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Vittorio Giacopini: Parole al vento

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Parole al vento

di Vittorio Giacopini

Una Weimar dello spirito o il Circo Oklahoma

Si scrive ma è come spedire una lettera senza destinatari né indirizzo. Messaggi nella bottiglia, parole al vento. Tra l’atto del pensiero, il lavoro di scrittura, e il (minuscolo) pubblico destinato ad accogliere queste deliberatamente provvisorie ruminazioni, lo scarto potrebbe rivelarsi incolmabile. È comico, volendo, anzi ridicolo. È vero, il tempo non sta mai fermo, però oggi l’accelerare delle situazioni rende abbastanza improbabili profezie, mediocri congetture, divinazioni.

Già l’articolo di quotidiano esce invecchiato, figurarsi le parole per un mensile. Il termine crisi (generico quanti altri mai però efficace) compendia questo modo nuovo di stare dentro il tempo, o di subirlo. Il paesaggio che ci circonda muta alla velocità della luce (o dei neutrini) e l’effetto più impressionante è questa sensazione di intensa, vorticosa, entropica inflazione degli eventi. Una settimana, un giorno, pochi mesi, e il mondo sembra mutare, totalmente. Basta un esempio. Tra i primi di agosto 2011 e il 15 del mese, Ferragosto – neanche quindici giorni – s’è svelato uno scenario del tutto inedito (la “crisi”, appunto, qualsiasi cosa essa sia, naturalmente) che ancora oggi insiste a mutare e muta ancora, (“difficile dire che sia finita” dice oggi Mario Draghi, fine febbraio: quantomeno un’osservazione di buonsenso). Inflazione degli eventi, estrema caducità della parola: si diventa obsoleti in un baleno e sembra davvero di vivere in una specie di Weimar dello spirito (o al famoso Circo Oklahoma di Franz Kafka). Ci si arma di tesi, concetti, diagnosi, criteri per dare un senso al presente e provare ad afferrarlo, fugacemente, ma nel breve arco di un giorno quel piccolo patrimonio intellettuale diventa subito inutile, superato, e serve sempre di più, altro e altro ancora. Senza che uno se ne sia accorto, l’abbia visto, la crisi potrebbe essersi fatta nuova forma di vita quotidiana, terra incognita. Siamo alla rincorsa dell’ombra di noi stessi, di un domani che ci anticipa e ossessiona, e ci spaventa. Intanto saltano tempi, criteri, modelli, parametri. Si parla e si scrive al buio; da ignoranti.


Presentimenti


Intanto, stiamo uscendo dall’equivoco, almeno questo. C’è un passo di Walter Benjamin illuminante. “L’attimo”, scrive, “è la forca caudina sotto la quale il destino si piega a esso. La minaccia del futuro nell’oggi realizzato… è opera d’una presenza di spirito corporea”. Perché di questo si tratta, precisamente: l’attimo che piega il destino e smaschera l’arcano; la minaccia del futuro che rompe gli indugi e si fa presente. La crisi, di cui si insiste a parlare da anni, da incerto presentimento si è trasformata infine in esperienza (e il bello, anzi il brutto, deve ancora venire). Anche il cambio della guardia, almeno in politica, ha questo senso palese, disvelante. Chiusa la mediocre stagione degli imbonitori da circo, dei saltimbanchi, ora tocca ai Signori del Presente, cioè ai Padroni. In prima persona, senza intermediari, maschere, prestanome. Vale in Grecia come ovunque, anche in Italia. Tocca prenderne atto, velocemente, con presenza di spirito, attenzione. E il primo dato a colpire è inquietante. Per quanto la crisi sia estrema, acuta, innegabile, conclamata, qualche dubbio sull’immaginazione sociologica dei Padroni del Mondo è più che lecito. L’imperativo di fondo – stretta fiscale, tagli, pareggio di bilancio, tanti saluti al welfare e conti in regola -– sembra assecondare uno schema mentale indiscutibile e un’idea di storia ancora molto pigra, anzi, nostalgica. Rimettere indietro le lancette impazzite dell’orologio; ripristinare lo status quo ante, per incanto (l’unico, forse, a dire le cose come stanno, o almeno a provarci, è sempre Mario Draghi, un’altra volta: il vecchio modello sociale è gone -– andato, morto – basta guardare, dice, le statistiche sulla disoccupazione giovanile; un ragionamento che non fa una piega).

Mentre anche i soloni del giornalismo americano – “Time”, “Newsweek”, persino il “Wall Street Journal” – si interrogano su natura e destino del capitalismo (che il termine sia infine tornato in auge è già un segnale) il grande Programma del potere non brilla per originalità e inventiva, fantasia. Il pensiero magico torna a far coppia con il Capitale e l’inconfessato esorcismo è ostinarsi a pensare che sia stato soltanto un brutto sogno, o un incidente. Lancette all’indietro, dunque, per riportare il mondo a un attimo (o a un istante) prima del caso dei mutui subprime o al settembre nero della Lehman & Brothers. Il capitalismo pretende di risanarsi e guarire, appunto, per magia, ma l’unico sortilegio sembra alla fine la ricetta vincente, sempre la stessa: far pagare a chi già paga da sempre, o ha già pagato; pretendere – o intimare – lacrime e sangue e tagli e sacrifici a chi già rosica un osso senza polpa.

Fa effetto, semmai (ma qui più che di magia si tratta, di circonvenzione – occulta – di incapace) il mutismo o l’abulia della sinistra, il silenzio o il balbettio di una cultura. Crisi, crolli, rotture, cambi di paradigma o di scenario, in qualsiasi altro momento storico sono sempre stati vissuti come occasioni “rivoluzionarie” (o almeno di cambiamento, trasformazione). Nonostante le apparenze, oggi questo riflesso condizionato non si innesca. Naomi Klein non ha torto quando osserva che il movimento di Occupy è la “cosa più importante al mondo”, ma una perfida dialettica la sbugiarda. Nella sua perfetta semplicità, nella sua cristallina quanto ingenua verità, il grande slogan di Occupy è, ahimè, una dichiarazione di impotenza. “Noi siamo il 99%”: probabilmente le cose stanno proprio così, ma è un bel segnale? L’assenza della politica trasforma quest’urlo di protesta in lamento impaurito, sconcertante. Il 99% contro l’1%: non dovrebbe esserci partita (e infatti non c’è partita, ma a parti inverse). A inizio Novecento si teorizzava il dominio di ferro delle oligarchie ma già quello schema – pochi contro molti – oggi sembra ottimista. L’1% continua a farla da padrone. Non era mai stato tanto evidente. Non erano mai stati tanto sfacciati.


Person of the year


L’immaginario corrente riflette questa situazione in modo anche troppo limpido, molto nitido. Ma prima ancora di chiedersi cosa possa fare (o dire) l’arte, bisogna misurarsi con la nebulosa della comunicazione, laddove la realtà dissolve e si fa simbolo. A inizio dicembre era ancora “Time” (questa bibbia del midcult globalizzato) a proclamare con discutibile enfasi “persona dell’anno” the Protester. La scelta, significativa e ambigua, come sempre, suonava come un omaggio ma era una burla. O peggio una Grande Truffa, un’impostura. Il caso è sintomatico. Strette nell’abbraccio pigro e implacabile di una formula, troppe figure diverse vengono condensate e annullate in un sol colpo. Piazza Tahrir e Tripoli, i cileni, i ragazzi di Occupy Wall Street, le folle di Atene, le tende di Oakland o di Puerta del Sol. La singola radicalità di tutte queste rivolte tanto diverse viene levigata nel luccichio di una copertina patinata. La “logica specifica dell’oggetto specifico” (Marx e Engels) cede il passo al pensiero “spettacolare”. Più ancora dei diktat del Fmi e della Banca Mondiale, prima ancora del ricatto “contabile” della Finanza, la battaglia per trovare una strada diversa per uscire della Crisi, senza negarla, ha ricevuto un colpo mortale proprio da questa acrobazia sovrastrutturale. Se non possono bruciarti come eretico ti fanno santo; tutto sta a capire che cosa è peggio.


L’anno dei Maya


Ma la Grande Truffa, prosegue oltre la macchina di mistificazione e inganni del potere e travalica il territorio – mobile, in espansione, pervasivo – dalla Comunicazione rassicurante. Ancora una volta, ciascuno ha l’immaginario che si merita e l’arte non è innocente né esentata da questo lavoro di pavida alterazione della realtà. Falsi ripudi – troppo estremi, urlati, sopra le righe – si svelano per complice accettazione del presente. Letteratura & crisi possono entrare in cortocircuito comodo, ammiccante. Viviamo l’anno dei Maya, d’altra parte, e mai come forse oggi l’acuta boutade di un guru del postmoderno sembra azzeccata: non riuscendo a immaginare la fine o il “crollo” del capitalismo, consoliamoci con la fine del mondo. Civettare con l’Apocalisse è una tentazione diffusa oltre che un vezzo. In teoria politica come in letteratura, d’altro canto. L’ultimo saggio dell’onnipresente Slavoj Zizek è una riflessione sul Vivere alla fine dei tempi capace di far arrossire di vergogna Gioacchino da Fiore e tutti gli altri menagrami della sua risma (con la differenza che un pensiero radicale fondato sull’abdicazione al futuro non ha senso). La sentenza apodittica, assoluta e ultimativa, anzi terminale, per sua stessa natura si dichiara indisponibile alla prassi (o, citando Marx, non potendo cambiare il mondo proviamo a spiegarlo tutto, senza resti, sciogliendolo negli acidi di una ratio totale, visionaria).

E' la stessa tecnica – e la stessa voga – che prende piede anche in letteratura, con risultati spesso persino più goffi e irritanti. Sulla scia del sopravvalutatissimo Cormac McCarthy (La strada è un romanzo di maniera; tanto valeva tenersi Jack London o Richard Matheson) una strategia per dire il presente è ormai quella di scrivere dal punto di vista della fine (dei tempi, della storia, di un assetto sociale, di uno spazio). È un trucco come un altro, e una scorciatoia. L’esempio pretenzioso di Antonio Scurati è appunto solo un esempio, un caso tra troppi, e infatti “Wired” – altra bibbia del mid-cult globalizzato – ha recentemente chiesto a una serie di scrittori di raccontarci la loro fine del mondo (partendo, immagino in ordine alfabetico, da Ammaniti). Strategie paracule per sfangare l’anno dei Maya e andare oltre (tanto lo sappiamo: i calcoli dei grandi sacerdoti sono sbagliati e il mondo potrebbe anche non finire, per adesso).

Un’alternativa, potrebbe essere quella tentata – con globalizzato successo – da Murakami. Ancora una volta, qui, niente di nuovo. A un mondo che hegelianamente non finisce mai di finire si può affiancare un mondo parallelo, l’onirica fantasia di un’altra dimensione, ancora ignota. Da un vivere quotidiano bloccato in riti e movenze ripetitive si potrebbe uscire affacciandosi sul’abisso di un mondo 2.0 e qui diventano essenziali gli iniziati, i veggenti, i pochi capaci di scorgere questo cielo notturno dove brillano due lune, sinistramente. Come tecnica narrativa almeno è una strategia (non solo una voga) ma l’impulso mentale o esistenziale è sempre lo stesso. È il nostro bisogno di consolazione che cerca piste d’uscita, vie di sfogo.


Dietro lo specchio


Ma la “letteratura della crisi” può anche sventolare un altro (piuttosto facile) vessillo. Il vecchio Lukács parlava del realismo come rispecchiamento e la sua idea di mimesis, girata in chiave marxista, politicizzata, torna oggi diluita all’acqua di rose, come merce di consumo, presuntuosa. Per quanto quella dei Wu Ming sia stata anche una strategia auto-promozionale, la loro proposta di una new italian epic aveva almeno il merito di provare a allargare l’orizzonte, forzando il quadro. Chi gli ha contrapposto il sobrio rigore di un new italian realism lo ha fatto ingenuamente o in malafede. Dopo aver ceduto con furba arrendevolezza al grande ricatto dell’attualità, lo scrittore della crisi diventa appunto l’elegante cronista dei temi più in voga: immigrati, violenza sulle donne, lavoro nero, invasioni cinesi, neofascismo di ritorno, precariato (e proteste sui tralicci o in cima ai tetti). Marketing che si spaccia per impegno, anzi per realismo. L’esito delle ultime due kermesse del premio Strega è da manuale. La paludosa saga di Antonio Pennacchi sul Canale Mussolini aveva anche un suo fascino, niente da dire, ma il “fascio-comunista” ha dovuto la sua vittoria al coté… fascio. Il successo di La storia della mia gente di Edoardo Nesi è ancora più ambiguo e, certo, più irritante. A parte quel termine “mia” (la mia gente, i miei lavoratori, i miei impiegati: un “miei” tutto da capitalista; di Pmi, d’accordo, ma da capitalista), è tutta l’operazione che sa di ammiccante flirt con un presente già interamente mediatizzato. (Alla fin fine, è meglio la Venezia cinese di Scurati o la Prato sempre cinese di Nesi? È il solito dilemma del gorilla di De André, un bell’impiccio: il giudice o la vecchia? A voi la scelta).

Lo stesso successo di questa scelta di campo la dice lunga. Si parla, si scrive, si narra, con l’occhio già fissato sui titoli di giornale – facile eco – trascurando il dato più macroscopico e allarmante. In una realtà che di fatto ha già troppi specchi (gli specchi della comunicazione, la lingua della cronaca, i suoi usati stilemi e tic, i suoi formulari) immaginare di tornare a servirsi del codice del realismo come rispecchiamento è una rinuncia all’arte (e anche… all’impegno). Errore metafisico che fa da pendant a una strategia di marketing, efficace magari, però meschina. A parte che l’entropia degli eventi (questo nuovo modo e obbligato di stare nel tempo) condanna certe imprese da subito all’obsolescenza, continuo a pensare che sia decisivo sottrarsi al ricatto dell’attualità, farlo saltare. Tocca scrivere against the day, direbbe Thomas Pynchon. In un recente intervento, lo ha osservato anche Enrique Vila-Matas: “bisogna per forza spingere gli scrittori ad associare le loro finzioni con i mille e uno argomenti proposti dal grande spettacolo mediatico? Non è una domanda stravagante. Fra le tante incertezze, sembra che una certezza stia mettendo pericolosamente radici in noi: non si può concepire un grande romanzo appena pubblicato che non consenta un titolo di giornale legato alla più rabbiosa attualità giornalistica”.

Ma il discorso non finisce qui, anzi è da qui che si potrebbe – magari – (ri)cominciare. La parola letteraria dovrebbe porsi in aperto conflitto con i codici della cronaca, dell’attualità, della comunicazione, per tornare a misurarsi con un fronte più ampio e sfuggente, con la Storia (sul “Corriere della Sera,” tempo fa, Giuseppe Genna ha evocato la necessità di un nuovo modo di incrociare letteratura e storia, dialetticamente, parlando della necessità di “un certo tipo di romanzo, nuovo e strano”: intuizione giustissima per quanto ancora aurorale, da definire). Quanto alla mediocre utopia del rispecchiamento, basterebbe dare ascolto alla piccola Alice, com’è giusto. Il mondo, la storia, gli altri, l’avvilito presente, il pozzo del passato, l’azzardo pauroso dell’avvenire, vanno visti e narrati dietro lo specchio.
 

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