le politiche comunitarie arrivano a essere addirittura paradossali (mi permetto di rimandare su questo al mio articolo pubblicato su il manifesto del 27 gennaio e sul sito www.sbilanciamoci.info), non di meno, in ogni paese si devono sfruttare gli spazi nazionali e si deve concorrere con convinzione a modificare le politiche autolesioniste che stanno prevalendo nell’Unione.

Per i suoi contenuti, questo compito dovrebbe essere particolarmente congeniale alla Sinistra, sempre che chi nel suo ambito è “più realista del re” non finisca per assecondare il messaggio di Monti secondo cui non si può fare altro; tipo la “manovra dovuta”, ma che, proprio per come è concepita e realizzata, crea i presupposti per ulteriori manovre ancora più “dovute” e altrettanto depressive (come ricordano anche Stiglitz e Soros). Altro rischio di evidente autolesionismo per la Sinistra e per il Paese è quello di proporre (come negli articoli di G. Viale e F. Gesualdi su il manifesto del 28 e 29 dicembre) improbabili commissioni d’indagine sulla formazione del nostro debito pubblico (con la partecipazione di dipendenti pubblici che dovrebbero valutare anche il proprio operato e se, addirittura, non siano superflui!); questa commissione, lavorando per i prossimi mesi e anni (peraltro, la formazione del debito e la composizione della spesa pubblica non sono temi d’indagine originali; lo stesso Brunetta voleva aggiornare il tema) avrebbe tuttavia un importante obiettivo finale: dovrebbe stabilire a chi si dovrebbe congelare, ridurre o annullare la proprietà di titoli del debito pubblico (per gli effetti disastrosi di un default, specialmente per un superamento “da sinistra” della crisi, rimando a un mio articolo pubblicato ai primi di novembre su il manifesto e sul sito www.sbilanciamoci.info). Tuttavia, mentre la commissione ragionerebbe sulle forme del default in piena trasparenza rivoluzionaria, contemporaneamente (ma quest’aspetto viene curiosamente tralasciato) il Tesoro dovrebbe cercare acquirenti per il rinnovo dei titoli in scadenza che, solo nel 2012 superano, i 400 miliardi di euro! (A ben vedere, “l’audit-default” sembra una battuta da suggerire a Nanni Moretti per una riedizione aggiornata di “Ecce Bombo”; che sarebbe un’operazione culturale utile visto che, “a volte ritornano”).

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Oltre il determinismo: una storicità sovversiva

di Antonio Negri

Recensione di P. Dardot e C. Laval, Marx. Prenom: Karl, Edizioni Gallimard, Parigi, 2012

Quali sono i nodi più rilevanti di questo poderoso libro? È necessario chiederselo perché (essendo appunto troppo voluminoso – 800 pagine – da poter esser letto di un solo colpo) solo apprestando dei dispositivi di lettura, esso può essere scorso utilmente e permettere approssimazioni per una lettura centrata sui temi fondamentali e che venga, per così dire, sempre più precisandosi.

Il primo grande nodo consiste nell’espressione della necessità di rompere con la tradizione sempre parziale e settaria (quando non fosse introvabile) degli studi francesi su Marx. Qui invece Marx viene preso per intero, il filosofo l’economista il politico, ed è solo questa lettura, storicamente e filologicamente impiantata, senza “cesure” storiche né teoriche, che può permetterci di riprendere solidamente in mano l’interezza del discorso marxiano e di avanzare ipotesi nuove che si confrontino con quelle marxiane, attorno ad un progetto di emancipazione per l’attualità. Questa distanza critica dalla continuità della tradizione francese (ed in particolare dall’althusserismo), questo sentirsi in un’altra epoca dal XIX e XX secolo, non impedisce che gli autori si impegnino attorno a talune difficoltà ereditate dal passato. Solo per fare un paio di esempi, Dardot-Laval puntano criticamente molto in alto quando, ad esempio, in una polemica che sembra solo terminologica ma non lo è, traducono il concetto marxiano di Mehrwert, con plus-de-value. Non si tratta semplicemente di un’elegante reminiscenza lacaniana ma di una forte polemica, non solo contro un uso consolidato ma (ci sembra) anche contro le concezioni quasi metafisiche del plusvalore che tanto hanno afflitto i comunismi religiosi (cosa che non può lasciare indifferente un “operaista” e rende senz’altro felice chi nell’oggi, nell’epoca del capitalismo cognitivo, considera il Mehrwert senz’altro come una “eccedenza”). Non meno decisiva sembra la presa di distanza, solo per fare un altro esempio, dalla discussione di un tema, indubbiamente centrale per i marxisti, qui preso nel rinnovamento della discussione fra Séve e Fischbach, sulla maggiore o minore rilevanza delle determinazioni oggettive o di quelle soggettive nella costruzione del progetto marxiano di comunismo.

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