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Federico Guglielmi: E' possibile uscire dalla prigione di Maastricht

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E' possibile uscire dalla prigione di Maastricht

di Federico Guglielmi

Per un’ autonomia dei popoli e degli Stati nazionali

san_martino_tintoretto.jpgNell’ attuale crisi dell’Unione europea due temi centrali, all’interno della sinistra italiana – in buona parte anche in quella anticapitalista e comunista - vengono quasi del tutto rimossi ( o, per meglio dire: uno rimosso e l’altro persino demonizzato, vedremo qual è l’ uno e qual è l’altro). Due temi che sarebbe bene, invece, ricollocare al centro della discussione, almeno come questioni degne di maggior ricerca politica e teorica, degne di essere quantomeno prese in considerazione.  

Il primo tema a cui ci si riferisce ( quello “solamente” rimosso) è relativo all’estrema esigenza che ha ( non perché ne abbia totale coscienza, ma che ha oggettivamente) il movimento operaio europeo complessivo di rispondere all’unificazione transnazionale del capitale europeo e alla sua omogenea lotta antioperaia organizzata su scala continentale, con una propria, speculare, unità transnazionale ed una propria lotta organizzata su scala europea. Occorre come il pane, in altre parole, che di fronte al fatto che una multinazionale europea possa portare un attacco simultaneo nelle proprie fabbriche, nelle proprie aziende collocate, ad esempio, in Francia, Spagna e Italia, il movimento comunista e anticapitalista europeo e il movimento sindacale di classe europeo possano simultaneamente rispondere nei tre Paesi ove i lavoratori sono attaccati dall’unico padrone. Occorre come il pane che di fronte alle politiche antioperaie che l’Ue scatena omogeneamente sul piano continentale il movimento operaio europeo risponda con una lotta altrettanto omogenea e sovranazionale. Questo dell’unità transnazionale del movimento comunista, anticapitalista e sindacale europeo è un obiettivo, oggi, tanto necessario quanto assente dal dibattito e lontano dal realizzarsi.

La seconda questione ( quella persino demonizzata, anche da settori molto vasti delle forze della sinistra moderata, e non solo, italiana ed europea) è quella relativa ad una possibile parola d’ordine volta al dissolvimento, al superamento dell’Unione europea e al ritorno all’ autonomia dei popoli e degli stati nazionali.

L’Unione europea si è costituita ( oltre che con le spinte specifiche del grande capitale) anche attraverso processi culturali di santificazione e mitizzazione sostenuti dalle classi dominanti: tali processi “religiosi” sono stati tanto vigorosi e pervasivi quanto necessari agli interessi del grande capitale europeo. Cosicché, oggi, le forze politiche, le tendenze, i partiti (a volte anche comunisti) che riescono a mettere in discussione l’esistenza e “ il senso storico” dell’ Ue non sono certo la maggioranza; mentre molte sono le forze tendenti ad avallare la liceità e l’inevitabilità storica dell’Ue, prescindendo, così, dagli interessi dei popoli e dei lavoratori europei. E’ come se l’ ideale pseudoromantico di un’ unica  patria ( per la verità di un’ unica banca e di un’ unica moneta)  europea avesse già superato di gran lunga l’ideale della trasformazione socialista e della difesa del movimento operaio europeo dai selvaggi processi di accumulazione capitalistica di cui il costituendo polo imperialista europeo ha bisogno per competere con gli altri poli imperialisti e le aree economiche mondiali emergenti.
 

Sono due le “certezze” granitiche attraverso le quali, anche a sinistra, si introietta la mitizzazione dell’Ue, giungendo a sancirne l’ indissolubilità e finendo nel credere solamente alla sua supposta riformabilità, teoria e prassi della sinistra moderata:  si crede, da una parte, che l’Ue sia il frutto di un processo storico irreversibile e, d’altra parte, che la moneta unica sia salvifica per le tutte economie dei paesi dell’Unione europea.
In verità non siamo affatto, rispetto alla costruzione dell’ ’Ue, di fronte ad un processo sostenuto da spinte storiche, sostenuto da paesi e popoli attraversati da una pulsione storica unitaria; siamo stati e siamo, piuttosto ( lo ripetiamo) di fronte all’esigenza del grande capitale europeo di unirsi per divenire capitale sovranazionale in grado di competere e vincere economicamente su scala mondiale. Come l’intendenza, i popoli, i lavoratori e gli stati debbono seguire. E hanno seguito. E per ciò che riguarda l’ altro mito - la salvifica moneta unica – sono gli stessi, grandi attacchi speculativi del dollaro, con la relativa crisi dell’euro di questa fase, a dirci quanto anche l’euro, come ogni moneta  nazionale, sia esposto ai rischi delle destabilizzanti ondate speculative finanziarie internazionali e come l’oscillazione del suo valore sia subordinato, in ultima analisi, alle titaniche crisi di sovrapproduzione  e sottoconsumo che oggi segnano il capitalismo mondiale. Peraltro, a dimostrazione di quanto fragile ed esposto ai venti economici sia anche l’euro e quanto mitizzata sia la sua funzione di “scudo” per le economie europee, è bastato che girasse la voce che la Merkel vietasse la vendita allo scoperto dei bond governativi e di alcune azioni perché la moneta dell’Ue, nella prima metà dello scorso maggio, di nuovo perdesse valore. E, d’altra parte, è stato lo stesso Carlo de Benedetti, in un sua “fragorosa” lezione tenuta ( lo scorso 18 maggio) alla London Schol of Economics ad affermare “ che l’euro è ormai nelle mani tedesche ” e che “ la Germania, in queste condizioni, può anche  decidere che l’esperimento monetario europeo è al capolinea”. La stessa, nuova, crisi del 4 giugno ultimo scorso, con l’annunciato pericolo di default ungherese, il conseguente crollo delle Borse ( Milano e Madrid - 3.8%) ed il crollo dell’euro, sceso ad 1,20 dollari, quota minima dalla primavera del 2006, non depone certo a favore di un euro quale diga difensiva, né dell’economia transnazionale europea né delle economie nazionali.
 

E che l’euro - a partire dall’impatto materiale con le condizioni di vita dei popoli e dei lavoratori europei - non sia così amato, lo dimostrano non solo la vasta diffidenza verso questa moneta da parte dei popoli europei meno ricchi, che ricordano, anche in Italia, il migliore valore d’acquisto sul mercato reale della lira e di altre monete; ma tale diffidenza permane e si allarga tra i popoli europei con più alto reddito pro-capite : il popolo della Gran Bretagna, che vede come il fumo negli occhi la possibilità di perdere la sterlina, e lo stesso popolo tedesco. E’, infatti, dello scorso maggio il responso di un sondaggio condotto in Germania dalla società “Tns Emnid” e riportato dalla storica “Bild”. “ Oltre il 60% degli elettori tedeschi – riporta la “ Bild” – vorrebbe tornare al marco tedesco a causa del forte indebolimento dell’euro provocato dalla crisi ”. E ha commentato alla testata tedesca il direttore della Tns Emnid, Klaus-Peter Schoeppner, : “ L’indebolimento dell’euro e la crisi degli ultimi mesi hanno privato i cittadini tedeschi delle loro ultime illusioni. A causa della crisi finanziaria, oltre il 60% della popolazione vorrebbe  riavere il marco tedesco ”. Un altro sondaggio condotto, nella stessa fase in Germania, il “Deutschlandtrend” della società “Infratest-Dimap” , ha oltretutto rivelato che “ la metà degli elettori teme un calo del tenore di vita nei prossimi anni e due terzi teme per i propri risparmi”.
 

Ma se anche l’euro potesse svolgere – in alcuni frangenti critici – un ruolo di parziale  copertura alle economie nazionali europee, lo scarto tra questo eventuale,  sicuramente occasionale  e comunque flebile ruolo garante  e il prezzo che i popoli e i lavoratori europei debbono pagare al Trattato di Maastricht del ’92, al Patto di Stabilità di Amsterdam del ’97, al Trattato di Lisbona e alla Direttiva Bolkestein è così grande che davvero il gioco non vale la candela.

Il punto è che dal Patto di Stabilità di Amsterdam alla Bolkestein è passata, tutta intera e su tutta l’Eurozona, quella linea iperliberista  volta  al contenimento e poi alla riduzione  di salari e pensioni, di distruzione dello stato sociale e di privatizzazioni che ha come fine ultimo  il liberare la mano del grande capitale europeo, portarlo al massimo profitto, esentandolo peraltro e in maniera pressoché totale dal partecipare al sostegno di quel minimo welfare rimasto, che si regge ormai solamente attraverso  la tassazione sul lavoro.
 

Il punto è che questa Ue che sul piano istituzionale non conosce la divisione dei poteri, priva di ogni filtro democratico e sottoposta alla dittatura della Banca centrale sembra fatta apposta per subire il dominio del neo imperialismo tedesco, che punta ( ulteriori e più sofisticate scene della lotta di classe) a dividere l’Europa debole e magra ( Grecia, Portogallo, Spagna, Italia) da quella forte e grassa; che punta a trasformare i paesi dell’ est europeo nei nuovi e privilegiati terreni di accumulazione capitalistica per il polo imperialista europeo; a far pagare – insomma - i prezzi imposti da Maastricht e da Amsterdam innanzitutto ai paesi e ai popoli deboli d’Europa.
 

Le destre che hanno governato i paesi dell’Ue negli ultimi decenni hanno scaricato su di un immenso debito pubblico i costi di Maastricht, mentre – paradossalmente, ma sino ad un cero punto – le sinistre dal riformismo debole o liberiste  che hanno governato hanno varato spesso politiche e leggi  finanziarie pro Maastricht di lacrime e sangue (quella del primo governo Prodi, con i comunisti a sostegno, è stata tra le più pesanti finanziarie della storia della Repubblica, fatta per “entrare in Europa” ). Lo stesso governo Zapatero in Spagna, ( che Vendola, nel suo documento al VII Congresso del PRC di Chianciano elevò  a nuova guida della sinistra europea) ha peraltro già annunciato che assumerà sino in fondo gli ordini tedeschi volti a salvare l’euro attraverso il taglio secco di salari, stipendi, pensioni e stato sociale.
 

Certo, occorrerebbe mettere al rogo i dettami di Maastricht  nelle piazze, “ fare come in Grecia ” ( ma lì vi è un Partito comunista ed un sindacato di classe e di massa che il movimento operaio italiano, per ora, sogna solo d’avere e che pone il problema – appunto – della costruzione di un partito comunista e di un sindacato di classe nel nostro Paese).

Tuttavia vi è una questione centrale: con quale strategia debbono muoversi le forze comuniste e anticapitaliste europee? Con la strategia che ha segnato gran parte della  sinistra europea ( in Italia, spesso, anche quella comunista) sino ad ora, e cioè la linea della riformabilità dell’Unione europea ? Quella posizione che, ad esempio, ha caratterizzato politicamente e culturalmente anche l’area di intellettuali e dirigenti politici provenienti, nel nostro Paese, da il Manifesto , con l’ eurocompagna Luciana Castellina su tutti  e che ha fortemente influenzato anche le forze comuniste italiane ?

Oppure è possibile riaprire “ il caso Ue ” e ( senza pregiudizi e a partire, materialisticamente, sia dalle sofferenze che sono e saranno inflitte nel prossimi anni ai giovani, ai lavoratori e ai popoli europei, specie quelli più deboli e subordinati all’imperialismo tedesco, che dai processi di svuotamento progressivo delle sovranità nazionali) prendere in considerazione anche la possibilità di una uscita strategica, per i Paesi e i popoli che lo vogliono, dall’Unione europea ? Siamo per aprire questa riflessione, ricordando anche il fatto che il contesto attuale non è certo quello bipolare ( USA – URSS) nel quale mosse i suoi primi passi l’ Ue.

Oggi siamo di fronte ad un mondo multipolare, a molte e politicamente diverse aree economiche mondiali strutturate ed ogni Paese europeo potrebbe scegliere liberamente, autonomamente, quale partner economico avere in Europa e nel mondo, con chi relazionarsi, nell’ottica di una profitto vicendevole, fuori di una prigione, come quella di Maastricht, che garantisce falsa protezione chiedendo in cambio duri vincoli, gabelle e  imposizioni. Perché il Portogallo, la debole economia portoghese, per esempio, deve essere costretta – dalla mitologia dell’ Europa unita – a muoversi dentro i dettami europei e non può liberamente scegliere di avere – anche per ragioni storiche, culturali, precipue -  un partner privilegiato come il Brasile, l’intera area del Bric, in via di grande sviluppo? Perché l’Italia non deve rilanciare la propria,
“ naturale ”, libera, linea di apertura – politica ed economica - verso il Medio Oriente ed i paesi arabi? Perché non può sviluppare pienamente una politica economica verso l’America Latina, l’ Africa, la Cina e l’ Eurasia intera?
 

Ci sono economisti, anche di orientamento marxista, che pongono il seguente problema : dal punto di vista marxista  – affermano – l’unificazione del mercato, del capitale e della forza lavoro dell’ Ue costituisce un ambito, una potenzialità maggiore per i destini del socialismo. Tale affermazione, che pure poggia su di una apparente razionalità e su di una apparente lettura scientifica e materialistica del divenire europeo, soffre di una profonda contraddizione interna, una contraddizione che rischia di far sboccare tale analisi nel meccanicismo; siamo  di fronte ad un processo di unificazione del capitale che per concretizzarsi ha bisogno di una svolta reazionaria di lungo e lunghissimo periodo e, contemporaneamente, di fronte ad una condizione del proletariato europeo complessivo particolarmente arretrata sul piano rivoluzionario.

Ciò vuol dire, concretamente, che la costituzione di questo polo reazionario europeo non solo allunga a dismisura i tempi della trasformazione socialista sul piano continentale e sovranazionale, ma nel contempo, per la pesante ricaduta delle politiche reazionarie su ogni singolo Paese, tende a far arretrare i processi di trasformazione socialista anche sui piani nazionali.

Sinora, l’Ue è un mito della cultura dominante : i comunisti, almeno loro, possono liberasene ? Possono pensare in grande, possono osare pensare, dire che un popolo ed un Paese europeo è più libero se evade dalla prigione di Maastricht ed entra nel mare aperto, nel grande fiume dei diversi, nuovi e vasti mercati mondiali? Discutiamone, è ora.

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“La conoscenza teorica del fatto che il capitalismo dovrà crollare a causa delle sue contraddizioni, non impegna a sostenere che il vero crollo sarà un processo automatico, indipendente dagli uomini, senza gli uomini non esiste nemmeno l’economia”
P.Mattick                  

La crisi

La parola crisi è ormai sulla bocca di tutti, crisi che al di là del suo elemento fenomenologico, l’aspetto finanziario, è in realtà crisi complessiva degli attuali assetti capitalistici.

Investe cioè aspetti legati alla produzione e alla dimensione geografica del capitale stesso, che si riversano sul tempo e lo spazio di vita (cfr. Generalizzazione della precarietà e dimensione metropolitana su www.connessioni-connessioni.blogspot.com).

La crisi ha accelerato i meccanismi di una accumulazione flessibile che per sopravvivere deve accrescere i margini di sfruttamento sulla forza lavoro, precarietà contrattuale e flessibilità produttiva sono oggi un binomio indissolubile. Questo porta con sé continue metamorfosi sul piano dello spazio, ovvero della dimensione geografica del capitalismo, rappresentata oggi dalla metropoli, nuovo paesaggio del pianeta.

La modificazione dello spazio in generale, e l’urbanizzazione in particolare, sono per il capitalismo un aspetto fondamentale, grazie al quale può essere assorbita l’eccedenza di capitale. Le crisi di sovra-produzione accelerano questi processi. Una grossa porzione della forza lavoro globale complessiva è impiegata nell’edificazione e nella manutenzione dell’ambiente costruito. Il processo di sviluppo urbano mette in moto capitali di importo ingente, solitamente mobilizzati sotto forma di prestiti a lungo termine. Gli investimenti alimentanti dal credito spesso diventano epicentro di una crisi.
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