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Miguel Martinez: Veneto City

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Veneto City

L’urbanistica ai tempi del leghismo reale

di Miguel Martinez

“Dovere, dignità, lavoro e responsabilità personale sono i valori che ha sempre sostenuto, fortemente radicati nelle tradizioni brianzole di profonda matrice cristiana.

L’obiettivo che si prefigge, come leghista e come brianzola, è contribuire a difendere il territorio brianzolo già tremendamente ferito dalla cementificazione irresponsabile e di salvaguardare la cultura e la comunità brianzola minacciata dalla globalizzazione.”

Così si presenta la signora Donatella Galli, sposata con due figli, artigiana del legno e consigliera della Lega Nord nel consiglio provinciale di Monza/Brianza.

Ci sta, no?

Infatti, l’Italia ama i Valori Assoluti.

Anzi, due sistemi di valori assoluti, perfettamente inconciliabili e in eterna lotta tra di loro, due rette parallele che non si incontreranno mai, sebbene – con qualche strappo alle regole della geometria – riescano sempre a scontrarsi.

Come definire le due rette dipende da quella per cui tifi.

Se appartieni alla retta A, dirai, “c’è chi cerca di fabbricare un melting pot di sradicati, e chi difende le nostre radici”.

Se appartieni alla retta B, dirai, “ci sono quelli che sono aperti al mondo, e quelli che si chiudono nella loro gretta nicchia identitaria”.

Si chiama il Gioco del Destrasinistra, ed è fondamentale per la mobilitazione emotiva.

Il problema è che quando giochi solo con i simboli e le astrazioni, vince sempre il banco.

Prendiamo un esempio.

Dolo è una cittadina lungo le rive del Brenta, a metà strada tra Cazzago e Cacco. Un tempo luogo in cui i signori di Venezia se la spassavano in splendide ville mentre i contadini mangiavano polenta a giorni alterni, Dolo è nel bel mezzo del Triangolo della Grappa, dove si sogna la Fabbrica dello Zucchero Filato  e dove nuota lo Squalo di Pozzanghera.

E’ terra ricca di fermenti, come dicono, se pensiamo che da quelle parti opera Mario Attombri, “guru unico al mondo”; e proprio a Dolo è nata una nostra vecchia conoscenza, il tele-esoterista Giorgio Medail.

Dolo del Brenta non va confuso con un altro Dolo, un polveroso villaggio etiope che attualmente ospita qualcosa come duecentomila profughi dalla Somalia; però anche il Dolo veneto si è trovato infilato nel Flusso Globale.

Infatti, Dolo sta per diventare la sede di qualcosa che si chiamerà Veneto City, grandiosa colata di cemento su terreno attualmente agricolo: ovviamente il vero nome del progetto è Veneto Green City, che fonde prevedibilmente l’anglo con l’eco.

Veneto Green City, un nome un programma, sarà il più grande centro polifunzionale d’Europa, che è un eufemismo per una città privata, una sorta di feudo post-moderno. Uno di quei non luoghi planetari, che ogni  giorno sarà frequentato – prevedono entusiasti i costruttori – da 70.000 macchine, e ogni sera si svuoterà.

Per quel che vale, ecco come si sognano il Veneto Green City, in una di quelle improbabili giornate primaverili in cui vivono gli architetti.

Ci saranno un centro commerciale, banche, cinema, palestre, “servizi alle imprese”. E siccome Veneto City è Verde e Sociale, ci saranno anche una serie di “università degli studi”. Sentite bene in cosa: scienze gastronomiche, hospitality management, odontoiatra e chirurgia estetica, moda e design. E ci sarà persino un “incubatore di talenti”. Ci sarà pure un museo, che non interesserà a nessuno, ma fa da universale lapide tombale a ciò che i capitali divorano.

Insomma, tutto ciò che serve per fabbricare l’umanaio globale, su una superficie grande come “140 campi da calcio di serie A“. Senza calcolare l’enorme lavoro di viabilità che si dovrà fare per alimentarlo.

Dentro, i muratori albanesi a costruire torri alte 80 metri che faranno sparire gli aguzzi campanili veneti; facchini marocchini a scaricare sotto la nebbia camion croati pieni di merci cinesi; riparati in cellule dove la temperatura non cambia mai, invece, chirurghi estetici brasiliani (come il noto proprietario dell’Ilha dos Porcos Grande) a spiegare le regole per trasformare commercialiste venete in copie botuliniche di attrici globali.

E fuori, i contadini che se ne vanno (intascati i soldi per la vendita dei terreni), i piccoli negozi rimasti che chiudono.

La popolazione della zona è, comprensibilmente, insorta.

In un simile caso, i compiti di una buona ronda padana preoccupata delle proprie radici dovrebbero essere piuttosto chiari. Non li spiego per non cadere in apologia di reato, ma ci siamo capiti.

Invece, le ronde padane si sono impegnate in ben altro modo.

Infatti, l’approvazione del progetto dipende dal sindaco di Dolo, la commercialista Maddalena Gottardo.

Ora, la signora Maddalena Gottardo (commercialista) è della Lega Nord, una formazione di cui abbiamo già discusso in passato, raccontando anche di un nostro incontro con Umberto Bossi.

Della Lega è anche Giuliano Zilio, il Candidato Numero Uno della lista con cui la commercialista è stata eletta. Zilo, sulla propria pagina web, spiega:

“La famiglia, la solidarietà e l’ambiente sono i cardini della mia vita e i punti su cui non faccio sconti.”

Il candidato Numero Cinque, tale Marco Cagnin, si impegna:

“Il mio impegno per un territorio ed una società di cui essere orgogliosi, le cose che ci circondano sono le nostre cose ed è nostro dovere e nostro diritto averne cura.”

La commercialista-sindaco comunque si assume un impegno:

“credo fermamente nella democrazia partecipata, nel senso che il Comune è la casa di tutti e tutti i cittadini hanno il diritto di essere ascoltati e coinvolti nella gestione del loro paese. Per questo istituirò da subito le Consulte, intese come luogo di confronto aperto a tutti.”

I Comitati Ambiente e Territorio  hanno raccolto 11.000 firme – il Comune di Dolo ha appena 15.000 abitanti – per chiedere al sindaco-commercialista di fermare il progetto di Veneto City.

La signora Gottardo, commercialista e leghista, ha riposto:

  • dicendo che «Per quelli di sotto [che manifestavano contro Veneto City] ci vorrebbe l’olio di ricino»
  •  convocando il consiglio comunale alla vigilia e – alla faccia delle radici cristiane – lo stesso giorno di Natale, perché approvasse il progetto entro la scadenza legale del 31 dicembre
  • denunciando per  interruzione di pubblico servizio, offese, minacce,e atti di violenza i cittadini di Dolo che avevano osato fischiare durante la votazione in sala comunale
  •  permettendo solo a 40 persone di entrare nell’aula del Consiglio comunale il giorno della votazione, in modo da impedire ogni protesta.

Ora, le 40 persone ammesse erano tutte militanti della Lega Nord. Ecco in cosa erano impegnate le mitiche Ronde Padane.

A questo punto, la palla è passata al Presidente della Regione.

Che, con una semplice firma, può dire di sì o di no.

Il governatore del Veneto è Luca Zaia,un signore eletto in quota viticoltori della notevole cittadina di Conegliano.

I lettori ricorderanno Luca Zaia come autore della prefazione del libro di Nello Rega,  un signore attualmente indagato per simulazione di reato.

Luca Zaia stesso è autore di un libro intitolato Adottare la terra. Per non morire di fame. Con prefazione di Padre Enzo Fortunato, Direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, che commosso scrive:

“Ci unisce all’autore un amore incondizionato per le nostre tradizioni culturali, secolari [...] Vogliamo imparare a stupirci dinanzi alla bellezza della natura, come ci insegna san Francesco, uno stupore che non è disincarnato, ma conduce a un’azione concreta, al rispetto per l’ambiente dove viviamo, che presuppone, inevitabilmente,il rispetto per ogni uomo,per gli uomini che vivono e amano la nostra «madre terra».

Se vi siete asciugati le lacrime, permettetemi di proseguire.

Luca Zaia è un abile giocatore a Simulazioni Identitarie.

Ha fatto una campagna elettorale gridando che avrebbe introdotto “le radici cristiane” nel nuovo statuto della Regione (“invito anche il centrosinistra ad un confronto serrato che ci porti a definire nel nostro statuto, in modo condiviso, le origini giudaico cristiane del popolo veneto“).

Una mossa che ha eccitato gli animi di entrambe le parti. In pratica, dopo aver raccolto urla di “finalmente!” e di “fermiamo questo pazzo che vuole distruggere l’Italia!“, il signor Zaia ha partorito uno statuto che dice tra l’altro che:

“Il Veneto è costituito dal popolo veneto”

“La Regione, ispirandosi ai principi di civiltà cristiana e alle tradizioni di laicità e di libertà di scienza e pensiero, informa la propria azione ai principi di eguaglianza e di solidarietà nei confronti di ogni persona di qualunque provenienza, cultura e religione; promuove la partecipazione e l’integrazione di ogni persona nei diritti e nei doveri, contrastando pregiudizi e discriminazioni; opera per la realizzazione di una comunità accogliente e solidale.”

Ci sembra il più fantastico esempio di cerchiobottismo linguistico prodotto in anni recenti. Mentre l’accenno a scienza e Veneto meriterebbe una digressione a parte, per mano di qualcuno più competente di me.

Comunque, la regione del signor Zaia ci tiene all’ambiente, quello è sicuro:

“La Regione tutela il paesaggio e riconosce l’importanza delle attività rurali e forestali ai fini del miglioramento della qualità della vita, della tutela della biodiversità, della sicurezza alimentare e della salvaguardia del territorio.

L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia.La Regione concorre alla valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico delle singole comunità.”

Il signor Luca Zaia, fiero difensore dell’Identità Veneta nonché francescano amante della Madre Terra, ha preso in mano la penna, guardando la delibera forzata del Comune di Dolo.

Pensando alle parole del suo libro

“la ricchezza vera non è speculativa, e nasce,oggi come sempre, dal lavoro delle mani dell’uomo e non  dai futures che si vendono nelle vetrine dei maggiori centri  finanziari. Come si direbbe dalle mie parti, «scheo non fa scheo»”

vi chiederete se quest’uomo ha firmato o no per creare Veneto City.

Beh, ha firmato.

«Una firma da notaio – va ripetendo Zaia – io firmo se me lo chiedono i territori, gli enti locali»

Gli abitanti di Dolo non si preoccupino, comunque.

Luca Zaia promette infatti di fare ciò che può rendere spinosa la vita ai pur indispensabili muratori albanesi, facchini marocchini e posteggiatori peruviani che arriveranno a frotte per fare Veneto City, o almeno ai loro figli.

Infatti, commentando la proposta di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, Luca Zaia dice:

“Di sicuro, l’attuale regime, legato al diritto di sangue, preserva la necessità che abbiamo e che vogliamo conservare di mantenere integra la nostra identità e di salvaguardare la continuità culturale con le nostre radici».

Dal Collettivo Tiqqun:

“Non venite a parlarci di «città» e «campagna», né della loro ormai antiquata opposizione. Quel che ci circonda non vi assomiglia affatto: è una coltre urbana unica, senza forma né ordine, una zona desolata, indefinita e illimitata, un continuum mondiale di centri storici museificati e parchi naturali, di grandi conglomerati e immense aziende agricole, di zone industriali e lotti abitativi, di agriturismi e bar fighetti: la metropoli. E’ esistita la città antica, quella medievale e quella moderna. Non esiste una città  metropolitana. La metropoli esige la sintesi del territorio nel suo complesso. Tutto vi coabita, non tanto in senso geografico quanto attraverso le maglie delle sue reti.”

P.S.

Un ringraziamento per l’ispirazione a Rossland  (da cui ho appreso dell’esistenza di Veneto City) e a Guido per i sempre azzeccati riferimenti a Tiqqun.

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Su comunismo e storia. Lettera a Preve

di Ennio Abate

Caro Preve,
 
ho letto su Comunismo e Comunità il tuo articolo intitolato «Comunismo fra Idea e Storia. Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa»  e, sia pur in ritardo, tengo a farti avere queste mie schematiche considerazioni su vari punti:
 
1. Crisi della sinistra. Secondo me, andrebbe retrodatata a ben prima del ‘68, perché la sua sottomissione alle pratiche e all’ideologia del neocapitalismo è molto più vecchia ed era, infatti, già oggetto agli inizi degli anni Sessanta di un lavorio critico che con Marx pur qualcosa aveva a che fare, malgrado la sua “torsione operaista” (Panzieri e «Quaderni rossi») oggi a te appare risibile.
 
2. «Programma di liberazione nazionale e sociale». Al momento non esiste.  E i tentativi di pensarlo (le pratiche mi paiono di là da venire…) corrono, secondo me, un grave rischio: usare le “rovine” di un pensiero  nazionale (risorgimentale?) troppo inquinato, e già dall’inizio del Novecento, da  imponenti e non casuali venature nazionaliste e poi apertamente fasciste. Per quanti si sono formati  su un pensiero classista, ma ammettono il suo indebolimento (qualcuno, come La Grassa, parla addirittura di una sua inconsistenza), non è facile  un “buon uso” (nel senso fortiniano del «proteggete le nostre verità» intendo io) di questo tipo di “rovine” (intendo quelle del pensiero nazionale). Anche per la semplice ragione che in passato l’abbiamo sempre guardato con distacco o sufficienza o ostilità. Anche se venissero fugate le obiezioni più serie (accuse di  populismo e di connivenza con la «destra eterna»), un’ “acculturazione nazionale” resterebbe un bel problema: non è facile innestarla sulla base culturale sia pur vagamente marxiana delle vecchie generazioni, non si sa che accoglienza troverebbe tra le nuove generazioni formatesi nel disfacimento della sinistra e nel populismo berlusconiano.
 
3. Badiou. Non so quanto sia determinante in questo autore la distinzione tra “imprese criminali” del comunismo storico (cattivo) e  bontà o innocenza dei “movimenti” o dei “gruppi in fusione” sartriani (o del “comunismo buono”).
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