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Giancarlo Lutero: Una crisi annunciata

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UNA CRISI ANNUNCIATA

Italia: va tutto bene .... siamo rovinati

Giancarlo Lutero

   
C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus.
Vi si trova un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo.Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, e le ali distese.
L'angelo della storia deve avere questo aspetto.
Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.
Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che sì è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle.
Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui al cielo.
Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
[Walter Benjamin, Angelus Novus, Tesi di filosofia della storia]

L'angelo della storia
di Benjamin, con il suo accumulo rovinoso di macerie e morti, si presta assai bene come suggestiva metafora della condizione attuale della dinamica del processo di riproduzione capitalistica nella provincia italiana dell'impero del capita­le transnazionale, così come risulta anche dai dati ufficiali rilasciati dalle istituzioni sta­tali. Un dettagliato resoconto ci è offerto dal Rapporto Annuale - La situazione del pae­se nel 2009 (scaricabile da http://www.istat.it/dati/catalogo) redatto con gran spiega­mento di forze ogni anno dall'Istituto Nazionale di Statistica. Sfogliando le pagine del volume, scansando l'inevitabile pastone di insensatezze apologetiche e deformazioni statisticamente "corrette", abbiamo estratto quelle che ci sembrano le indicazioni più in­teressanti per un'analisi oggettiva e materialista. Incredibilmente, la prima cosa che sal­ta all'occhio visionando l'indice della pubblicazione è che il titolo di ognuno dei quattro capitoli presenta il termine "crisi". La singolarità dell'evento è da ascriversi alla nota logica conservativa ed autocensoria che vige negli enti di ricerca pubblici ed in partico­lare nei luoghi in cui si producono le statistiche ufficiali. Sembra che gli artefici del controllo sociale abbiano deciso di adottare altre strategie, sacrificando la valanga di di­sinformazione e di mistificazioni che riversano sui lavoratori con il grande vantaggio offerto dall'aver trovato il grande "capro espiatorio", ovvero la crisi, questa anodina sciagura, un moloch "arcano", che di volta in volta, viene occultato o superficialmente attribuito al pessimismo degli operatori, grandi consumatori di polvere bianca (come af­fermò Silvio Garattini qualche mese addietro nel pieno della visibilità dell'emergenza sociale), all'immoralità dei grandi banchieri, insomma all'avido imbroglio di manigoldi in doppio petto ed al miraggio dei facili guadagni, o in maniera confusa al ridimensio­namento dei profitti, o peggio ancora, al sottoconsumo causato da salari troppo bassi e da una domanda pagante insufficiente. Gli estensori del "rapporto", da bravi tecnici di­spensatori di soluzioni per i principi di turno, non si sottraggono a questa logica della volgarità "scientifica", ovviamente scambiando le cause con gli effetti, le manifestazioni fenomeniche con i fattori scatenanti, fedeli al principio scolastico del post hoc ergo propter hoc, attribuendo le crisi capitalistiche dapprima alle turbolenze finanziarie ed ai salvataggi bancari operati dai governi, poi alle bolle immobiliari ed alle relative specu­lazioni, oppure alla scricchiolante finanza pubblica ed infine alle tensioni inflazionisti­che sui prezzi delle materie prime più importanti (petrolio) [vedi sez. 1.2.2].

Vediamo nel dettaglio alcune delle cifre riguardanti i principali indicatori, raffron­tandoli altresì con quelli di altri paesi dell'area Ue, sottolineando che la confrontabilità è assicurata in linea di massima dal rispetto di standard fissati dai grandi organismi so-vranazionalì (Fmi,Ocse, Eurostat), ma che ciò non ci cautela da frodi più o meno palesi (il recente caso dei conti pubblici greci è esemplificativo da questo punto di vista).


Prodotto interno lordo.
Il Pil mondiale nel 2009 è diminuito dello 0,6% a parità di potere d'acquisto e del 2% se misurato ai tassi di cambio di mercato. Nell'economia reale, la crisi si è concentrata sul settore manifatturiero e sul commercio internazionale: produzione industriale e interscambio si sono contratti rispettivamente dell'8,2% e del 10,6% per cento. L'impatto della crisi è stato molto diverso tra aree geo-economiche. Tra le economie emergenti, Cina e India sono state toccate solo marginalmente, mentre in Russia il Pil è caduto del 9%, per il calo delle entrate dai prodotti energetici. Tra le economie avanzate, la recessione è stata contenuta negli Stati Uniti (-2,4% nel 2009 e +2,8% previsto dalla Commissione Europea per il 2010), e più profonda nell'Uem (-4,1% e +0,9%). Tra le maggiori economie europee, l'Italia ha registrato, nel biennio 2008-2009, la flessione del Pil più accentuata, pari al 6,3%, contro il 3,8% della Germa­nia, il 3,5% della media Uem e l'1,7% della Francia. Sommando questo risultato al­l'espansione modesta degli anni precedenti, per l'intero periodo 2001-2009 l'Italia è, in assoluto, il paese dell'Ue la cui economia è cresciuta meno: appena l'1,4%, contro il 10% dell'Uem e il 12,1% dell'Ue. En passant, diciamo che siamo "decresciuti" abba­stanza.


Lavoro e redditi.
Nel 2009 l'occupazione (calcolata come numero di addetti) è ca­duta dell'1,7% nell'insieme dell'Ue; in Italia, Francia e Regno Unito la perdita di posti di lavoro è stata pari a 1,6%, 0,8% e 1,5% rispettivamente. In Italia e Germania, dove l'impatto sull'attività manifatturiera è stato più rilevante, la contrazione degli occupati è stata mitigata dal ricorso agli ammortizzatori sociali (la Cig) e dalla compressione delle ore lavorate. Ciò si riflette in una sensibile differenza tra l'andamento, meno sfavorevo­le, degli occupati (rilevato attraverso le forze di lavoro) e quello, più negativo, del lavo­ro misurato in termini di unità di lavoro annuali equivalenti (Ula) nell'ambito dei conti nazionali. Una precisazione è d'obbligo: in Italia ci sono due statistiche ufficiali prodot­te sul lavoro, quella campionaria delle forze di lavoro (che è la definizione di popola­zione attiva fra i 15 ed i 64 anni, non il fondamentale concetto marxiano di forza-lavoro!), effettuata presso le famiglie, che viene sostanzialmente utilizzata per la stima del tasso di disoccupazione, il quale se non è affiancato dal tasso di inattività (che ci di­ce quante persone non cercano più lavoro, non studiano, non fanno più formazione, li chiamano "lavoratori scoraggiati", e sono nettamente in crescita), non ci dice molto sul­la reale condizione del lavoro salariato; poi c'è l'occupazione stimata presso la contabi­lità nazionale (la quale adotta anche la stima delle forze di lavoro come indicatore, inte­grando molteplici fonti), in quanto il lavoro è considerato ancora essenziale (esaustivo) per la stima della produzione e di conseguenza per il valore aggiunto.

Quindi l'occupazione complessiva, misurata dalla contabilità nazionale in termini di unità di lavoro annuali equivalenti (Ula), cioè occupazione a tempo pieno regolare ed ir­regolare, ha iniziato a ridursi a partire dalla seconda metà del 2008, segnando poi un ca­lo continuo e relativamente costante lungo tutto l'arco del 2009, con una media d'anno del -0,4% nel 2008 e del -2,6% nel 2009; in termini cumulati il livello di occupazione è sceso di circa un milione di unità tra l'inizio del 2008 e la fine del 2009. La discesa dell'attività produttiva si è accompagnata già nella parte centrale del 2008 a un calo del monte ore lavorate complessivo, che costituisce la misura più adeguata, anche se imper­fetta, della forza-lavoro sfruttata nel processo complessivo di accumulazione (lavoro produttivo ed improduttivo). In particolare, il monte ore complessivo è sceso meno del Pil (nel secondo trimestre del 2009 i rispettivi tassi di variazione tendenziali sono stati pari a -6,1% e -2,9%). Tuttavia, nella seconda metà del 2009, a fronte di una lieve risali­ta dell'attività, il monte ore ha continuato a scendere, segnando una riduzione del 3,7% nella media dell'anno. Una parte rilevante della riduzione del monte ore è stata ammor­tizzata dalle imprese tramite l'esplosione del ricorso alla cig la quale essendo finanziata con la fiscalità generale (passando per il bilancio dell'Inps), viene di fatto scaricata sui stessi lavoratori o sul debito pubblico, stante la cronica e strutturale evasione fiscale ita­liana (sia diretta che contributiva), nodo centrale nella fondamentale gestione del con­senso della numerosa piccola e media borghesia, vera e propria anomalia della società italiana ed indicatore dell'arretratezza e dell'arresto del suo progresso storico. In Italia, la produttività oraria del lavoro ha segnato il passo durante il periodo di espansione e, nel biennio 2008-2009, si è contratta del 2,9%, collocandosi quasi due punti percentuali sotto il livello del 2000, contro un aumento di 8,7 punti in Germania, 10,4 in Francia, 11,8 in Spagna e 12,8 nel Regno Unito.

In termini nominali, nel 2009 il reddito disponibile delle famiglie in Italia è caduto del 2,8%, mentre in tutti gli altri grandi paesi europei ha mantenuto una dinamica posi­tiva: 1,8% in Francia, 3,8% nel Regno Unito e 0,4% in Germania. In Spagna, dove la crescita tra 2000 e 2008 era stata eccezionale (circa il 70%), nel 2009 il reddito è au­mentato in termini nominali dell'1,3%. Nel 2009 la caduta del reddito si è tradotta, in Italia, in una diminuzione della spesa (a prezzi correnti) per consumi finali dell'1,9%, simile a quella del Regno Unito, ma nettamente inferiore alla caduta verificatasi in Spa­gna (-5,5%). In Germania e Francia, invece, la spesa è aumentata leggermente (0,4% e 0,6%, rispettivamente). E i profitti delle imprese? In Italia, il tasso di profitto delle so­cietà non finanziarie, ovvero delle imprese industriali (calcolato come rapporto tra il ri­sultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo a prezzi base), pur rimanendo sempre superiore alla media dell'area Ue/Uem, nel 2009 è sceso al 40,3% dal 42,1% del 2008. Il tasso di profitto è diminuito anche in Francia (-0,8% rispetto al 2008), nel Regno Unito (-1,8%, come in Italia) e in Germania (-2,6 punti), senza però mostrare segnali di ri­presa in chiusura d'anno. In tutte le maggiori economie europee, gli investimenti delle società non finanziarie hanno subito una pesante contrazione dalla seconda parte del 2008 e, in Francia, dal primo trimestre del 2009. Nel complesso del 2009, a fronte di una caduta del valore aggiunto del 5,4%, in Italia la diminuzione degli investimenti è stata del 15,3%, contro -22,9% in Germania, -22,2% in Spagna, -16,2% nel Regno Uni­to e -7,6% in Francia, un'ecatombe. Allora ci si chiede, dove sono finiti questi profitti? Leggendo il seguito lo si potrà intuire.


Finanza pubblica.
L'impatto della crisi sulle finanze pubbliche delle economie avan­zate, già evidenti nel 2008, si sono manifestati appieno nel 2009, provocando in generale una riduzione delle entrate, un aumento delle spese e un peggioramento dei saldi e delle dinamiche dei conti pubblici. In Italia, il conto economico consolidato delle amministra­zioni pubbliche, nella versione provvisoria relativa all'anno 2009, mostra un peggiora­mento dell'incidenza dell'indebitamento netto sul Pil, quasi raddoppiata rispetto all'anno precedente (si è passati dal 2,7% al 5,3%). In valore assoluto, l'indebitamento risulta pari a 80.800 mln €, maggiore di 38.225 mln € rispetto al 2008. Nel 2009 il rapporto tra l'indebitamento netto e il Pil dell'Italia è inferiore di un punto percentuale rispetto alla media dei paesi dell'Eurozona (-6,3%) e di 1,5 punti percentuali rispetto al totale di quelli dell'Unione Europea (Ue) (-6,8%). Per la prima volta tutti i paesi presentano un disavanzo di bilancio: nell'Eurozona, i paesi con l'indebitamento più alto sono l'Irlanda (-14,3%), la Grecia (-13,6%), la Spagna (-11,2%) e il Portogallo (-9,4%); nell'insieme dell'Ue si se­gnalano il Regno Unito (-11,5%), la Lettonia (-9,0%), la Lituania (-8,9%) e la Romania (-8,3%). I paesi con l'indebitamento più basso sono la Svezia (-0,5%) e il Lussemburgo (-0,7%). Nel 2009, per la prima volta dal 1991, il saldo primario (cioè l'indebitamento al netto della spesa per interessi sul debito sottoscritto) italiano è risultato negativo (-0,6% del Pil), in calo di 3,1 punti percentuali rispetto al 2008. Grazie alla riduzione dei tassi d'interesse, è diminuita anche l'incidenza degli interessi passivi sul Pil, pari al 4,7% (5,2% nel 2008). Anche il saldo delle partite correnti è stato negativo: il disavanzo è pari a 31.129 mln €, con un peggioramento rispetto all'anno precedente di 43.216 mln €. In rap­porto al Pil il saldo è sceso attestandosi al -2,0%, per effetto della dinamica della crescita delle uscite correnti (2,3%) e del calo delle entrate correnti (-3,6%).
In Italia, l'entità della caduta del Pil e i livelli elevati del rapporto debito/Pil e degli oneri per il servizio del debito hanno determinato, nonostante il valore contenuto del de­ficit primario, una crescita del debito pubblico in rapporto al Pil dal 106,1% al 115,8% (il livello più alto nell'Ue), con un aumento di circa 10 punti percentuali come in Fran­cia, meno dei 13 punti della Spagna, ma sopra i 7,2 della Germania. Chi sono i detento­ri, i quali di conseguenza assumono il ruolo di creditori, del debito pubblico emesso dal­lo stato italiano? L'unico dato disponibile, tra l'altro ad un livello di dettaglio poco in­formativo, si può desumere da Bankitalia [Supplemento sugli indicatori monetari e fi­nanziari del Bollettino statistico n. 35): all'anno 2009 il 25% del debito delle Pa (com­presi gli enti locali) sta in mano alle istituzioni monetarie e finanziarie residenti, il 13% è tenuto da altre istituzioni finanziarie, il 16% è detenuto dalle famiglie (incluse le pic­cole imprese qualificate come imprese produttrici, ovvero quelle fino a 5 addetti), ed in­fine il 43% è posseduto da famiglie ed imprese estere.

Nel 2009 le entrate fiscali sono diminuite dell'1,9%, interrompendo la tendenza alla crescita degli ultimi anni. Tuttavia, a causa della caduta del Pil, l'incidenza su quest'ultimo è risultata pari al 47,2%. La componente di gran lunga più rilevante delle entrate complessive (oltre il 90%) è rappresentata dal prelievo fiscale e parafiscale (en­trate di imposte e contributi sociali). La pressione fiscale è aumentata di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente, giungendo al 43,2% (maggiore del 3,7% rispetto alla media dell'Ue, in progressiva decrescita negli ultimi anni). Tranne le imposte in conto capitale (5 mrd € di evasione rientrata entro i confini con lo scandaloso condono ma­scherato dietro il termine "scudo fiscale"), tutte le altre grandi componenti del prelievo fiscale sono calate: le imposte indirette del 4,2%, dopo essere diminuite già del 4,9% nel 2008, le imposte dirette del 7,1% e i contributi sociali effettivi dello 0,5%. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette risente delle significative diminuzioni del gettito dell'Iva (-6,7%) e dell'Irap (-13,0%).


Investimenti.
Nel 2009, gli investimenti fissi lordi (ovvero la variazione in valore monetario della dotazione di capitale fisso, lavoro vivo oggettivato negli strumenti di produzione materiali ed immateriali, insomma nella forza produttiva sociale) hanno re­gistrato una diminuzione del 12,1% in termini reali, accentuando la fase di contrazione iniziata nel 2008 (-4,0%), La diminuzione della spesa in beni capitali nel 2008 e nel 2009 ha interessato tutti i settori dell'economia, ma la caduta è stata particolarmente ac­centuata nel settore industriale dove sono diminuiti del 14,9% rispetto all'anno prece­dente, dopo un calo del 4,1% nel 2008 (+4,9% nel 2007). La crescita dello stock di capi­tale netto in termini reali registra una brusca frenata, attestandosi allo 0,5% rispetto al­l'1,3% del 2008 e all'1,7% del 2007. Il dato veramente preoccupante è quello riguar­dante quegli investimenti strategici per le attività ad alto valore aggiunto, la spesa per le tecnologie informatiche (information technology): la spesa per investimenti in tali pro­dotti registra una diminuzione dell'8,1% in termini reali, accentuando la dinamica nega­tiva già evidenziata nel 2008 con una variazione del -8,9%, e si distribuisce su tutti i comparti dell'economia con un -8,9% nell'industria (-4,9% nel 2008), -7,9% nei servizi (-4,4 % nel 2008) e -13,5% nell'agricoltura (0,6 % nel 2008).

Non occorre una profonda analisi per comprendere che la scarsità di investimenti in ricerca e sviluppo (r&s), mirati alla conoscenza sperimentale ed alle sue applicazioni tecnico-operative, si traduce in una specializzazione in comparti a basso valore aggiunto (leggasi plusvalore), in una minor capacità d'innovazione e nell'uso meno intensivo ed efficiente delle tecnologie disponibili (leggasi minore capacità di estrazione di plusvalo­re e di sfruttamento). In particolare, la spesa complessiva in r&s, stimata per il 2008 nell'1,2% del Pil, presenta un valore uguale a quello raggiunto alla metà degli anni Ot­tanta, sensibilmente lontano dalla media europea (circa 1,9%) e ancora di più dal 3% fissato come obiettivo per il 2010 dal Consiglio europeo di Lisbona. Il divario con il va­lore medio europeo è ancora più evidente per l'indicatore relativo alla spesa in r&s in­terna alle imprese (solo lo 0,6% del Pil rispetto a una media europea dell'1,2%) e per quello relativo al fatturato del commercio elettronico (indicatore del peso della "rete" come canale di vendita e quindi della fluidità e dei costi della circolazione delle merci), il cui valore è circa un quinto del valore medio europeo (0,9% contro 4,2%).
    

Esportazioni.
Nell'ultimo decennio la crescente concorrenza internazionale ha mes­so a dura prova il capitale a base italiana investito nelle imprese esportatrici. Infatti, tra il 2000 e il 2007 le imprese esportatrici manifatturiere sono diminuite del 2,3% (poco meno di 2.300 unità). Le maggiori diminuzioni, a rigor di logica capitalistica, si sono verificate per le microimprese (con meno di 10 addetti) e purtroppo anche per le grandi imprese (con 250 e più addetti), con flessioni in entrambi i casi intorno al 4%. Il contri­buto all'export delle diverse classi dimensionali registra flessioni tendenziali per micro e piccole imprese (rispettivamente 1,3% e 2,5% tra il 2000 e il 2007), mentre le imprese di medie e grandi dimensioni hanno visto incrementare la loro quota (1,1% e 2,7% ri­spettivamente), con un aumento tendenziale del peso relativo delle grandi imprese sui flussi totali di esportazioni manifatturiere. Nell'ultimo biennio, la crisi da sovrapprodu­zione riguardante il commercio mondiale ha coinvolto tutte le principali economie, con un impatto rilevante per paesi, come l'Italia, che sono a forte vocazione manifatturiera e con una propensione all'export.

Il calo delle esportazioni del nostro paese è stato più intenso rispetto ai principali pa­esi europei: le esportazioni italiane sono diminuite in valore, tra il 2007 e il 2009, del 20,5% a fronte di una riduzione del 16,9% registrata per il complesso dei quattro princi­pali paesi dell'Uem (Germania, Francia, Italia e Spagna). L'andamento della quota di export italiana sul totale delle esportazioni dei paesi Ue palesa una perdita di competiti­vità nei confronti delle maggiori economie europee nella fase critica della caduta delle esportazioni. Nel 2008 l'Italia mostrava una specializzazione relativa concentrata in set­tori a forte competitività di prezzo, caratterizzati da una crescita degli scambi in valore inferiore alla media del commercio mondiale. Peraltro è proprio in questo contesto che si sono perse quote rilevanti di mercato a causa dell'accelerazione della concorrenza delle tigri asiatiche.

Nello specifico, nel 2008, in riferimento al complesso delle esportazioni di un signi­ficativo numero di paesi, l'Italia deteneva una quota di mercato pari al 15,2% per cento negli articoli in pelle, all'1,5% nei mobili, all'8,8% nelle bevande, all'8,6% negli arti­coli di abbigliamento, all'8,5% negli altri prodotti della lavorazione di minerali non me­talliferi, al 7,6% nei macchinari e attrezzature e al 6,8% nei prodotti in metallo. Se si prendono in considerazione sia la variazione delle esportazioni mondiali settoriali, sia la quota italiana in questi settori e il loro peso all'interno del commercio mondiale, emerge chiaramente che le tendenze del mercato mondiale hanno spiazzato i più importanti comparti del made in ltaly indirizzandosi verso quei settori ad alto valore aggiunto nei quali la quota di mercato dell'Italia è cronicamente bassa.


Dimensione e risultati d'impresa.
Nel 2007, ultimo anno per il quale si hanno con­fronti europei omogenei, in Italia c'erano circa di 510 mila imprese manifatturiere, mol­te più che negli altri paesi europei, in ragione della presenza rilevante di microimprese (1-9 addetti), vero brand squalificante, a dispetto dell'ideologia stupidamente consolato­ria, piccolo borghese e bottegaia dei distretti industriali e del "piccolo è bello", della struttura produttiva italiana. In Italia questo segmento comprende poco meno di 430 mi­la imprese (Francia 212 mila, Spagna 173 mila, Germania 118 mila). Il più alto numero di imprese in Italia interessa anche i diversi segmenti delle piccole e medie imprese: per le prime si rileva una presenza nettamente più consistente rispetto agli altri paesi (76 mila unità contro le 58 mila della Germania, le 40 mila della Spagna e le 33 mila della Francia). Anche per il segmento delle medie imprese l'Italia si conferma ai primi posti, con poco più di 10 mila unità, seconda solo alla Germania (circa 17 mila).

Veniamo alla nota dolente, paradigmatica dell'arretratezza della struttura capitalisti­ca a base italiana: le grandi imprese (più di 100 addetti) sono solo 1.400, molto meno che in Germania (4 mila) e in Francia (2 mila). Questa struttura dimensionale si riflette su quella dell'occupazione che vede, in Italia, concentrarsi nelle microimprese oltre un quarto degli addetti manifatturieri (circa 1,2 mln), mentre nella media Ue la quota di addetti assorbita dalle microimprese è del 13,9%. D'altra parte, il peso occupazionale delle grandi imprese è, in Italia, pari al 22%, poco più della metà di quello medio Ue (40,6%), assai inferiore a quello di Germania (53,2%) e Francia (46,3%), e ben al di sot­to di quello della Spagna (26%). Diamo uno sguardo agli indicatori di performance: il rapporto tra valore aggiunto e fatturato era pari, nel 2007, al 31,9% nelle microimprese, al 26,3% nelle piccole, al 23,0% nelle medie e al 19,3% nelle unità di maggiore dimen­sione. Al nanismo dimensionale si aggiunge una forte polarizzazione nella specializza­zione produttiva e commerciale dell'industria manifatturiera, con una prevalenza dei settori "tradizionali" delle industrie, del sistema persona-casa e di quelle metalmeccani­che, ovvero di tutte quelle produzioni a basso valore aggiunto e a basso ausilio tecnolo­gico che subiscono una concorrenza spietata sul mercato mondiale da parte dei paesi emergenti.

In un tessuto industriale caratterizzato da piccole e micro-imprese individuali (com­presi milioni di professionisti e lavoratori autonomi, retaggio di modi di produzione pre­capitalistici) gli investimenti in r&r sono irrisori. "Nella manifattura, infatti, le imprese " italiane derivano meno del 10% del proprio fatturato da attività innovative, circa la metà della media dell'Ue e con un distacco crescente. Poco più di un terzo delle imprese ma­nifatturiere conduce attività innovative, contro oltre il 70% di quelle tedesche. In quest'ambito, a confronto con le altre maggiori economie, l'Italia precede di poco la Spagna nella manifattura ed è ultima nei servizi ad alto contenuto di conoscenza, con un divario che, però, deriva in gran parte dalla scarsa performance delle imprese più picco­le" [Istat, Rapporto annuale, cit., sez. 4.2.1].

Qualche studioso sembra individuare dove sono i problemi. "L'arretratezza attuale ha un fondamento storico, cui si sommano cause relativamente recenti. Infatti, il sistema delle imprese ha ridotto i propri investimenti in r&s a partire dalla crisi del 1992 e per oltre un decennio, ampliando il divario rispetto alle altre maggiori economie dell'Unio­ne. La minor intensità relativa di ricerca nel sistema produttivo italiano è legata a un modello di specializzazione in settori a bassa tecnologia e con dimensioni medie d'impresa relativamente ridotte; di riflesso, la presenza nei settori a produttività più ele­vata e a maggior intensità di ricerca della manifattura e dei servizi è modesta. Il divario con le altre maggiori economie europee si osserva però anche a parità di settori e classi dimensionali: è, quindi, una caratteristica comportamentale delle imprese italiane, che spesso si traduce nella collocazione in segmenti a minor produttività all'interno delle stesse industrie e, insieme a specializzazione e dimensione, contribuisce a spiegare sia il minor valore aggiunto per addetto delle imprese italiane rispetto a quelle europee, sia, probabilmente, la perdita di terreno in un contesto competitivo fondato in misura cre­scente sul sapere" [per una disamina delle relazioni fra investimenti in r&s, accumulazione e scala di produzione, oltre ai consueti riferimenti marxiani, cfr. anche la Con­traddizione, no. 118, F. Schettino, Fanatici dell'innovazione].

La microdimensione delle imprese italiane va interpretata in relazione ad un model­lo di sviluppo industriale sciaguratamente intrapreso, ma anche opportunisticamente ac­cettato sotto l'incrocio di ricatti politici ed economici di gruppi dominanti anglo­americani (Goldman & Sachs tanto per citarne uno), dalla fazione regressiva e localista della borghesia italiana nelle fasi cruciali della storia recente: tale modello è certamente perdente in un'ottica di concorrenza sul mercato mondiale nel medio e lungo periodo, e i primi ad avere fatto le spese di queste scelte sono stati i lavoratori in termini di disoc­cupazione, cancellazione di tutele e precarietà. Marx, nell'esposizione della legge gene­rale dell'accumulazione capitalistica scrisse: "La lotta della concorrenza viene condotta rendendo più a buon mercato le merci. Il buon mercato delle merci dipende, caeteris paribus, dalla produttività del lavoro, ma questa a sua volta dipende dalla scala della pro­duzione. I capitali più grossi sconfiggono perciò quelli minori. Si ricorderà inoltre che, con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, cresce il volume minimo del capi­tale individuale, necessario per far lavorare un'azienda nelle sue condizioni normali. I capitali minori si affollano perciò in sfere della produzione delle quali la grande indu­stria si sia impadronita fino allora solo in via sporadica o incompleta. La concorrenza infuria qui in proporzione diretta del numero e in proporzione inversa della grandezza dei capitali rivaleggianti. Essa termina sempre con la rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore, in parte scompaiono [...] La cre­sciuta estensione degli stabilimenti industriali costituisce dappertutto il punto di parten­za di una più ampia organizzazione del lavoro complessivo di molti, di uno sviluppo più largo delle loro forze motrici materiali, ossia di una progrediente trasformazione di pro­cessi di produzione isolati e compiuti secondo consuetudini, in processi di produzione combinati socialmente e predisposti scientificamente" [Marx, Il capitale, 1.23].

In Italia questo processo, tranne che per le pochissime grandi imprese pubbliche (Eni, Enel, Finmeccanica, alcune ex municipalizzate ed alcune di quelle che sono state re­galate con le privatizzazioni negli ultimi 20 anni), è stato congelato, cercando altre stra­de per la valorizzazione del capitale come ad esempio l'esternalizzazione della produ­zione, motivata dall'obiettivo di frammentare l'unità di sindacati non ancora totalmente asserviti ad una logica neocorporativa ed in una progressiva erosione della contrattazio­ne collettiva, oppure sul mantenimento dei margini di profitto grazie ad una contrazione relativa della massa salariale (una delle cinque controtendenze alla caduta tendenziale del saggio di profitto indicate da Marx nel terzo volume del Capitale), spinta al suo mi­nimo in tutte e tre le sue componenti diretta, indiretta (tagli alla spesa sociale) e differita (tagli alle pensioni), come sottolineato ogni anno anche dall'Ocse nei suoi studi sull'an­damento dei Salari europei. Un'altra causa del rachitismo delle imprese italiane è da ascriversi alla configurazione proprietaria di tipo familistico, che comporta la proprietà di grandi patrimoni personali non reinvestiti nel processo di accumulazione, perché cana­lizzati verso i consumi di lusso, oppure occultati per sottrarli al fisco, e di conseguenza una insufficiente capitalizzazione d'impresa, causa ed effetto della scarsa liquidità della Borsa valori italiana e del deficitario processo di centralizzazione azionato tramite la formazione di società di capitali di grandi dimensioni. Questa conformazione ci illustra molto bene lo scontro trasversale fra le fazioni reazionarie, il capitale locale e le piccole e medie imprese in gran parte, che sono maggiormente vincolate al finanziamento ban­cario e che presentano una struttura del debito fortemente sbilanciata verso quello a bre­ve, e quelle progressive del grande capitale (salvo rare eccezioni quasi esclusivamente pubblico) a base italiana che invece aspirano ad un'apertura ai mercati esteri e agli inve­stitori istituzionali, ovvero desiderano un capitalismo più efficiente nello sfruttamento del lavoro salariato. Riassumendo il consolidamento di questa struttura dimensionale delle imprese italiane si spiega con una politica industriale miope, vile e stracciona (ad immagine della classe dominante nazionale) che ha puntato le sue fìches su una massa salariale spinta alla sua soglia minima, una flessibilità dell'uso della forza lavoro istitu­zionalizzata, un'evasione fiscale su imposte dirette, indirette e contributiva, diffusa e cronica in tutti i segmenti del sistema. Infine, evento non meno decisivo, ha avuto un grande peso anche la perdita della sovranità monetaria nazionale, che ha garantito per lungo tempo l'uso della leva delle svalutazioni competitive, strumento molto utilizzato in passato per il sostegno alla componente esportatrice della borghesia italiana.

In conclusione, stiamo assistendo ad una spirale accumulatoria negativa che questa panoramica sui dati ufficiali degli ultimi tre anni attesta essere una funesta realtà da sbattere in faccia agli ottimisti sciocchi, i peggiori ideologi del capitale, gli economisti borghesi: i numeri relativi all'Italia sono sistematicamente peggiori degli altri paesi eu­ropei che pesano, e considerata la difficile e contradditoria situazione politica, specchio anche della crudezza dello scontro di classe in atto, compreso quello interno concernen­te le cricche mafio-catto-massoniche del sempre più disgregato capitale italiano, sembra che dovremo assistere ad un declino economico e ad un imbarbarimento sociale che dif­ficilmente si potranno arrestare.
    
    
    
       

 

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