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Serena indifferenza

di Marino Badiale

Genova G8 2001 Stadio CarliniUno dei problemi del nostro paese, del quale abbiamo più volte parlato, è la chiusura mentale e la staticità culturale delle quali danno prova le forze di opposizione radicale, che chiameremo brevemente “antisistemiche”. Si tratta di un problema serio, perché, nella situazione attuale, sarebbe essenziale la nascita di una forza politica di autentica opposizione, capace di radicarsi nella società e di stimolare un autentico rinnovamento politico, culturale e morale. Purtroppo, la chiusura mentale delle forze antisistemiche rappresenta un ostacolo (uno dei tanti) a questi sviluppi, così necessari.

Le discussioni sull'euro sono un esempio di questi problemi. La grande difficoltà nella quale si sono trovati quelli come noi, che da anni si sforzano di mettere questo tema al centro del dibattito delle forze antisistemiche, ci ha mostrato con chiarezza quanto forti siano i “vincoli interni”, chiamiamoli così, nelle menti di molte delle persone che ruotano attorno a quel mondo. Per fortuna, da qualche tempo le cose sembra stiano migliorando. Il lavoro di tante persone, gruppi, siti, dai più noti come Goofynomics, a “Voci dall'estero”, a “Orizzonte 48”, all'ARS , a “Sollevazione”, per finire, si parva licet, con un piccolo blog come il nostro, ha finito per immettere nel dibattito una serie di idee, concetti, conoscenze che dovrebbero rendere difficile l'adagiarsi su schemi di pensiero e argomentazioni ormai obsolete.

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Questo cambia tutto

di Marino Badiale

Naomi Klein Warsaw Nov.20 2008 Fot Mariusz Kubik 05La realtà sociale e culturale del nostro tempo presenta una strana contraddizione: da una parte l'organizzazione capitalistica della società mostra sempre più chiaramente i suoi limiti, la sua incapacità di assicurare la riproduzione sociale in termini sostenibili nel tempo. Appare via via più chiaro il fatto che il modo di produzione capitalistico, giunto alla fase attuale del suo sviluppo, non sa più assicurare i livelli di benessere e i diritti che erano stati garantiti ai ceti subalterni dei paesi occidentali per tutta una fase storica, e che esso, per continuare a sopravvivere, ha avviato pericolosi processi di dissoluzione dei legami sociali e di sconvolgimento di delicati equilibri ecologici. Allo stesso tempo però, e questo è l'altro lato della contraddizione, questi evidenti indizi di inceppamento dei meccanismi autoriproduttivi dell'attuale organizzazione sociale non suscitano un movimento politico che abbia chiara l'esigenza di superamento del capitalismo e sappia articolare tale esigenza inserendosi nelle linee di scontro che le crescenti complicazioni sociali fanno sorgere. Per usare un linguaggio d'altri tempi, crescono le difficoltà oggettive nella riproduzione del meccanismo sociale capitalistico, ma latitano le forze soggettive che dovrebbero iniziare la lunga e difficile lotta per una diversa organizzazione sociale.

Un piccolo esempio di questi problemi è fornito, a mio avviso, dalla pubblicazione in Italia dell'ultimo libro della celebre giornalista canadese Naomi Klein [1] e da alcune delle reazioni che esso ha suscitato. Il libro è interamente dedicato alla tematica del cambiamento climatico. La tesi fondamentale dell'autrice è che l'attuale organizzazione sociale non è ecologicamente sostenibile, e che, se vogliamo utilizzare davvero il poco tempo che ci resta per minimizzare gli sconvolgimenti causati dal cambiamento climatico ormai avviato, sono necessari mutamenti drastici nella società e nell'economia, e in particolare è necessario l'abbandono del modello socioeconomico neoliberista che è stato dominante negli ultimi decenni.

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L’orizzonte delle coalizioni sociali

di Alberto De Nicola

follaSiamo stati abituati, nel tempo, a pensare che le esperienze di conflitto abbiano origini – e producano effetti – che eccedono il territorio, sociale e geografico, nel quale si collocano. Questa idea ci ha spinto ogni volta a forzare le interpretazioni degli episodi di resistenza e di emersione dei movimenti, vedendo in essi espressioni puntuali di più ampi processi di propagazione, risonanza e traduzione. Il problema della «circolazione delle lotte» vanta, insomma, una lunga storia e tradizione. Senza andare troppo indietro nel tempo, così è stato interpretato politicamente il ciclo dei movimenti globali degli inizi degli anni Duemila, quello dei movimenti studenteschi contro il Bologna Process e il ciclo dei movimenti moltitudinari contro le politiche di austerità che, in particolare nell’Europa del Sud, ha toccato la propria massima intensità nell’anno 2011.

Occorre chiedersi quanto, oggi, il principio della «circolazione» possa essere applicato anche alle fratture istituzionali e alle esperienze di governo che si propongono di contrastare le politiche di austerità in Europa.

Sembrerebbe del resto, che proprio la minaccia di una riproduzione di queste rotture in altri paesi, sia attualmente una delle maggiori preoccupazioni per i poteri costituiti nel continente europeo.

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Landini: una nuova sinistra sindacale?

di Aldo Giannuli

landini 940Con la nascita della “cosa” landiniana, sembra tornata di attualità la “sinistra sindacale”, come leva per una sinistra diversa, basata sul primato del sociale sul politico. Forse non sarà inutile ricordare la prima esperienza in questo senso, la sinistra sindacale degli anni sessanta-settanta, per ricavare qualche utile indicazione su esperienze già fatte.

Nella prima metà degli anni sessanta, la situazione politica in Italia e Francia sembrò schiodarsi dall’immobilismo del quindicennio precedente. In Italia il Centro sinistra, in Francia la prima candidatura di Françoise Mitterrand sostenuto da comunisti e socialisti insieme, profilarono una alternativa all’egemonia di centro destra vigente sino a quel momento.

Tuttavia, in Francia Mitterrand non vinse (anche se il 45% del secondo turno fu un notevole successo) ed in Italia il Centro-sinistra andò rapidamente perdendo la sua primitiva carica riformista. D’altra parte, i condizionamenti internazionali del mondo diviso in due blocchi non si erano certo affievoliti, per cui l’ipotesi di una vittoria elettorale della sinistra appariva decisamente improbabile, per lo meno nel tempo politicamente prevedibile e, con essa, anche un programma di trasformazione sociale.

contropiano2

Una minestra riscaldata?

Landini e la proposta di "coalizione sociale"

Rete dei Comunisti

8f97d2b3e4b818427893e03387aa0a74 lA corrente alternata il leader della FIOM prende posizione prima in un verso e poi in un altro. Un atteggiamento che riscontriamo non solo in questi giorni ma che costituisce, da tempo, una particolarità del metodo di comportamento politico di Landini.

Nelle settimane scorse ha iniziato una (cauta) polemica con la Camusso. In altre occasioni esprime un accordo con la segretaria della CGIL. Anche verso Renzi, il buon Muarizio Landini ha avuto alterne posizioni: dagli incontri più o meno cordiali al principio della sua presidenza del consiglio fino allo scontro diretto. In tale quadro, per meglio inquadrare la situazione, va anche ricordato che Renzi, da uomo politico furbo e navigato, non ha un atteggiamento netto di rottura con Landini come lo ha, ad esempio, con Bersani o D’Alema ai quali fa una guerra senza prigionieri.

Adesso siamo alla vigilia della manifestazione sul Jobs Act del 28 marzo ed all’esordio di una proposta di “coalizione sociale” della quale si tengono oscuri i fini reali, forse perché non ce ne sono o perché si aspetta il momento giusto per fare una qualche scelta di carattere più preciso e puntuale.

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Le ultime battaglie

Il maggio parigino del 1968

di Robert Kurz

maggio252520plage25255b525255dIl maggio '68 in retrospettiva

Chi non si ricorda del maggio parigino? Anche chi non c'era perché era nato troppo tardi, se lo ricorda sulla base dei documenti storici, e ancora oggi il maggio del 68 vaga nella letteratura come un'anima in pena. Il maggio parigino del 68, non il maggio di Berlino o di Francoforte che sono stati un simulacro del maggio. La Francia, di fatto, venne scossa fin nelle sue fondamenta borghesi, e de Gaulle si gettò fra le braccia del generale Massu, che non vedeva l'ora di mandare a Parigi i carri armati dell'esercito francese che si trovavano di stanza in Renania. La rivolta degli studenti, innescata da un piccolo gruppo di marxisti di sinistra, i cosiddetti "situazionisti" dell'Università di Nanterre, fu una vera e propria scintilla in grado di appiccare il fuoco alla steppa: le lotte all'Università innescarono, com'è noto, una colossale ondata di scioperi e innumerevoli occupazioni delle fabbriche da parte dei lavoratori. A differenza del relativamente pallido movimento del 68 in Germania, il maggio parigino sembrava porre all'ordine del giorno la questione dell'emancipazione sociale, e la base del sindacato era pronta allo scontro sociale. Dal 3 di maggio al 30 di giugno del 1968, il potere del sistema dominante apparve paralizzato.

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La nuova frontiera radicale del capitalismo sostenibile

Militant

2011 11 02 occupy oakland strike 07Quasi contestualmente a questa lunga riflessione, in cui il neoministro greco Varoufakis spiega le ragioni della sua adesione e della sua critica al marxismo generalmente inteso, qualche giorno fa usciva un contributo di Slavoj Zizek su Repubblica, teso ad inquadrare politicamente il problema ISIS nello scenario globale. Due spunti profondamente diversi, ma che convergono verso un’identica ipotesi interpretativa della realtà ed un’unica soluzione politica per l’avvenire. Una casualità eccessivamente casuale per non destare interpretazioni – e preoccupazioni – politiche. Sebbene da punti di vista differenti, il ministro descamisado e il filosofo lacaniano confluiscono verso l’idea che il capitalismo vada salvato dalla barbarie, cioè da tutto ciò che si pone fuori dal perimetro liberale. Capitalismo o barbarie, termina la lunga riflessione del ministro greco; allo stesso modo, sebbene non così esplicito, Zizek converge spiegando che solo una tensione stimolante della sinistra radicale può salvare il capitalismo dai suoi eccessi liberisti, riaffermare il liberalismo come metodo politico progressista così da impedire sul nascere degenerazioni à la ISIS. Poco male, la solita fuffa buonista di una certa sinistra salottiera, potremmo liquidarla. Non fosse che Zizek da qualche anno viene percepito come uno dei più rilevanti maitres a penseer della nuova sinistra radicale e anticapitalista, mentre Varoufakis – insieme a Syriza – visto come possibile leader della sinistra europea.

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Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

Stefano Santachiara

4.10Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona.

euronomade

Sulla rottura del dispositivo keynesiano

di Biagio Quattrocchi

16468080-abstract-word-cloud-for-post-keynesian-economics-with-related-tags-and-termsRecentemente Sandro Mezzadra e Toni Negri hanno aperto, per il collettivo Euronomade, una riflessione sulla concatenazione dell’imminente appuntamento elettorale in Grecia e su quello successivo, che si terrà in Spagna verso la fine dell’anno. La posta in gioco di questo doppio passaggio elettorale, senza nessuna retorica e senza alcuna particolare ingenua illusione, resta elevata. Non è in discussione né la rottura lineare del regime neoliberale europeo, né, nel tempo immediato, la definizione di un progetto compiutamente post-liberista su scala continentale. Ma si potrebbe trattare pur sempre di una rilevante rottura politica, qualora le più rosee previsioni elettorali per le due “nuove formazioni di sinistra” – Syriza e Podemos – dovessero essere confermate. Per cui, come scrivono gli autori: «questo non ci impedisce di cogliere la rilevanza che specifiche elezioni possono avere dal punto di vista della lotta di classe». Per noi, che pratichiamo la politica a partire dalla centralità delle lotte sociali, è in discussione innanzitutto la relazione tra queste lotte e la “verticalità” del soggetto politico. O, ancor più in là, il rapporto tra queste ultime due dimensioni dell’azione politica, quella istituzionale del governo e l’apertura di un terreno costituente per l’auto-organizzazione del Comune.

La rilevanza e l’urgenza di questo dibattito, è data dalle condizioni materiali che si sono concretamente determinate in questi due paesi. Il punto non è quello di discutere su un piano di trascendenza se le relazioni poc’anzi accennate possono essere in assoluto pensate o agite. Qui, si tratta di comprendere che in questi due paesi, nella violenza dell’attuale crisi, le lotte sociali in qualche caso hanno spinto, in altri hanno direttamente assunto su di sé, questo nuovo e inedito piano dell’agire politico. Eludere queste questioni sarebbe come giocare a mosca cieca. Al contempo, eludere il rischio di un “riassorbimento” delle stesse lotte sul piano istituzionale sarebbe da stupidi.

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Riunire la sinistra?
Non ce ne importa niente

Roberto Ciccarelli

podemos leader“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.

 

Il disgusto per la sinistra

“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra.

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C'è vita dopo la socialdemocrazia?

Zoltan Zigedy

10522"I problemi del Partito Laburista non sono molto diversi da quelli degli altri partiti socialdemocratici occidentali... In questo senso viviamo oggi non solo una crisi dello stato britannico, ma anche una crisi generale della socialdemocrazia". (Labour Vanishes, Ross McKibbin, London Review of Books, November 20, 2014).

La sintetica valutazione di McKibbin sulla socialdemocrazia è tanto appassionata quanto convincente. La socialdemocrazia, l'espressione politica del riformismo anticomunista del XX secolo, è arrivata a un punto che sfida la sua visione e la sua stessa vitalità politica. Nelle parole di McKibbin: "Nel corso degli ultimi venti o trenta anni, i grandi partiti socialdemocratici di Germania, Austria, Paesi Scandinavi, Australia e Nuova Zelanda (e ora la Francia) hanno vissuto una emorragia di consensi...". Si potrebbe aggiungere tra questi, anche se in modo meno drammatico, l'imitazione di partito socialdemocratico statunitense, il Partito Democratico.

Da un punto di vista sostanziale, la socialdemocrazia trae energia dalla sua posizione di alternativa al comunismo. Per varie ragioni - timore del cambiamento, demonizzazione anticomunista, ignoranza, supposto interesse individuale - molti tra coloro che sono svantaggiati dal capitalismo cercano rifugio nei partiti addomesticati, gradualisti e aggressivamente anticomunisti, che rivendicano spazio a sinistra. Sostenendo un approccio parlamentare piano, cauto, non conflittuale, imbrigliando lo sforzo con la civiltà, i pensatori socialdemocratici credono di poter smussare le asperità del capitalismo con tranquillità e popolarità.

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La Ricostruzione del Pc e il dibattito economico

di Lorenzo Battisti*

4774La crisi dell’economia capitalistica colpisce i paesi occidentali ormai da molti anni, eppure a leggere i giornali (o ascoltando i dibattiti in televisione o alla radio) sembra che nulla sia cambiato nelle analisi e nelle proposte di politica economica. Oggi, come prima della crisi, il liberismo economico resta l’unica visione dell’economia e sembra che nessuno lo metta in discussione. Se davvero questa crisi è paragonabile a quella del 1929, la resistenza del liberismo rappresenta una differenza significativa.

 

La lotta ideologica in economia

Come osservava Marx

“nel campo dell’economia politica la libera ricerca scientifica non trova solo gli stessi nemici che trova in tutti gli altri campi. La natura propria della materia che tratta richiama a battaglia contro di lei le passioni più forti, più meschine e più brutte del cuore umano, le furie dell’interesse privato.”

Lo studio dell’economia è stato fortemente influenzato dai mutamenti politici che sono avvenuti negli ultimi decenni. Proprio a causa dei forti interessi in gioco, l’economia rappresenta un campo di lotta che oltrepassa i semplici confronti scientifici: in questo campo i normali criteri di selezione delle idee e degli studiosi vengono abbandonati, e a prevalere non è più la semplice contesa accademica, ma una selezione fondata sulla vicinanza o meno agli interessi dominanti.

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Movimenti e rappresentanza politica: il caso Podemos

Militant

Mas podemos-spainDa diverso tempo il caso Podemos – il partito politico nato dall’esperienza del movimento degli “indignados” in Spagna – sta tenendo banco nelle discussioni di movimento. A ragione, vorremmo sottolineare, perché il caso si presta ad una molteplicità di letture affatto attuali e dirimenti per la situazione italiana. Interpretare il caso spagnolo è allora opportuno, perché può insegnarci qualcosa, per cogliere i limiti e le potenzialità di tale esperimento, insomma per generare una discussione capace di smuovere le secche politiche dei movimenti italiani. Movimenti costantemente stretti tra rifiuto della rappresentanza e crisi del politico, una vuoto di volta in volta riempito dalle peggiori imitazioni del concetto di sinistra.

Podemos nasce nel gennaio di quest’anno, a più di tre anni dall’esplosione (e dalla relativamente rapida dissoluzione) del movimento degli indignados (un movimento particolare che già aveva attirato la nostra attenzione: uno, due e tre link utili a capire cosa ne pensavamo). Una dissoluzione determinata da vari fattori anche contrastanti, il primo dei quali è la non strutturazione dell’esperienza politica, che ha portato questa al veloce dissolvimento una volta raggiunto l’apice della protesta. Un movimento politico basato esclusivamente sulla mobilitazione costante infatti non riesce a reggere alla distanza, quando fisiologicamente la mobilitazione viene meno per le ragioni più varie.

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Crisi di sistema e necessità di un’alternativa

Quale ruolo per i comunisti

di Alexander Höbel

gramsci1. La crisi capitalistica come “crisi generale”

La crisi capitalistica in corso ormai da diversi anni – crisi economica ma anche sociale, politica e ideale – va connotandosi sempre di più come una “crisi generale” del sistema1. Affiancandosi a una degradazione costante dell’ambiente e del clima, frutto degli stessi meccanismi economici, essa si delinea ormai come una vera e propria “crisi di civiltà”, con rischi molto pesanti per i popoli e per l’umanità intera2. Per il geografo marxista David Harvey, sono molte le contraddizioni strutturali che rendono necessario e possibile andare oltre il capitalismo, sulla base di un “umanesimo rivoluzionario” che “unifica il Marx del Capitale con quello dei Manoscritti economici e filosofici del 18443.

Dal canto suo Thomas Piketty, pur muovendo da presupposti non marxisti, ha confermato con una notevole mole di dati che negli ultimi decenni le diseguaglianze di reddito e nella distribuzione delle ricchezze si sono enormemente ampliate4. Ne risulta dunque smentita la tesi, propria anche di diversi premi Nobel per l’economia, di una tendenza alla “convergenza” dei redditi frutto dei meccanismi del mercato; al contrario, è ampliamente confermata l’analisi di Marx sul capitalismo come sistema polarizzante, ossia come sistema che tende ad allargare le differenze sul piano economico e sociale, ponendo sempre di più ristrette e potentissime oligarchie – la “classe capitalistica transnazionale”5 – in contraddizione violenta con gli interessi e la vita di masse sterminate di donne e uomini.

euronomade

Verifica dei poteri

di Euronomade

banca-finanza-aziendale1“Siamo pronti anche ad altri interventi non convenzionali”, dichiara solenne Draghi dalla Reggia di Capodimonte a Napoli. I banchieri applaudono all’eroe della faccia espansiva dell’austerity: da Intesa San Paolo/Banconapoli a Unicredit, è tutto un inno allo sforzo erculeo del banchiere buono per vincere l’idra a doppia testa della recessione e del debito. Intanto, i manifestanti della benemerita mobilitazione Block Bce decidono, con una schivata intelligente, di sciamare per il quartiere Sanità, dove il corteo non ha alcuna difficoltà a farsi capire. Lì hanno le idee molto chiare sulla natura della crisi: un enorme processo di estrazione e di concentrazione di ricchezza, che distrugge quel che resta del welfare, impone precarietà, traduce l’instabilità finanziaria in un tentativo continuo di rafforzamento del comando.

L’autunno si apre insomma con una sintesi piuttosto eloquente: da un lato, si dispiega un tentativo impegnativo, che sarebbe pericoloso sottovalutare, di innestare un’altra marcia nella gestione della crisi. Si intensifica lo sforzo di immettere liquidità nel sistema bancario, e, contemporaneamente, si cerca di motivare le banche a far filtrare questa liquidità nelle imprese. Ma, dall’altro lato, il tentativo di “americanizzare” la Bce, di trasformarla definitivamente in un governo politico della crisi e di farne il centro di una nuova politica espansiva, tocca sempre più il suo limite.