SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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sinistra radicale

Nino Lisi: Declino o fine della sinistra?

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Declino o fine della sinistra?

di Nino Lisi

Più che di declino credo che si debba parlare di fine della sinistra che abbiamo conosciuto e nella quale abbiamo militato nel secolo che è passato. Lo dico chiaramente, forse brutalmente, perché sono convinto che sbaglieremmo di grosso se volessimo tentare di rianimare gli insignificanti e inincidenti resti della sinistra, che sono sopravvissuti sino ad ora: non faremmo che prolungarne l’agonia. Peggio faremmo se provassimo a far nascere qualcosa che le somigliasse: nascerebbe morta  Il mondo è radicalmente cambiato ed una sinistra come quella che ha segnato il novecento non è riproponibile, è superata, non servirebbe.

Per evitare fraintendimenti, dico subito che non sono di quelli che sostengono  che la distinzione tra destra e sinistra non abbia più senso. Secondo me ne ha di senso, eccome! Non è infatti che le classi siano scomparse; tutt’altro; ma si sono scomposte e ricomposte altrimenti. Non è che la lotta di classe non vi sia più: è ben presente, eccome; ma è combattuta da una parte sola (con una veemenza maggiore di prima e con forme e mezzi anche nuovi). Ma non c’è l’altra parte che si contrapponga.

Di una sinistra quindi c’è un disperato bisogno. Ma  ne va fondata una nuova, all’altezza dei tempi,  capace di “leggere” il mondo come è oggi, comprenderne le logiche e le dinamiche dominanti, individuare ed organizzare i soggetti che possono essere oggi  protagonisti di cambiamenti in seno alla società;

Giuliano Cappellini: Sinistre e unità della sinistra

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Sinistre e unità della sinistra

Giuliano Cappellini

Miglioristi e antimiglioristi

Dopo quasi un quarto di secolo non ci pare che né i “miglioristi”, né i loro epigoni avanzino alcun bilancio del “migliorismo”, il movimento ideale e politico che allora ebbe successo nella sinistra italiana. Ciò non stupisce, perché oltre che liquidare il PCI, nessuna altra parte del programma “migliorista” è stato realizzato. Infatti, dal punto di vista “sociale e democratico” il capitalismo è stato “migliorato” solo in peggio e il “migliorismo” sembra svanito nel nulla.

Eppure il successo fu innegabile: con la rinuncia all’obiettivo del socialismo esso sanciva la resa della sinistra italiana al dominio senza vincoli del capitale su ogni aspetto della società, la soggezione ai modelli socio-economici ed alla propaganda dell’imperialismo nordamericano. Ma anche se si capiva che questa resa sarebbe stata pagata amaramente dalle masse lavoratrici del nostro paese, qualcuno si convinse che questo era il prezzo per non distruggere, in una drammatica contingenza della storia, il movimento operaio e la democrazia in Italia.

I “miglioristi”, però, non cercarono giustificazioni.

G. Bausano e E. Quadrelli: Gli insegnamenti delle giornate di Roma

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Gli insegnamenti delle giornate di Roma

Giulia Bausano ed Emilio Quadrelli

In questa fase, l’insubordinazione attiva di reparti del proletariato – interpretata, promossa, inscritta dentro il programma di una rete di nuove avanguardie comuniste – è il passaggio politico preliminare a tutto. (Senza tregua. Giornale degli operai comunisti. Luglio 1976) I fatti e i dati hanno la testa dura. Il cinquantasei per cento della popolazione romana, alle ultime elezioni amministrative, si è astenuta. Le cose non sono andate troppo diversamente anche nei restanti collegi elettorali, ma è a Roma che l’astensionismo di massa ha raggiunto i picchi di maggiore consistenza. Ci soffermiamo su Roma poiché, in quanto realtà metropolitana, è in grado di anticipare e prefigurare gli scenari complessivi di un futuro che, a ragion veduta, sembra essere dietro l’angolo. L’analisi del voto romano, pertanto, assume un significato di particolare interesse in virtù della tendenza che oggettivamente incarna: saperla  leggere e interpretare con anticipo è ciò che fa delle avanguardie comuniste una realtà degna di questo nome.  Proprio su tale capacità si gioca, per intero, quell’essere sul filo del tempo che il metodo leniniano ci ha consegnato sulla scia della scienza marxista. Vediamo, pertanto, che cosa è successo a Roma considerando la prima tornata elettorale. La somma dei due poli governativi ottiene circa un terzo dei consensi. Il Movimento 5 stelle, in neppure due mesi, brucia gran parte dell’appeal protestatario raccolto alle politiche, irrisorio il risultato del cartello della sinistra parlamentarista, praticamente nullo il risultato della cosiddetta destra radicale.

Iniziamo a prendere in rassegna, sulla base dell’analisi di classe, il risultato ottenuto dall’area governativa e dalle sue ruote di scorta.  Chiediamoci, pertanto, quali interessi materiali richiamano. Queste coalizioni rappresentano gli obiettivi interessi di quella parte di popolazione socialmente ed economicamente inclusa la quale, dentro quei contenitori politici, trova una soddisfacente rappresentanza politica.

Rossana Rossanda: "Io, eterna madre della sinistra uccisa dai figli"

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"Io, eterna madre della sinistra uccisa dai figli"

S. Fiori intervista Rossana Rossanda

L'allontanamento dal "Manifesto". Il conflitto fra generazioni. Le nuove disuguaglianze. Colloquio con la "ragazza del Novecento"

BRISSAGO - "No, non ci capiamo più. Li ho ascoltati per tanti anni, un lungo miagolio sulle mie spalle. Venivano dalla madre a raccontare le delusioni esistenziali. Gli amori, le speranze, le difficoltà. Ma ora davvero non ci capiamo più". Lo sguardo è severo e insieme sorridente, l'incarnato candido come le camelie che fioriscono nel giardino qui intorno. Da qualche mese Rossana Rossanda vive a Brissago, un angolo del Canton Ticino dove si fermerà fino alla fine di agosto. "Sì, è un bel posto. Dall'ospedale di Parigi vedevo solo la periferia, qui c'è il lago per fortuna increspato dal vento. Per chi non la conosce, la Svizzera può essere incantevole. Ma pare che chi ci vive la trovi insopportabile".

Azzurro ovunque, le vele bianche, anche i monti innevati, una bellezza quasi sfacciata e intollerabile allo sguardo ferito di chi abita nella grande casa di vetro affacciata sul lago Maggiore. "La prego", si rivolge con famigliarità all'infermiere, "può dare un po' d'aria alle rose?". La stanza è luminosa, sul comodino la bottiglia di colonia e la biografia di Furet, un po' più in là l'ultimo libro di Asor Rosa, I racconti dell'errore. "È un bellissimo libro sulla vecchiaia e sulla morte. Ma noi vogliamo parlare d'altro, vero? I necrologi lasciamoli da parte".

Per i più vecchi, nella famiglia del Manifesto, è stata l'eterna sorella maggiore, la quercia sotto cui ripararsi nella tregenda. Per i "giovani" - così li chiama, anche se giovani non sono più da tempo - è la madre temuta e ingombrante. "Sì, una madre castratrice. Mi hanno sempre visto così, anche se io non mi sono mai sentita tale. Ho sempre cercato di capire, di dar loro spazio, ma forse è una legge generazionale.

Roberto Salerno: Considerazioni sulla sinistra che non c’è

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Considerazioni sulla sinistra che non c’è

di Roberto Salerno

I.

Sembra ormai patrimonio comune l’idea dell’irreversibilità della sconfitta della sinistra cosiddetta “radicale”. Fuori dal Parlamento, tradita dai suoi elettori – rifugiatisi in un movimento quanto meno ambiguo, quando non direttamente nell’astensione – e abbandonata dai militanti, non sembra più in grado di incidere in nessun modo sui destini del Paese.

Meno discussa è invece l’incredibile débâcle della sinistra moderata – o “riformista” – quella che una volta si sarebbe chiamata socialdemocratica e che oggi prova in tutti modi a nascondere cos’è, peraltro riuscendoci benissimo. A differenza di quella radicale, la sconfitta della sinistra moderata non è però nei numeri; in fondo in Italia il PD è alla guida del governo. La sconfitta è ideologica: l’idea stessa della giustizia sociale – in fondo vera ragion d’essere di ogni sinistra moderata o radicale, riformista o rivoluzionaria – è stata assorbita e reinterpretata attraverso strumenti e politiche limpidamente di destra, una destra forse civile, ma di certo paternalistico-elitaria.


II.


Per provare a meglio definire questa sconfitta limitiamoci a soli quattro esempi, lasciando per ultimo quello più clamoroso.

Rino Malinconico: Una critica fraterna sull’assemblea di Bologna

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Una critica fraterna sull’assemblea di Bologna

di Rino Malinconico

Ho trovato singolare che il dibattito di sabato scorso a Bologna abbia di fatto ignorato le straordinarie potenzialità dei due aggettivi presenti nel titolo dell’appello, e cioè “anticapitalista” e “libertario”. Peraltro molti interventi non solo hanno evitato di cimentarsi coi due termini, ma hanno proceduto speditamente in una direzione che a me è parsa francamente opposta. Porre, infatti, l’accento sull’anticapitalismo, quando quasi tutti partono dalla speculazione, dalla finanza, dalla corruzione e quant’altro, significa impegnarsi su un terreno preciso, che è analitico e programmatico allo stesso tempo. Significa provare a sostenere, con argomentazioni possibilmente documentate, motivate e credibili, che l’origine dei mali del nostro tempo non risieda affatto nella “degenerazione” del capitalismo, ma proprio nel suo sistema normale di funzionamento.

Dal mio punto di vista, far valere una tale affermazione è assolutamente necessario. E però, questa scelta ha poi delle conseguenze stringenti, tanto sul piano della cultura politica quanto sul piano delle modalità dell’azione pratica.

Alexander Höbel: Crisi della democrazia e organizzazione dei comunisti

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Crisi della democrazia e organizzazione dei comunisti*

di Alexander Höbel

1. Movimento operaio, comunisti, democrazia

Perché affrontare insieme i temi della crisi della democrazia e dell’organizzazione dei comunisti? La risposta è in qualche modo scontata. La vicenda storica del movimento operaio, socialista e comunista, è stata strettamente intrecciata allo sviluppo della democrazia, dalle rivoluzioni democratiche del 1848 alla sperimentazione di un modello democratico inedito con la Comune di Parigi, dalle lotte per l’allargamento del diritto di voto e per il suffragio universale all’affermarsi dei partiti di massa socialdemocratici e socialisti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, dal peso crescente che essi acquisirono – si pensi al Psi in Italia in seguito all’introduzione del sistema proporzionale – al modello “democratico-sociale” affermatosi in vari paesi nel secondo dopoguerra; e anche qui con una importanza non secondaria del “caso italiano”, segnato in modo rilevante dalla presenza del Pci, ossia del partito comunista più forte del mondo occidentale, un partito di massa che aveva fatto la sua bandiera proprio del progetto di via democratica al socialismo e che era riuscito a collocare l’idea di democrazia progressiva nella stessa Carta costituzionale1 .

A partire dal 1789, l’Europa vede dunque un progresso economico e politico e un costante avanzamento della democrazia (certo, con momenti di arresto e di regresso anche gravi), nel quale il movimento operaio nuota come nel mare che gli è più congeniale.

Michele Nobile: Sul libro di M. Badiale e F. Tringali

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Sul libro di M. Badiale e F. Tringali

Le trappole dell’antieuropeismo nazionalistico e del richiamo alla Costituzione

di Michele Nobile

Il libro di Marino Badiale e Fabrizio Tringali La trappola dell’euro (Asterios 2012) è da consigliarsi sia per il contributo analitico all’interpretazione della crisi dell’euro sia per la critica delle misure antipopolari di politica economica messe in atto nei paesi dell’eurozona e, in particolare, in quelli colpiti dalla cd. crisi del debito sovrano. L’interesse maggiore del volume risiede però, a parer mio, nella connessione tra impianto analitico e proposta politica. Quest’ultima si può riassumere nell’obiettivo di riconquistare la sovranità monetaria dello Stato italiano, uscendo dall’Unione europea e dall’Eurosistema, al fine di attuare una politica economica «per difendere i ceti medi e popolari, ed iniziare almeno i primi passi di un percorso che ci porti verso una reale alternativa alla distruttività del capitalismo contemporaneo» (p. 135).

La prospettiva formulata da Badiale e Tringali è ampiamente diffusa nell’area della sinistra più o meno antagonistica (ma anche nella destra radicale, per dirla tutta), per quanto non necessariamente con la stessa consapevolezza della posta in gioco e con la stessa coerenza logica dimostrata dagli autori. Leggere con attenzione critica questo libro può dunque essere utile per prendere coscienza dei presupposti e delle implicazioni di una linea che riconduca la lotta contro le misure antipopolari agli obiettivi complessivi della fuoriuscita dall’area dell’euro e dall’Unione europea e alla formulazione di una politica economica alternativa.


I punti d’accordo relativi all’analisi economica


Definire i punti d’accordo con Badiale e Tringali non è difficile.

Luciano Vasapollo: Il Socialismo è in cammino?

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Il Socialismo è in cammino?

Bruno Settis e Carlo Parisi intervistano Luciano Vasapollo

Nell’occasione di una commemorazione del comandante Hugo Chavez organizzata dalla Rete dei Comunisti, al Polo Carmignani a Pisa, abbiamo incontrato Luciano Vasapollo, docente alla facoltà di Scienze Statistiche alla Sapienza di Roma ed economista attivo nella Rete dei Comunisti, che da trent’anni studia e frequenta l’America Latina ed è collaboratore per i temi della pianificazione economica di varie istituzioni, anche governative, di diversi paesi dell’ALBA. Le domande che seguono sono state elaborate insieme a Francesco Marchesi ed Andrea Califano
 
Cominciamo con una domanda di “riscaldamento”. L’elezione al soglio di Pietro di un argentino – Jorge Mario Bergoglio – anche al di là delle sue eventuali responsabilità o dei suoi silenzi durante gli anni della dittatura, ha fatto pensare a molti a una riedizione del modello Wojtyla, volto a far leva sui sentimenti religiosi delle masse sudamericane per indebolire i governi di sinistra. Certo le differenze non sono poche, a partire dalla forte e sbandierata fede cattolica di molti leaders della regione: un caso esemplare è la dichiarazione di Maduro secondo cui Chavez sarebbe intervenuto dal cielo per favorire l’elezione di Bergoglio.

Per poter dare delle risposte anche riguardo alla religiosità in America Latina bisogna conoscere in profondità quei popoli e quelle culture: in Europa soprattutto la sinistra è imbevuta di forte eurocentrismo e ha un rapporto con l’America Latina di natura neo-coloniale, che impedisce di comprendere che per esempio a Cuba la gente anche iscritta al partito è spesso religiosa – cattolica o legata a varie forme di sincretismo – e lo stesso avviene in Venezuela.

Gianni Fresu: Abbiamo perso? Non ci hanno capito!

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Abbiamo perso? Non ci hanno capito!

di Gianni Fresu

Pubblichiamo come contributo alla discussione questo intervento dell'ex segretario regionale del Prc della Sardegna

È veramente triste fare i conti con il mesto epilogo di un progetto nato con l’ambizione di rifondare una teoria e una prassi comunista nel Paese, dopo lo scioglimento traumatico del PCI. Di sconfitta in sconfitta, l’organizzazione incaricatasi di rappresentare la palingenesi del marxismo militante si è progressivamente ridimensionata, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. Altro che l’erede del più grande partito comunista dell’Occidente, al massimo ci siamo ridotti a scimmiottare una delle tante organizzazioni della vecchia sinistra extraparlamentare, con una non trascurabile differenza: allora c’era anche il PCI, oggi no.

Negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire il nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no. Potremmo evocare la Sindrome di Stoccolma per spiegare l’attuale stato d’animo del PRC e del PdCI, perché la sconfitta e la profonda crisi del Partito democratico ha anzitutto spiazzato chi in questi anni ha incessantemente incentrato la propria azione politica sulla critica feroce o l’appiattimento verso questo partito. Se non esistesse più il PD un buon 70% degli argomenti al centro delle nostre discussioni, negli ultimi anni, verrebbe meno. Panico: chi siamo, dove andiamo, come fare?

Fondare o affondare il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia.

Rete dei Comunisti: Il problema è l'atterraggio

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Il problema è l'atterraggio

Rete dei Comunisti

Una storia si è chiusa. Una conclusione ampiamente prevedibile da parecchio tempo. Non riguarda solo le dimissioni delle Segreterie Nazionali di PRC e PdCI ma, più complessivamente, l’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI

Una storia si è chiusa. Questa conclusione, a dire il vero, era già ampiamente prevedibile e anche da parecchio tempo. Sia chiaro: non vogliamo – qui – fare riferimento esclusivamente alle dimissioni delle Segreterie Nazionali del PRC e del PDCI ma, più complessivamente, all’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI. Quando avvengono fatti di questa rilevanza non è mai solo una questione oggettiva ma sempre il suo combinarsi con quelle soggettive. Nessun comunista può mai essere sollevato quando vede il pezzo di una tradizione, cui lui stesso appartiene, scomparire nell’irrilevanza dell’attualità. Ma allo stesso tempo, la consapevolezza di essere dentro una battaglia lunga, aiuta a comprendere i passaggi di fase e lo smascheramento degli errori. Ovviamente pesantissimi, date le circostanze favorevoli in cui un’organizzazione comunista si trova in questo momento di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Crisi che, come sottolineiamo da anni, è sistemica e non strutturale. Il capitale però sta sì su di un piano inclinato ma da solo non precipita. Davanti alle praterie sterminate che ci aspettano e in un momento in cui è molto più facile che non venti anni fa dirsi comunisti, aver preferito una linea politicista e non di organizzazione politica di rappresentanza del blocco sociale, è apparsa una scelta suicida. E, allora, affondiamo i piedi nel piatto. Che il risultato elettorale di Rivoluzione Civile sia stato negativo poco deve importare ai comunisti, nulla al paese.

Domenico Moro: Cosa insegnano le elezioni

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Cosa insegnano le elezioni

I perché della sconfitta

di Domenico Moro*

Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si aspetta il conteggio dell’arbitro, sfruttando ogni secondo per riprendere fiato e lucidità. Ecco, riprendere fiato, per noi, vuol dire ragionare a mente fredda e cercare di capire il perché e il percome è successo un’altra volta.

Nessuno ha la verità in tasca. Tuttavia, cerchiamo di vedere se è possibile individuare dei fatti precisi da cui partire. In primo luogo cosa dimostrano queste elezioni? A mio modo di vedere, dimostrano tre cose. Primo, il bipolarismo è fallito. Secondo, il governo Monti e la maggioranza che lo sosteneva sono stati bocciati. Terzo l’Europa stessa – o meglio l’europeismo dei mercati finanziari - è stata bocciata.

I dati e i numeri non si prestano a interpretazioni diverse. Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno subito salassi qualche volta mortali. Lo stesso recupero di Berlusconi, che pure c’è stato, è in realtà molto relativo.

Paolo Favilli: Questione elettorale e ricostruzione della sinistra

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Questione elettorale e ricostruzione della sinistra

di Paolo Favilli

Nella definizione di «impolitico» non c'è, ovviamente, nessuna volontà (né possibilità) di riferimento a Thomas Mann, il grande «impolitico» (o forse, meglio, «apolitico») degli inizi del Novecento. Molto più semplicemente la definizione è legata al dubbio, e dubbio reale, che ha colto l'autore di questa nota, relativamente alla sua capacità di comprendere davvero i nessi che legano il momento analitico al momento della sua traducibilità politica, a quell'aspetto comunemente indicato con il termine «tattica». Credo, infatti, di concordare, nella sostanza, con l'analisi di «fase ciclica» (da non confondere con l'analisi di «contingenza»), sviluppata in un periodo piuttosto lungo da autorevolissimi amici e compagni come Asor Rosa, Bevilacqua, Tronti. Nella contingenza attuale queste personalità si sono assai impegnate perché tutti i «progressisti» convergano i loro voti verso la coalizione imperniata sul Pd con «in pancia Vendola» (Scalfari dixit). Lo stesso giornale che ospita questi miei scritti ha fatto un'evidente scelta in tale direzione.

Quando personalità nei cui confronti si nutrono motivi assai giustificati di stima intellettuale, di condivisione analitica, fanno scelte politiche contingenti sulle quali sembra difficile concordare, credo sia giusto farsi prendere da dubbi, porsi domande. Non è possibile che lo sguardo di chi, come lo scrivente, è rimasto sempre esterno (a parte un brevissimo periodo della prima gioventù) alla pratica della politica, sia poco adatto per cogliere i criteri di priorità relativi alle necessità del momento attuale?

Ho sempre pensato che la sfera della politica abbia un largo grado di autonomia rispetto alla elaborazione teorica e culturale in genere, che non sia possibile, cioè, nessun processo di traducibilità diretta dell'una sfera nell'altra.

Alberto Burgio: Le buone ragioni di rivoluzione civile

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Le buone ragioni di rivoluzione civile

Alberto Burgio

Se c'è un elemento caratteristico dell'attuale fase politica, questo è la potenza determinante del sistema mediatico. L'Italia, l'Europa, tutto il mondo capitalistico sono nella morsa di una crisi che sta scomponendo le società. Da una parte, la povertà vera. Strutturale, dilagante, senza prospettive di riscatto. Dall'altra, la concentrazione in poche mani di ricchezze immense, intraducibili in misure concrete. In mezzo, aree sociali precarizzate, che vedono messi a rischio i fondamenti stessi della propria condizione di vita: il reddito, l'occupazione, i diritti essenziali.

Ma se il quadro è di per sé limpido nella sua violenza, l'opinione pubblica non riesce a farsene un'immagine chiara, e non sa intravedere vie d'uscita. Oscilla tra angosce apocalittiche e attese fideistiche di uomini provvidenziali (si pensi alla santificazione di Monti al momento della sua incoronazione), appesa alla girandola di numeri che le viene quotidianamente propinata. Lo spread, gli indici di Borsa, i tassi di cambio, numeri magici della cabala postmoderna. Quando diciamo che il 99% è contro uno stato di cose voluto dall'1%, ci raccontiamo una favola. Bella, ma, come ogni favola, ingannevole. Di certo la stragrande maggioranza è scontenta e spaventata, ma è anche confusa e disorientata. E non sa a che santo votarsi.

La cifra del nostro tempo è questa: la cattura cognitiva dei corpi sociali, imprigionati in una gabbia - davvero un pensiero unico - che ne deforma la visuale, impedendo loro di vedere la situazione in cui si trovano.

Militant: 15 ottobre e repressione. Una riflessione

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15 ottobre e repressione. Una riflessione

Militant

Ritorniamo, con un ragionamento più strutturato, sulle sei condanne di qualche giorno fa per il 15 ottobre, allargando il discorso in generale alle forme repressive che hanno preso corpo per quella giornata. Queste sei condanne non sono le prime: già nove persone, infatti, sono state condannate – tutte con rito abbreviato – a pene che vanno dai 2 ai 5 anni per il reato di resistenza – aggravata o pluriaggravata – a pubblico ufficiale. Le ultime sei condanne – tutte a sei anni, senza distinguere le condotte dei singoli imputati –, invece, sono state per il reato di «devastazione e saccheggio»: e non faremo finta di sorprenderci che i compagni siano ancora condannati con reati previsti dal codice fascista o che non sia stato tenuto conto della gestione della piazza (una piazza autorizzata) messa in pratica delle forze dell’ordine.


La macchina repressiva dello Stato, dunque, continua a fare alacremente il suo lavoro, sostenuta da una parte dell’opinione pubblica che, all’indomani del 15 ottobre, partecipò alla campagna delatoria messa in piedi da «Repubblica» e da altri quotidiani e contribuì a rafforzare e a legittimare la retorica dei «buoni» contro i «cattivi», dei «black bloc» violenti infiltratisi per rovinare il corteo ai manifestanti pacifici.

Pasquale Cicalese: Dal fronte esterno al fronte interno

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Dal fronte esterno al fronte interno

Per una strategia di liberazione nazionale

di Pasquale Cicalese

Appunti per un programma di transizione dei comunisti nella fase attuale

Prima ancora di parlare di programma, è bene chiarire che compito dei comunisti è quello di adottare la matrice del materialismo storico per comprendere le dinamiche in atto, dunque analizzare in pieno i conflitti e le guerre di classe che attraversano la società italiana.


Ritornare a crescere con l’intervento pubblico nell’economia


Il Paese vive da vent’anni una fase recessiva che è stata essenzialmente dovuta alla dismissione dell’economia mista avviata con vigore nel dopoguerra, quando la produzione militare lasciò il passo alla produzione manifatturiera civile, con un forte connubio, nelle industrie pubbliche, tra scienza e industria.

Ritornare a un sentiero di crescita implica necessariamente un ritorno del pubblico nell’economia: ciò sottintende, innanzitutto, la nazionalizzazione del sistema bancario italiano e la creazione di oligopoli pubblici capaci di intercettare la richiesta di merci tecnologicamente avanzate da parte dei paesi che sono emersi o che sono in un sentiero di sviluppo.

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