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Stefano Jorio: La risata che ci seppellirà

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La risata che ci seppellirà

di Stefano Jorio

Quando in agosto l’Unione Europea ha imposto all’Italia di rivedere a tempo di record la propria manovra economica (imposizione che l’Italia ha accettato a tempo di record), da più parti si sono levate proteste contro l’esproprio di sovranità a opera di un organismo internazionale saldamente ancorato ai principi neoliberali. In quelle proteste c’era molto di condivisibile: è vero, gli stati stanno perdendo la sovranità esercitata su mandato dei cittadini. Ed è vero che a livello globale assistiamo a un percorso preoccupantemente inverso: non sono i paesi africani che si vanno affrancando dai dictat politici imposti loro da Banca Mondiale e Fondo Finanziario Internazionale per accedere ai prestiti, sono invece gli stati europei a venire asserviti con richieste sine qua non lesive della loro sovranità.

Quando in settembre le agenzie di rating hanno degradato gli indici di credibilità italiana sui mercati finanziari, una seconda alzata di scudi ha protestato contro l’ingerenza di aziende intese al profitto (e intese al profitto nell’atto stesso di dare i voti in pagella) nella vita delle democrazie e dei loro governi. Anche in questa seconda protesta c’era molto di condivisibile: quello che si prospetta è uno scenario purtroppo sempre meno fantascientifico, nel quale un impero finanziario privato internazionale sarà presto capace di pilotare a proprio vantaggio le decisioni politiche e le scelte individuali. Un progetto “eversivo”, si sarebbe detto una volta, nel quale si prevede (e in parte si è già attuato) che cittadini e cittadine resteranno tali solo nominalmente, mentre nei fatti saranno sudditi.


L’indignazione è stata invece espressa da più parti nei confronti della “risatina” con la quale alcuni giorni fa Merkel e Sarkozy, durante una conferenza stampa a Bruxelles, hanno risposto a una domanda circa le rassicurazioni date da Berlusconi ai partner europei. “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner,” ha dichiarato Berlusconi. Frattini ha commentato (“adirato”, secondo il Corriere della Sera) che Sarkozy ha “un’aspirazione forte di un componente francese del board della Bce e avrebbe forse desiderato Bini-Smaghi rimosso d’autorità. Sa che questo non è possibile e quindi cercare gesti ed espressioni ridicolizzanti del nostro paese non è opportuno [sic].” Casini ha detto che “nessuno è autorizzato a ridicolizzare l’Italia.” Anche queste proteste, per quanto goffe e rodomontesche, sono condivisibili: se non altro perché gesti così poco controllati da parte dei principali leader della UE aprono scenari antieuropei che nessuno si augura, loro per primi.

Però nell’indignazione c’è sempre un’ipocrisia latente: quella di chi finge di non sapere da sempre come stanno le cose. L’indignazione è in questo caso l’ultima spiaggia, tutta verbale, tutta teatrale, tutta cialtronesca, di chi per il resto non ha mai mosso un dito. L’ultima spiaggia di chi vuole chiamarsi fuori dal disastro con un mezzo tanto cheap quanto l’abuso di retorica, sola vera punta di eccellenza del made in Italy. Basterebbe un’analisi del linguaggio della politica per capire quanto siamo borboni nell’era dell’Europa unita, e quanto abusivamente ne facciamo parte: per il rotto della cuffia, culturalmente oltre che economicamente. Tanto da presumere che l’indignazione di Casini susciterà una nuova e più franca risata.

Ora, nonostante la perdita del ritegno da parte di due leader politici che per mestiere e per metodo dovrebbero fare della diplomazia lo strumento principe delle relazioni internazionali apra uno scenario certamente inquietante, si può immaginare che in Italia le persone continueranno a fare la vita di sempre: incontrarsi nei bar, bere e mangiare, ridere, andare al cinema e allo stadio, insultare il governo ladro. Alcuni faranno manifestazioni, altri se ne fregheranno. E nel complesso avranno ragione a fare la vita sempre: perché è così che hanno sempre vissuto e percepito il proprio paese. Quello che agli occhi del Nord Europa è uno stato di emergenza divenuto comune e dunque non rinviabile (prima era soltanto italiano, era uno “stato abituale di emergenza”, e ce lo lasciavano volentieri con un’alzata di spalle), agli occhi degli italiani e delle italiane è lo sfascio economico e morale di sempre, quello che sovrasta tutti ma al quale (con la rete della famiglia, degli amici, delle raccomandazioni, della mano che lava l’altra) in un modo o nell’altro si è sempre riusciti a sopravvivere. Si è riusciti a restare a galla.

Qual è l’emergenza italiana eterna ma non più rinviabile? Non è Berlusconi. Il tanto deprecato Berlusconi (tetro fantasma in patria, buffone “tipicamente italiano” all’estero, dove gli espatriati vengono crescentemente trattati con paternalistica condiscendenza – ancora una perdita del ritegno) ha soltanto portato a perfezione aziendale quanto con diversa filosofia, lumacona e nascosta, la Dc aveva sempre fatto funzionare come baraccone osceno del potere. L’abituale stato di emergenza italiano è quello di un’evasione fiscale e di una corruzione che divorano le risorse del paese e di fronte alle quali la politica fa finta di niente, come non esistessero. Corruzione non significa solo che i lavori pubblici costano milioni di euro di più, significa anche che valgono meno e vanno rifatti dopo venti anziché settanta anni (il solo paese europeo con livelli di corruzione superiori a quelli italiani era la Grecia). L’abituale stato di emergenza è quello della mafia, percepita dalla politica e dai media alla stregua di un vecchio nonno rompicoglioni che però è lì da sempre, per cui si aspetta che muoia. Ma da solo non muore, inutile dirlo. L’abituale stato di emergenza è quello di una ingiustizia sociale spaventosa per la quale in Italia ci sono i redditi più bassi e gli affitti più alti d’Europa, uno stato sociale inesistente, una classe dirigente borbonica, pre-rivoluzione francese, una gestione del potere che con reciproco vantaggio di tutti deroga dalle regole per creare aree immense di clientelismo: cosa che riduce i cittadini a sudditi, perché toglie loro i diritti e i sottopone – con il loro stesso consenso – all’arbitrio. E su questo – al contrario di quanto mostra di credere Berlusconi – alcuni paesi sono in grado di dare lezioni all’Italia.

Un sistema come quello italiano si regge finché è un sistema chiuso: uno smottamento oggi, un piccolo crollo domani, le pietre si assestano le une sulle altre in un equilibrio che sarà precario ma regge: non è più un edificio, ma non è ancora raso al suolo. Gli impiegati in sovrannumero delle amministrazioni pubbliche lavorano poco e rubano lo stipendio, ma (come in Africa) mantengono i sempre più numerosi parenti disoccupati. I giovani ricercatori lavorano gratis, ma sperano di “vincere” prima o poi un dottorato di ricerca grazie a un concorso pubblico truccato dai loro professori (quegli stessi che poi scrivono editoriali di denuncia del disastro italiano). I trasportatori corrotti del ministero degli esteri presentano all’amministrazione preventivi falsi, più bassi del loro, preparati dai trasportatori in teoria loro concorrenti: il mutuo soccorso si sostituisce alla competizione e il ministero paga cifre molto più alte, però è la somma che il ministero stesso ha risparmiato sfruttando i dipendenti bravi che fanno regolarmente ore di straordinari non pagate. E a loro volta i dipendenti sfruttati si risarciscono di tanto in tanto perché si sentono in diritto di portare a casa materiale di cancelleria dell’ufficio e perché riescono a negoziare meglio le ferie con il capoufficio (di solito le ferie vengono gentilmente concesse, come fossero un favore e non un diritto contrattuale).

Quando però questo sistema chiuso cozza con altri sistemi economicamente più forti e socialmente meglio organizzati (oltre che meglio disciplinati), non regge al confronto. E non regge per questioni di decoro ancor prima che per questioni politiche: perché la Ue non sta cercando di imporre all’Italia regole estranee, sta osservando che l’Italia devia sistematicamente dalle proprie. Perché Merkel e Sarkozy non ridono del paventato “baratro” che si sta aprendo di fronte all’Italia (loro per primi non ci trovano niente da ridere), ridono di chi ha la casa in fiamme e continua a fare finta di niente: con una pratica che dall’indifferenza simbolicamente criminale dei vertici politici si traduce nell’indifferenza concretamente criminale della “base” (si vedano i sindaci del Nord Italia che per tutelare il made in Italy meditano di vietare la vendita del kebab nei centri cittadini. Purtroppo il made in Italy non ha nessun bisogno degli altri, si danneggia benissimo da solo).

La sola risposta non ridicola sarebbe quella che Berlusconi, Frattini e Casini non sono in grado di dare, perché si trova al di fuori non solo del loro orizzonte culturale e politico, ma anche delle loro risorse personali: sarebbe un programma di riforme proposte da un leader politico credibile, nel quale la popolazione abbia fiducia. La democrazia si fonda su un patto: nessuno, senza fidarsi, smetterà il travaglio usato della corruzione piccola e grande, dell’evasione fiscale su scala familiare o aziendale. Solo che la fiducia è persa da tempo. In meno di settanta anni la democrazia è riuscita a farsi riconoscere come una fregatura inaffidabile. E ci vorranno decenni a ricostituirla, ammesso che per allora sarà ancora lì. A fronte della catastrofe italiana delle finanze, dell’economia, della politica e del patto sociale non è la risata di Sarkozy a stupire, è il fatto che ci si limiti a quella. Si ride se a fare finta di niente è uno sconosciuto cui sta bruciando la casa dall’altra parte del mondo. Se invece sta bruciando la casa di un dirimpettaio ci si spaventa e ci si incazza. E si irrompe in casa sua per spegnere l’incendio.

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