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Cosa ci dicono le elezioni tedesche

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Cosa ci dicono le elezioni tedesche

di Alberto Burgio

Per la nettezza dei risultati e l'importanza del Paese, le elezioni tedesche costituiscono un passaggio politico di grande rilievo, prodigo di insegnamenti. Un osservatore superficiale potrebbe scorgervi il segno dell'irrazionalità di un elettorato che, complessivamente, premia i partiti del centrodestra, sostenitori di quel neoliberismo che ha prodotto i due fattori-chiave della recessione globale: la dittatura della finanza speculativa e l'immiserimento del salariato e delle classi medie. In realtà, il comportamento dell'elettorato tedesco è del tutto lineare.

Gli elettori moderati chiedono di perseverare nel sostegno all'industria nazionale, i conservatori premono per un neomercantilismo ancora più aggressivo e per la difesa delle prerogative del capitale finanziario. Gli uni e gli altri votano di conseguenza. A loro volta, molti sostenitori della Spd, dopo avere pagato il prezzo del modello Schröder e della Grosse Koalition, non sono andati a votare o hanno scelto altri partiti. Risultato: i socialdemocratici perdono 6,3 milioni di voti, precipitando al 23% (il 18% in meno rispetto al 1998), mentre la Linke guadagna oltre 3 punti. La questione che si pone di fronte alla catastrofe socialdemocratica

(che molto probabilmente si ripeterà fra sei mesi in Gran Bretagna) è una soltanto: sapranno i suoi gruppi dirigenti trarne qualche lezione per il futuro? Oppure sono a tal punto prigionieri dell'ideologia neoliberale (e del sistema di interessi consolidatosi in quest'ultimo quarto di secolo) da non sapere più intendere la profondità del disastro né voler compiere gli sforzi necessari per risalire la china?

Nell'editoriale pubblicato sul manifesto all'indomani del voto, Luciana Castellina ha formulato questo interrogativo chiamando le cose col loro nome: mutismo della socialdemocrazia, opportunismo, drammatica sterilità culturale. In particolare il tema della inconsistenza culturale e della subalternità ideologica della socialdemocrazia europea è cruciale. Una linea politica si può ribaltare, una tattica può essere riscritta dall'oggi al domani. Ma con la cultura è tutto più complicato. La cultura è il sistema di riferimento per mezzo del quale leggiamo la realtà e la rete di principi e concetti che struttura le nostre identità individuali e collettive. Cambiarla con un atto di volontà non è semplice, anche se si riconosce la necessità di una profonda revisione.

Tuttavia non c'è alternativa: questo manda a dire il voto tedesco, e il messaggio bussa con forza anche alle porte del Pd, già in crisi di consenso e duramente colpito da un astensionismo in crescita. La sola speranza di evitare una disfatta annunciata, sin dalle prossime regionali, è affidata a un radicale riorientamento culturale, capace di restituire alla sinistra moderata un'idea dei problemi, delle loro cause e soluzioni, opposta a quella prospettata dall'ideologia dominante. Non troppa spesa pubblica sociale, troppo poca. Non troppa sicurezza del lavoro, troppo salario, troppo fisco sul capitale, troppo pluralismo nella rappresentanza, ma troppo poco. E viceversa: non poca libertà dei capitali e precarietà del lavoro, ma decisamente troppa, e troppe privatizzazioni, troppo maggioritario e troppo presidenzialismo.

Lo slogan scelto da Pierluigi Bersani per il congresso democratico («Un senso a questa storia») suona bene, anche perché contiene l'implicita ammissione che, di senso, la storia del Pd ne ha avuto sinora ben poco, al pari delle formazioni politiche che lo hanno costituito e che si sono svenate, tra una «lenzuolata» e l'altro, a vantaggio della destra. Il duro frangente politico in cui ci troviamo offre l'occasione per recuperare un senso, cambiando rotta rispetto a questi sciagurati vent'anni.

Avrà Bersani la forza, se vincerà il congresso, di guardare finalmente in faccia la realtà? E di trarre un bilancio serio delle scelte che hanno consegnato il Paese all'egemonia politica e ideologica della destra? Il suo decantato pragmatismo emiliano dovrebbe imporgliela. Così come dovrebbe suggerirgli che non è più il tempo in cui a sinistra ci si poteva illudere di avere la botte piena di consensi popolari e la moglie ubriaca di pessimo vino neoliberista.

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