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nique la police: Bossi, ascesa e declino

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Bossi, ascesa e declino

Un ciarlatano che ha impartito severe lezioni alle sinistre e ai movimenti

nique la police

Se Umberto Bossi non fosse uno dei classici dell’avanspettacolo della politica italiana si potrebbe commentare il suo declino politico con le parole di Jonathan Swift. L’autore dei viaggi di Gulliver, che è un classico dell’antropologia politica piuttosto che una favola, usava parole dure nei confronti della carriera pubblica del moralista. Si comincia la carriera politica come moralista, scriveva Swift,  scagliandosi contro le razzie di chi è al potere, si va al governo, ci si appropria indebitamente di quanto possibile e poi si spera nell’amnistia per “potersi ritirare satolli delle spoglie del paese”.  Swift va però benissimo a ciò che si adatta, nella politica italiana dell’ultimo quarto di secolo, ai giudizi sulla politica inglese nei decenni che stanno a cavallo della seconda metà del seicento e della prima metà del settecento.


E’ evidente che Bossi sfugge ampiamente a questi schemi ridisegnando una tipologia di moralista politico (contro i ladri, contro le tasse) che ha rimpiazzato quella del moralista severo per attingere a piene mani dai comportamenti da avanspettacolo. E l’ormai ex segretario della Lega si candida, piuttosto che a rappresentare solo il vintage anni ’90, ad essere il primo di una serie di figure (che emergono dal “basso”, a differenza di Berlusconi) destinate a marcare, nell’apparenza ridicola, la tragica sostanza del populismo italiano a venire.

Di certo c’è che sui tg quando, per ripercorrere un ventennio e oltre di protagonismo politico di Bossi, scorrono le immagini di repertorio del segretario del carroccio che urla “la Lega ce l’ha duro” anche fotografia e montaggio rimandano immediatamente ai filmati di youtube dove si vedono spezzoni di Abatantuono, Mario Brega, Bombolo, Tognazzi.

Henry Jenkins definisce il cult una sorta di “esperienza turistica”, un veloce frammento di cultura in grado di far comprendere gli elementi capitali di un linguaggio e di un modo di comportarsi. Bossi rappresenta quindi un cult della forza di connessione dell’avanspettacolo nei linguaggi, e nei comportamenti, della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo.

Se si dovesse scrivere una seria “Società dall’avanspettacolo”, rilettura di Debord niente affatto parodistica, Bossi rappresenterebbe un capitolo ineludibile. In questo la incredibile persistenza, nel pensiero politico italiano, di una divisione tra fenomeni culturali di serie A (astratti, politicamente consapevoli, maturi dal punto di vista artistico, destinati a prendene le redini dei processi storici) e fenomeni di serie B (devoluti cognitivamente, spesso vernacolari e quindi candidati alla minorità)  ha danneggiato soprattutto sinistre e movimenti. Che si sono dimostrati incapaci di capire il ruolo dell’avanspettacolo nei linguaggi politicamente diffusi per oltre un quarto di secolo, inadatti a usarli come medium di emancipazione, fortemente timorosi (atteggiamento classico di chi parte già minoritario dentro) di essere assorbiti dai contenuti dell’avversario.

Eppure, ignorando completamente le leggi del costruzionismo oggi egemoni nella comunicazione politica reale, nelle sinistre e nei movimenti è ancora diffusa la convinzione che una volta possedute (a scelta) l’analisi economica azzeccata, il comportamento eretico giusto, l’equilibrata distinzione filosofica si possa tranquillamente procedere a fare politica. Mentre, al contrario, le figure politiche in grado di costruire egemonia, e connessione sociale, e di permanere sulla scena da un quarto di secolo provengono tutte dall’avanspettacolo: un impresario televisivo che ha fatto una lunga carriera di premier, un comico che è diventato leader di un partito che vale il  5% (e che doppia elettoralmente la sinistra in alcune sue zone storiche), un cantante che fa il predicatore politico millenaristico.

Umberto Bossi ha ripercorso questo sentiero in un altro modo: non da protagonista dell’avanspettacolo, ma da emergente della politica che diventa dominante grazie proprio ai linguaggi dell’avanspettacolo. Lo  ha fatto anche Antonio Di Pietro, non a caso, nella doppia ventennale veste di magistrato e leader di partito. Sulla persistenza dello spettacolo e dell’avanspettacolo nei processi di connessione, sociale e politica, il pensiero astratto italiano deve ancora fare molta strada. Umberto Bossi, nel frattempo, se ne è fatto una ragione.


Nella storia politica italiana siamo così passati dallo spettacolo che si fa fascismo, in questo Mussolini ha dato esempi tristemente magistrali, al fascismo che con Bossi si fa avanspettacolo.
Con effetti però che sono andati ben oltre la scena: tutto un ventennio di ristrutturazioni liberiste in Italia è stato aggravato da un gravissimo ritardo nei processi di emancipazione, e nell’erogazione di servizi sociali, per milioni di immigrati in questo paese, da una politica securitaria ossessiva e fortemente desocializzante in miriadi di città medie e piccole, da piccoli e grandi tentativi di creazione di apartheid tra cittadini italiani del nord e del sud. I danni materiali, economici, e nel tessuto sociale, creati in Italia dal movimento leghista sono stati immensi. Per essere avanspettacolo, la saga di Bossi e dei suoi padani, è costato più di diversi kolossal messi assieme (compreso il famoso flop del film sul Barbarossa, con soldi pubblici quando in Italia chiudono le biblioteche). Per non parlare dei costi sociali della regressione istituzionale italiana dell’ultimo ventennio, fenomeno che vede la Lega come protagonista. Ci sono anche responsabilità politiche oggettive nella morte di decine di persone respinte, dopo dichiarazioni deliranti del segretario della Lega alla Padania, dalle coste italiane.


Francamente, più che un processo per reati fiscali e per appropriazione indebita, Bossi meriterebbe una ideale Norimberga degli ultimi vent’anni di storia italiana. Stiamo parlando di un personaggio che è stato un ciarlatano esilarante, perché le sue performance screditavano l’intero mainstream politico e mediale nel momento in cui le prendeva come cose serie, ma anche pericoloso: ha rappresentato la versione dal basso della regressione materiale e cognitiva di un ventennio di storia del paese.

Tutto questo è potuto accadere perché in Bossi, e in quella sorta di velenosa intelligenza collettiva che è la Lega nord, si è capito che, nei processi di crisi e transizione, sono i simboli ad aggregare le persone e non gli aggregati sociali a costruire i simboli.
Non lo si crede? Basti pensare al fatto più clamoroso ovvero che la Lega e Bossi sono riusciti a imporre all’attenzione collettiva l’esistenza di una area geografica, la Padania, COME NAZIONE che non era mai esistita nella storia d’Italia persino preunitaria. E qui la lezione di Bossi, severa (ancor di più perché impartita da un ciarlatano) quanto tragicomica, alle sinistre e ai movimenti: nelle società a prevalenza di linguaggio iconico, non solo televisive ma anche a pluralità di piattaforma di comunicazione, la connessione sociale (che è un processo diverso dalla razionalità politica) non la fa tanto la razionalità del messaggio ma la capacità di connettere riti e simboli.  

Per un motivo molto semplice: riti e simboli resistono al tempo, alle fluttuazioni dell’opinione pubblica, mentre i movimenti a prevalente razionalità di messaggio sono destinati a subire l’obsolescenza dovuta all’accumulo di informazioni nel mondo mediale. Il costruzionismo, spontaneo quindi ancor più interessante, di Bossi è sotto gli occhi di chi vuole vederlo e analizzarlo: si prendono dei miti  radicati nel tempo (la battaglia di Pontida), si usano dei miti della società dell’intrattenimento contemporaneo (il film Bravehart) e ci si costruisce un simbolico adeguato (anche nella forma del merchandising). Si elabora questa dimensione simbolica entro una rete di intelligenza collettiva, che per quanto velenosa e priva di spessore culturale è fatta di nodi sul territorio e nella comunicazione dal basso, e si radicano, dando loro una temporalità, tutti questi fenomeni nel rituale: il raduno a Pontida, il rito dell’ampolla, per quanto riguarda la storicizzazione dei comportamenti, le feste di paese, per la territorializzazione del fenomeno, i commenti a radio Padania per quel che riguarda la ritualizzazione del quotidiano. Non mancano ovviamente le ritualizzazioni della società del loisir, che a sua volta ha prodotto la secolarizzazione subculturale leghista: Miss Padania, il Giro di Padania etc.

Non dubitiamo che, specie a sinistra e nei movimenti, ci sia chi afferma che, analizzando e prendendo sul serio questi fenomeni, c’è il rischio di diventare come la Lega. Non è infatti un caso che, da un ventennio, la società italiana stia precipitando in miseria con pochi, reali sussulti collettivi.  Ad esempio la distinzione tra rito liberatorio e rito costrittivo sfugge completamente a chi, ingabbiato su campagne per parole d’ordine ostaggio di chi governa l’opinione pubblica, sembra dover ritrovare la capacità di letture delle nuove modialità di connessione sociale.


Cosa accadrà ora alla Lega? Non si tratta di minimizzare
. Con le dovute proporzioni storiche e di spessore politico e umani dei personaggi, le dimissioni di Bossi per un fatto grave di corruzione, legato persino alla possibile connivenza nel riciclaggio con la ‘ndrangheta, sono paragonabili a quelle eventuali di Gramsci dalla segreteria del Partito comunista d’Italia per essersi fatto finanziare da Confindustria e aver magari trafficato con le finanze del Pnf.


Un colpo fortissimo forse decisivo per la tenuta di un partito. E non ci sarebbe da stupirsi che il procedere delle inchieste, come avvenuto per tangentopoli, non azzeri l’intero partito. Come è anche vero che il tempo deve fare il suo corso: Bossi, per adesso, appare il genere di fascista imprigionato al Gran Sasso dopo il 25 luglio piuttosto che quello giustiziato a Piazzale Loreto.  Ma è anche possibile che la Lega produca nuovi personaggi all’altezza delle proprie esigenze di tenuta simbolica e materiale. Del resto, anche in momenti di difficoltà del passato, nessuno ha mai messo la Lega nel mirino. Se i magistrati non ci vanno troppo giù duro, il tempo per ricompattare i ranghi la Lega potrebbe anche averlo.


Sembra piuttosto certa invece una cosa: se a sinistra non si trovano modalità collettive di connessione sociale, all’altezza di cosa e sarà la società italiana, in un futuro più o meno prossimo Umberto Bossi sembrerà davvero solo qualcosa di divertente. La gravità della crisi attuale sembra infatti contenere in grembo frutti piuttosto velenosi.

 

Commenti   

 
#1 Ennio Abate 2012-04-07 23:55
« sono i simboli ad aggregare le persone e non gli aggregati sociali a costruire i simboli. » (nique la police)

Il problema mi pare mal posto. Un po’ come nell’indovinell o che chiede se sia nato prima l’uovo o la gallina. Non un qualsiasi simbolo riesce ad aggregare tutte le persone, ma solo una parte ( e infatti la Lega non ha aggregato tutti… anche se, essendo un partito di massa, ha fatto preso su vari strati sociali anche operai, come ai loro tempi la DC o il PCI, etc.).
Né si può saltare la questione di quale strato sociale ( e quale gruppo dirigente) sia effettivamente egemone tra quelli che si raccolgono attorno a un determinato simbolo.
Esiste dunque una certa complementarità tra simbolo e aggregato sociale che lo sceglie e se ne fregia.
E la miseria politica delle sinistre ( o dei movimenti) non mi pare che sia dovuta alla mancanza di figure d’avanspettacol o. Anche se costruitisi all’interno delle grige scuole di partito, un Bersani o un D’Alema o prima un Veltroni sono figure d’avanspettacol o al pari di Bossi o Berlusconi anche se recitano una parte diversa con stile diverso. Ma la sostanza non muta. Tanto la politica vera la fanno tutti nel retroscena.
No, non mancano i guitti anche nelle sinistre. Semmai mancano dei veri gruppi dirigenti capaci di fare una politica
adeguata ai mutamenti reali avvenuti.
Bossi cade anche per non averli saputo più interpretare più di tanto.
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