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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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politica italiana

Augusto Illuminati: Un pasdaran sfigato

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Un pasdaran sfigato

di Augusto Illuminati

Qualcuno si era creduto che Monti il “modernizzatore” rappresentasse una svolta, almeno sul piano dello stile? In realtà è un povero sfigato, disavvezzo alla comunicazione mediatica, che fa battute peggio di Brunetta, Gelmini e Sacconi, perfino con un lieve cigolio isterico: davvero un poco carismatico emissario del finanzcapitalismo. Però lo rappresenta, anzi è verosimile (lo sostiene il «Financial Times») che sia il commissario europeo di Obama in funzione anti-Merkel. Se risulta imbranato è per due ordini di motivi. Il primo, s’intende, è la micidiale intensità della crisi che vanifica i piani meglio congegnati e induce i partiti, per quel che ancora contano, a lesinargli la fiducia, visto che non si sa come le cose andranno a finire. Secondo, che avrebbe dovuto scandire il ritorno alla normalità dopo la sbornia populista berlusconiana, ma si inserisce in una situazione ancora zeppa di aspettative decisioniste e di demagogica personalizzazione, in cui continuano a incappare comicamente i suoi ministri, oscillando fra lacrime e ukàz, profferte negoziali e me fas tut mi, decretazione d’urgenza su cose non urgenti e precipitose marce indietro nel giro di una settimana. Tutto questo, però, mette in luce la rovina dell’influenza dei tre poli e delle illusioni redentrici alimentate dal coro irresponsabile dalla stampa di regime. La fiducia in Monti è destinata a un rapido declino e le scoregge sulla monotonia del posto fisso e sui laureati tardivi sono segni di nervosismo e arrogante sgomento.

Il vero problema è: perché all’improvviso si è passati dalle lusinghe concertative e dal rinvio dei provvedimenti scabrosi alle provocazioni (tecnicamente non necessarie) sull’art. 18 e sul valore legale del titolo di studio, mentre comincia il sordo logorio parlamentare sulle liberalizzazioni e il blitz sulla giustizia incrina l’inciucio fuori e dentro i partiti?

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nique la police: Orwell in Italia e il calo dello spread

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Orwell in Italia e il calo dello spread

nique la police

He that dies pays all debts
(Shakespeare, La tempesta)

Cominciamo dalle frasi pronunciate a reti unificate, in tono levigatamente mortuario, dal presidente del consiglio Mario Monti. Una differenza tra l'ex consulente di Goldman Sachs e il precedente presidente del consiglio sta sicuramente nell'uso dei processi unidirezionali della comunicazione mediale. Mentre Berlusconi dava spettacolo, eredità di un mondo anni '80-'90 quando il potere era scenografico, Mario Monti alimenta l'utilizzo morale del potere del broadcasting. Quest'uso morale è moneta sonante: si usa la capacità di pressione cognitiva dei media generalisti per tranquillizzare la popolazione con perizia tecnica "lo spread calerà" (caldo potere pastorale di rassicurazione). E per imporre precetti orwelliani come "le tutele [al reddito e alla continuità del posto di lavoro, ndr] possono essere dannose".


Orwell in Italia


Il tratto di continuità tra Monti e Berlusconi sta invece in questa possibilità di condizionare i processi connettivi del tessuto sociale operando a reti unificate. Ma questo pericolo permanente per la democrazia, e per l'ecosistema dell'informazione, resterà tale fino a quando residui di partiti, movimenti, sindacati non entreranno nel XXI secolo imponendo la centralità del problema. Per adesso vanno alla grande le ristrutturazioni del lessico: tutto è declinato, fortunatamente, in "comune" ma senza una una democratizzazione e una pubblicizzazione dei grandi network generalisti il comune è destinato a rimanere sulle carte di diritti, principi e intenti.
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Militant: Il sonno della ragione che genera mostri

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Il sonno della ragione che genera mostri

Militant

Ieri è apparso un articolo sul Corriere della sera che supera di molto la follia collettiva quotidiana alla quale dobbiamo sottostare. Per la verità, sono diversi giorni che su Corriere e Repubblica appaiono “strani” articoli, tutti orientati in senso radicalmente neoliberista come non se ne vedevano da anni. Passati di moda agli inizi della crisi, i pensatori neoliberisti sono rispuntati fuori come funghi dalle fogne (miliardarie) dalle quali provenivano. Per la verità, in effetti, non se ne erano mai andati; qualche giornale e qualche trasmissione “liberale” però li aveva messi momentaneamente in minoranza, dato che tutte le ricette da questi proposte avevano portato direttamente alla crisi culturale, economica, finanziaria ed etica che sta attraversando l’occidente. L’inconsistenza però delle alternative (diciamo più evidentemente l’assenza), la fragilità e la mancanza di creatività e di efficacia dei movimenti globali nel proporre un nuovo e diverso sistema di sviluppo, hanno però fatto tornare alla ribalta concetti e idee che credevamo veramente tramontati, quantomeno nella loro versione più intransigente e immediata (nel senso di *non mediata* da discorsi fumosi e apparentemente progressisti).

Ma veniamo a noi e al nostro articolo. Antonio Polito, già ex-comunista (maoista!) e fondatore del giornale “Il Riformista”, ex-margherita, e dunque appartenente di diritto all’area politica del centrosinistra, ha oggi sintetizzato al meglio le idee sue, del giornale per il quale lavora, e dell’area politica che egregiamente rappresenta, con un pezzo intitolato: “Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli”.

Bisognerebbe leggerlo tutto, ma riporteremo qui i pezzi significativi (praticamente tutto l’articolo), cercando di non vomitare nel frattempo.

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Giorgio Martinico: Il tempo dei forconi. Per un aggiornamento materialista

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Il tempo dei forconi. Per un aggiornamento materialista

di Giorgio Martinico*

Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni.

Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, padroncini. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all’economia dell’isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una trasversalità tale di figure del lavoro da indurre qualcuno ad agitare la bandiera del pericoloso interclassismo di stampo populista ad uso e consumo di soggetti sociali storicamente considerati reazionari.

Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su una situazione che, a detta di tutti gli opinionisti più o meno casuali, è segnata da ambiguità e ambivalenze, contraddizioni e complessità, partiamo però dal dato, di incontestabile valore a mio avviso, che è quello relativo all’enorme grado/richiesta di partecipazione a cui queste proteste hanno saputo dare immediato sbocco: centinaia di migliaia di siciliani hanno preso parte ai momenti e attraversato gli spazi di questa lotta.

Questo dato, che preso singolarmente può voler dire poco, ci aiuterà a dare sostanza, gambe e fiato, alla nostra ipotesi su cui questo lavoro si andrà costruendo: l’ipotesi secondo cui, attraverso un minuzioso lavoro di decostruzione e analisi, si possa arrivare ad affermare il carattere marcatamente popolare e di massa di quella che i protagonisti si sono affrettati a definire una rivolta.

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Carlo Donolo: Qualche chiarimento in tema di beni comuni

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Qualche chiarimento in tema di beni comuni

di Carlo Donolo

Dopo il referendum sull’acqua e il suo felice risultato anche in Italia si sta diffondendo nell’opinione pubblica e nei movimenti collettivi la nozione di beni comuni. Per lo più viene usata in modo generico e anche sloganistico, ma in ogni caso si tratta di un tema che mette radici nel crescente fabbisogno di coesione sociale, e nella resistenza agli effetti più distruttivi dei processi globali. Si coniuga facilmente con un certo localismo e con il rigetto di soluzioni che impongono gravi costi locali anche se con vantaggi generali, come nelle sindromi nimby.


Viviamo in una società di individui possessivi e da noi “la roba” è sempre sacra. La mentalità collettiva è stata plasmata dal consumo, dalla pubblicità, dal denaro. Ma proprio la violenza insita in rapporti di scambio de-socializzati fa risorgere un bisogno di comunità, di appartenenza, e anche di ritrovare cose in comune, svincolate dal totalizzante rapporto proprietario. I beni comuni, infatti, non sono proprietà di qualcuno, ma sono per tutti. Si rifà vivo il bisogno di credere, specie in tempi di crisi e trasformazioni laceranti, e da qui il bisogno di rassicurazioni religiose e anche la domanda sempre insoddisfatta di nuove fedi, quasi un sostituto delle vecchie ideologie politiche. Su questioni di grande complessità che collegano il nostro destino individuale alle catastrofi globali su cui non possiamo incidere c’è anche il desiderio di risposte semplificate, in un certo senso massimalistiche, che riducano l’eccesso di complessità a “soluzioni” autoevidenti, anche se illusorie.

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Francesco Ciafaloni: (NO) Alta velocità

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(NO) Alta velocità

di  Francesco Ciafaloni

Francesco Ciafaloni ricostruisce le ragioni delle mobilitazioni in Val di Susa contro il Tav che dovrebbe collegare Torino a Lione: un’opera sbagliata dal punto di vista economico fin dall’origine

La decisione di seguire la via dei tedeschi e dei francesi e di costruire anche in Italia un treno ad alta velocità è stata presa più di trentacinque anni fa. In particolare, credo di aver sentito parlare di Corridoio 5 – la connessione ad alta velocità dall’Austria, più tardi dall’Ucraina, che allora era Unione sovietica, al Portogallo, attraverso la Valle padana e le Alpi – in una comunicazione alla città di Torino, a metà degli anni ’70, al Carignano, dall’allora senatore democristiano Umberto Agnelli. Nella stessa occasione, o in circostanze simili, venne comunicato che la Volkswagen era in gravi difficoltà; che si apriva la possibilità di vendere milioni di auto in più in Europa per le aziende concorrenti; che la Fiat certo avrebbe conquistato una parte della nuova fetta di mercato. Il Corridoio 5 era una ulteriore possibilità di espansione, per la vendita di materiale ferroviario e per il miglioramento del servizio.

Poi, come si sa, le cose, viste da Torino, non sono andate per il verso giusto. La Volkswagen superò le sue difficoltà; la Fiat è affondata nelle sue. Il treno ad alta velocità è stato realizzato da Napoli a Torino, scardinando la rete ferroviaria italiana, anziché migliorarla. Il Corridoio 5 è ancora lì, ben lontano dalla realizzazione, ad ingombrare lo spazio politico del paese.


L’alta velocità e la rete


Il sistema dei trasporti, su gomma, su ferro, per aria, è una rete complessiva.
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Augusto Illuminati: Chi decide?

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Chi decide?

di Augusto Illuminati

Chi decide? è il titolo del miglior testo di filosofia politica che ha aperto il secondo decennio del secolo e che ben si attaglia all’esperienza italiana fra collasso del berlusconismo e incerto varo del governo “tecnico” Monti nella bufera della crisi. Massimiliano Guareschi e Federico Rahola, dopo aver decostruito con grande acume la mitologia dello stato d’eccezione che, a partire da una breve e abbandonata infatuazione schmittiana è diventato un tormentone del radicalismo chic italiano, finiscono per misurarsi problematicamente con le concezioni foucaultiane del potere e della soggettivazione, da cui comunque estraggono alcuni assunti decisivi sulla segmentazione post-sovrana della governance e l’opacità impersonale dei dispositivi discrezionali dell’amministrazione e della finanza. Quello che però più ci interessa del libro è la luce che getta sui meccanismo politici che abbiamo in funzione adesso. Faccio qui degli esempi, a titolo del tutto personale.

Primo, la favola della personalizzazione, di un uomo solo al comando, come hanno auspicato i leader italiani da Craxi a Berlusconi, in genere lagnandosi che qualcuno glielo impediva. Oggi, guardandoci indietro dalla prospettiva della “sobrietà” montiana, ci sembra una grande mistificazione, che ha coperto in maniera spettacolare (degradando da Re Lear al Bagaglino) la transizione dalla crisi dello Stato dei partiti al dominio diretto e anonimo degli apparati finanziari globali. La coppia catastrofe-comandante salvifico ha funzionato male, a Palazzo Chigi come nella plancia della Costa Concordia e i capitani coraggiosi hanno salvato per primi se stessi: ad Hammamet, a Villa Certosa, sugli scogli del Giglio. La recita decisionista si è spompata nella frammentazione del processo decisionale, nella zona grigia degli effetti dispersi di sovranità.

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“Anomalie italiane”, o come si prepara la guerra ai lavoratori

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“Anomalie italiane”, o come si prepara la guerra ai lavoratori


La “riforma” del mercato del lavoro e con essa quella degli ammortizzatori sociali, implicano un cambiamento non solo strutturale, ma anche una cornice ideologica e semantica, entro la quale inscrivere le proposte di modifica e “rivoluzione” in atto. A nostro avviso è su tutti i piani che va accettata la sfida e combattuta questa battaglia. Di seguito alcune brevissime “istruzioni per l’uso”, partendo dalle esternazioni del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e da alcune riflessioni nostre e di altri compagni a partire dalle proposte di abrogazione dell’articolo 18.

Ad aprire lo show delle citazioni da antologia legate alle nuove forme di relazioni industriali, ci ha pensato, circa un anno fa, Sergio Marchionne che, ai giornalisti che gli chiedevano del “modello Pomigliano” e dell’opposizione dei lavoratori alle nuove politiche aziendali della Fiat rispondeva “Io vivo nell’epoca dopo Cristo, tutto ciò che è avvenuto prima di cristo non lo so e non mi interessa”. Ed ecco che, pochi giorni fa, tocca a Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, rilanciare sul piano ideologico: “[…]Da parte nostra c'è la massima volontà di lasciare fuori dal tavolo ideologie, di essere molto responsabili e molto seri".

L’oggetto della discussione, nel secondo caso, è naturalmente legato alla “riforma” del mercato del lavoro di cui tanto si parla e che è uno dei punti fondamentali su cui lavorano, senza sosta e di concerto con i sindacati (CGIL-CISL-UIL), Monti, Fornero, Passera & co. e, nel caso specifico, la Marcegaglia, che parla dell’articolo 18 e della “flessibilità in uscita”.

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Paolo Becchi: Il colpo di stato di Mario Monti

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Il colpo di stato di Mario Monti

Paolo Becchi

  Il governo Monti è destinato a «passare alla storia» più di quanto non lo sia il decennio berlusconiano appena trascorso. Ciò che, infatti, è avvenuto con il conferimento dell’incarico ad un tecnico di Bruxelles non è stato che un "coup d’état" deciso da «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica.

  Certo non un colpo «alla sudamericana», un golpe, con tanto di ingresso di fucili e militari nell’emiciclo del Parlamento. «Colpo di Stato», del resto, non indica di per sé un rivolgimento violento, quanto un’«esecuzione che precede la sentenza», come lo definì il libertino Naudé, che coniò l’espressione a metà del Seicento.

  Cosa significa? E cosa è accaduto in Italia, in questi mesi? Semplicemente quello che tutti (o quasi) si ostinano a negare. È accaduto che, con una manovra di palazzo, è stata realizzata la transizione costituzionale dalla Seconda alla Terza repubblica, da un sistema politico bipolare ad un ridimensionamento del potere dell’Assemblea a favore del presidente della Repubblica, dal parlamentarismo ad un presidenzialismo ancora da definire nei suoi contorni istituzionali, ma di fatto già all’opera con questo «governo del presidente». Non vi è infatti alcun dubbio sul fatto che il capo dello Stato da «custode della Costituzione» si è trasformato in guida politica dello Stato.

  Si doveva, ovviamente, iniziare con l’eliminazione di Berlusconi, il quale - a dispetto delle apparenze - è stato in Italia colui che ha compiuto, e parimenti portato alla sua dissoluzione, il potere parlamentare: mai il nostro Parlamento era stato più potente e, nel contempo, più bloccato. Il rovesciamento di questo potere è cominciato con un tentativo di erosione dall’interno: Gianfranco Fini. Si è poi tentato con l’assalto alla vita privata del capo del Governo, ma anche questo si è rilevato insufficiente.
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Aldo Giannuli: Devo congratularmi con “Mario Il Grigio”

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Devo congratularmi con “Mario Il Grigio”

Aldo Giannuli

Non stupitevi: devo proprio congratularmi con il senatore Monti. Non per la manovra economica (per carità!), che è un disastro: botte da orbi a ceti popolari e medi, diminuzione delle garanzie sociali, grandinata di tasse su immobili e consumi. E tutto senza nessun risultato, nè vicino nè lontano: lo spread continua ad impazzare, il rischio di fare default  è intatto, perchè non si sa come sostenere interessi al 7% su un debito arrivato al 120% del Pil, ripresa economica sempre meno vicina e credibilità internazionale al punto di prima: zero. Sotto questo aspetto va detto che il bilancio non  potrebbe essere peggiore: avevamo chiamato San Giorgio per abbattere il Drago e il Drago continua a farla da padrone senza neanche filarsi San Giorgio. Dunque non è per questo che ci congratuliamo.

E neanche per la gestione dell’ordine pubblico (che, come dimostrano gli episodi di Torino, Firenze e Roma) resta molto degradato; e neppure per un qualche sussulto di presenza in politica estera dove l’Italia continua a pesare quanto Andorra. Non parliamo poi della struttura del governo fatta con il “nuovo manuale Cencelli” ad uso di logge e curie. Persino il “Corriere della Sera”, primo artefice della candidatura Monti, ha da ridire in proposito.
Un voto scolastico ai primi 50 giorni del Presidente Monti? 3 meno meno ed, aggiungiamo, “per incoraggiamento”.

Ma allora, per cosa ci dobbiamo congratulare?
Ma per la capacità comunicativa, naturalmente! Anzi of course (come direbbe l’anglofono Monti). “Mario il grigio” è un genio della comunicazione e della guerra psicologica, che ha lungamente studiato il suo predecessore surclassandolo.
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Leonardo Mazzei: Le interessanti giravolte degli antiberlusconiani di tipo A

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Le interessanti giravolte degli antiberlusconiani di tipo A

Leonardo Mazzei

Se anche per «Repubblica» l'Europa non è più il «bene» di un tempo

Ammettiamolo: per certi aspetti il quotidiano Repubblica è una spia davvero interessante.

Repubblica
, che nacque già nel 1976 come giornale-partito, è oggi un partito-giornale dai due volti complementari. Da un lato è uno degli organi più importanti delle oligarchie finanziarie, dall'altro è il vero portabandiera di quello che possiamo definire come antiberlusconismo di tipo A*.

Questi due caratteri non sono contraddittori. Al contrario, è proprio grazie all'antiberlusconismo alla Scalfari, se l'uomo delle tante sette semi-segrete che diramano dalla cupola del capitalismo-casinò ha potuto stabilirsi a Palazzo Chigi e presentarsi come Salvatore della patria. Per Repubblica il professor Quisling è questo e altro, ma dal suo insediamento novembrino ad oggi sembra già passato un anno.

Fino a due mesi fa l'Europa era indiscutibilmente il «bene». Un bene assoluto al quale tutto sacrificare. Un bene messo in discussione solo dal male albergante in alcuni paesi viziosi, in primo luogo l'Italia berlusconiana. Se l'Europa era il bene, la Germania era il virtuoso esempio da seguire. Più Europa e più Germania era dunque la ricetta per guarire il malato Italia.

Trapassati nel 2012 tra inni alla crescita e inviti alla speranza, il quadro è improvvisamente cambiato. «L'asse tra il Professore e Nicolas "Ora la Merkel dovrà cambiare linea"» è il titolo dell'odierno articolo a commento dell'incontro parigino di ieri tra Monti e Sarkozy. La Merkel va dunque messa in riga, ben venga di conseguenza il nuovo asse con il ridicolo galletto francese, che fino a qualche mese fa faceva comunella con l'odiato omologo italiano.

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Augusto Illuminati: Fase due

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Fase due

di Augusto Illuminati

Il 2012 entrante – calendarizzando al modo di DFW potremmo chiamarlo l’anno di S. Egidio e S. Paolo – coglie i solerti bocconiani in piena attività, piuttosto indifferenti agli schieramenti parlamentari e all’affannoso pressing della società civile, attenti invece alla logica delle istituzioni europee e delle banche. Peccato che sia una logica scombinata e inefficace, il cui unico esito concreto e tutt’altro che trascurabile consiste nell’aver tramortito e sgonfiato le due grandi coalizioni del defunto e presunto bipolarismo, senza aver intaccato i sintomi e ancor meno le radici di una crisi che è di natura ben superiore alla scena nazionale. Allo stesso tempo stampa e opinione pubblica sono stati dirottati dal gossip sessuale berlusconiano all’altalena degli spread, cambiando solo il contenuto dell’infinite jest con cui distrarre l’attenzione dalle manifestazioni sociali della crisi e attenuarne le resistenze per dispersione.

Dell’incipiente trasformazione costituzionale che l’esperienza del governo tecnico sta avviando, sotto il mantello di re Giorgio e con l’accompagnamento del piffero di Scalfari, abbiamo già scritto. Anche se la crisi uscisse fuori controllo, la distruzione della Seconda Repubblica (o sedicente tale) è ormai compiuta, mentre per l’instaurazione della Terza occorrono ancora un paio di condizioni. La prima, che non dipende da Napolitano e Monti e neppure (temo) dalle autorità europee, è che la crisi sia riportata sotto controllo –prospettiva al momento remota–, la seconda che la crisi sia usata per spezzare le ultime resistenze interne al neoliberismo, riorganizzando il mercato del lavoro in modo subalterno ma meno caotico e controproducente (cioè diseconomico e generatore di esplosioni ribellistiche). In questo dovrebbe consistere la Fase Due: ripresa e flessibilità razionalizzata. Mentre però la prima è resa improbabile dalla dilagante recessione europea, frutto della cieca austerità deflazionista del comando finanziario, la seconda resta un obbiettivo praticabile, che avrebbe per primo effetto quello di modificare i rapporti di classe in senso favorevole all’1% (o al 5%) aggravando la recessione per tutti gli altri. Se perfino Monti ha qualche dubbio sui tempi del pareggio di bilancio (lasciando perdere la farsa bi-partisan del suo inserimento in Costituzione, con clausole che in pratica e per fortuna la vanificano) e sul ruolo della Bce, compatto e impavido è invece tutto il governo nell’aggredire il mercato del lavoro e nel foraggiare le banche senza contropartite.

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Luca Baiada: Governo carnevale, governo quaresima

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Governo carnevale, governo quaresima

di Luca Baiada*

È presto per dire se il modello berlusconiano sia davvero tramontato, se si tratti di una scossa, di un’eclissi momentanea, di una metamorfosi. E speriamo che per altri aspetti, non sia invece troppo tardi.

Caduta la prima fila, arrivano i tecnici? In realtà, quasi tutti i componenti del governo Monti sono cresciuti e si sono arricchiti con la protezione politica. Economisti dai mille incarichi, uno più redditizio dell’altro, avvocati da sempre al servizio della classe dirigente, in modo assolutamente trasversale a gruppi e schieramenti, consulenti generosi di consigli a chi sino a ieri comandava di fronte e adesso comanda di profilo o si è messo da parte in attesa di mettersi di traverso. Robusta è la presenza del potere papale, in tutte le sue articolazioni intellettuali, amministrative e gestionali. Si notano persino alacri presenze dell’Università cattolica e della Comunità di sant’Egidio. Alla Cattolica la cultura, mentre il fondatore di una struttura che svolge funzioni di diplomazia parallela, con serie implicazioni geopolitiche, dovrebbe garantire qualcosa sulla bontà, con la benedizione di qualche cuoricino.


La presenza di banchieri è determinante. È possibile che Mario Monti e Corrado Passera occupino quattro posti governativi? No, è peggio, ne hanno cinque. Monti è presidente del consiglio e ministro ad interim dell’economia. Passera è ministro dello sviluppo e ad interim di infrastrutture e trasporti. Ma quest’ultimo ministero deriva dall’accorpamento di due funzioni diverse. L’esito istituzionale e politico è un groviglio preoccupante e centrale nella cifra di tutto il gabinetto. Nell’Italia democristiana si paragonava un grosso affarista a una divinità indiana dalle tante braccia.
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Gigi Roggero: La meritocrazia al potere

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La meritocrazia al potere

di Gigi Roggero

“Mi sorprende la popolarità del governo, ma i cittadini capiscono che i sacrifici sono per la dignità dell’Italia”. Potremmo liquidare questa frase pronunciata da Monti nella recente conferenza stampa di fine anno con ironia e indignazione, e indubbiamente necessitiamo di entrambe le cose. Ma proviamo a prenderla sul serio e a farci interrogare dalla pacata sfrontatezza del presidente del consiglio. Mentre giustifica una manovra che lui stesso definisce recessiva “ma senza alternative” e vara una sedicente “fase due”, ennesima rassicurazione di uscita dalla crisi che su nulla poggia se non sulla dogmatica arroganza dei mercati finanziari; mentre dichiara che l’obiettivo è di impedire che scoppi e si generalizzi il conflitto (per questo, afferma senza fronzoli, serve coinvolgere le cosiddette parti sociali) – Monti si stupisce della popolarità del suo governo. E, almeno in questo, ne ha ben donde. Il punto è, dunque, capire fino in fondo la natura di questo governo, il governo del presidente, il governo commissariale. Capire i suoi tratti transitori oppure paradigmatici, occasionali o di tendenza, di eccezione o di normalità. Capire per affrontarlo. Capire per dare battaglia.

Si è detto: è il governo della dittatura finanziaria e della macelleria sociale, freddo esecutore dei programmi della Bce e dei think tank neoliberali – la cui ferocità, sia detto per inciso, è direttamente proporzionale al loro fallimento globale. É, ovviamente, anche questo, ma non è solo questo. Innanzitutto, prima ancora che il governo della tecnocrazia, definiremmo quello attuale come il governo della meritocrazia. Lo dimostrano l’ostentazione dei titoli da parte dei componenti dell’esecutivo, il loro chiamarsi l’un l’altro professore e professoressa, lo sfoggio di ermellini e cattedre della Bocconi e della Cattolica. Se Berlusconi rispondeva alle domande dei giornalisti con le barzellette, Monti & C. le aggirano esibendo i propri curriculum.

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Sandro Moiso: Balle

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Balle

di Sandro Moiso

Ivan Cicconi, Il libro nero dell'Alta velocità, Koinè Nuove Edizioni 2011, pp.190, euro 14,00

Il titolo è di quelli che non brillano per originalità.
I banchi delle librerie sono inflazionati di “libri neri” e di “libri che...non vi avrebbero fatto leggere” e, probabilmente, l 'autore avrebbe preferito quello che è stato scelto come sottotitolo: “Il futuro di Tangentopoli diventato storia”, sicuramente più consono all'indagine contenuta al suo interno.
Ma tant'è e, sinceramente, senza quel riferimento all'Alta Velocità, forse, non lo avrei preso nemmeno in mano.

Eppure ci troviamo davanti non solo ad un testo tra i più ricchi di informazioni sulla “grande truffa dell'Alta Velocità”, ma che ci permette anche di comprendere più a fondo le strategie del capitalismo odierno e, allo stesso tempo, le radici dell'attuale crisi economica.
Un libro che, per chi non lo avesse ancora capito, dimostra come la lotta e le lotte No Tav non siano solo lotte ambientali o localistiche, ma lotte che si pongono al centro dello scontro tra un sistema di sfruttamento parassitario destinato storicamente a fallire e le esigenze di una società altra in cui sono rappresentati gli interessi del 99% della popolazione (conscia o meno che sia del fatto).

Per citare direttamente il testo:”Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell'Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto - competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all'insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni” (pp. 9 – 10).

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Augusto Illuminati: Voglia di fiducia

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Voglia di fiducia

di Augusto Illuminati

Quanto meno hanno fiducia in se stessi e nel governo tanto più i tre grandi blocchi parlamentari (Pdl, Pd, Terzo Polo) supplicano Monti di porre la fiducia sulla manovra, per costringersi a votarla senza frantumarsi al proprio interno e senza assumersi responsabilità per gli effetti depressivi e sperequativi. Si replica la farsa già inscenata dall’agonizzante governo Berlusconi: lo vuole l’Europa, lo vuole la Bce. Altrimenti, la catastrofe. Adesso lo vogliono i “tecnici”. Domani lo vorrà Baal, nelle cui fauci roventi gettare i pensionati troppo longevi e gli adolescenti senz’arte né parte. Con corredo televisivo di lacrime ministeriali.

L’auto-svuotamento della democrazia rappresentativa e concertativa (ah, la flebile arrendevolezza con cui i sindacati hanno rinunciato ai teatrini di un tempo) ha completato la riforma dall’alto imposta da Napolitano, con un’alterazione radicale della costituzione materiale, in attesa di qualche probabile formalizzazione in senso semi-presidenzialista, di cui una nuova legge elettorale potrebbe essere il segno prognostico. Un passaggio importante potrebbe consistere nella disgregazione dei blocchi tradizionali di centro-destra e di centro-sinistra, magari con un corposo ispessimento di un’area centrista più o meno cattolica, nel segno di Todi. Lo smontaggio del bipolarismo è confluente obbiettivo di Monti e Casini. La voglia di suicidio non manca a quei soggetti, come appunto mostra l’ansia di porre la fiducia, ed è ripagata dalla crescente sfiducia degli italiani, che ha toccato il record storico dell’86%, contro il 75-80% dell’epoca di -Tangentopoli. Più complicato che tale disordinata aspirazione dia vita a una formazione consistente che faccia da corpaccione politico all’anima tecnocratica e da base parlamentare a un nuovo potere presidenziale –cui, fra l’altro, verrà presto a mancare un attore determinante quale Napolitano, forte del consenso popolare e dominus del Pd.

Gli ostacoli, inoltre, che si frappongono alla riforma dall’alto o rivoluzione passiva che dir si voglia, sono due e di non poco conto.
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Elisabetta Teghil: Goethe non serve più

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Goethe non serve più

Elisabetta Teghil


Il governo Monti, prima ancora di prendere qualsiasi decisione, ha ottenuto due effetti positivi.

Il primo è che si può parlare di “Trilaterale”, parola tabù che nessuno/a pronunciava , anche perché aveva un peccato originale, quello che , per prime, ne avevano parlato le Brigate Rosse nei loro documenti.

Il secondo effetto positivo è che si può parlare del gruppo Bilderberg, del Think Tank Bruegel, del Council on Foreign Relations- CFR- e del panfilo Britannia senza che chi lo fa sia subito etichettato, e perciò emarginato, come complottista.

E’ inutile , qui, elencare quello che farà il governo in carica, perché lo sappiamo tutti.

E’ inutile ricordare che saranno prese decisioni molto dolorose per i cittadini/e italiani/e.

Invece, vale la pena di sottolineare che saranno presi provvedimenti simili a quelli attuati in Grecia ed, altresì, che saranno portate a compimento le iniziative già prese con gli esecutivi a guida PD, compresa la svendita delle imprese e dei beni pubblici ai privati, eufemismo per dire alle multinazionali.

Ed ancora, la riforma, mai parola fu tanto stravolta nel suo significato, dei servizi pubblici, anche questi privatizzati con conseguente definitivo affossamento dello stato sociale.

Necessari tasselli del mosaico, il lavoro precario, normale e normato, la precarizzazione di massa, l’allargamento della platea dei poveri e delle fasce di cittadini in condizioni disperate.

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Mario Agostinelli: Cosa unifica i movimenti

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Cosa unifica i movimenti*

di Mario Agostinelli

Premessa

In un articolo di Martedì 1 Novembre su Repubblica – sotto l’occhiello impegnativo di “Mercati & democrazia”- Ulrich Beck avanza una tesi scioccante, fin qui esorcizzata dagli estensori delle “istruzioni tecniche” che dovrebbero costringere il renitente 99%  a condividere le medicine amare dell’1%  che beneficia del trionfo del pensiero unico. Eppure, per certi versi, le previsioni del sociologo tedesco avrebbero dovuto sollevare, se non il panico dell’annuncio del referendum greco, almeno l’apprensione dei devoti della Bce. Beck sostiene che un caldo autunno del Nord del mondo – dall’America, all’Inghilterra, al Canada, all’Italia, alla Germania e al Giappone – sul modello della primavera araba potrebbe distruggere addirittura il credo di un sistema, quello che fino a non molto tempo fa veniva chiamato “libera economia di mercato” e che ora comincia a venir sottoposto a critica radicale come “capitalismo”. Sta forse esagerando o, comunque, scambiando troppo ottimisticamente l’uragano della crisi finanziaria per un’occasione che spinge alla discontinuità con il sostegno di moti democratici fino ad ieri impensabili? Non credo: anzi, gli eventi di questo 2011, compreso a livello nazionale lo spegnersi del sogno berlusconiano e il consolidarsi del concetto unificante di bene comune, stanno a dimostrare la giustezza dell’intuizione che attraversa l’intero editoriale  del quotidiano: un allarme insistito per la divaricazione drammatica tra immobilismo della politica e attese della società.

E’ il centro della società, che si ritrova esclusa per il 99%, che protesta nelle piazze o, perlomeno, empatizza in una sorta di comunità di destino, che si fa esperienza condivisa con il precipitare della crisi.
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CAU: “Ce la faremo”. Note sul governo Monti e la partita dei prossimi mesi

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“Ce la faremo”. Note sul governo Monti e la partita dei prossimi mesi

CAU - Napoli

ll mister Monti ha parlato per la prima volta alla Camera venerdì scorso: “il nostro è un compito già quasi impossibile, ma ci riusciremo”.

Come ogni buon allenatore ha galvanizzato con un po’ di rischio spettatori e giocatori, poi, per fugare ogni dubbio su chi riuscirà nella sfida, ha aggiunto: prenderemo “nel breve periodo, decisioni non facili, non gradevoli verso i nostri concittadini”.

Quali sarebbero queste decisioni Monti lo aveva chiarito il giorno prima al Senato, parlando di rigore, di sacrifici, di attuazione severa delle manovre, di riforma dei contratti e degli ammortizzatori sociali… Così, ecco apparire lampante la partita dei prossimi mesi e le squadre che si fronteggeranno: da un lato un governo espressione della frazione di capitale più grande e della parte della borghesia più “europea”, sostenuto da tutte o quasi le forze politiche; dall’altro la stragrande maggioranza della popolazione, studenti, lavoratori, disoccupati, subalterni e “ceti medi” impoveriti, a cui il nuovo Governo dice: per uscire da questa crisi vi estorceremo denaro e diritti ma sarà per il vostro bene. E ce la faremo!  

Ce la faranno? Be’, a sentire il plauso unanime della curva mediatica, soprattutto quella “sinistra”, a vedere l’assenza di qualsiasi opposizione, la stanchezza e la devastazione sociale che c’è intorno a noi, la mancanza di schemi e progetti credibili, la pochezza sia quantitativa che qualitativa della mobilitazione, ci sarebbe da pensare che sì, purtroppo ce la faranno anche stavolta. E quest’altro match se lo aggiudicheranno loro, a tavolino.

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Mario Pezzella: Dopo il Carnevale, la Quaresima

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Dopo il Carnevale, la Quaresima

di Mario Pezzella

Rispondo con ritardo e con qualche osservazione alla lettera di Anna Pizzo, dopo aver letto anche le considerazioni più recenti di Pierluigi Sullo e Marco Revelli.

Quando una democrazia finisce o rischia di finire, anche se si tratta di quella democrazia spettacolare, svuotata, che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, trovo che ci sia poco da festeggiare e che sia normale una grande tristezza: perché nelle più oscene caricature della democrazia è pur sempre presente almeno un ricordo della sua origine, della sua richiesta di diritti e di uguaglianza, un immaginario non del tutto riducibile alla sua figura attuale. Era vero per la Repubblica di Weimar ed è vero per l’Italia e per la Grecia oggi. Non viviamo solo una crisi della politica, ma una catastrofe dell’immaginario politico che ci ha accompagnato nel corso della nostra vita.

Secondo Hegel, un regime politico in declino può mantenere intatta la sua facciata per un tempo relativamente lungo, anche se è roso internamente da una contraddizione non risolvibile; l’apparenza del suo potere resiste al vuoto che internamente si propaga sempre di più, finché – oltre una certa sogli a- basta un leggero colpo di dito e tutto l’edificio crolla al suolo in pochissimo tempo.

Alcuni anni fa, nella “Carta della democrazia insorgente”, riprendendo un’idea di Guy Debord, scrivemmo che il regime politico democratico parlamentare sopravviveva solo più come uno spettacolo e una messa in scena, mentre i veri luoghi di potere e di decisione si spostavano in organismi paralleli, ufficiosi, segreti. Questo declino della democrazia ha preso inizio all’inizio degli anni ottanta del Novecento ed è ora giunto al suo termine. Di segretezza e di associazioni nascoste non c’è più bisogno.

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Come evitare il suicidio dell'Europa*

di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski**

La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.

Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.

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