pandora

I vari aspetti della cultura politica

di Salvatore Biasco

l testo che segue è tratto da una delle relazioni tenute all’inizio del seminario “Una nuova cultura politica? La sinistra in tempi interessanti. Generazioni a confronto” che si è tenuto venerdì 16 dicembre a Roma presso la Sala di Santa Maria in Aquiro del Senato. Ringraziamo il prof. Biasco per aver accettato di partecipare e di farci pervenire l’intervento seguente

corcos vittorio matteo 1859 19 la contessa nerina pisaniIl disarmo intellettuale

Quando un partito (o uno schieramento politico) è un “mondo” culturale percorso da elaborazione profonda e storia, la fusione e amalgamazione delle generazioni e dei ceti che in esso si riconoscono è fluida e facilitata. Per lo meno ne è condizione necessaria, visto che della frattura generazionale che si è verificata all’interno della sinistra il crollo intellettuale è certo una delle cause. Una frattura, che ha determinato una perdita in entrambe le direzioni depauperando i canali per la memoria storica, la trasmissione e l’acquisizione di problematiche, le categorie analitiche e la verifica della loro idoneità a interpretare le trasformazioni, nonché la condivisione reciproca di soggettività e di quanto domandato e offerto alla politica. Oggi è un bell’evento [il seminario del 16, NdR] di cui dobbiamo ringraziare Bottos e il gruppo che si riunisce attorno a Pandora, che hanno consentito questo confronto tra una parte più riflessiva e più militante della nuova generazione – che sente questo smarrimento e si chiede quali siano le coordinate della sinistra – e personalità che hanno vissuto altre epoche, ma che si pongono gli stessi problemi, in una ricerca convergente con le loro ansie politiche e intellettuali. Grazie

Se la sinistra “riformista” (da ora in poi “sinistra”) non ha più una decifrabile identità e cultura politica non tutto è ascrivibile a leadership più recenti (che pure hanno abbondantemente messo del proprio e reciso i legami con quel che rimaneva di vitale).

ragionipolitiche

Il suicidio delle sinistre

di Carlo Galli

ph 15La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

partizan2017

Ricostruire il programma socialista, rompere la gabbia dell’Euro

di Fabio Nobile, Domenico Moro

occupPremessa. Il presente elaborato non si propone di contenere tutte le variegate problematiche della società capitalistica contemporanea. Sceglie di focalizzarsi sugli elementi, a nostro parere, prioritari per ricostruire, qui e ora, le basi di ripartenza del movimento comunista italiano. Il nostro auspicio è che questo approccio aiuti a raggiungere, in un contesto molto difficile e di grave arretramento del partito e dell’insieme del movimento comunista in Italia, la necessaria chiarezza sulle scelte da fare, facilitando la lettura e favorendo una ampia discussione.

 

  1. I comunisti tra passato e presente

L’obiettivo di questo congresso del Partito della Rifondazione comunista è la definizione di una prospettiva socialista valida per il XXI secolo. A questo scopo è necessario definire un progetto adeguato alla fase in corso, che richiede una analisi della nuova fase storica del capitalismo e un chiarimento sul passato del movimento comunista italiano e internazionale. Il movimento comunista nasce dalla rottura con la socialdemocrazia sulla guerra e sull’imperialismo e si consolida con la Rivoluzione d’Ottobre. La Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorre il centenario, rappresenta il primo tentativo di successo, nella storia umana, di rovesciare la classe dominante per fondare il potere politico sulle classi subalterne.

marx xxi

Lo spettro del populismo tra le rovine della democrazia

di Spartaco A. Puttini

Uno spettro si aggira per l’Europa (e non solo): è lo spettro del populismo. Tutti i potenti d’Europa si alleano per dare spietatamente caccia a questo spettro. Qual è il partito di opposizione che i suoi avversari al potere non abbiano colpito con la nota ingiuriosa di “populista”? e qual è il partito di opposizione che a sua volta non abbia ricambiata l’accusa, respingendo l’infamante designazione di populismo, o sugli elementi più avanzati dell’opposizione stessa, o sugli avversari apertamente reazionari?

populismoooooooooooooooIl Manifesto del 1848 di Marx non iniziava proprio così, ma iniziava in modo molto simile.

Il termine di populismo è tornato prepotentemente di moda ed è divenuto un elemento consueto del dibattito politico. Tuttavia l’accusa di essere populista viene impugnata quasi unicamente per intento polemico e denigratorio, come improprio sinonimo di demagogia. A ben guardare sotto questa etichetta vengono accomunati i movimenti più disparati per collocazione spazio-temporale e per colore politico.

Si dice populismo e si fa riferimento a tutto e al suo contrario nello stesso tempo, o quasi. All’ombra del populismo vengono catalogati fenomeni ed esponenti politici diversi per provenienza, cultura politica, propositi. La cannibalizzazione di un fenomeno così complesso in un dibattito semplificatorio ha provocato senza dubbio confusione. Tanto che qualcuno, non distinguendo chi fosse populista o chi non lo fosse (a destra come a sinistra, all’opposizione come al governo) si è chiesto se la definizione avesse ancora senso. 

La definizione di “populismo” non è scontata nemmeno a livello accademico e la letteratura sul fenomeno è oramai sterminata [1].

sollevazione2

Lotta di classe nella forma populista

di Carlo Formenti

Il fine settimana scorso si è svolto a Roma un seminario promosso dalla Rete dei Comunisti. Pubblichiamo quello che ci pare il contributo più importante, pienamente condivisibile, quello inviato da Carlo Formenti

make america great againIl documento preparatorio per il forum nazionale del 17/18 dicembre pone giustamente l’accento sulla necessità di un’approfondita riflessione sullo scenario geopolitico.

Si tratta di un tema che ha tradizionalmente ricevuto grande attenzione dai “classici” —Marx e Lenin su tutti—, mentre sembrava quasi sparito negli ultimi decenni, forse perché anche gli intellettuali marxisti, o supposti tali, dopo il crollo dei Paesi socialisti, hanno finito per accreditare la tesi di un mondo unificato dall’egemonia liberal liberista e sostanzialmente “pacificato” e integrato sotto il domino imperiale statunitense. A qualche anno dall’esplosione (non dall’inizio, perché quello risale agli anni 70 del 900) della più grave crisi capitalistica dopo la grande crisi del 29, e mentre la perdita di capacità egemonica degli Stati Uniti si fa sempre più evidente, di quella illusione non resta nulla.

I primi a riconoscerlo sono proprio gli intellettuali liberisti: vedi l’intervista al “Corriere della Sera” rilasciata in data 1 dicembre da Francis Fukuyama, il quale associa il declino dell’egemonia americana a una vera e propria disintegrazione dell’ordine postbellico che minaccia la stessa sopravvivenza della democrazia liberale; vedi anche un recente articolo dell’Economist intitolato “Economists cannot stop Trump, but perhaps they can understand it”, nel quale, da un lato, si ammette che il processo di globalizzazione è la causa fondamentale degli intollerabili livelli di disuguaglianza che hanno favorito la Brexit, il trionfo di Trump e quello del No in Italia, dall’altro si afferma che la risposta al “trumpismo” dev’essere cercata sul piano politico e non su quello economico.

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Krisis. Il rifiuto da destra che interroga la sinistra

di Giovanna Cracco

r.cracco elab.digAlla fine, le persone hanno iniziato a dire basta. Lo hanno fatto prima gli inglesi con la Brexit e poi gli statunitensi con l’elezione di Trump. Un rifiuto che ha spaccato come una me-la entrambi i Paesi: 51,9% Leave contro 48,1% Remain in Gran Bretagna, con un’affluenza del 72,2%; 46,4% Trump e 47,9% Clinton per il voto popolare negli Usa, con il 53,9% dei votanti (il meccanismo dei ‘grandi elettori’ ha poi portato la vittoria al candidato Repubblicano). Colpisce la forza del No: 17,4 milioni di inglesi e 62,2 milioni di americani lo hanno espresso resistendo alla battente campagna mediatica degli organi di informazione mainstream, schierati in blocco per il Sì.

In Gran Bretagna, un’analisi disaggregata del voto pubblicata dal Telegraph (1) mostra come abbiano votato in maggioranza per il Remain solo la Scozia, Londra e l’Irlanda del Nord; nel resto del Paese ha vinto il Leave, con le ex zone manifatturiere Midlands, Yorkshire e Nord-Est, oggi impoverite e disoccupate dopo deindustrializzazioni e delocalizzazioni, che hanno visto le percentuali più alte di rifiuto.

palermograd

Economia malata, teoria convalescente

M. Palazzotto intervista Giorgio Gattei

licini angeli primo amoreAbbiamo assistito al fallimento del movimento per Tsipras in Europa e il governo greco oggi non fa che perpetrare una politica di austerità in continuità con i precedenti governi (in teoria) più a destra. Podemos sembra non riuscire a superare l’impronta populista dell’anti-casta in salsa grillina. Idem in Italia in cui il M5S si accinge, probabilmente, ad accrescere il proprio potere, soprattutto se il governo Renzi non riuscirà a superare il voto referendario. Alcuni segnali positivi arrivano dall’Inghilterra, che almeno vede ricompattare una sinistra attorno a Corbyn. Che percorsi occorre intraprendere in Italia e in Europa, secondo te, per costruire un movimento di massa che faccia da contraltare alle politiche di austerità e che tenti di superare il potere dei grandi comitati d’affari europei rappresentati dalle istituzioni UE e dal blocco franco-tedesco?

Sullo stato attuale di ciò che avrebbe dovuto essere una “sinistra eterna” e di cui ha parlato da qualche parte François Furet (ma che adesso proprio ‘eterna’ non può dirsi), al momento la vedo andare alla deriva per la perdita del doppio ancoraggio alla marxiana critica dell’economia politica e alla pratica della lotta di classe che è stata sostituita da una accozzaglia di “scontri di civiltà”, guerre di religione, conflitti geopolitici e quant’altro. Va però detto che questo fallimento della “sinistra” non è proprio tutto colpa sua, perché come si poteva mantenere “marxista” e “classista” dopo lo squagliamento vergognoso (perché senza nemmeno un gemito) dell’URSS e dopo la dimostrazione logica dell’erroneità di quella “trasformazione dei valori in prezzi di produzione” che avrebbe dovuto confermare che il profitto non è altro che sfruttamento del lavoro altrui?

alfabeta

Il populismo al tempo degli algoritmi / 3

Giso Amendola e Paolo Gerbaudo

populism cover1Pubblichiamo oggi con gli interventi di Giso Amendola e Paolo Gerbaudo la terza e ultima parte di uno speciale che, prendendo spunto da alcuni temi trattati nel recente volume di Carlo Formenti La variante populista (già recensito su alfabeta2 da Cristina Morini), si propone di affrontare le nuove declinazioni del cosiddetto populismo.

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Macché populismo, macché comunità: nelle città oggi si muove tutta un’altra lotta di classe

Giso Amendola

1. Nella politica moderna, almeno nel suo filone maggioritario, quello nato attorno all’esperienza dello stato sovrano, rappresentanza, sovranità e popolo stanno insieme e muoiono insieme. Le regole del gioco le detta Thomas Hobbes in modo estremamente cogente e preciso: il popolo è costituito come unità politica solo attraverso la sovranità. Ricordare questo nodo indissolubile che stringe, nella modernità, popolo, sovranità e rappresentanza, può aiutare a districarci in qualche apparente paradosso che abita la nozione di populismo.

pol.it

La voce dal padrone

La psicoanalisi ai tempi della Leopolda

di Maurizio Montanari

sandoni 8Non so se, quando lo psicoanalista J.A. Miller sosteneva la necessità di ‘parlare la lingua dell’altro’, cercando di rendere l’analista una figura attuale, elastica, capace di lasciare sempre più le mura dello studio, si riferisse anche alle kermesse di corrente di partito, come quella tenutasi alla Leopolda. La passerella fiorentina rappresentava invero più un salotto esclusivo, il défilé di una piccola élite, che non le voci della città.

La psicoanalisi, piuttosto che accasarsi presso un’avanguardia benpensante e piena, satolla di mezzi e verità, dovrebbe andare laddove la carne della città è viva, in bilico, precaria, disoccupata. Dove c’è il vuoto, dove qualcosa manca, cercando di dare voce a tutti coloro i quali la voce l’hanno persa, al prezzo di volgarizzarsi. Non è populismo dire che là dentro non erano rappresentate che alcune delle voci della società. Non certo quelle dei docenti toccati dalle recenti riforme, nè quelle dei giovani vittime del jobs act, manco quelle degli operai della Fiat colpiti dal ‘modello Marchionne’, uomo col quale il leader della Leopolda si dice in piena sintonia. Se la psicoanalisi la si vuole usare in città, dans la rue, si deve cercare di arrivare anche nelle periferie. Pena, il cadere in un gioco di specchi dove il padrone si bea delle sue parole e dei suoi tecnicismi, che si stagliano, ma sfumano in mezzo alla pletora di applausi e voci univoche del coro.

dialetticaefilosofia

Populismo di secondo grado e manipolazione dell’esito referendario

di Elena Maria Fabrizio

intellettualiTra i sintomi che affliggono le democrazie occidentali, la manipolazione dell’opinione pubblica e la manipolazione del voto sono i più noti. E non c’è consultazione politica e referendaria, con o senza quorum, che non confermi questo trend. Così, puntualmente, nell’ultima consultazione la tutela della Costituzione e il conseguente rigetto di una riforma irresponsabile che non ci avrebbe protetto da maggioranze retrograde, populiste e autoritarie, viene surclassato da altri dati, dotati di scarsa oggettività e più semplicistici. Non solo i cittadini avrebbero innanzi tutto votato per dire Sì o No al Presidente del Consiglio Renzi e al suo governo, ma con questa scelta, più che esprimersi sulla sua politica e le sue leggi, si sarebbero di fatto espressi sull’alternativa Renzi o il populismo, che è ovviamente sempre quello degli altri, Salvini e Grillo in primis.

Sembra quasi superfluo evidenziare che la carente analiticità di questa lettura eleva il populismo a giudizio di secondo grado cui scadono nell’analisi del voto, ma già prima nei modi e nei toni della campagna referendaria, quegli stessi sostenitori che hanno eretto il Pd a partito antipopulista per eccellenza; il quale non cede alla tentazione di dividere ancora una volta l’elettorato nel popolo che interpreta correttamente i propri valori (cambiamento, bellezza, sogno, futuro) dal popolo che al contrario ne sarebbe incapace.

palermograd

Ma gli operai votano?

di Roberto Salerno (*)

0926whiteout04La vittoria del “NO” al referendum ha avuto una lettura prevalente: è il successo di Grillo e Salvini e segna il definitivo trionfo del populismo in Italia. Così come in Gran Bretagna il Leave e negli USA Trump hanno certificato un immaginario trionfo del populismo, agevolato dal voto operaio, in Italia una maggioranza, identificata qui come il “ceto medio impoverito” di concerto con una classe operaia incanaglita e incapace di comprendere lo spirito, precario, del tempo, avrebbe trascinato il Paese in una spirale che avrà come sbocco un governo Grillo (magari con Salvini, anche se non si capisce come). Uno sbocco comunque reazionario e questo, dicono, sarà il prodotto (e la responsabilità) di chi ancora illude larghi tratti della popolazione che le garanzie novecentesche, la stabilità del “secolo del lavoro” sia ancora possibile. Qualcosa del genere si era visto appunto dopo l’elezione di Trump e il voto sulla Brexit.

Subito dopo l’imprevista – più o meno – vittoria di Trump alle elezioni statunitensi si è immediatamente alzata la canea diretta verso il solito tradimento della classe operaia, che avrebbe votato l'impresentabile tycoon. Se la maggior parte di queste sbavanti accuse erano – e sono – semplici tentativi di deresponsabilizzazione di quella che incredibilmente viene a volte definita “sinistra” di governo, alcune di esse hanno fatto presa anche su insospettabili e disinteressati commentatori.

senzasoste

Mentre l’Italia è alla deriva in Germania si pensa alla deglobalizzazione

nique la police

In Germania iniziano a veicolare analisi circa la prossima fine del loro modello di esportazione che ha vinto la globalizzazione. In Italia invece si continua a parlare delle dichiarazioni del politico di turno e di soluzioni autoreferenziali 

prussianiNello stesso periodo in cui le immagini del Barnum Italia scorrono vivacemente, in Germania si comincia a pensare a quella che viene chiamata deglobalizzazione.

Ma prima qualche fermo immagine su, appunto, il Barnum Italia: dopo il 4 dicembre nessuna delle fazioni in campo ha una soluzione per cambiare il paese. Il blocco che ha appoggiato il clan renziano al referendum -un qualcosa cementato dai media generalisti che è composto dal sindacato come da confindustria, le  grandi coop, l’asfittica finanza tricolore e ciò che resta delle banche- è disorientato dal caos attuale proprio perchè rappresenta degli interessi concreti non delle opinioni in libertà.  Quando poi il blocco protagonista del No, i giovani sotto i 30 anni, all’indomani del voto viene semplicemente ignorato nei commenti da tutti gli attori in campo, il segnale è chiaro. Questa non è crisi della rappresentanza politica, o una mutazione dei soggetti del politico, è l’apogeo dell’autoreferenzialità dei cartelli elettorali.

Del resto, la cosidetta politica istituzionale, è pura, per quanto sgangherata lotta per il potere. Ed è un potere sempre meno  efficace, viste le mutazioni della società. Per questo tutti i cartelli elettorali in campo, al netto delle lotte interne, convergono verso una soluzione: cercare di azzeccare la combinazione di legge elettorale che ottimizzi, al meglio, il potere disponibile.

euronomade

Note sul Brasile. Dove va il PT? Dove vanno le lotte?

di Toni Negri

brasilViaggiando per lavoro in Brasile ed incontrando alcuni politici ed intellettuali brasiliani, ho posto loro degli interrogativi e ho avuto risposte diverse e talora contraddittorie attorno alla crisi costituzionale in corso ed alla sconfitta del PT (a livello parlamentare e, da ultimo, nelle elezioni amministrative). Dalle risposte a quelle questioni vorrei trarre qualche provvisoria conclusione. I miei interlocutori erano gente di sinistra, di una sinistra brasiliana oggi assai frammentata.

Prima domanda: perché le lotte modello Occupy del 2013-14 sono state represse dal governo PT al punto di rovesciarne il segno e di permettere su di esse la presa egemonica della destra? La risposta che ho avuto da esponenti del PT è stata univoca e terribilmente deludente. Da tutti – questo è un punto davvero grave, da tutti senza un minimo dubbio, senza resipiscenza alcuna (anche se spesso con l’imbarazzo del bugiardo) – ho avuto una sola risposta: questi movimenti minacciavano fin dal loro inizio la tenuta della nostra governance. Vi risparmio ulteriori battute, come quando taluno ha sostenuto che le lotte del 2013 fossero ispirate dalla CIA e questo non solo in Brasile ma anche – nel medesimo ciclo – a Istanbul o a Il Cairo…

paroleecose

Il salto nel buio

Una riflessione sulla politica contemporanea

di Guido Mazzoni

cropped 10prima trump reuters 8891. Parole e metafore

Quello che è successo l’8 novembre era in larga misura inevitabile. È accaduto nel centro politico, economico e simbolico della Western way of life, e proprio per questo ci colpisce particolarmente; ma se non fosse accaduto negli Stati Uniti, sarebbe prima o poi successo in un altro grande paese occidentale. È un segno dei tempi e una frattura: occorre capire quanto sia profonda. Se ne possono isolare i tratti specifici e riflettere sull’ascesa delle nuove destre o la si può considerare nel quadro di una metamorfosi più larga che ha cambiato negli ultimi cinque anni l’assetto politico dell’Occidente. La Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National in Francia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, la destra in Olanda, Austria e Germania, il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, l’elezione di Trump negli Stati Uniti sono fenomeni politici molto diversi fra loro e forme di uno stesso evento.

Da quando la crisi ha cominciato ad avere effetti sulla vita quotidiana, una parte crescente delle classi popolari e delle classi medie ha cominciato a votare contro la logica politica ed economica che ha governato l’Europa occidentale e gli Stati Uniti negli ultimi decenni con un consenso largamente maggioritario.

infoaut2

Trump, trumpster e altro

(Con una postilla politica sul populismo)

di Raffaele Sciortino

trump driver«Il Comitato centrale ha deciso:
poiché il popolo non è d’accordo,
bisogna nominare un nuovo popolo»
(B. Brecht)

Ora che parte del polverone sollevato dalla vittoria di Trump si sta posando, abbozziamo un’analisi un po’ più fredda del voto e un primo bilancio politico di reazioni e prospettive.

All’immediato, lo sbalordito establishment statunitense, non potendosi cercare un altro “popolo”, sta correndo ai ripari lavorando a “normalizzare” la new entry presidenziale - grazie al personale repubblicano rispettabile che entrerà nello staff e/o affidandosi al tentacolare stato profondo - mentre la cupola finanziaria-militare coadiuvata dall’impero dei media liberal che dirige il partito democratico sta sicuramente pensando a come poter interrompere la corsa imprevista del presidente dei miserabili. Sta di fatto che la presidenza Trump non solo potrebbe innescare processi irreversibili ma, soprattutto, ha scoperchiato un profondo scontro dentro l’establishment statunitense sulle strategie interne e esterne più adatte a preservare l’impero del dollaro a fronte di una crisi sistemica da cui non si riesce a uscire. È alla luce di questo scontro che si tratta di discutere se l’opzione posta sul tavolo da Trump con buon fiuto politico, quella di una rinnovata unità nazional-popolare per rifare grande l’America, non possa paradossalmente rivelarsi un buon investimento per la cupola imperiale yankee negli svolti più duri a venire della crisi globale.