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Augusto Illuminati: Fase due

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Fase due

di Augusto Illuminati

Il 2012 entrante – calendarizzando al modo di DFW potremmo chiamarlo l’anno di S. Egidio e S. Paolo – coglie i solerti bocconiani in piena attività, piuttosto indifferenti agli schieramenti parlamentari e all’affannoso pressing della società civile, attenti invece alla logica delle istituzioni europee e delle banche. Peccato che sia una logica scombinata e inefficace, il cui unico esito concreto e tutt’altro che trascurabile consiste nell’aver tramortito e sgonfiato le due grandi coalizioni del defunto e presunto bipolarismo, senza aver intaccato i sintomi e ancor meno le radici di una crisi che è di natura ben superiore alla scena nazionale. Allo stesso tempo stampa e opinione pubblica sono stati dirottati dal gossip sessuale berlusconiano all’altalena degli spread, cambiando solo il contenuto dell’infinite jest con cui distrarre l’attenzione dalle manifestazioni sociali della crisi e attenuarne le resistenze per dispersione.

Dell’incipiente trasformazione costituzionale che l’esperienza del governo tecnico sta avviando, sotto il mantello di re Giorgio e con l’accompagnamento del piffero di Scalfari, abbiamo già scritto. Anche se la crisi uscisse fuori controllo, la distruzione della Seconda Repubblica (o sedicente tale) è ormai compiuta, mentre per l’instaurazione della Terza occorrono ancora un paio di condizioni. La prima, che non dipende da Napolitano e Monti e neppure (temo) dalle autorità europee, è che la crisi sia riportata sotto controllo –prospettiva al momento remota–, la seconda che la crisi sia usata per spezzare le ultime resistenze interne al neoliberismo, riorganizzando il mercato del lavoro in modo subalterno ma meno caotico e controproducente (cioè diseconomico e generatore di esplosioni ribellistiche). In questo dovrebbe consistere la Fase Due: ripresa e flessibilità razionalizzata. Mentre però la prima è resa improbabile dalla dilagante recessione europea, frutto della cieca austerità deflazionista del comando finanziario, la seconda resta un obbiettivo praticabile, che avrebbe per primo effetto quello di modificare i rapporti di classe in senso favorevole all’1% (o al 5%) aggravando la recessione per tutti gli altri. Se perfino Monti ha qualche dubbio sui tempi del pareggio di bilancio (lasciando perdere la farsa bi-partisan del suo inserimento in Costituzione, con clausole che in pratica e per fortuna la vanificano) e sul ruolo della Bce, compatto e impavido è invece tutto il governo nell’aggredire il mercato del lavoro e nel foraggiare le banche senza contropartite.

Compatto, appunto, fra cattolici e massoni e, all’interno della svettante componente cattolica, fra benefattori di S. Egidio e banchieri di Intesa-S. Paolo.

Come procede, dopo il trucchetto del simulato ritiro dell’attacco all’art. 18, la manovra sul lavoro? Gli eroi post-moderni, tanto per mantenere la citazione wallaciana, non sono spavaldi e tutti d’un pezzo (stile Reagan o Thatcher), ma sono virtuosi della terza via, del compromesso e dell’amministrazione in una congiuntura imprevedibile, «eroi di reazione», fino al limite della non-azione, «eroi catatonici, al di là della calma, separati da ogni stimolo». Sembra una foto dei professori del governo Monti. Chiaro che fanno sclerare i tipi sanguigni alla Brunetta o La Russa e i bonari sensali di cavalli alla Bersani, per non parlare del ricattabile e tacitato pagliaccio di Arcore, ma ancor di più si avventano, con volto impassibile o lacrime trattenute, su ceti medi declassati, nuovi poveri al lavoro o in quiescenza, residuo proletariato di fabbrica e moltitudine precaria. Disprezzano il ceto politico, pronti peraltro a lasciar loro per mancia qualche odiosa remunerazione, fanno spallucce alle querule richieste confindustriali (come le loro banche riluttano a far credito) e soprattutto disdegnano le pretese concertative dei sindacati, rinunciando perfino alla carta della divisione: perché fare delle concessioni a Cisl e Uil, quando ormai la loro tracotanza scissionista ha indebolito in modo irreversibile l’intero fronte sindacale? Monti, Passera e Fornero stanno al di là delle meschine provocazioni di Sacconi e Marchionne, intendono spazzar via le resistenze organizzate sine ira et studio e quindi evitano di convocare Cisl e Uil nottetempo in luoghi segreti ma chiamano le tre confederazioni una per una, per mostrare che si tratta di innocua consultazione per singoli temi, tanto poi decide da solo il governo.

Per quanto si sa del contenuto, il governo ha adottato la formulazione peggiore del “contratto unico” per i nuovi assunti, quella di Ichino, compensando la possibilità di licenziamento senza reintegro con un’estensione dell’indennità di disoccupazione a bassi livelli (per chi già aveva un lavoro “legale”) e formalizzando la competenza degli accordi aziendali su tutti gli aspetti del rapporto di lavoro –misura ben più grave della cancellazione della giusta causa e avallabile dai sindacati in quanto legittimata dall’accordo del 28 giugno e non solo dal controverso art. 8 della Manovra di agosto. Il vero guaio non risiede solo nella scontata acquiescenza di Cisl e Uil, ma nel fatto che la linea di difesa della Cgil fondata sull’accordo interconfederale di giugno è intrinsecamente contraddittoria. Più in generale è perdente qualsiasi strategia in materia che sia soltanto difensiva e di tutela di una minoranza di lavoratori (pubblici e aziende sopra i 15 addetti), percepita per di più come privilegiata dai lavoratori tradizionali non garantiti (privati sotto i 15 addetti) e dai giovani precari del settore pubblico appaltato e privato. Vero che lo smantellamento delle garanzie non migliora le prospettive dei non garantiti, ma la loro pura e semplice difesa è poco pagante. Discorso che vale per l’art. 18 e per la contrattazione nazionale, ormai seriamente compromessa sul piano normativo e per lo spaventoso regresso dei livelli salariali di fatto. Per le pensioni, la disfatta dopo il risicato sciopero di mezza giornata l’abbiamo già constatata.

Negli anni ’60, all’apogeo del fordismo, i sindacati vinsero perché furono costretti ad abbandonare la difesa rigida delle qualifiche e a recepire la richiesta di aumenti eguali per tutti che veniva dalle fabbriche e dalla base. Nel terzo millennio post-fordista essi hanno una chance solo ricostruendo – con forze stavolta in buona parte esterne alle fabbriche e agli iscritti al sindacato – un blocco nuovo degli sfruttati. Ciò significa, in primo luogo, affiancare a un forte rilancio dei livelli salariali e normativi nelle consuete sedi categoriali e aziendali, un avvio di discorso sul salario minimo e la ricomposizione degli ammortizzatori sociali intorno a un progetto di allocazione universale, a un reddito di esistenza indipendente dall’avere avuto un primo lavoro legale – un reddito di cittadinanza nel senso che conferisce cittadinanza a chi fuori del mercato ufficiale del lavoro non ha cittadinanza sociale e ai migranti, regolari o clandestini, che non hanno nemmeno la cittadinanza giuridica e sono assurdamente schiacciati sullo jus sanguinis.

Torna in gioco, ovvio, la stessa preminenza dell’organizzazione verticale per categoria sulle strutture orizzontali, la Camere del Lavoro, che meglio potrebbero registrare la ricomposizione della moltitudine proletaria e dei suoi contratti atipici e delle prestazioni in nero. Questo si è già verificato in passato nella stagione anarco-sindacalista a cavallo fra XIX e XX secolo in Europa e nei primi due decenni del Novecento in Usa, nel passaggio altrettanto significativo fra sindacato di mestiere e sindacato di fabbrica fordista. Pensiamo alle Bourses du Travail francesi, alle analoghe CdL di tendenza sindacal-rivoluzionaria nella pianura padana e in Puglia, agli Iww. Esperienze, non a caso ben più fortemente dell’ala tradeunionista impegnate nel riconoscimento delle figure allora marginali per professionalità, sesso, colore e provenienza geografica. L’apertura al crescente momento precario le configurerebbe oggi, rispetto alla nozione tradizionale e garantita di “lavoro”, piuttosto come Camere del lavoro e del non-lavoro.

Compiti giganteschi, tanto più in assenza di qualsiasi plausibile supporto negli attuali partiti della sinistra, ma al di sotto dei quali la sconfitta di un semplice attestarsi resistente sarebbe inevitabile.

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Il corpo biopolitico nel Capitale di K. Marx

Jacques Bidet

Et exultabunt ossa humiliata

Si potrebbe essere tentati di cominciare da alcuni frammenti veementi del Capitale1 , che denunciano l’incorporazione del lavoratore alla macchina e il commercio di «carne umana»2. Se vogliamo comprendere fino in fondo l’invenzione biopolitica di Marx e la rivoluzione teorica che essa comporta, però, dobbiamo abbordare la questione da lontano, e considerarla nel suo intero dispiegamento concettuale, economico-politico.

Marx si proponeva di produrre una teoria della società «moderna» (o anche, secondo i suoi termini, «borghese», o «capitalista»), o quantomeno di fornire un contributo a una tale ricerca. Considerava la sua opera maggiore, Il Capitale, come uno degli elementi di una costruzione più larga, che avrebbe dovuto articolarsi in tutto un insieme di «libri». Questa teoria appartiene al progetto designato con il nome di «materialismo storico», ovvero, per riprendere il termine delle Annales, a un progetto di «storia totale», capace di prendere unitariamente in considerazione la dimensione economica, politica, culturale ed ecologica. I concetti che essa elabora articolano queste diverse facce della realtà sociale. Per quanto insufficiente possa esserne la realizzazione (e non c’è da meravigliarsene, visto ciò che se ne “sapeva” all’epoca), si tratta al contempo di una «storia globale», nel senso che si è stato recentemente attribuito a questo termine. Marx aveva di mira diverse prospettive di «lunga durata», diverse storicità. E, più specificamente, diverse storicità del corpo, relative ai diversi modi della sua attualità.

Il progetto di una storia sociale del corpo, congiuntamente economica e biopolitica, si annuncia già nel primo dei concetti della sua teoria, quello di «valore», tradizionalmente designato come «valore-lavoro». Questo non significa che il lavoro abbia un «valore», ma che il valore deve essere considerato a partire dal lavoro. Più precisamente, a partire dal corpo-al-lavoro.

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