SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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sinistra radicale

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Nel cervello della crisi

La «storia militante» di Sergio Bologna tra passato e presente

di Damiano Palano

Proprio quarant’anni fa, mentre esplodeva la prima crisi dell’economia post-bellica, a Milano veniva dato alle stampe il primo numero di «Primo maggio», una delle riviste più importanti nella storia dell’«operaismo italiano». Quella rivista aveva il proprio punto di riferimento in Sergio Bologna, attorno al quale si erano raccolti alcuni giovani storici provenienti da differenti esperienze politiche della sinistra extra-parlamentare, ma vicini all’istanza di quella che veniva definita come una «storia militante». Da qualche anno il ricchissimo Dvd che accompagna un volume curato da Cesare Bermani  su quell’esperienza (La rivista «Primo maggio» (1973-1989), Derive Approdi, Roma, 2010) ha rimesso in circolazione tutti i ventinove numeri della rivista, insieme ad alcuni rari documenti complementari. D’altronde, nel lavoro di riscoperta dei classici dell’operaismo italiano promosso in questi ultimi anni da editori come Derive Approdi e Ombre corte, «Primo maggio» non poteva davvero essere dimenticata. Non solo perché, a causa di tormentate vicende editoriali, i fascicoli della rivista erano diventati ben presto introvabili, scomparendo così (quasi totalmente) anche dallo sguardo delle nuove generazioni e da ciò che rimaneva della ricerca critica sulle trasformazioni sociali.

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Le mobilitazioni sociali del 18-19 ottobre*

di Franco Russo

1. Considerazioni preliminari

La gestione della crisi da parte delle classi dirigenti europee – governi nazionali, BCE, imprese, banche, tecnocrazia tenuti insieme dal ‘pilota automatico’ dell’UE – sta provocando una disgregazione sociale, essendo stati inflitti alle classi popolari i costi del ‘riaggiustamento economico’ attraverso i licenziamenti e la disoccupazione, la precarizzazione del lavoro, il consolidamento fiscale per contenere deficit e debito degli Stati con la conseguente contrazione dei servizi pubblici.

Senza tener conto di questi fattori, che riguardano la quotidianità di milioni e milioni di persone, non si può spiegare lo stato di acquiescenza e di passività in cui i popoli europei vivono questi anni di crisi, nonostante le lotte e gli scioperi generali in Portogallo, Spagna e Grecia. È calata una cappa per imporre una normalizzazione dei comportamenti sociali.

La CES, organismo sindacale europeo, ha scelto di non sostenere le mobilitazioni nei paesi colpiti dai provvedimenti di austerità, i famosi PIGS, né ha promosso lotte contro le decisioni delle politiche di bilancio e contro il Fiscal Compact e l’ESM.
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Continuons le combat

Dopo il 18 e il 19 ottobre. Partito e organizzazione di massa

di Collettivo “Noi saremo tutto” Genova

Tutti gli uomini sognano, ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte nei ripostigli polverosi delle loro menti, scoprono, al risveglio, la vanità di quella immagine: ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per attuarlo. (Th. E. Lawrence, I sette pilastri della saggezza)

Il crollo della socialdemocrazia

Dalle mobilitazioni di ottobre un primo dato emerge con chiarezza: la socialdemocrazia è un fetido cadavere e lo è, esattamente, nei termini in cui lo avevamo descritto e preannunciato nell’articolo a questo precedente. Il sostanziale flop a cui è andata incontro la manifestazione del 12 ottobre, a fronte dell’imponenza della giornata del 19, anticipata dalla non secondaria mobilitazione del sindacalismo di base del 18, conferma, attraverso un dato empirico denso di contenuti, quanto da tempo abbiamo posto all’ordine del giorno: l’impossibilità storica di una reiterazione di quel patto socialdemocratico attraverso il quale, per un’intera arcata storica, le classi dominanti insieme ai loro agenti attivi nel campo delle classi sociali subalterne hanno scongiurato l’irrompere dello spettro comunista sulla scena politica europea. A stento, il 12 ottobre, le varie anime della socialdemocrazia sono state in grado di portare in piazza diecimila persone. Se pensiamo che, tra gli organizzatori della manifestazione, vi era la FIOM, l’ARCI, SEL, il variegato mondo dell’Associazionismo, qualche pezzo del Pd e del M5S, la sponsorizzazione aperta de «Il fatto quotidiano» e quella “sotto copertura” de «La Repubblica» oltre ovviamente ai vari «Il manifesto» e «l’Unità» il fatto non è certo cosa da poco. Un flop, si può dire, senza precedenti che va assunto in tutta la sua importanza e conseguentemente analizzato.

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Riflessioni sulla ricostruzione di un partito comunista unito e adeguato

di Domenico Moro*

Riceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione sulle prospettive dei comunisti in Italia

Una fase storica nuova e la fine del “Patto sociale” postbellico

Ricostruire il partito comunista, oggi, richiede il superamento della frammentazione organizzativa e dell’inadeguatezza tattica e, prima ancora, strategica dei comunisti. Infatti, unità ed adeguatezza ai compiti della fase storica sono inestricabilmente legati. Per questa ragione, per prima cosa, vanno chiarite, seppure schematicamente, le caratteristiche e gli aspetti di discontinuità della fase in cui siamo entrati rispetto a quella che l’ha preceduta. Ciò comporta anche il delicato compito di fare i conti con la storia del comunismo novecentesco.

La fase storica in cui siamo inseriti è il risultato di diversi fenomeni legati tra di loro, maturati nei decenni precedenti. La fine della Seconda guerra mondiale e la vittoria sul fascismo videro il fronte socialista internazionale e il movimento operaio europeo occidentale attestarsi su rapporti di forza avanzati, che si concretizzavano nelle Costituzioni antifasciste e nel “patto sociale” tra le classi. Su tali basi, si svolse una fase trentennale di lotte sia nei Paesi cosiddetti “avanzati” che nei Paesi periferici, che portò l’imperialismo, a partite dalla potenza-guida statunitense, ad una crisi di egemonia, aprendo la strada alla possibilità di un superamento del capitalismo.
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È iniziata con un assedio

Redazione di Infoaut

Ripartiamo da Piazza San Giovanni. Una piazza che il 15 ottobre 2011 fu una tomba per il ceto politico, quello istituzionale e di movimento, travolto da un'espressione di antagonismo sociale irriducibile alle forme della rappresentanza. I due anni successivi hanno confermato che non era una fiammata episodica, ma un punto di non ritorno. Allora doveva finire solo con un comizio, il 19 ottobre di quest'anno i comizi finalmente non sono stati nemmeno messi in programma.

In questi due anni la crisi ha trasformato il quadro generale, cambiando in profondità la condizione sociale. Sui territori sono evidenti i processi di scomposiszione determinati dal rafforzamento delle politiche di austerity e di impoverimento, che se non si riesce a contrastare adeguatamente rischiano di determinare rapporti di forza non favorevoli alle lotte. I movimenti che riescono a muoversi nella giusta direzione, pur tra varie difficoltà, sono tra loro diversi, uniti - come il No Tav, il No Muos, la lotta per la casa, ecc. - dalla capacità di costruire segmenti di autorganizzazione e dal tentativo di ricomporre segmenti differenti. E' dunque ricomposizione non di ceti politici ma di lotte e segmenti sociali, di quei soggetti che subiscono la crisi e sono stufi di pagarne i costi. Il 19 ottobre è stato il primo tentativo di dare visibilità a questi processi, senza delegarli a calendari fissati in modo separato ma dando vita a una nuova temporalità, autonomamente scelta dai conflitti.

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Ce n’est qu’un debut

Verso e oltre il 18 e il 19 ottobre

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova

Pubblichiamo di seguito un corposo e densissimo contributo del collettivo "Noi saremo tutto" di Genova che sentiamo di condividere quasi completamente. Comprendiamo pure che leggerselo su internet potrebbe risultare faticoso per questo motivo potete scaricarlo qui in pdf e poi magari stamparlo
“Durante la rivoluzione milioni e decine di milioni di uomini imparano in una settimana più che in un anno di vita ordinaria, sonnolenta, perché una svolta brusca nella vita di tutto un popolo permette di rendersi conto chiaramente dei fini perseguiti dalle classi sociali, delle loro forze e dei mezzi con i quali agiscono”. (V. I. Lenin, Gli insegnamenti della rivoluzione)

La posta in palio


Le giornate di mobilitazione generale del 18 e 19 ottobre possono rappresentare un passaggio importante se non addirittura decisivo per la messa in forma di un movimento antagonista in grado di “unificare” le lotte e le tensioni politiche e sociali che la crisi obiettivamente produce. Per molti versi è un’occasione non secondaria per dare una forma politica a quell’insorgenza sociale manifestatasi nella giornata romana del 15 ottobre la cui radicalità non ha trovato uno sbocco politico/organizzativo capace di trasformare quella rabbia in progetto politico. Ciò non è stato evidentemente un caso e neppure l’esito di una incapacità politica, piuttosto ha dimostrato la difficoltà di buona parte della stessa sinistra radicale e anticapitalista a fare realmente i conti con gran parte della sua storia passata e, al contempo, a confrontarsi positivamente con quella “nuova composizione di classe” che, l’attuale modello di produzione capitalista, ascrive e circoscrive ogni giorno che passa nell’ambito della marginalità e dell’esclusione sociale.

I comportamenti di questo nuovo segmento di classe, che le statistiche ufficiali indicano ormai come maggioritario dentro l’attuale ciclo produttivo, si manifestano il più delle volte in maniera anarchica e nichilista finendo con il reiterare persino in ambito metropolitano pratiche non distanti dal luddismo.
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Cattive abitudini

di Sergio Cararo

Balza agli occhi la divaricazione tra le contraddizioni che presenta la fase storica e politica che stiamo attraversando, con la capacità soggettiva di volgerle a favore delle classi subalterne e dei loro interessi.

Sullo sfondo di una crisi che mette in discussione i rapporti di forza internazionali consolidatisi dal dopoguerra a oggi (vedi l’empasse dell’egemonia statunitense) la situazione nel nostro paese  – la “anomalia italiana” – sembra ripresentarsi in tutta la sua pesantezza. La recessione sul piano economico-sociale e le difficoltà di avviare un governance adeguata agli standard gerarchici imposti dall’Unione Europea, continuano ad avvitarsi di passaggio in passaggio. A poco sembrano essere serviti i colpi istituzionali inferti dal Quirinale e dalle lettere-diktat della Bce.

Ma tutto questo non sembra ancora fornire materia sufficiente per una rivoluzione culturale nella sinistra italiana. Non possiamo nasconderci però che anche negli ambiti della sinistra antagonista si stenta non poco nel cercare di mettere al passo esperienze soggettive, anche importanti, con una sintesi più avanzata e ipotesi ricompositive.

Emblematica di questa situazione è la genesi e la proposta della manifestazione del 12 ottobre a difesa della Costituzione. Nata dall’appello di alcune personalità (Rodotà, Landini etc.) questa iniziativa si trascina dentro tutte le cattive abitudini che hanno portato la sinistra alla crisi e alla distruzione del “tesoretto” ereditato dallo scioglimento del PCI.
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La ricostruzione della sinistra di alternativa
e le questioni teoriche che abbiamo davanti

Rino Malinconico*

1) Non c’è molto da questionare, perché in una situazione così pesante, e finanche drammatica per lavoratori, disoccupati, precari, e per le classi subalterne in genere, il primo imperativo è senz’altro quello di resistere: difendendo con i denti il lavoro che c’è, contrastando con le lotte le diffuse povertà cresciute nella crisi, rivendicando i diritti di piena cittadinanza umana per tutti e tutte, ponendo la salvaguardia e il risanamento dell’ambiente al centro di qualsiasi scelta politica ed economica. Si tratta di resistere in senso letterale, e di farlo in tutti i modi possibili, provando ad impedire, con tutte le (poche) forze di cui disponiamo, l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle persone.

Se si sono aziende che chiudono (e ce ne sono molte), occorre provarci con tutte le forme di mobilitazione della tradizione operaia a non farle chiudere; e se ci sono licenziamenti che vengono attivati (e ce ne sono tantissimi), occorre tentare di rispondere colpo su colpo per impedirli; e se ci sono fenomeni vistosi di inquinamento ambientale (e ce ne sono di gravissimi ad ogni latitudine), occorre attivarsi in modo molto pratico per costruire e rafforzare tutta la resistenza possibile delle comunità; e se ci sono situazioni di sofferenza esistenziale evidenti e incancrenite (e ce ne sono sempre di più, e ormai non riguardano solo gli immigrati), occorre lavorare con determinazione a congiungere denuncia, lotta e proposta, individuando nell’universo variegato delle istituzioni il punto specifico dove insistere per aprire un varco.

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Il moscone e la sinistra

Un'analisi sulla crisi della politica

di Mauro Casadio

Il presente scritto è un tentativo di fornire un contributo per approfondire l’analisi di una condizione politica che sembra sfuggire alla comprensione della sinistra e dei comunisti; questi, senza molte distinzioni tra di loro, tendono a ripetere in modo meccanico concezioni e scelte politiche che, invece, hanno portato esattamente al punto in cui siamo. L’abitudine a volare basso, il tatticismo estremo e l’incapacità di alzare lo sguardo ha impedito di fare astrazione sul mondo e su se stessi e ci ha portato ad essere come quei mosconi che continuano a sbattere pervicacemente su una lastra di vetro che essi non possono vedere a causa dei loro limiti fisiologici.

Questo contributo ovviamente non ha la presunzione di dare risposte certe o lezioni a qualcuno, ognuno deve essere cosciente dei propri limiti, ma si prende la responsabilità di entrare nel merito con più chiarezza possibile, anche rischiando di sbagliare, per tentare di riconnettere la teoria con la pratica ed uscire da quel vicolo cieco in cui si è incappati. La riflessione proposta intende essere una sollecitazione generale ma vuole anche aprire una discussione dentro la nuova realtà di Ross@ che, per quanto appena nata, si colloca dentro la giusta traiettoria nella ricomposizione politica e sociale necessaria in questo paese.

 
Dentro una ormai lunga fase di crisi, quel che si impone alla percezione e reazione di massa è la “crisi della politica”, sia “la politica in generale” (che riguarda i partiti), sia la rappresentanza, che riguarda l’assetto dello Stato.
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Sulla necessità di schierarsi

di Elisabetta Teghil

Il 26 luglio del 1956 Nasser annunciò la nazionalizzazione del canale di Suez. In risposta Israele il 29 ottobre occupò la striscia di Gaza e la penisola del Sinai. Il 31 ottobre gli Inglesi e i Francesi bombardarono Il Cairo e il 5 novembre occuparono Port Said.

Nasser affondò le 40 navi presenti nel canale di Suez per impedirne la navigazione.


Secondo una lettura che oggi serpeggia a sinistra, le manifestazioni fatte, a suo tempo, a sostegno dell’Egitto e di Nasser sarebbero state improvvide e sbagliate perché avremmo dovuto dire né con Nasser, né con gli Israeliani, Francesi e Inglesi.

E, sempre secondo questa lettura, capziosa e pretestuosa, Nasser non era socialista, tanto meno comunista e, pertanto, non avremmo dovuto essere dalla sua parte.


Nell’aprile del 1962 gli Stati Uniti organizzarono/finanziarono un’invasione di Cuba, quella che è passata alla storia come l’invasione della Baia dei porci.

Anche in quell’occasione scendemmo in piazza a favore di Cuba contro gli Stati Uniti.
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Il tempo di Gramsci e dei comunisti

Incontro con Gianni Fresu

Che la sinistra cosiddetta radicale sia in estrema difficoltà e stia  annaspando per non affogare del tutto, è fuor d’ogni dubbio.

E’ altrettanto vero che all’indomani di ogni sconfitta subita dai comunisti, c’è sempre un vivace fermento, all’interno di essi e delle loro organizzazioni, per cercare di analizzare   e capire, produrre e organizzare.

E, magari, tentare di unire.

Questo è quello che si propone il manifesto “Cominciadesso” e questo è quello che auspica Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, reduce dalla ”Ghilarza Summer School – seminario internazionale di studi gramsciani” che prova a tracciare una linea, un pungolo per Rifondazione e Comunisti italiani che trovino «quel coraggio che è mancato per  la Federazione della Sinistra».

Un coraggio che ha fatto in modo di vedere un’unità praticata tra le due organizzazioni comuniste, ma sciolta per tatticismi di alleanza ed elettoralistici.

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Declino o fine della sinistra?

di Nino Lisi

Più che di declino credo che si debba parlare di fine della sinistra che abbiamo conosciuto e nella quale abbiamo militato nel secolo che è passato. Lo dico chiaramente, forse brutalmente, perché sono convinto che sbaglieremmo di grosso se volessimo tentare di rianimare gli insignificanti e inincidenti resti della sinistra, che sono sopravvissuti sino ad ora: non faremmo che prolungarne l’agonia. Peggio faremmo se provassimo a far nascere qualcosa che le somigliasse: nascerebbe morta  Il mondo è radicalmente cambiato ed una sinistra come quella che ha segnato il novecento non è riproponibile, è superata, non servirebbe.

Per evitare fraintendimenti, dico subito che non sono di quelli che sostengono  che la distinzione tra destra e sinistra non abbia più senso. Secondo me ne ha di senso, eccome! Non è infatti che le classi siano scomparse; tutt’altro; ma si sono scomposte e ricomposte altrimenti. Non è che la lotta di classe non vi sia più: è ben presente, eccome; ma è combattuta da una parte sola (con una veemenza maggiore di prima e con forme e mezzi anche nuovi). Ma non c’è l’altra parte che si contrapponga.

Di una sinistra quindi c’è un disperato bisogno. Ma  ne va fondata una nuova, all’altezza dei tempi,  capace di “leggere” il mondo come è oggi, comprenderne le logiche e le dinamiche dominanti, individuare ed organizzare i soggetti che possono essere oggi  protagonisti di cambiamenti in seno alla società;
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Sinistre e unità della sinistra

Giuliano Cappellini

Miglioristi e antimiglioristi

Dopo quasi un quarto di secolo non ci pare che né i “miglioristi”, né i loro epigoni avanzino alcun bilancio del “migliorismo”, il movimento ideale e politico che allora ebbe successo nella sinistra italiana. Ciò non stupisce, perché oltre che liquidare il PCI, nessuna altra parte del programma “migliorista” è stato realizzato. Infatti, dal punto di vista “sociale e democratico” il capitalismo è stato “migliorato” solo in peggio e il “migliorismo” sembra svanito nel nulla.

Eppure il successo fu innegabile: con la rinuncia all’obiettivo del socialismo esso sanciva la resa della sinistra italiana al dominio senza vincoli del capitale su ogni aspetto della società, la soggezione ai modelli socio-economici ed alla propaganda dell’imperialismo nordamericano. Ma anche se si capiva che questa resa sarebbe stata pagata amaramente dalle masse lavoratrici del nostro paese, qualcuno si convinse che questo era il prezzo per non distruggere, in una drammatica contingenza della storia, il movimento operaio e la democrazia in Italia.

I “miglioristi”, però, non cercarono giustificazioni.

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Gli insegnamenti delle giornate di Roma

Giulia Bausano ed Emilio Quadrelli

In questa fase, l’insubordinazione attiva di reparti del proletariato – interpretata, promossa, inscritta dentro il programma di una rete di nuove avanguardie comuniste – è il passaggio politico preliminare a tutto. (Senza tregua. Giornale degli operai comunisti. Luglio 1976) I fatti e i dati hanno la testa dura. Il cinquantasei per cento della popolazione romana, alle ultime elezioni amministrative, si è astenuta. Le cose non sono andate troppo diversamente anche nei restanti collegi elettorali, ma è a Roma che l’astensionismo di massa ha raggiunto i picchi di maggiore consistenza. Ci soffermiamo su Roma poiché, in quanto realtà metropolitana, è in grado di anticipare e prefigurare gli scenari complessivi di un futuro che, a ragion veduta, sembra essere dietro l’angolo. L’analisi del voto romano, pertanto, assume un significato di particolare interesse in virtù della tendenza che oggettivamente incarna: saperla  leggere e interpretare con anticipo è ciò che fa delle avanguardie comuniste una realtà degna di questo nome.  Proprio su tale capacità si gioca, per intero, quell’essere sul filo del tempo che il metodo leniniano ci ha consegnato sulla scia della scienza marxista. Vediamo, pertanto, che cosa è successo a Roma considerando la prima tornata elettorale. La somma dei due poli governativi ottiene circa un terzo dei consensi. Il Movimento 5 stelle, in neppure due mesi, brucia gran parte dell’appeal protestatario raccolto alle politiche, irrisorio il risultato del cartello della sinistra parlamentarista, praticamente nullo il risultato della cosiddetta destra radicale.

Iniziamo a prendere in rassegna, sulla base dell’analisi di classe, il risultato ottenuto dall’area governativa e dalle sue ruote di scorta.  Chiediamoci, pertanto, quali interessi materiali richiamano. Queste coalizioni rappresentano gli obiettivi interessi di quella parte di popolazione socialmente ed economicamente inclusa la quale, dentro quei contenitori politici, trova una soddisfacente rappresentanza politica.

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"Io, eterna madre della sinistra uccisa dai figli"

S. Fiori intervista Rossana Rossanda

L'allontanamento dal "Manifesto". Il conflitto fra generazioni. Le nuove disuguaglianze. Colloquio con la "ragazza del Novecento"

BRISSAGO - "No, non ci capiamo più. Li ho ascoltati per tanti anni, un lungo miagolio sulle mie spalle. Venivano dalla madre a raccontare le delusioni esistenziali. Gli amori, le speranze, le difficoltà. Ma ora davvero non ci capiamo più". Lo sguardo è severo e insieme sorridente, l'incarnato candido come le camelie che fioriscono nel giardino qui intorno. Da qualche mese Rossana Rossanda vive a Brissago, un angolo del Canton Ticino dove si fermerà fino alla fine di agosto. "Sì, è un bel posto. Dall'ospedale di Parigi vedevo solo la periferia, qui c'è il lago per fortuna increspato dal vento. Per chi non la conosce, la Svizzera può essere incantevole. Ma pare che chi ci vive la trovi insopportabile".

Azzurro ovunque, le vele bianche, anche i monti innevati, una bellezza quasi sfacciata e intollerabile allo sguardo ferito di chi abita nella grande casa di vetro affacciata sul lago Maggiore. "La prego", si rivolge con famigliarità all'infermiere, "può dare un po' d'aria alle rose?". La stanza è luminosa, sul comodino la bottiglia di colonia e la biografia di Furet, un po' più in là l'ultimo libro di Asor Rosa, I racconti dell'errore. "È un bellissimo libro sulla vecchiaia e sulla morte. Ma noi vogliamo parlare d'altro, vero? I necrologi lasciamoli da parte".

Per i più vecchi, nella famiglia del Manifesto, è stata l'eterna sorella maggiore, la quercia sotto cui ripararsi nella tregenda. Per i "giovani" - così li chiama, anche se giovani non sono più da tempo - è la madre temuta e ingombrante. "Sì, una madre castratrice. Mi hanno sempre visto così, anche se io non mi sono mai sentita tale. Ho sempre cercato di capire, di dar loro spazio, ma forse è una legge generazionale.
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Considerazioni sulla sinistra che non c’è

di Roberto Salerno

I.

Sembra ormai patrimonio comune l’idea dell’irreversibilità della sconfitta della sinistra cosiddetta “radicale”. Fuori dal Parlamento, tradita dai suoi elettori – rifugiatisi in un movimento quanto meno ambiguo, quando non direttamente nell’astensione – e abbandonata dai militanti, non sembra più in grado di incidere in nessun modo sui destini del Paese.

Meno discussa è invece l’incredibile débâcle della sinistra moderata – o “riformista” – quella che una volta si sarebbe chiamata socialdemocratica e che oggi prova in tutti modi a nascondere cos’è, peraltro riuscendoci benissimo. A differenza di quella radicale, la sconfitta della sinistra moderata non è però nei numeri; in fondo in Italia il PD è alla guida del governo. La sconfitta è ideologica: l’idea stessa della giustizia sociale – in fondo vera ragion d’essere di ogni sinistra moderata o radicale, riformista o rivoluzionaria – è stata assorbita e reinterpretata attraverso strumenti e politiche limpidamente di destra, una destra forse civile, ma di certo paternalistico-elitaria.


II.


Per provare a meglio definire questa sconfitta limitiamoci a soli quattro esempi, lasciando per ultimo quello più clamoroso.

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