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Dino Greco: La Fds, Sel, l'unità della sinistra e la questione del governo

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La Fds, Sel, l'unità della sinistra e la questione del governo

di Dino Greco

La doppia vittoria nelle elezioni amministrative e nei referendum ha riaperto a sinistra la discussione intorno alla possibilità non soltanto di liberare il Paese da Berlusconi ma, addirittura, di pervenire in tempi brevi ad un'alternativa di governo capace di cambiare in profondità la realtà dell'Italia. Porsi questo interrogativo è non solo legittimo, ma necessario. L'ipotesi di un cambiamento radicale degli equilibri politici va indagata razionalmente, scansando pregiudizi ostativi ed anche frettolose (ed illusorie) precipitazioni.

Sel, ad esempio, è convinta che le condizioni siano maturate a tal punto che i suoi più autorevoli esponenti pongono all'ordine del giorno niente meno che la costruzione di un soggetto unico della sinistra. Allora converrà afferrare il toro per le corna e non eludere il tema posto che chiama in causa anche la Federazione della Sinistra e la sua strategia.
Personalmente, ritengo che sia salutare evitare due opposte tendenze: quella di chi respinge a priori l'ipotesi di un coinvolgimento della Fds in un'alleanza di governo in quanto ciò comporterebbe un inevitabile, recidivante cedimento compromissorio, da escludersi per principio sino a quando non maturino nel Paese le condizioni di un governo di sinistra-sinistra, portatore di una radicale trasformazione cripto-socialista; e l'altra tesi, diametralmente opposta, di chi ritiene che tale evento sia ormai alle porte, disinvoltamente eludendo - sotto la spinta dei sentimenti e di una certa euforia da successo - l'effettiva possibilità di condividere con uno schieramento di centrosinistra un programma di reale rivolgimento sociale e democratico dell'Italia.

Il solo modo per venire a capo di quella che diversamente si trasformerebbe in un'astratta disputa ideologica è quello di impegnarsi, come si sarebbe detto una volta, nell'analisi concreta della situazione concreta. Insomma, fuori dalle formule e andando al sodo, valutando, in ispecie, con quale progetto di trasformazione e con quali alleanze sia possibile costruire un serio e credibile programma di governo. Non una finzione elettoralistica, buona per insediarsi nei palazzi del potere e da archiviare subito dopo per fare altro o addirittura l'opposto, come capitò con il governo Prodi.

La bussola da tenere ferma non può essere allora che quella dei contenuti.

Su questo punto ha ragione Bersani: è il programma di governo che traccia il denominatore comune dei soggetti chiamati a realizzarlo, che definisce il perimetro delle alleanze, che identifica chi vi sta dentro e chi no.

Dire il contrario, affermare cioè che la scelta del leader della coalizione, attraverso le primarie, precede e risolve la chiarezza sugli intenti, equivale a rendere opaco e impalpabile il progetto politico, esponendolo ad una vaghezza foriera di insanabili contrasti oppure di preoccupanti cedimenti. Così come affidare ad un "eletto" il compito di allargare (sino al Terzo Polo?) il fronte dell'alternativa porta con sé un'implicita indifferenza al merito, uno sbiadimento dell'azione di governo così forte e prevedibile da rendere ininfluente - perché del tutto subalterna - la presenza nell'esecutivo della sinistra, nuovamente consegnata ad un ruolo ornamentale. Imperniare tutto sulla preliminare scelta del capo sottende cioè un'implicita torsione carismatica della guida ed una propensione per la delega, mentre il tema che ha fatto irruzione nelle elezioni amministrative appena concluse e, ancor più, nella campagna referendaria è stato proprio quello della democrazia come partecipazione e protagonismo diffusi, refrattari al verticismo politicista e ostili ad ogni degenerazione populistica.

Voglio dire, in definitiva, che il gioco non si può fare a carte coperte. Certo non lo può fare la sinistra.

Proviamo a venire in chiaro con qualche esempio.

Abbiamo appena incassato uno strepitoso risultato sull'acqua pubblica. Ma sappiamo anche quali ambiguità (o aperti dissensi) alberghino nel Pd circa un'effettiva pubblicizzazione della gestione delle reti idriche. E sappiamo che già sono in corso manovre per fare surrettiziamente rientrare dalla finestra ciò che il voto ha prepotentemente cacciato dalla porta. E allora? Il centrosinistra ascolterebbe queste sirene o sosterrebbe la proposta di legge formulata dal Comitato per l'acqua pubblica?

Proseguiamo. L'Italia rischia concretamente il contagio della crisi greca e il pericolo di precipitare in un vicolo cieco è tutt'altro che remoto, mentre tanta gente non ha più di che vivere e l'industria batte in testa. L'intervento più urgente, il solo capace di liberare significative risorse per gli investimenti e contemporaneamente sostenere i redditi da lavoro e rilanciare i consumi interni è, nell'immediato, quello di una riforma fiscale tutta orientata a spostare risorse verso la parte bassa della piramide sociale, da finanziarsi con una forte tassazione delle rendite finanziarie, con una imposta patrimoniale, col taglio delle spese militari, con la revoca degli impieghi destinati alla Tav e con misure severissime contro l'evasione fiscale. O si fanno (almeno) queste cose oppure la redistribuzione e la ripresa restano un mito. Sono in grado il centrosinistra - o lo stesso Pd - di reggere un impegno di questa portata?

Il precariato sta devastando (economicamente e moralmente) una generazione messa alla gogna da una produzione legislativa che ha smantellato l'intera impalcatura dei diritti nel lavoro. Col risultato che i contratti a termine - nelle mille acrobatiche tipologie che hanno fatto del lavoro una merce a basso costo - hanno dequalificato persino funzioni pubbliche nevralgiche nella sanità, nei trasporti, nella ricerca, nella scuola. E' nelle corde del centrosinistra - o dello stesso Pd - l'abbandono dell'elegia della flessibilità per tornare alla centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato?

Il padronato italiano sta assestando colpi mortali al contratto nazionale di lavoro, al diritto di coalizione dei lavoratori, al diritto di sciopero. Si può confidare che il centrosinistra prenda partito, facendo propria la proposta di legge attraverso la quale la Fiom chiede che i lavoratori non siano espropriati della facoltà di scegliere la propria rappresentanza sindacale e competa a loro - e solo a loro - legittimare o respingere con il voto ogni atto negoziale? O piuttosto, come sin qui avvenuto, il piatto della bilancia penderà dalla parte di Marchionne, della Confindustria e dei sindacati complici?

L'Italia è direttamente coinvolta in azioni militari su diversi teatri di guerra, in palese violazione dell'articolo 11 della Costituzione. Dal pantano guerrafondaio è indispensabile uscire, non fantasticando di improbabili exit-strategy che durano il tempo strettamente necessario a giustificare il rifinanziamento delle missioni, ma decidendo di mettere la parola fine all'ingaggio militare e alla proliferazione del nostro arsenale bellico. E' immaginabile che il centrosinistra - o lo stesso Pd - sia disponibile ad una simile metamorfosi? O, viceversa, è pensabile che una sinistra al governo possa fare spallucce ed acconciarsi a subire, sia pure recalcitrando?

Come si vede, non vi è nulla di semplice. Soprattutto, le condizioni di una svolta politica sono ancora da conquistare. E non aiuta certo a determinarle la perdurante divisione a sinistra, il rifiuto ostinato di Sel - va finalmente detto con chiarezza - a qualsiasi rapporto di collaborazione con la Federazione della Sinistra e la rinuncia alla costruzione di un polo autonomo alla sinistra del Pd, nell'illusione che siano praticabili taumaturgiche scorciatoie.

Nessuna pregiudiziale preclusione ad un confronto sui contenuti, dunque. Anzi, se vale una sensazione - ormai suffragata da troppi fatti - è che di pregiudiziale vi sia solo l'intenzione di escludere la Federazione da ogni livello di interlocuzione: sbarramento a sinistra, nessun confine a destra.

Tenere saldo il timone è dunque, se possibile, ancor più necessario. Ed utile. Ne dà la misura anche la pervicacia con cui i custodi del recinto provano ad alzare lo steccato.
Investire sulla buona politica e sulla coerenza è molto faticoso. E comporta prezzi pesanti. Ma alla lunga paga. Non abbiate paura, compagni.

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Appunti sulla lotta scientifica e ideologica

di Gianfranco La Grassa

Voi credete che le odi e i sermoni,
e lo squillo delle campane
e il sangue dei vecchi e dei giovani
martirizzati per la verità che vedevano
con occhi resi lucenti dalla fede in Dio,
abbiano compiuto le grandi riforme del mondo?
Credete che l’inno di Guerra della Repubblica
si sarebbe udito se lo schiavo
avesse servito al dominio del dollaro,
a dispetto della mondatrice Whiney, [macchina per mondare il cotone; ndr]
e il vapore e i laminatoi e il ferro
e i telegrafi e il libero lavoro bianco?
Credete che Daisy Fraser sarebbe stata scacciata e sfrattata
se la fabbrica di scatolame non avesse avuto bisogno
della sua casetta e del suo podere?
O credete che la stanza da gioco
di Johnnie Taylor e il bar di Burchard
sarebbero stati chiusi se il denaro perduto
e speso per la birra non fosse andato a finire,
chiudendoli, a Thomas Rhodes,
a un maggiore smercio di scarpe e coperte,
e mantelli per bimbi e culle di quercia?
Ecco, una verità morale è un dente vuoto
che va otturato con l’oro.
(Spoon River, Sersmith il dentista)


 “A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artitistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale”. Prefazione a Per la critica dell’economia politica di Marx (1859; corsivi e grassetto sono miei).

 
1. Questi due testi, in modi assai differenti, esprimono fondamentalmente idee piuttosto simili; che, nel passo di Marx, si trovano concentrate nei passi da me messi in grassetto. I radicali cambiamenti (ma anche i più modesti), le grandi e piccole imprese, molto spesso gli eroismi – o quanto meno quelli che come tali, spesso con enorme sfoggio di retorica, sono celebrati – hanno alle loro spalle precisi e rilevanti interessi tutt’altro che ideali.
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