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Elisabetta Teghil: Refrain

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Refrain

Elisabetta Teghil

Fino a vent'anni fa, le grandi imprese funzionavano con un sistema di produzione integrato che impiegava migliaia di operai in sedi gigantesche.

La "nuova economia" ha ridotto le dimensioni degli impianti nei paesi occidentali attraverso le delocalizzazioni ed il subappalto: le prime in paesi dove le condizioni di lavoro sono schiavistiche, le seconde resuscitando forme, che non pensavamo più di vedere, di forte sfruttamento.

Le delocalizzazioni delle grandi fabbriche e lo sviluppo di unità di produzione in subappalto, hanno raggiunto l'obiettivo di aggirare la resistenza operaia e di costruire un nuovo rapporto con il lavoro e con le lotte sociali. Nell'ambito dei contratti lavorativi è stata introdotta ogni forma di individualizzazione, come quelle del salario e dei premi, nello sforzo, riuscito, di dissuadere gli operai/e da ogni tipo di azione collettiva. E questo comincia dalla procedura di assunzione dei lavoratori/trici che mira ad accertare la docilità dei/delle candidati/e. Questo spiega la scelta frequente, tutta nuova e diversa dal passato, di ricorrere a ragazze-madri.

Gli operai/e sono , nella quasi totalità pagati/e a salario minimo e viene fatto loro capire che non devono aspettarsi di fare carriera. Gli orari sono molto variabili, i gruppi di lavoro non si conoscono. Le lavoratrici/i vengono reclutate/i ad interim, per breve periodo, ed il rinnovo è in funzione del loro comportamento sul lavoro, nel quale devono dimostrare disponibilità e lealtà verso l'impresa. Non esercitano più un lavoro con un suo linguaggio, una sua cultura, i suoi modi di trasmissione tra anziani/e e nuovi/e, ma una sorta di opera puntuale legata ad un progetto.

Si è, così, distrutta una dimensione operaia che era capace di organizzarsi fuori dalla fabbrica perché faceva riferimento alle risorse politiche e simboliche create negli stabilimenti.
Questo segmento della società disponeva di categorie, di valori, di principi di esistenza rispetto ai quali si definiva. L'impegno nella militanza era un modo di "istruirsi" per colmare una parte del ritardo scolastico e culturale. La morfologia sociale era definita dal ruolo e dalla memoria del gruppo.

Il lavoro, che si fondava sulla stabilità dell'occupazione, aveva espresso propri valori all'interno degli ambienti lavorativi, prendendo le distanze dal controllo materiale e ideologico del datore di lavoro, sia privato che pubblico. Solidarietà e aiuto reciproco definivano uno spazio proprio ed un progetto di resistenza di fronte all'autorità unilaterale datoriale e conferivano ai lavoratori /trici un ruolo collettivo per battersi per il proprio destino e, magari, per il cambiamento della società.

Nel passato, le relazioni di lavoro potevano coagularsi intorno all'odio, ma, questo, veniva esercitato nei confronti della gerarchia e della direzione, quando non delle istituzioni. La novità del lavoro "moderno" è che l'aggressività è spostata sui colleghi e sugli utenti e i clienti, a spese dei quali bisogna dimostrare di essere capaci di meritare i premi di produzione, le promozioni o, semplicemente, il mantenimento del posto di lavoro.

In questa fase, di così detta "modernizzazione", la conflittualità è stata dichiarata "obsoleta" e i valori alternativi "arcaici". Sul lavoro si impara, così, la rinuncia ad ogni spirito di contraddizione, ad ogni distanza critica e si introiettano il conformismo e la delazione.

Non resta che il contratto di lavoro, spesso individuale, che è un contratto giuridico di subordinazione.
E' la socializzazione della sottomissione.
Tentare di sfuggire a questa logica significa rischiare l'esclusione sociale.
Il lavoro, da luogo di socializzazione, è diventato un luogo di scontro.


Il neoliberismo, spezzando la catena di trasmissione del sapere, ha minato l'azione sindacale e ridotto il potere di mobilitazione di una "ideologia" di trasformazione del mondo, distruggendo la vecchia solidarietà operaia. Ma, tutto questo, non ha prodotto solo pauperizzazione materiale, ma anche sentimento di emarginazione, demoralizzazione del gruppo, rinuncia al progetto di cambiamento nel resto della società, declassificazione nella gerarchia sociale e spoliticizzazione del mondo operaio.

Negli anni ’70, le lotte corporative sono state premiate, grazie all’accordo di fondo che c’era tra Confindustria, sindacati e partiti di governo e di opposizione, tutti tesi a togliere l’acqua ai pesci, cioè al movimento e all’idea di comunismo che aleggiava nel paese e che “suggestionava” gli stessi operai. Era una partita truccata e con la colpevole e consapevole partecipazione dei sindacati e dei partiti di sinistra che hanno veicolato il verbo delle lotte corporative come vincente, da contrapporre al sogno da ”esaltati” di un’altra società.

Cambiato il quadro politico, le lotte corporative e i loro sacerdoti si sono rivelati per quello che erano. Le conquiste sono state tutte annullate e i profeti della socialdemocrazia sono diventati i più forti assertori del neoliberismo.

Se sono le parole che fanno le cose, disfare quelle parole che sono , allo stesso tempo, categorie di rappresentazione e strumenti di mobilitazione, ha contribuito alla smobilitazione di quella che un tempo si chiamava classe operaia. Abbiamo assistito ad uno stravolgimento del lessico per cui la “sicurezza” non è più quella del posto di lavoro o di una serena vecchiaia, ma quella di un cittadino/a intimorito/a dalla “violenza” diffusa, attualizzazione della paura della plebaglia, di vittoriana memoria, e la sicurezza di cui si parla è quella dei bianchi/che benpensanti. La parola “riforma” ha un valore tutto nuovo: quella del mondo del lavoro è la trasformazione della precarietà da fatto eccezionale a condizione normale e normata; quella dello stato sociale significa abolizione delle tutele e svendita dei servizi al privato. Le istanze e le lotte politiche sono delegate alle associazioni di categoria.

E’ in questo contesto che si vuole ridurre ad un’associazione di categoria anche il femminismo che può contrattare quote di rappresentanza nelle commissioni di pari opportunità, nelle istituzioni, negli enti..

La” legalità” è l’accettazione totemica di quello che non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forza.

La” meritocrazia” è ,oggi, intesa come versione servile della capacità di obbedire.

La” classe” riferita al rapporto con il lavoro e alla collocazione sociale, viene sostituita con una massa indistinta , spesso letta come criminalità.

E’ il patrimonio di furberie semantiche che la socialdemocrazia ha portato in dote al neoliberismo.


Questo fenomeno è accompagnato dalla damnatio memoriae nei confronti di tutto quello che è patrimonio della storia del movimento operaio e si traduce nella rimozione della dimensione politica delle lotte dei popoli del terzo mondo e degli oppressi del mondo occidentale, non riconoscendo loro lo status di soggetti politici, negando agli uni la dimensione antimperialista e agli altri quella di lotta di classe.

I traghettatori intellettuali di questa mutazione genetica sono stati i partiti e i sindacati della così detta sinistra.

In questo modo, la borghesia si arroga il diritto di essere l’unica che dà patenti, di avere il monopolio dell’ odio di classe e così è legittimata alla repressione sociale ed etnica ed è ,in definitiva, l’unico soggetto politico. Un vero e proprio delirio di onnipotenza, gravido di conseguenze devastanti su tutti i piani , non solo su quello del mondo del lavoro: dall’infittirsi delle guerre neocoloniali ,alla distruzione dell’ambiente ,dalla persecuzione delle scelte culturali ed individuali, alla strumentalizzazione della lotta di liberazione delle donne e delle diversità……

Nel nostro specifico femminista ,l’attualità e l’importanza del movimento è nella consapevolezza che uscire dalla società patriarcale passa, necessariamente, attraverso la rottura dell’involucro capitalista dentro il quale oggi si perpetua.


Tutto questo è il neoliberismo, ma, per realizzarsi, ha avuto bisogno del concorso di tante persone, ognuna nel proprio ambito: i Think Tank e i media che hanno fatto da megafono, i sindacati e i partiti di sinistra, che hanno fatto i missionari del verbo neoliberista tra gli operai, in partibus infidelibus, le componenti socialdemocratiche dei lavoratori cognitivi, dei ceti medi e dei movimenti, compreso quello femminista, che hanno ripetuto in maniera continuativa ed ossessiva il refrain della classe operaia dal posto sicuro, dalla cultura bigotta e qualunquista, rovesciando sulla classe operaia stessa responsabilità che stavano altrove e dimenticando che non è la condizione di sfruttamento, anche la più orribile, che fa prendere coscienza.

Nasciamo tutte/i "tabula rasa", i valori non sono innati. Le persone, nel corso della loro vita, diventano quello che sono per l'esperienza culturale e pratica che fanno, per i valori e le letture di cui vengono a conoscenza. La teoria dell'innatismo è una categoria idealista sulla quale non si costruisce niente, il che sarebbe il male minore, ma che permette l'assimilazione di altro che è in contrasto con gli interessi del soggetto.

Con quella stessa operazione con cui, dopo aver contribuito al qualunquismo ed alla cultura reazionaria e bigotta della classe operaia, i responsabili ne traggono la conclusione arbitraria che è così per natura, di fronte al carattere frammentario delle lotte ed al corporativismo delle stesse, ne traggono, rovesciando le dinamiche che a questo hanno portato, la dimostrazione che l'attuale organizzazione della società sarebbe diventata "naturale".


Il neoliberismo divulga il concetto che la storia sia un prodotto naturale e che la società sia natura, cioè che sia "naturale" che ci siano i ricchi e i poveri, i padroni e gli operai, gli oppressori e gli oppressi, imponendo l'ideologia del darwinismo politico per cui c'è chi vince e chi soccombe.

Non è certo così, la società attuale è il frutto delle scelte economiche, delle lotte e dei rapporti di forza tra le classi.

Accettare questa lettura della storia come natura significa leggere la nostra oppressione di genere come frutto naturale e non come stratificazione imposta nei secoli dalla società patriarcale così come si è andata configurando nelle varie epoche storiche.


Così come nella società è necessario saper distinguere tra l'endemico conflitto capitale-lavoro e la lotta di classe, perché il primo, da solo, non è sufficiente a mettere in discussione questa società, così noi donne non dobbiamo permettere che le nostre lotte siano relegate ad una generica conflittualità tra i sessi, ma dobbiamo incentrarle sul processo di liberazione.

La lezione che si può trarre è che il crinale è l’assunzione della coscienza di classe ed è questo il terreno dello scontro e questo è valido anche per noi donne rispetto alla coscienza di genere.
 

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