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Vittorio Giacopini: Merce e magia

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Merce e magia

di Vittorio Giacopini

Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio. Abbagliati o allucinati o in mala fede, scrittori, esperti, pensosi artisti, grintosissimi blogger, opinionisti hanno adottato toni rapiti, lirici, ispirati, e l’effetto melassa è stato immediato.


Ovvio, ci sono state vette di prosa zuccherina impareggiabili – aprivi il giornale e ti veniva il diabete – e vere e proprie idiozie, vere indecenze (ma la palma del peggiore va a Jovanotti: “il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King”…). Però neanche la “melassa” è decisiva: disgusta e lascia irritati, ma non conta. E poi, a farla breve, le parole ricorrenti erano più meno quelle, sempre le stesse. Tutti a scrivere e tutti a scrivere uguale, come per una curiosa afasia, ma logorroica. Il Mago della rete, il genio hippy, l’apostolo della “libertà”, il “Ceo della bellezza”, il “visionario”. Anche le voci di dissenso hanno rispettato il copione, poco da fare (il carattere di merda, la prepotenza, la gestione tirannica, l’impazienza: solo tocchi di colore, compiacenti).

Intrappolati in un marketing virale listato a lutto abbiamo finito per lasciarci risucchiare in un gioco di ruolo o in un imbroglio. Quando Walter Veltroni parla dell’“uomo dei sogni” (tipico suo) non ha neanche torto, tutto sommato. Sogni, appunto, il contrario della veglia, un’anticoscienza. Il “mago” ci ha stregati? Più che normale. È il mestiere dei maghi: turlupinarci (e Jobs, almeno nel farci credere di aver bisogno di cose di cui invece non si ha proprio alcun bisogno, è stato un mago). Bisognerebbe chiedersi perché abbia funzionato così bene, proprio alla grande, senza resistenza vera, senza dialettica. Nel Settecento, quando il conte Cagliostro pretendeva di essere l’uomo salvifico che sanava “tutti i mali” e tutto guariva, metà Europa abboccava, metà lo considerava un ciarlatano. Oggi è radicalmente diverso e fa un po’ effetto. Il mago è il mago (alla faccia della “scuola del sospetto”, del postmoderno). Più che di pensiero unico forse è il caso di parlare di “pensiero magico”.

Come si spiega quest’autentica epidemia di credulità beota e di devozione? Non so neppure se sia necessario complicare il quadro o semplificarlo. Certo, uno si domanda come diamine sia possibile che nei giorni della Grande Crisi Economica Globale, di Occupy Wall Street, della rivolta del 99% contro Ceo, banchieri, Vampiri del capitale, finanzieri, uno di questi (uno, appunto, dell’1%) poi sia diventato un Santo, anzi un’icona, e anche per i ribelli, gli “indignati”. Una prima risposta è quasi pietosa (nel senso della pietas e della pena). C’è stato un latente moto collettivo di sincera gratitudine mischiata a un larvale senso di colpa. Cosa ha dato (venduto) al mondo il “genio” di Steve Jobs se non una serie di gadget che hanno contribuito a infantilizzare il pubblico in modo quasi automatico e immediato? L’oscura consapevolezza di questa clamorosa dinamica di assuefazione, la non confessata vergogna per questo tornare bambini in versione 2.0, spiega qualcosa (non tutto certamente, ma qualcosa). Poi, sì, è anche un problema di comunicazione (sempre Veltroni ci spiega che Jobs ha “cambiato il mondo della comunicazione”). Ve li figurate i giornali che ormai puntano tutto sull’iPad o sull’iPhone a parlarne male?

Ma siamo ancora nel regno delle apparenze, in superficie (o, detta all’antica, alla sovrastruttura). L’aspetto più impressionante della vicenda sta in un vero sortilegio, strutturale. In morte di Steve Jobs, a farla breve, si è palesato un meccanismo (magico?) vertiginoso: l’annullamento di oltre un secolo e mezzo di pensiero critico. E come se avessimo rimosso i “fondamentali” e davanti al luccichio vezzoso di un iPod di un iPad o di un iPhone ci ritrovassimo a balbettare l’eterno ceci n’est pas une pipe di Magritte. Quando il guru dell’open source Richard Stallman rimprovera a Jobs di aver trasformato i computer in una “prigione cool” per incastrarci sfiora il problema vero ma resta al suo gioco (e poi è un regolamento di conti tra addetti ai lavori). Ceci n’est pas une pipe: l’incantesimo di Jobs (l’incantesimo che Jobs ha incarnato) sta in questa miracolosa scomparsa del carattere di merce dei gadget informatici che vengono percepiti e vissuti come protesi (persino intelligenti) di una soggettività mutante o già mutata.

È la rinuncia alla critica (minimale) dell’economia o a una teoria dei bisogni (elementare). Il web ne sembra come esentato, immunizzato. L’allucinazione o l’abbaglio nascono in questo arresto del giudizio. Nel punto di massimo avanzamento della modernità si retrocede al pensiero magico e il consumatore informatico torna a all’atteggiamento ingenuo di chi al posto della merce scorge il feticcio (e perde di vista rapporti di produzione, sfruttamento, alchimie della finanza, disuguaglianze). Così è naturale che si parli di maghi e di magie. Per capire questa svolta regressiva, oggi come ai tempi di Marx, a metà Ottocento, “dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso” e ricominciare a sfatare l’arcano delle merci, o l’impostura. È semplice e complicato, al tempo stesso. La mistica della rete ci ha fatto dimenticare la fantasmagoria del ‘feticismo delle merci’ e la retorica dell’immateriale è riuscita di fatto a ipnotizzarci. L’effetto non poco paradossale di questo altro tipo di ritorno all’infanzia (un’infanzia “pre-capitalistica”) poi è quello di vedere anche menti piuttosto affilate, sofisticate, inebetirsi dinnanzi a geroglifici improvvisamente vissuti, anzi subiti, come pure evidenze, irrefutabili (o per dirla con Marx come “cose naturali dotate di strane qualità sociali”). Ne viene fuori un’inversione di senso tradizionale quanto inavvertita tra “rapporti sociali” e “rapporti tra cose” e tutto si confonde e si ingarbuglia. Poi – ovvio – è anche questione di Brand, o stregoneria. L’enfasi paracula del marketing Apple sull’“I” (quando Christopher Lasch profetizzava l’avvento del “decennio dell’Io” non aveva davvero ancora visto niente) ha fatto in modo che la confusione tra la cosa e il soggetto si sia fatta definitiva, inestricabile (ed è il soggetto a diventare la protesi ottusa del gadget, una variante). Ceci n’est pas une pipe… La “critica della produzione digitale” (ne accenna Raffaeli nel suo pezzo) dovrebbe ripartire da una banalità di base – i gadget informatici sono “merce” – e dalla demisticazione di questo processo di trasfigurazione o rimozione che li fa cose-non-cose, non-prodotti (l’insistenza sulla “bellezza” di queste cianfrusaglie glamour è sintomatica: come a dire, sono quasi opere d’arte, mica merci…).

Poi resta l’ironia della cronaca, una beffa. Mentre scrivo, decine di migliaia di allucinati sono disciplinatamente in fila alle porte degli Apple-Store in attesa dell’ultimo modello di iPhone, il numero 4. Nello stesso paragrafo del Capitale in cui parla del ”carattere di feticcio della merce” Marx a un certo punto fa una battuta quasi sdrammatizzante. “Se le merci potessero parlare direbbero: il nostro valore d’uso potrebbe interessare agli uomini”. Povero passatista, vecchio umanista. Se le merci potessero? Ma possono! L’iPhone 4 pare possa parlare; fa di tutto. È la transustanziazione della forma-merce. Il Feticcio si è fatto Golem, per magia. E ceci n’est pas une pipe, naturalmente.

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 MARX E LA SCIENZA

Come il pensiero scientifico ha dato forma alla teoria della società di Marx

Franco SOLDANI

Europaeische Schule Muenchen

Actuel Marx en Ligne   n°3
(31/ 1/2001)

 1. Lo stretto rapporto che Marx ha intrattenuto con la scienza del suo tempo è provato non solo da tutta la sua storia intellettuale privata e pubblica, ma soprattutto dal fatto che non si può conprendere a fondo nessuna categoria del Capitale senza riferirsi al complesso sostrato scientifico che esse implicano. Da questo punto di vista, diventa essenziale tanto capire quale sia stata la comprensione che Marx ed Engels hanno avuto della razionalità scientifica ottocentesca, quanto scoprire quale esito essa abbia poi avuto nel processo di formazione dei concetti marxiani e nel disegnare il loro contenuto conoscitivo specifico.
2. Marx, ovviamente, aveva una conoscenza di prima mano della scienza del suo tempo. L'assidua frequentazione del British Museum, durante il suo esilio londinese, gli ha permesso di accedere ad una vasta mole di lavori scientifici che a loro volta rappresentano le fonti concettuali della sua sofisticata interpretazione del modo di produzione capitalistico. Naturalmente, non è che Marx mutui meccanicamente, o semplicemente copi, dalla scienza di allora le sue convinzioni. Al contrario. La sua relazione con dette fonti è complessa e multiversa, per niente lineare. Nel saggio vengono discusse quattro idee fondamentali della sua analisi sociale: a. La relazione cause-effetti; b. Il valore; c. Il metodo scientifico inglese; d. La presunta fine della metafisica.
3. In tutti e quattro i casi, la rilettura del pensiero di Marx alla luce di quella genealogia specifica ha permesso di ricostruire sia i peculiari significati attribuiti dalla ragione scientifica alle sue categorie, sia il significato specificamente sociale che Marx ha loro attribuito, sia infine le prepotenti, nuove tendenze epistemologiche che andavano prendendo forma in quegli anni all'interno della stessa comunità scientifica. Un nuovo paradigma epistemologico stava allora emergendo ad opera degli stessi scienziati direttamente letti da Marx o comunque a lui noti. Mentre questo inedito modello di ragione dà la sua impronta, per vie altamente mediate, a tutta la riflessione di Marx, questi non ha sempre avuto una chiara consapevolezza delle conseguenze teoriche che tale pensiero scientifico emergente aveva su alcuni suoi presupposti filosofici più

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