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Si può salvare l’Italia dalla stagnazione economica?

di Alberto Bagnai

Nel secondo capitolo scritto per il libro L’euro est-il mort ? (qui la traduzione del primo), uscito in Francia a ottobre 2016, Alberto Bagnai risponde in maniera molto ampia, chiara e argomentata a una domanda cruciale che tutti ci poniamo: ce la farà il nostro paese a uscire dalla stagnazione economica? Se una risposta positiva sarebbe molto semplice dal punto di vista economico (eccellenti studi smascherano i falsi argomenti terroristici dei media),  tuttavia le difficoltà vere sono di ordine politico e geopolitico, in quanto implicano un profondo ripensamento del ruolo dello stato nel sistema economico  e un accordo a livello internazionale per una nuova regolamentazione dei mercati finanziari. C’è da augurarsi che per arrivare a questa inversione di rotta non si debba passare nuovamente attraverso gli orrori di una guerra mondiale

uomo solo 640Mi è stato chiesto, in quanto economista italiano, di rispondere a questa domanda: «Come si può salvare l’Italia dalla stagnazione economica?» Mi sono permesso di modificarla leggermente: «Si può salvare l’Italia dalla stagnazione economica?»

 

Facciamo il punto

Per cominciare, facciamo il punto della situazione. Abbiamo già insistito sul fatto, oggi riconosciuto praticamente da tutti gli economisti, che la crisi in cui siamo impantanati è dovuta al debito privato. Questo vale, in misura differente, per tutti i paesi della zona euro, inclusi quelli che si credono forti (come la Germania) o che si credevano forti (come la Finlandia). Ma nel momento in cui scrivo questo capitolo (maggio 2016) l’Italia resta il paese che corre il pericolo maggiore, e quindi il più pericoloso. I media hanno sollevato il velo di oblio che copriva la Grecia, i cui problemi non sono stati risolti dal FMI (cosa su cui nessuno si faceva illusioni). Ma i problemi italiani, benché meno evidenti, sono di un ordine di grandezza infinitamente superiore.

I crediti deteriorati delle banche italiane a settembre 2015 hanno toccato i 200 miliardi di euro (ovvero il 115% del PIL greco).[i]

L’applicazione precipitosa e pasticciata delle nuove regole europee sulla risoluzione delle crisi bancarie a quattro piccole banche regionali    nel novembre 2015, oltre a lasciare sul terreno un morto (un pensionato che era stato espropriato di 100.000 euro in obbligazioni subordinate), ha provocato una crisi di borsa nel corso della quale i titoli bancari sono caduti del 40% nel corso di un mese, gennaio. Questo ha reso più fragile il sistema, e tanto più perché da una parte era stata incrinata la credibilità della Banca d’Italia, dall’altra la sedicente «Europa» si era rivelata in tutta la sua asimmetria e il suo imperialismo.

Carmelo Barbagallo, direttore del servizio di vigilanza della Banca d’Italia, ha ricordato  nell’audizione al parlamento italiano che fino al 2014 la Germania aveva speso 238 miliardi in aiuti di stato alle sue banche.[ii] E al contrario, nel novembre 2015, si è vietato al governo italiano, che fino a quel momento non aveva speso niente, di autorizzare l’impiego di quattro miliardi del fondo di garanzia interbancario (che non era quindi denaro pubblico) per salvare le quattro banche regionali. Questi quattro miliardi rappresentavano appena il 6.6% dei 60 miliardi che l’Italia ha versato al fondo «di salvataggio» europeo, fondi che non sono serviti a salvare «gli stati», ma i loro creditori, vale a dire le banche dei paesi del Nord (nel caso della Grecia, meno del 5% dei fondi sono arrivati al governo greco).[iii]

L’Italia ha quindi salvato con il suo denaro pubblico le banche tedesche, ma le è stato impedito, nel nome della libera concorrenza, di salvare con denaro privato le sue banche,  che non sono in crisi per gli stessi motivi che hanno messo in crisi quelle tedesche. Mentre queste ultime, infatti, si sono trovate in difficoltà al momento della crisi dei subprimes, a causa delle loro posizioni speculative sui mercati internazionali (e hanno risolto il problema con i soldi dei contribuenti europei), le banche italiane hanno prestato soprattutto alle aziende. Per questo, soffrono ora le conseguenze di una crisi di domanda, che è la conseguenza del meccanismo di aggiustamento di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente: l’austerità, che procede a colpi di tagli ai redditi.

Questo meccanismo era perfetto per i grandi capitalisti italiani, perché attacca esclusivamente i salari. Ma ormai si comincia a riconoscere che andare a caccia di profitti comprimendo i salari significa segare il ramo su cui si è seduti: in questo modo  si tagliano la domanda di beni e quindi i futuri profitti, trasformando così i crediti sani in crediti deteriorati.  Mano a mano che le «loro» banche sono colpite, le élite si risvegliano i loro media diventano critici verso l’Europa. Un intervento pubblico è inevitabile, ma l’Europa lo impedisce e ci consiglia di rivolgerci alla Troika, il che significa sottoporre l’Italia alla «condizionalità» del FMI: «Io ti presto i miei soldi se tu fai questo e non fai quello!». Questo non soltanto è ingiusto (si fanno due pesi e due misure), ma ugualmente allarmante, visti i risultati deplorevoli ottenuti dalla Troika in Grecia. Quello che è stato presentato come un piano di salvataggio è infatti un piano di aggressione economica che punta a liquidare le imprese più redditizie del paese, a vantaggio dei capitali stranieri. Gli imprenditori italiani cominciano a capirlo e a farsi inquieti, ma il paese è diviso e il governo  cincischia.

Fatto il punto, la conclusione è amara. Un intervento della Troika in Italia è molto probabile: se si verifica, l’Italia si troverà in recessione per la terza volta in meno di dieci anni. Una mazzata da cui l’economia non si riprenderà mai più (un “mai più” storico: diciamo che ci vorrà molta fortuna e almeno cinquant’anni per riprendersi).

 

La via d’uscita

La soluzione è insieme semplicissima e difficilissima.

È semplicissima dal punto di vista economico: l’Italia dovrebbe uscire dall’euro, cosa che le permetterebbe sia di ristabilire un tasso di cambio reale compatibile con i suoi fondamentali macroeconomici, sia di aggiustare il valore dei suoi debiti esteri. Non entro qui in tutti i dettagli pratici. Eccellenti studi universitari ci descrivono la storia delle precedenti esperienze di scioglimento di unioni monetarie,[iv] e dettagliatissimi studi applicati definiscono le strategie di uscita possibili.[v] Non solo tutto è già stato detto, ma ogni giorno che passa  smaschera i falsi argomenti dei media.

Ci avevano detto che l’uscita dall’euro avrebbe provocato, a causa della svalutazione che ne seguirebbe, un’iperinflazione, dovuta al fatto che l’Italia dipende dalle materie prime acquistate in dollari. Abbiamo opposto che la svalutazione necessaria per recuperare la nostra competitività sarebbe intorno al 25% e che gli studi provano all’unanimità che la svalutazione non si trasferisce interamente sui prezzi. Ci hanno riso in faccia. Ma poi l’euro si è svalutato di quasi il 40% rispetto al dollaro: e ci troviamo in deflazione. Ci hanno ribattuto (giustamente) che è perché i prezzi delle materie prime oggi sono bassi. Ma è proprio per questo che bisogna uscire subito! Ci avevano detto che uscire dall’euro avrebbe provocato l’instabilità finanziaria e il fallimento di banche e imprese. Ma il quadro della situazione attuale che abbiamo appena tracciato ci dimostra che è proprio restando nell’euro che siamo incappati in tutto quello che ci era stato promesso che avremmo evitato.

Ci avevano detto che l’uscita avrebbe provocato guerre commerciali che ci avrebbero penalizzato. Di fatto, le sanzioni inflitte alla Russia per compiacere la Germania hanno danneggiato molte imprese italiane e francesi, mentre nel frattempo questa stessa Germania prosegue insieme alla Russia il progetto «Nord Stream».

Ci avevano detto… ma basta con le stupidaggini più o meno interessate dei media: in ogni caso, la disgregazione dell’euro è quello che ci aspetta. Il punto è capire dopo quanta sofferenza ci si arriverà ed è su questo che ci si deve porre le domande.

Le domande, in questo caso, sono più facili delle risposte, perché queste ultime non dipendono solo da noi e pongono enormi difficoltà di ordine politico.

 

Il ruolo degli Stati Uniti

In primo luogo, non bisogna illudersi, come fanno i sedicenti «europeisti»: l’Unione europea non è un progetto «europeo». Il fatto che vengano proposti come soluzione ai nostri problemi gli «Stati Uniti d’Europa» dovrebbe farci capire che Bruxelles opera se non in nome, sicuramente per conto dei veri Stati Uniti, quelli d’America. Dopo avere vinto la guerra contro i paesi dell’Asse, gli Stati Uniti avevano bisogno di stabilire una postazione avanzata stabile in Europa, che potesse contenere quella che era vista (e ai tempi era veramente) come una minaccia seria: il patto di Varsavia. Per farvi fronte, bisognava favorire e finanziare l’integrazione economica e politica europea: e bisognava farlo in misura sufficiente perché l’Europa non si disgregasse e restasse una base logistica efficace per la Nato, ma non in misura eccessiva, perché l’Europa non si emancipasse del tutto.

Mi affretto ad aggiungere che, per quello che mi riguarda, dato che sono nato nel 1962, ritengo che per la mia generazione nascere da questa parte della cortina di ferro sia stata una fortuna. Il mio discorso non è quindi «antiamericano» a priori. Semplicemente,  riconosco che gli europei non sono pienamente padroni del loro destino. L’intervento degli Stati Uniti durante la crisi greca del 2015, così come durante la campagna sulla Brexit del 2016 basta a provarlo. Per gli Stati Uniti l’euro è anche una questione geostrategica, da cui ricavano tre vantaggi: in primo luogo, la moneta unica, creando una serie di tensioni economiche permanenti, impedisce all’Europa di fare loro seriamente concorrenza; in secondo luogo l’Unione Europea, vale a dire lo stato fittizio che ci si dovrebbe affrettare a costruire per giustificare l’esistenza della moneta unica, è già un interlocutore unico in materia economica per gli Stati Uniti, cosa che semplifica il lavoro alle lobby americane (lo si vede bene nelle negoziazioni sul TTIP); in terzo luogo, questo simulacro di Unione fornisce un supporto logistico alla Nato.

I vantaggi per l’establishment americano sono quindi importanti, ma non sono esenti da rischi politici ed economici.  Martin Feldstein, considerato uno dei dieci economisti viventi più autorevoli, già direttore del laboratorio di economia di Harvard e direttore del National Bureau for Economic Research, l’aveva chiaramente dichiarato nel 1997: «Invece di aumentare l’armonia intraeuropea e di favorire la pace mondiale, è più verosimile che il passaggio all’unione monetaria e all’unione politica che ne seguirà sia destinato ad aumentare i conflitti in Europa».[vi] La disgregazione politica dell’Europa aiuterebbe gli Stati Uniti a conservare la loro supremazia economica, ma creerebbe necessariamente qualche problema strategico (la posizione americana durante la crisi greca del 2015 era con ogni evidenza motivata dalla volontà di evitare che la Grecia finisca sotto l’influenza russa).

Ma ci sono anche dei rischi economici. Nell’estate del 2015 si è venuto a sapere che nel 2010, al momento della definizione del programma del FMI per la Grecia, i membri della direzione indiano e brasiliano si erano opposti, perché era già loro chiaro quello che oggi è chiaro a tutti: che la partecipazione del Fondo monetario sarebbe stata uno spreco di denaro, a esclusivo vantaggio delle banche creditrici (che non erano né brasiliane né indiane).[vii] Per quanto tempo si potrà domandare a un brasiliano di dare il suo consenso al trasferimento di una somma che si avvicina al 6% del PIL brasiliano a un paese che occupa una superficie pari all’1,5% di quella del Brasile? L’Unione europea rischia di provocare tensioni tra gli Stati Uniti e altri loro importanti alleati, per i quali le questioni strategiche europee sono meno importanti e meno facili da capire. In più, la situazione europea non è priva di ripercussioni sull’economia mondiale. Il PIL europeo in prezzi correnti nel 2000 costituiva il 30% del PIL mondiale: oggi ne rappresenta il 20%. il rallentamento della crescita in quella che era una delle parti più prospere del globo ha con ogni evidenza conseguenze sulla crescita mondiale. Oggi si parla di «stagnazione secolare». Si dovrebbe piuttosto parlare di suicidio della zona euro. Certo, mano a mano che la crisi si prolunga, l’Europa si impantana nell’insignificanza e l’asse della politica economica americana oscilla verso l’oceano pacifico. Ma l’eutanasia della classe media europea potrà essere compensata, in termini di potere d’acquisto sui mercati internazionali, dall’entrata in campo delle classi medie dei paesi emergenti?

Il salvataggio dell’Italia dipende anche dalla risposta che sarà data a questa domanda.

 

Il lavoro nel XXIo secolo

Questa risposta, essa stessa, dipende dall’evoluzione del capitalismo globalizzato. Si è ripetuto ormai a sufficienza che il problema della zona euro è che, scaricando sui salari il peso dell’aggiustamento agli shock macroeconomici, la moneta unica condanna l’Europa alla deflazione, e che nei paesi deboli come l’Italia questo sfocia in una crisi cronica di domanda (lo stesso fenomeno che si è potuto osservare nel Sud del nostro paese per decenni). Tuttavia, il problema del calo dei salari non è limitato all’Europa: questi effetti dell’euro si inseriscono in una tendenza dell’economia mondiale, sulla quale è necessario riflettere. Sarebbe infatti utopistico pensare che un paese (che sia l’Italia o la Francia) possa andare da solo in senso contrario alle grandi correnti della Storia.

Dall’inizio degli anni ’80 la quota dei redditi legata ai salari ha iniziato a decrescere un po’ in tutto il mondo. Le diseguaglianze stanno dunque aumentando, ma nel dibattito politico questo non ha preoccupato troppo, fino a che la crisi mondiale non ha trasformato la decrescita relativa dei salari in decrescita assoluta. Una volta che la torta ha smesso di aumentare, il fatto che la fetta destinata ai salari stesse riducendosi è emerso in tutta la sua evidenza. Hanno allora fatto la loro comparsa novelli Robin Hood, per dirci che bisognava togliere ai ricchi per dare ai poveri: la causa delle disuguaglianze nei redditi sarebbe dovuta al fatto che l’ 1% più ricco della popolazione non paga abbastanza tasse. Si tratta di una spiegazione demagogica, che non risponde a due domande fondamentali: come hanno fatto i ricchi ad accumulare le loro ricchezze? E chi ci garantisce che i governi che sono in ogni caso sensibili ai grandi interessi economici, se non addirittura controllati da questi ultimi, agiranno nell’interesse dei poveri? Non basta non essere tassati a valle, per diventare ricchi: ci vuole soprattutto una distribuzione ingiusta dei redditi a monte. Uno stato controllato dai ricchi potrebbe in primo luogo consentire a questi ultimi di nascondere le loro ricchezze altrove: le pretese ricchezze da cui cavare contributi sarebbero dunque quelle della classe media, soprattutto il patrimonio immobiliare (come avviene in Italia). Di più, uno stato simile potrebbe benissimo togliere ai ricchi per dare ai ricchi: nulla garantisce che ciò che è ricavato dalle imposte sulla ricchezza sarebbe destinato al sostegno dei redditi più deboli. Queste proposte non sono quindi altro che demagogia, d’altra parte molto efficace, il cui scopo è distogliere l’attenzione dal vero problema, che non è che le imposte sull’1% dei più ricchi sono troppo leggere, ma che sono state globalmente compresse le entrate del 99% dei più poveri (ed è questo il fenomeno che ha consentito all’1% di diventare più ricco).

Le spiegazioni demagogiche di questa compressione delle entrate abbondano: la colpa sarebbe della concorrenza della Cina (ma quando le diseguaglianze hanno cominciato a crescere, all’inizio degli anni ’80, il PIL della Cina era inferiore a quello dell’Italia, e lo è rimasto fino alla metà degli anni ’90); oppure, al progresso della tecnologia (ma questa si è evoluta in modo costante, come dimostrano i dati sulla produttività, che è cresciuta regolarmente, mentre i salari hanno smesso di crescere all’inizio degli anni ’80). Alimentare l’odio contro un nemico esterno e lontano, soffiare sul fuoco del luddismo: sono strategie di comunicazione semplici e politicamente efficaci. Tuttavia, non convincono pienamente, perché non spiegano una circostanza fondamentale: ovvero perché i salari si siano arrestati precisamente all’inizio degli anni ’80.[viii] In questo periodo si è verificato un cambiamento di regime fondamentale, che, questo sì, spiega bene perché il capitale ha preso il sopravvento sul lavoro. Questo avvenimento è stato la liberalizzazione dei mercati finanziari, sia a livello nazionale (con l’affermazione del principio di indipendenza della banca centrale) sia a livello internazionale (con la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale). È un mutamento di regime improvviso, che coincide con l’arrivo al potere di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Inghilterra, e che si traduce in misure di deregolamentazione prese per la maggior parte tra il 1975 e il 1984.

La coincidenza temporale non è di per sé sufficiente a stabilire un rapporto di causalità, ma molti argomenti provano che l’apertura dei mercati dei capitali ha contribuito alla esplosione delle diseguaglianze nei redditi.[ix]

Due di questi argomenti sono legati alle delocalizzazioni, rese possibili dalla mobilità internazionale dei capitali. In primo luogo, le delocalizzazioni accrescono il potere contrattuale dei capitalisti e permettono loro di imporre salari più bassi, con la minaccia di andare altrove. In secondo luogo, se la minaccia si realizza, dato che il lavoro specializzato è complementare al capitale, la delocalizzazione in un paese relativamente meno avanzato di alcune attività produttive (il cui contenuto tecnologico è relativamente basso per il paese  avanzato e alto per il paese meno avanzato) aumenta l’offerta di lavoro (relativamente) non specializzato nel paese avanzato e la domanda di lavoro (relativamente) specializzato nel paese meno avanzato, e attraverso questa distorsione aumenta dappertutto le diseguaglianze di salario.

Un terzo argomento è legato alle crisi della bilancia dei pagamenti. Quando i capitali non sono liberi di circolare da un paese all’altro, e quindi non si possono accumulare debiti  presso creditori esteri, non ci possono essere – per definizione – crisi di debito estero.  Questo significa anche che quando i capitali stranieri non possono finanziare il deficit della bilancia dei pagamenti di un paese, questo paese non è esposto al rischio di una «interruzione improvvisa» (sudden stop) di questi flussi finanziari, e dunque di una crisi della bilancia dei pagamenti. Studi recenti mostrano che queste crisi lasciano «cicatrici» permanenti nella distribuzione dei redditi.

L’esperienza italiana è molto eloquente a questo proposito: le due ultime crisi (quella del 1992 e quella del 2011) sono state utilizzate come pretesto per riformare il mercato del lavoro e il sistema pensionistico. Riforme importanti, che sono state realizzate d’urgenza, sotto la pressione dei giornali che esibivano titoli come «FATE PRESTO» (a caratteri cubitali), per sottolineare che le riforme dovevano essere fatte in velocità e guidate da un solo principio: ridurre il costo del lavoro e il ruolo dello stato nell’economia, per rendere il paese «più competitivo» e riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Non è un caso se la quota salari nei redditi non è diminuita nei paesi dell’Ocse che non hanno sofferto di crisi finanziarie.[x] Queste, nel mondo contemporaneo, sono altrettanti momenti di lotta di classe, nei quali la logica dell’urgenza dà al capitale un vantaggio tattico rispetto al lavoro.

L’apertura senza controllo dei mercati finanziari, l’integrazione finanziaria (che in Europa si chiama «euro») è dunque alla base delle diseguaglianze.[xi] Queste, a loro volta, sono alla base dell’indebitamento. Infatti, quando un sistema capitalistico non distribuisce abbastanza valore al lavoro, è necessario che i lavoratori si indebitino (attraverso l’intermediazione dello stato o delle banche), perché i salari non bastano più a finanziare la domanda di beni prodotti (senza la quale si andrebbe incontro a una crisi di sovrapproduzione).

Ci troviamo quindi di fronte a un ciclo, in cui la liberazione dei mercati finanziari produce diseguaglianze, che costringono all’indebitamento, che provoca crisi finanziarie, che causano maggiori diseguaglianze, che a loro volta producono un ulteriore indebitamento. Un circolo vizioso che non consente vie di fuga.[xii]

Si può dunque concludere che nessun paese si potrà salvare dalla stagnazione, né nell’eurozona né altrove, fino a che non si ristabilirà un accordo internazionale sulla necessità di regolamentare i mercati finanziari. Questa regolamentazione dovrà necessariamente avere tre assi portanti: il controllo dei flussi finanziari internazionali; la dipendenza della banca centrale dal potere esecutivo; la separazione bancaria (vale a dire la separazione delle attività bancarie che riguardano il risparmio da quelle delle banche d’affari). Il primo è essenziale per prevenire le crisi di bilancia dei pagamenti, il secondo per evitare di sprofondare nella deflazione, il terzo per limitare i rischi delle attività speculative per l’economia reale. Si tratta di un cambiamento importante, e non ci si può nascondere una verità storica inquietante, ovvero che nell’ultima occasione in cui è stato realizzato ci sono voluti tre ingredienti: una crisi finanziaria mondiale (quella del 1929), una guerra mondiale, e l’emergere di un potente blocco politico in aperta opposizione al sistema capitalistico. Di queste tre elementi, noi non abbiamo avuto che il primo, la grande crisi del 2008. Tra il 1929 e il 1939 sono passati dieci anni. Ci resta poco tempo per evitare il peggio.

 

Conclusione

Torno quindi alla domanda iniziale: «Si può salvare l’Italia dalla stagnazione?». Reinserita in un contesto più ampio, quello della globalizzazione finanziaria, la domanda prende un altro taglio: si potrebbe realizzare il «keynesismo in un solo paese?» In altri termini: uscire dall’euro è una condizione necessaria (o, se si vuole, la disgregazione dell’euro è un evento inevitabile), ma non sufficiente a ricondurre un’economia pur non trascurabile come quella dell’Italia su un percorso di crescita equa e quindi stabile. Per farlo, bisogna anche ripensare al ruolo dello stato nel sistema economico, sia come soggetto attore (in particolare nel settore del credito e più in generale nella gestione del circuito del risparmio) sia come soggetto regolatore. In un sistema economico sempre più interconnesso, i grandi arbitraggi tra il mercato, vale a dire la dimensione transnazionale, e lo stato, vale a dire la dimensione nazionale, richiedono necessariamente uno sforzo di cooperazione  internazionale. Non si può che esprimere ancora una volta, a guisa di conclusione, la speranza che questa cooperazione possa incominciare senza attendere una esplosione di violenza.


Note
[i] Banca d’Italia, 2016. Supplementi al bollettino statistico – Moneta e banche, n. 22, XXVI0 anno, 10 maggio 2016, https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/moneta-banche/2016-moneta/suppl_22_16.pdf.
[ii] Barbagallo, C., 2015. Indagine conoscitiva sul sistema bancario italiano, Banca d’Italia, 9 dicembre 2015, https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2015/Barbagallo-09122015.pdf.
[iii] Rocholl, J., Stahmer, A., 2016. Where did the Greek bailout money go? ESMT White Paper, No. WP-16-02-
[iv] Rose, A. 2007. Checking out: exits from currency unions. Journal of Financial Transformation 19: 121-128 ; Nitsch, V. 2004. Have a Break, Have a … National Currency: When Do Monetary Unions Fall Apart? CESifo Working Paper Series 1113 ; Spencer, M G, Garber, P M. 1992. The Dissolution of the Austro-Hungarian Empire; Lessons for Currency Reform. IMF Working Papers 92/66.
[v] Bootle, R. 2012. Leaving the euro: a practical guide. http://www.policyexchange.org.uk/component/zoo/item/ wolfson-economics-prize ; Nordvig, J, Firoozye, N. 2012. Rethinking the European monetary union. 5 giugno; Sapir, J. 2011. S’il faut sortir de l’Euro…. Document de travail, Cemi-Ehess, 6 aprile.
[vi] Feldstein, M. 1997. EMU and international conflict. Foreign Affairs 76: 61.
[vii] Wroughton, L., Schneider, H., Kyriakidou, D., 2015. How the IMF’s Greek misadventure is changing the Fund. Ekathimerini, 28 agosto 2015. http://www.ekathimerini.com/200988/article/ekathimerini/comment/how-the-imfs-greek-misadventure-is-changing-the-fund
[viii] Ishac Diwan (2001) “Debt as Sweat: Labor, financial crises, and the globalization of capital”, mimeo, World Bank ; Brada, J.C., Bah,E.,  2014. “Growing Income Inequality as a Challenge to 21st Century Capitalism,” a/ Working Papers Series 1402.
[ix] Davide Furceri et Prakash Loungani (2015) « Capital Account Liberalization and Inequality », IMF Working Papers 15/243, International Monetary Fund.
[x] Diwan, op. cit.
[xi] Bisogna notare che in Europa le istituzioni dello stato sociale erano ben affermate e resistevano alla pressione sui salari. Per spezzare questa resistenza bisognava usare lo strumento del «vincolo esterno», di cui si è parlato nel capitolo precedente.
[xii] Perugini, C., Hölscher, J., Collie, S. 2015. Inequality, credit and financial crises. Cambridge Journal of Economics, doi: 10.1093/cje/beu075.

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