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Emilio Carnevali: Socialdemocrazia, attenti ai sedicenti “innovatori”

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Socialdemocrazia, attenti ai sedicenti “innovatori”

di Emilio Carnevali

bersani-e-dalema.jpgLa nomina di Massimo D’Alema alla presidenza della Feps (Foundation for European Progressive Studies) – network dei think tank e delle fondazioni legate alle principali formazioni della sinistra europea come la Fondation Jean Jaurès, la Friedrich Ebert Stiftung, il Policy Network e la Fundación Ideas – ha rinfocolato nel nostro Paese il mai del tutto sopito dibattito sul presente e il futuro di categorie politiche come il “socialismo democratico”, la “socialdemocrazia”, il “riformismo” (almeno in quei luoghi dove uno straccio di discussione pubblica intorno alle categorie fondamentali del pensiero e dell’agire politico si cerca, con evidente fatica, di mantenerlo in piedi).

Pietra dello scandalo è stato soprattutto l’articolo di Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei (partner italiana della Feps), pubblicato lo scorso 24 giugno sul Foglio. Diversi esponenti del Partito democratico di provenienza “cattolica” – si segnala in particolare l’interessante contributo di Giorgio Tonini pubblicato sempre sul Foglio il 29 giugno – hanno lamentato la riproposizione da parte di Peruzy di una “piattaforma politica” sostanzialmente antiquata, non adatta a confrontarsi con le sfide che si trovano di fronte le forze progressiste all’alba del terzo millennio.

Nel suo articolo il segretario della Fondazione Italianieuropei ha sottolineato il paradosso costituito dal fatto che “l’indebolimento delle forze socialdemocratiche si è manifestato proprio nel momento in cui gli effetti della crisi economica si sono rivelati in tutta la loro crudezza: la crisi economica, politica e sociale ha sancito il fallimento del liberismo sfrenato e, attraverso l’invocazione di un maggior intervento dello Stato nell’economia, sono tornati al centro del dibattito pubblico le idee fondamentali della tradizione socialista”.

Il conseguente appello di Peruzy a “recuperare e rivalutare quei principi di solidarietà, uguaglianza e democrazia che rappresentano le radici culturali della socialdemocrazia europea”, così come quello per “l’impegno in favore di una ridistribuzione più equa della ricchezza” di fronte alle “disuguaglianze intollerabili che si sono prodotte negli ultimi 15 anni”, è stato letto da molti come il tentativo di riproporre inadeguate ricette novecentesche di matrice socialdemocratica rispetto alle quali il campo progressista dovrebbe essere capace di andare finalmente “oltre”.

Questo dibattito rischia tuttavia di essere minato da due vizi di fondo. Primo: le idee e i concetti della politica dovrebbero essere criticati nel merito della loro bontà, pregnanza ed efficacia, non sulla base di qualifiche tipo “vecchio/nuovo” che sono più adatte al marketing da fustino del detersivo che a una discussione seria sulle linee strategiche di una forza di dimensioni europee.

Non vorremmo che di questo passo si arrivasse a dichiarare l’obsolescenza di un dibattito intorno ai principi della teoria liberale – dibattito quanto mai attuale visto il problematico rapporto fra le libertà individuali classiche e il neocomunitarismo prosperato all’ombra di società europee sempre più multiculturali e multireligiose – solo perché Il secondo trattato sul governo di John Locke è stato pubblicato nel 1690 o perché il Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni di Benjamin Constant è del 1819 (per citare a caso due fra i maggiori classici della tradizione liberale.

Farebbero bene a leggerli, questi come tanti altri libri, quei famosi “giovani del Pd nati dopo il crollo del muro”, tirati in ballo a ogni occasione utile dagli “innovatori” politici di ogni risma come se un giovane di oggi fosse condannato, per essere davvero “gggiovane”, ad essere ignorante e privo di memoria storica).

Ma veniamo al secondo vizio di fondo: non si capisce dove, nelle forze dell’attuale campo progressista europeo, i sedicenti “innovatori” abbiano trovato traccia di quella antica socialdemocrazia di matrice novecentesca della quale vorrebbero tanto liberarsi. Nell’ultimo ventennio le forze socialiste e di centrosinistra europee – arrivate al governo sul finire degli anni Novanta in quasi tutti i Paesi – hanno rimodellato la propria identità (chi più, chi meno, con l’unica eccezione dei socialisti francesi) intorno alla Terza Via di Blair e Giddens e al Neue Mitte di Schröder.

Questi – con estrema sintesi e con l’inevitabile approssimazione necessaria a individuare un minimo comune denominatore fra realtà e contesti diversi – i punti qualificanti dell’“ideologia” progressista a cavallo del millennio:

1. Centralità riservata alla crescita economica, in funzione della quale si riteneva accettabile anche una consistente crescita delle disuguaglianze. Sullo sfondo di questo discorso c’era il postulato del trade off fra crescita e uguaglianza/politiche redistributive, le cui basi teoriche sono state completamente demolite dalla teoria economica contemporanea.

2. Politiche di flessibilizzazione del lavoro,
stante la presunta connessione diretta fra alti livelli di disoccupazione e rigidità del mercato del lavoro, secondo un’impostazione teorica di chiara matrice ‘ortodossa’ che ha fatto seguito ad un lungo periodo in cui la disoccupazione era sostanzialmente considerata “volontaria” e attribuita principalmente ai sussidi di disoccupazione e ai salari troppo elevati (anche in questo caso la debolezza teorica di certi modelli e la subalternità culturale dimostrata dalla sinistra europea nel recepirli in maniera acritica meriterebbero maggiore approfondimento).

3. Spostamento del soggetto della rappresentanza
dai “produttori” ai “consumatori” (da qui le celebri provocazioni su come le vere politiche sociali per i giovani fossero costituite dai biglietti della Ryan Air a 50 euro, piuttosto che dalle vecchie ricette stataliste delle borse di studio, ecc.)

4. Privatizzazione del residuo patrimonio pubblico
, realizzata spesso per l’esigenza di “fare cassa” o cooptare nel proprio blocco di potere settori consistenti del capitalismo nazionale fino a quel momento lontani dall’orbita delle forze di governo. È purtroppo ancora lungi da venire un bilancio critico di queste esperienze, realizzate spesso senza alcuna liberalizzazione dei settori in questione, senza l’istituzione di efficaci autorità di controllo, e con risultati molto controversi in termini di diminuzione dei prezzi e qualità ed efficienza del servizio.

Come è evidente, agitare lo spauracchio di forze progressiste ancora prigioniere di schemi da “socialdemocrazia anni ‘70” significa parlare di cose che non esistono. Così come suona fuori luogo, a parere di chi scrive, l’invito a superare il “tradizionale insediamento sociale” di questi partiti – costituito da ceti popolari e lavoro dipendente – in un tempo in cui ci hanno già pensato le numerose batoste elettorali a scompaginare le carte e svuotare i serbatoi storici. Semmai oggi si pone il problema di riconquistare enormi porzioni di elettorato che prima votava a sinistra e ora non vota più o vota dall’altra parte.

La grande crisi economica scatenatasi nel 2007/2008 – la più grave a livello globale almeno dagli anni Trenta – ci pone di fronte a enormi sfide, per le quali è necessario attrezzarsi con strumenti giusti ed efficaci (nuovi o vecchi che siano). Paul Krugman – premio Nobel per l’economia che potrebbe essere tacciato di “arcaico socialdemocraticismo” e “vetero-statalismo” se si adottassero le categorie di analisi di tanti “innovatori” nostrani – ci ha messo in guardia dalle colonne del New York Times dal pericolo di una Terza Grande Depressione.

In seguito alle politiche restrittive varate in queste settimane dei governi europei guidati dalla Germania della Merkel, Krugman ha parlato di una ortodossia della moneta forte e del pareggio di bilancio che “ha poco a che vedere con l’analisi razionale”. Gli sforzi dell’amministrazione Obama per far prevalere in sede di G20 una linea più attenta ai problemi dello sviluppo e dell’occupazione – e dunque favorevole a mantenere in vigore gli stimoli monetari e fiscali approvati all’indomani dello scoppio della crisi – si è infranta contro il muro eretto dai superfalchi del debito pubblico. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, visto che l’effetto di queste politiche potrebbe essere assolutamente opposto rispetto a quello desiderato, ovvero mettere in sicurezza i debiti sovrani.

Non sappiamo se sia una cosa trendy occuparsi di cose come la disoccupazione, la povertà, la distribuzione del reddito, la mobilità sociale, la possibilità di curarsi. Certamente non si tratta di problemi “nuovi”. Ma una sinistra – chiamatela come volete: socialista, riformista, progressista, vattelapeschista o pincopallinista – che non si occupa di queste cose non ha ragion d’essere.

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Su comunismo e storia. Lettera a Preve

di Ennio Abate

Caro Preve,
 
ho letto su Comunismo e Comunità il tuo articolo intitolato «Comunismo fra Idea e Storia. Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa»  e, sia pur in ritardo, tengo a farti avere queste mie schematiche considerazioni su vari punti:
 
1. Crisi della sinistra. Secondo me, andrebbe retrodatata a ben prima del ‘68, perché la sua sottomissione alle pratiche e all’ideologia del neocapitalismo è molto più vecchia ed era, infatti, già oggetto agli inizi degli anni Sessanta di un lavorio critico che con Marx pur qualcosa aveva a che fare, malgrado la sua “torsione operaista” (Panzieri e «Quaderni rossi») oggi a te appare risibile.
 
2. «Programma di liberazione nazionale e sociale». Al momento non esiste.  E i tentativi di pensarlo (le pratiche mi paiono di là da venire…) corrono, secondo me, un grave rischio: usare le “rovine” di un pensiero  nazionale (risorgimentale?) troppo inquinato, e già dall’inizio del Novecento, da  imponenti e non casuali venature nazionaliste e poi apertamente fasciste. Per quanti si sono formati  su un pensiero classista, ma ammettono il suo indebolimento (qualcuno, come La Grassa, parla addirittura di una sua inconsistenza), non è facile  un “buon uso” (nel senso fortiniano del «proteggete le nostre verità» intendo io) di questo tipo di “rovine” (intendo quelle del pensiero nazionale). Anche per la semplice ragione che in passato l’abbiamo sempre guardato con distacco o sufficienza o ostilità. Anche se venissero fugate le obiezioni più serie (accuse di  populismo e di connivenza con la «destra eterna»), un’ “acculturazione nazionale” resterebbe un bel problema: non è facile innestarla sulla base culturale sia pur vagamente marxiana delle vecchie generazioni, non si sa che accoglienza troverebbe tra le nuove generazioni formatesi nel disfacimento della sinistra e nel populismo berlusconiano.
 
3. Badiou. Non so quanto sia determinante in questo autore la distinzione tra “imprese criminali” del comunismo storico (cattivo) e  bontà o innocenza dei “movimenti” o dei “gruppi in fusione” sartriani (o del “comunismo buono”).
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