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Paolo Mossetti: Piccolo saggio sulla diserzione

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Piccolo saggio sulla diserzione

Written by Paolo Mossetti

Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.
Henri Laborit,
Elogio della Fuga, 1976.
“W la Resistenza”
(La resistenza è un congegno elettrico)
Collettivo Eveline, Milano, 2006.
 
C’è stato un momento, nella cultura italiana, in cui i temi dell’esilio e della fuga vennero esplorati in forme generose e originali. C’era il cinema di Gabriele Salvatores, «dedicato a tutti quelli che stanno scappando», e quello di Mario Martone, con i suoi sconfitti dalla vita; le musiche di 99 Posse, Almamegretta, Bisca, Daniele Sepe che esaltavano i valori delle radici e dell’antifascismo militante, ma ancor di più suggerivano una diserzione dal treno progressista; poi la letteratura nomade di Pino Cacucci, i fumetti di Sergio Bonelli, e in generale nelle arti si sentiva ancora l’influenza di Hugo Pratt, di Carmelo Bene, di Jodorowski. Quelle voci ci raccontavano, in modi assai diversi tra loro, di una generazione non ancora pronta a sentirsi adulta e borghese, di amicizie virili, di disgusto per la società del “reflusso”, di codardia persino. Lo facevano con linguaggi a volte ingenui, ma senza mai mancare di un certo gusto per l’avventura e della voglia di contaminarsi, di creare collaborazioni, intrecci inaspettati.

Ora tutto questo sembra un romantico ricordo. Gli anni che vanno dal G8 di Genova alla crisi finanziaria del 2008 hanno visto rinascita di mitologie che credevamo estinte per sempre: il Patriottismo di «sinistra», il Tricolore, il feticismo della Costituzione, la Legge e l’Ordine. I movimenti radicali sono rimasti fin troppo a lungo in una posizione di letargo, mentre nel frattempo un’intera generazione “progressista”, di giovani e giovanissimi, si amalgamava ad un modello di “partecipazione” mediato dai grandi quotidiani, dalle grandi firme “di denuncia”, al circo dei festival e delle celebrazioni: un modello post-televisivo e ormai web-based, e con riferimenti culturali che difficilmente andavano oltre lo scontro col berlusconismo, Tangentopoli, la stragi della mafia.Ha preso forma la cosiddetta industria della retorica civile, talvolta necessaria, molto più spesso solamente industria e poco altro.

Il risultato è che la parola «fuga» sembra soccombere all’elogio della «resistenza». Tutti si sentono in qualche modo “resistenti”, in questi giorni: dagli spettatori del programma televisivo che fa “denuncia”, ai lettori dei grandi quotidiani e dei libri-inchiesta best-seller. Resiste chi “costruisce” e non si lamenta. Chi lavora e fa «il proprio dovere». Resiste chi «non si rassegna ad andarsene», con una convinzione, una serietà e una presunta «consapevolezza» che non troviamo in nessun altro paese d’Europa. Ci sarebbe da chiedersi quale sia il progetto umano e politico di questa resistenza.

In particolare quando si parla di emigrazione – tema a me caro essendo io stesso un emigrato figlio di emigrati – spesso mi trovo a discutere con chi piange disgrazia a proposito della cosiddetta “fuga dei cervelli” : «Se se ne vanno i migliori, chi resta?”, è una delle frasi che sento ripetere più di frequente, da quella fetta di società che si sente inclusa, ovviamente, tra i migliori. “Se i cervelli fuggono”, è un altro tormentone, “quando e come cambierà il nostro Paese? Chi lo farà cambiare?”. Sono domande che ogni volta mi spiazzano, e che mi costringono a porne altre: cos’è il «paese»? E che vuol dire «cambiamento»? E «restare», o «partire»?

Talvolta vengo persuaso dai volenterosi che sono rimasti in “trincea” per motivi di bisogno o affezione, e cercano di dare una mano, con il loro operato, fuori dai grandi circuiti della notorietà, fuori dai riflettori, dalla manipolazione. Molto più spesso, l’ammonimento contro la “fuga” viene usato come un’arma piuttosto economica: un manganello morale agitato da coloro che, tutto sommato, in “trincea” stanno comodamente. C’è una larga fetta di Italia progressista che nella crisi attuale ha trovato comunque la sua via per star serenamente al mondo – ha trovato la sua “dimensione” –, e non ha nessuna intenzione di finire come in Grecia, a colpi di molotov per le strade. E c’è chi, ad un livello più alto, restando in “trincea” è riuscito a crearsi un suo piccolo micro-cosmo, con la sua micro-corte e i suoi micro-cortigiani. I peggiori sono forse i professionisti dell’ottimismo, esperti nel suonare la carica tenendo ben nascosto il trombettiere: invocano la mobilitazione, senza mai farci capire davvero chi dev’essere il soggetto protagonista del cambiamento, e per quale modello di società dovremmo immolarci. Se per un nuovo modo di intendere i rapporti umani, il lavoro, il consumo. O, piuttosto, per una semplice riverniciatura dell’attuale modello di alienazione e sfruttamento.

Il cittadino “resistente” in ogni caso si allinea, marcia verso la catastrofe, con una sobrietà che ricorda il vecchio trozkismo: «responsabilità», «austerità», «solidarietà», sono le sue parole d’ordine. Ovviamente: sono propagandate dallo stesso potere che lo manda allo sbaraglio. È un cupo processo auto-costrittorio, in cui ad un ventenne che voglia impegnarsi in politica non viene offerta alcuna alternativa se non una vita di pursuit of happiness di marca scadente, fatta di reiterazione di quel modello di potere, di ossessivo cliccare «mi piace» alla notizia di arresto di un politico corrotto, di «passaparola» con link e articoli di “approfondimento”, nell’illusione di tenere quel potere sotto controllo. Ma questa è una spirale suicida. L’informazione disponibile aumenterà sempre di più, in modo esponenziale, e all’aumentare di essa aumenterà l’indignazione di quel ventenne, la sua addiction tecnologica e la sua solitudine consumista. Non la sua reale partecipazione – fisica, individuale, vitale – ai processi di cambiamento.

No, di fronte a tutto ciò, sento di essere ancora dalla parte di chi sta scappando.

Qual é una delle conquiste centrali della società contemporanea, se non il diritto di disertare lo scontro frontale con un sistema ingiusto? Quale uno dei privilegi più importanti del nostro tempo, se non la possibilità di creare spazi temporaneamente liberati dalle piccole logiche clientelari, dalla retorica mediatica, dal provincialismo casareccio, sfruttando le mille interconnessioni dei gruppi radicali che già esistono, qui o altrove? E la semplice emigrazione, sia pure per motivi squisitamente materiali, perché deve subire questo insopportabile processo alle intenzioni?

Purtroppo, il sinistro richiamo del valore territoriale, piccolo-borghese, della famiglia come campana di vetro dentro cui rifugiarsi, é una delle conseguenze del caos identitario della nostra epoca. Come esito naturale, il ”diritto alla fuga” subisce una pesante connotazione negativa, é sinonimo di passività, arrendevolezza. E i migranti, nel migliore dei casi, non sono “soggetti attivi”, ma “vittime” che vanno compatite.  Nel peggiore, sono visti come concause dell’incancrenirsi di quelle storture che hanno contribuito alla loro emigrazione.

C’è, ovviamente, il discorso di classe, e la distinzione necessaria tra esilio volontario e migrazione forzata, tra nomadismo e viaggio. Sta al singolo, dopo essersi confrontato con il suo gruppo di riferimento, e poi quel gruppo con altri gruppi, decidere quando organizzarsi sul posto e in quali forme, o se preferire la diserzione, e in quali forme. In ogni caso persino la fuga codarda ed egocentrica è preferibile, vista la prospettiva attuale, al giochino suicida della resistenza mediata dall’oppressore.

Verrebbe da scomodare Max Weber e i suoi studi sui giovani contadini migranti tedeschi, che fuggivano in massa per rifiutare il regime patriarcale, ma anche per sottrarsi al regime dispotico del proprietario terriero. E personalmente non avrei il coraggio di chiedere ad un libico o ad un palestinese di “resistere” sul suo territorio anziché fuggire: chi sono io per incitare la “resistenza” altrui? C’è poi un bellissimo intervento della scrittrice ceca Vera Linhartová, che dopo vent’anni di esilio parigino diede questa definizione del suo status di migrante:  il piace d’essere un pesce piccolo in un oceano, piuttosto che una grossa carpa in uno stagno. In questo trovo tutta la bellezza della fuga come “passo in avanti”.

Invece il “diritto alla fuga” viene demonizzato, da parte soprattutto di una middle-class che, fingendo di restare in trincea per la liberazione di tutti, in realtà si preoccupa solo di salvare se stessa. Di reiterare un sistema di rimbambimento e sfruttamento collettivo. Ed ecco come la parola stessa “resistenza” viene distorta: si trasforma da sinonimo di “attivismo” a subalternità nei confronti del linguaggio mass-mediale. O peggio, in mediocre Restaurazione.

Ho visto un esercito di dipendenti Apple ballare come zombie radiocomandati all’apertura dell’ultimo Store, a Roma, poco prima della festa della Liberazione, e quegli stessi malcapitati si ritrovavano a celebrare i partigiani bianchi e rossi, con Bersani e Fini, Napolitano e il Papa, Beppe Severgnini e Fabio Fazio: ma in cosa consiste la loro liberazione? E a cosa stanno “resistendo”?

La sensazione è che la lotta si sia trasformata in difesa di confini territoriali, fossero pure micro-patrie – come la reiterazione del nostro modello genitoriale, dello sciovinismo d’accatto, delle logiche dell’onore e delle radici – alla prova dimostratisi insostenibili, quando invece la lotta dovrebbe essere aggressione – teorica, per lo meno! – di confini immateriali, ideali, etici, quali sono quelli del capitalismo finanziario, delle addiction tecnologiche e mediatiche.

La figura del migrante ha invece questo di straordinario: è aggressore di confini, é mescolatore di conoscenze ed esperienze. E se nessun “resistente” ci é sembrato più efficace dell’anti-italiano Malatesta, del primo inquieto Ernesto Guevara on the road, delle Brigate Internazionali alla volta di Spagna, del Tom Joad che prima di lasciare la mamma e unirsi alla lotta dei braccianti, diceva: ovunque c’e’ una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria... Dovunque si combatte per uno spazio di dignità un lavoro decente, una mano d’aiuto... cercami e ci sarò.

«La nostra patria é il mondo intero», cantava qualcuno. E mi sembra ancora lo slogan più bello e salutare in questo mare di conformismo.

Dunque, per ritornare alla domanda che tanto affligge i nostri datori di sventure: se se ne vanno i “migliori”, chi resta? E chi cambierà il nostro Paese? Resteranno quelli che vorranno restare, e a loro spetterà la definizione di ciò che è «Paese». Ogni individuo deve avere il diritto di scegliersi il suo campo di lotta, la sua "tribù" di riferimento, e ogni tribù deve avere il diritto di migrare e creare la sua communitas dove meglio crede, senza per questo celebrare l'egoismo e l'indifferenza, ma per meglio interconnettersi con chi vuol salvarsi. Tutto il resto, inclusi il dolore e le perdite che accompagnano, inevitabilmente, ogni migrazione, viene dopo. «Restiamo umani», diceva Vittorio Arrigoni, e crediamo non esista una forma di resistenza più importante di questa. Abbiamo una vita sola, e restare umani nell’arco di questa vita, prima che essa si indurisca e avvizzisca e s’alieni dal resto del mondo, è il principale atto di sabotaggio che possiamo compiere. Meglio se in compagnia di qualcun altro, lo sappiamo.

Londra, 25 aprile 2012.
 

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