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Quale prospettiva dopo la dissoluzione della politica?

di Giovanni Mazzetti

Quaderno Nr. 2/2017, Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

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Se ad un partito comunista con milioni di iscritti e militanti subentra un suo presunto erede, che nell’arco di due generazioni finisce col racimolarne a fatica trecentomila; se il giornale che ne rappresentava la “bandiera” passa da vendite giornaliere superiori al milione o mezzo di copie a settemila, si può tranquillamente riconoscere che è intervenuto un cataclisma sociale.  Se si registra questo fatto senza interrogarsi sul suo significato, si finisce però con l’essere come i sismografi che, pur misurando l’energia sprigionata dai terremoti, non sanno nulla della natura del fenomeno che registrano. Se è evidente che i progetti di quel partito, il suo linguaggio e le sue forme di lotta, hanno smarrito ogni presa sulla dinamica della vita sociale, non è limitandosi a prendere atto di questa evoluzione che ci si spiega perché e come tutto ciò sia accaduto.

La parabola discendente è cominciata nella seconda metà degli anni settanta, quando si è innescata la crisi che stiamo attraversando. Allora si pose il problema di capire la natura di quello che stava succedendo, conservando l’insegnamento metodologico più prezioso di Marx: dopo una fase di straordinario sviluppo, come quello di cui abbiamo goduto nel Welfare keynesiano, le forze produttive acquisite entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti. La crisi che ne consegue è il segno che quei rapporti non erano più in grado di mediare un ulteriore sviluppo, e che bisognava impegnarsi ad elaborare nuovi rapporti produttivi e riproduttivi, coerenti con la trasformazione del mondo che era stata realizzata.

Il senso dell’insieme di fenomeni manifestatisi all’epoca, come la stagflazione, il dilagare della disoccupazione, il progressivo disgregarsi dell’efficacia dell’intervento pubblico, il diffondersi di un senso generalizzato d’impotenza, il crescere del deficit del bilancio pubblico, le prime manifestazioni degli squilibri ambientali, poteva essere colto solo con un approccio creativo che, nel legarli in una sintesi complessiva, permettesse di elaborare un nuovo linguaggio e una nuova rappresentazione dei legami sociali. Ma le classi dirigenti dei partiti e dei movimenti alternativi si dimostrarono incapaci di procedere in quella direzione. Non si resero conto che la volontà politica alternativa non era di per sé sufficiente a creare le condizioni del cambiamento. Il paese sprofondò in una situazione di ristagno strutturale, nella quale i conservatori finirono col ridiventare egemoni proprio a causa dell’inconsistenza dei loro oppositori.

Quando ormai la crisi si protraeva da una quindicina di anni intervenni in un dibattito promosso da Pietro Barcellona e dal Centro per la Riforma dello stato, esternando tutte le mie riserve sul modo di procedere e sostenendo che il problema era molto più complesso di come si tendeva a prospettarlo. Inutile dire che quel richiamo non ebbe alcun effetto. Anzi il crollo dell’URSS aveva aggravato lo stato confusionale spingendo molti intellettuali a credere di potersi sbarazzare dell’onere di comprendere quel mondo gravido di problemi per dar vita da una “nuova avventura”. Cominciò allora la lenta evoluzione che sta sfociando nella definitiva dissoluzione delle organizzazioni che pretendono di farsi portatrici di ipotesi sociali alternative.

Ora che la crisi sta incidendo negativamente sulla presa delle classi egemoni conservatrici, ritengo utile riprendere in questo e nel prossimo quaderno l’analisi dell’epoca, sperando che si cominci a diventare consapevoli che l’alternativa sociale è un qualcosa di molto più complesso di come si tende a credere. L’approccio politico, così com’è stato praticato fino ad oggi, è del tutto inadatto a far comprendere questa complessità. Senza imparare a trascendere i suoi limiti, siamo destinati ad esser travolti dalla crisi del capitalismo, che con vicende alterne si trascina ormai da circa un secolo. È a situazioni di questo genere che Marx si riferiva quando, nel Manifesto, affermava che si danno momenti in cui o interviene “una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o sopravviene la comune rovina delle classi in lotta”.

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