Sinistrainrete

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Cu cu ... e il denaro non c'è più!

E-mail Stampa PDF
Hits
http://www.ilmanifesto.it/fileadmin/templates/img/logo.gif

Cu cu ... e il denaro non c'è più!

Giovanni Mazzetti

Il fondo-sermone di Sartori, «L'idea dei soldi come manna», pubblicato qualche tempo fa dal Corriere della sera sembra essere la ripetizione dell'anatema di Brunetta: «Sgobbate gente, sgobbate ... perché solo la fatica e la sottomissione vi salveranno dal castigo economico». A voler essere benevoli, si può invece individuare un maldestro tentativo di abbozzare una morale. La tesi è semplice: siamo «peccaminosamente incappati nella crisi» perché, invece di confrontarci col problema di come si produce la ricchezza, abbiamo coltivato l'illusione che «i soldi cadessero come manna dal cielo». «L'economia come scienza avrebbe infatti cominciato a deragliare con la sua politicizzazione di sinistra che l'avrebbe indotta a anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza, e a confondere i due». Ora, nessuno può negare che ci sia stata una sinistra (ma anche un centro e una destra!) che ha fatto del problema della redistribuzione del reddito il suo cavallo di battaglia. Ma era una frangia minoritaria, mentre

la stragrande maggioranza di coloro che si dichiaravano di sinistra si è scervellata su un problema diverso: quello dei limiti propri del modo di produrre capitalistico e di come spingersi al di là di essi. E per esplorare questo spazio ha dovuto riflettere sul ruolo che il denaro ha avuto e ha nel favorire o nell'ostacolare il processo di soddisfazione dei bisogni. E' vero che, con il profilarsi della crisi del keynesismo, negli anni '80, e col crollo dei paesi comunisti nei '90, la maggior parte di quelle riflessioni sono finite su un binario morto; ma non è la prima volta nella storia che, per procedere sulla via dello sviluppo, si deve recuperare un sapere del quale si credeva di poter fare a meno.
Che cosa lamenta Sartori? Che «grazie a una scuola che non è più magistra vitae i giovani non imparino come nasce il denaro», e si sono convinti che «ci debba essere e basta». Non si interroga, però, se questa rozza pretesa collettiva sia meno strampalata di quanto gli appare. Dal senso comune non ci si può infatti aspettare una progettualità analiticamente fondata, bensì solo l'espressione di un generico bisogno. Sta poi alla capacità degli intellettuali verificare se quel bisogno è rispondente o meno alle concrete possibilità evolutive della società e, in caso positivo, trasformare la sua soddisfazione in una pratica istituzionale. Da questo punto di vista, Sartori non fa un buon servizio al volgo che intende educare, perché si limita a riaffermare un rapporto con i soldi intriso del più banale feticismo. Egli chiude, infatti, il suo articolo dicendo: «il punto da capire sin d'ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se la cosa c'è. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia il cibo. E il 'diritto ai soldi' presuppone che i soldi vengano creati». Se fosse un osservatore meno distratto della società, il nostro predicatore, saprebbe però che, accanto alla rozza pretesa che ha biasimato, alberga nell'anima delle masse anche un'altrettanto rozza convinzione che è una perfetta copia della sua. Quasi tutti convengono infatti mestamente che «se i soldi non ci sono», occorre limitare le proprie rivendicazioni e «rimboccarsi le maniche per crearli». Pensando di somministrare un insegnamento alla plebe, egli si è limitato a echeggiare uno dei lati contraddittori che costituiscono il senso comune odierno nella sua fluttuante confusione.
Per risolvere il dilemma di quale, tra i due opposti convincimenti dilaganti, sia quello effettivamente «peccaminoso», Sartori avrebbe dovuto misurarsi con l'interrogativo: quale fenomeno economico si nasconde dietro alla drammatica contrazione del denaro in circolazione? Ma con grande acume scientifico egli crede che non ci sia nulla da «scoprire»; che la realtà sociale «parli» nella sua immediatezza. Egli intravede che le condizioni della produzione sono cambiate, che da una cinquantina d'anni viviamo in un contesto che, grazie allo straordinario progresso tecnico, può essere definito opulento. Ma invece di convenire con quella parte del senso comune che sperimenta come una stranezza l'impoverimento collettivo che si scatena proprio quando la società ha sviluppato delle forze produttive di natura straordinaria, recrimina che questa situazione di abbondanza avrebbe «viziato» gli individui. Che vorrebbero un consolidamento della situazione conquistata, mentre dovrebbero piegarsi senza resistenza a un impoverimento, anche se non lo capiscono.
Perché è sbagliato piegarsi passivamente alla mancanza di soldi, considerandola come un semplice dato di fatto? Perché essa esplicita la natura contraddittoria e antagonistica dei rapporti sociali nei quali siamo immersi. Il denaro non è una cosa «che c'è o che va creata». Si tratta, piuttosto, di un rapporto sociale nel quale si esprime il potere che deriva dalla produzione passata e che media l'ulteriore produzione. Finché questo processo, che lega il passato al futuro, procede normalmente il denaro non manca, perché chi ha venduto torna a comperare e chi ha comperato riesce a vendere, manifestando così il suo lato positivo. Un'evoluzione che viene favorita dallo sviluppo della moneta di credito, che va incontro anche a una produzione che cresce in misura elevata. Ma, pur essendo necessario per la riproduzione, il susseguirsi delle compere e delle vendite può interrompersi, e il denaro manifesta il suo lato negativo. La non-spesa di alcuni causa infatti la mancata percezione del reddito da parte di altri, in un processo a catena; cosicché quasi tutti finiscono col trovarsi senza soldi. Un quadro aggravato dalla drammatica contrazione del credito.
Prima della metà del '900 la carenza di denaro sfociava in uno spaventoso impoverimento della società, in quelle che Sartori chiama «delle tempeste economiche perfette». Con Keynes si giunge invece a riconoscere che la scomparsa del denaro è un fenomeno contraddittorio, al quale occorre porre rimedio. Da un lato ci sono infatti lavoratori in grado di produrre, impianti e strutture sottoutilizzate, conoscenze tecniche - cioè le risorse indispensabili per creare ricchezza - e dall'altro tanti bisogni insoddisfatti; ma il denaro lasciato a se stesso non chiama in vita quelle risorse e non media l'incontro con i bisogni. Si tratta dunque di impedire che il denaro non ci sia. Proprio come sostiene Sartori «il denaro ci deve essere e basta». E poiché le imprese e i privati cittadini non sono in grado di farlo tornare in circolazione, tale compito va demandato allo stato.
Il rozzo senso comune che infastidisce Sartori non è affatto arbitrario, si riferisce, seppure solo intuitivamente a un'articolata teoria economica sulla base della quale è stata costruita quella «società del benessere», alla quale secondo il nostro mentore dovremmo dire addio. Ma l'ideologia neoliberista, che ha sbaragliato il keynesismo e il comunismo, non l'ha fatto proprio sostenendo che ridimensionando il potere dello stato keynesiano ci sarebbero stati più soldi per tutti? Ora, che la «tempesta perfetta» incombe su di noi, ci dice invece che dovremmo accettare che quei soldi non ci sono, perché pretendere che ci siano sarebbe peccato.

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
URL
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
 

Vuoi iscriverti alla Newsletter?

Ricezione

Ultimi articoli

Shinystat

contatti

Per contatti, precisazioni, problemi: tonino@sinistrainrete.info - tonino.g@mclink.it

networked blogs

 
 

Cerca nel sito

Sinistrainrete è anche su Facebook!

Browser consigliati

Questo sito è ottimizzato
per i seguenti browser:

Firefox
Chrome
Opera
Safari

i più letti

link

Aldo Giannuli
Alfabeta2
Altreconomia
altrenotizie
altri
aprile on line
Arcoiris tv
Articolo 21
Attac
Bella Ciao
beppe grillo
Cambiailmondo

Campo Antimperialista
Carmillaonline
Carta
Cassandra
Centro Riforma dello Stato
Cercare ancora
Clash City Workers
Comedonchisciotte
Comunismo e comunità
Il Comunista Quotidiano
Connessioni per la lotta di classe
Contra-versus
Countdown

Crisi e Conflitti
Crisis
cristian
Critica Marxista
Dazebao
DeriveApprodi
DL online
Domenico Losurdo
Economia e Politica
Eguaglianza e libertà
emiliano brancaccio
Esc
Essere comunisti
Fabionews
Faremondo
Giap
Giornalismo Partecipativo
Global Project
Goodwin Box
Guerre e Pace
Homolaicus: Umanesimo laico e socialismo democratico
iceberg finanza
Il Cambiamento
Il Manifesto
Il Pane e le Rose
infoaut
Informazione scorretta
Intermarx
Karl Marx Platz
L'Ernesto
La Contraddizione
la grande crisi
La vecchia talpa
Lettera
Lettera 22
Libera Tv
Liberazione
Loop
L'orizzonte degli eventi
Lo Straniero
Luca Michelini storico dell'economia
Lunaria
Luogo Comune
Manifesto Sardo
martina
Marx 2010
Marxiana
Immateriali resistenti
Mazzetta
Megachip
Mondocane
Napoli Monitor
Nazione Indiana
Nigrizia
Nonluoghi
Odradek
Ozio Produttivo
Paolo Barnard
peacereporter
Politica & Classe
Posse
Progetto Alternativo

Proteo
Punto Informatico
Punto Informatico
Punto Rosso
Radio Sherwood
Sbilanciamoci
Sentieri Erranti
Senzasoste
sinistra in rete
Socialpress
Svolte epocali
unimondo
uniriot
Vis-à-vis
voci dalla strada
wildcat
Wu Ming Foundation
Zapruder
Z-Net


Contenuti flash

Proletariato e divisione del lavoro

di Valerio Bertello

L'autorganizzazione come potenzialità

La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.

La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie.
Leggi tutto...