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Maurizio Benetti: Spesa per pensioni, così è se vi pare

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Spesa per pensioni, così è se vi pare

Le varie istituzioni applicano criteri diversi nel computo della spesa previdenziale, tanto che il suo rapporto sul Pil cambia fino a oltre 3 punti, una differenza enorme. Una giungla in cui si perde di vista il vero problema: che ormai non è la sostenibilità finanziaria, ma gli importi troppo bassi

Maurizio Benetti

Mentre il ministro Tremonti afferma che finché ci sarà lui al governo le pensioni non saranno toccate, ci sono economisti ed esponenti di entrambi gli schieramenti che continuano a sostenere la necessità di intervenire per tagliare la spesa pensionistica, sorvolando sul fatto che le previsioni ci indicano più un problema di sostenibilità sociale che non uno di sostenibilità finanziaria.

Cominciamo per prima cosa a chiarire quale sia l’ammontare della spesa pensionistica in Italia dato che i dati che vengono citati sono spesso molto diversi tra loro con differenze superiori anche a 2-3 punti di Pil.

Un’utile opera di chiarimento in merito è quella fatta dalla Ragioneria generale dello Stato (Rgs) nella pubblicazione “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, Rapporto n.10, riportata anche nel Rapporto 2008 del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale (NVSP). La Rgs confronta i dati di spesa pensionistica in rapporto al Pil secondo le diverse definizioni dell’aggregato. Riporto per il 2006 i dati Rgs e per il 2007/8 il loro aggiornamento.

Le differenze dipendono in parte, minima, dai valori finanziari considerati (ratei di pensione effettivamente pagati nell’anno o rateo di dicembre moltiplicato per 13), ma principalmente da contenuti diversi dell’aggregato.

Le funzioni old age (anzianità) e survivors (reversibilità) includono, come è noto, il Tfr e le prestazioni di fine servizio nel pubblico impiego, che pesano 1,5 punti di Pil. La Rgs sottolinea come questo indicatore sia talvolta utilizzato impropriamente come indicatore di spesa pensionistica, eppure molti “esperti” continuano ad utilizzare questo dato per “denunciare” l’alto livello della spesa pensionistica italiana. 

L’altro indicatore Eurostat, Pension expenditure, non considera il Tfr, ma comprende, oltre alle prestazioni IVS (invalidità, vecchiaia, superstiti), le pensioni assistenziali (sociali, di guerra, invalidi civili), le pensioni  indennitarie e le pensioni di benemerenza. L’indicatore dell’Istat alle voci riportate in Pension expenditure aggiunge anche le indennità di accompagnamento. Nella voce pensioni e rendite della Relazione generale  sono comprese le pensioni IVS e le rendite infortunistiche (INAIL e IPSAMA, l’istituto previdenziale dei marittimi). IL NVSP considera nel suo aggregato il sistema obbligatorio IVS, pubblico e privato, e vi aggiunge le pensioni erogate da alcuni fondi speciali Inps, dall’Enpam e dall’Enasarco. RGS, infine, considera l’insieme delle pensioni IVS erogate dalle istituzioni pubbliche e le pensioni sociali (1) 

I dati più attendibili in termini di spesa per pensioni sono senza dubbio quelli della Ragioneria e quelli del NVSP. La differenza tra i due dati deriva essenzialmente dal comprendere o meno le pensioni sociali.

Considerando i dati del Nucleo (è stato pubblicato l’ultimo rapporto, disponibile sul sito del ministero del Lavoro, relativo alla spesa pensionistica nel 2008) abbiamo un rapporto spesa /Pil pari nel 2008 al 13,8%. Il valore di questo rapporto nel tempo dipende da un lato dalla variazione del Pil, dall’altro  dagli andamenti dello stock di pensioni che a sua volta dipende dalla variazione del numero delle pensioni e del loro valore medio. Fino al 1997 il rapporto spesa/Pil è cresciuto  in modo sensibile passando dall’11,5% del 1990 al 13,7% del 1997. Successivamente, per effetto delle diverse riforme, il rapporto spesa/Pil è risultato stabile attorno a valori del 13,5% con lievi scostamenti in più o in meno. Quello che ha contribuito a mantenere stabile il rapporto spesa/Pil è stata la riduzione del numero delle nuove pensioni per le modifiche successivamente introdotte nei requisiti per l’accesso alle pensioni e l’eliminazione della doppia indicizzazione reale delle pensioni a partire dal 1993.

Questo contenimento del numero delle nuove pensioni è proseguito anche nel 2009, come testimoniano i dati Inps sulle pensioni di anzianità, e contrasta l’effetto opposto prodotto dalla crescita degli importi medi di pensione che deriva dal fatto che le nuove pensioni hanno importi mediamente più elevati di quelle che cessano. Con la progressiva introduzione del sistema misto e del contributivo l’importo delle nuove pensioni diminuirà determinando in futuro una diminuzione dello stock di pensioni  e un miglioramento del rapporto spesa/Pil.

Nel 2008 questo rapporto è peggiorato salendo al 13,84% non per una particolare dinamica della spesa pensionistica, cresciuta come nell’anno precedente, ma per la caduta del Pil, diminuito dell’1% in termini reali. Anche il peggioramento del rapporto spesa/Pil nei prossimi anni indicato sia nelle previsioni Rpp 2010  sia nelle previsioni del Nucleo dipende dalla forte caduta del Pil nel 2009 e dalla sua limitata crescita nel 2010 e non da un particolare incremento della spesa pensionistica.

La spesa pensionistica rilevata dal Nucleo si riferisce, come detto, alla spesa IVS pubblica e privata, comprensiva cioè della spesa delle Casse privatizzate. Senza queste il valore del rapporto spesa/Pil scenderebbe al 13,61%.

A fronte di questo ammontare di spesa, pari a 214 miliardi di euro a carico degli enti pensionistici pubblici e, quindi, dello Stato vi sono tuttavia le entrate fiscali dello Stato e degli enti locali per le trattenute Irpef sulle pensioni. Secondo i bilanci Inps, Inpdap e Enpals nel 2008 si tratta di un ammontare complessivo pari a più di 32 miliardi di euro. Considerando la spesa al netto delle entrate fiscali da essa prodotta si passa ad un valore di 182 miliardi pari all’11,5% del Pil. Tutte le volte che la Rgs calcola la maggiore spesa o il risparmio prodotto da una nuova norma in materia sociale lo fa in termini netti considerando gli effetti in termini di minoro/maggiori entrate fiscali. Lo stesso bisognerebbe fare in termini di spesa complessiva. Gli enti erogano prestazioni per 214 miliardi di euro, ma lo stato ne incassa 32 in termini di Irpef. Ai fini del bilancio pubblico quello che conta è la differenza tra le due voci.
 
I dati del Nucleo sono rilevati sia al lordo che al netto della Gias (Gestione interventi assistenziali). La quota Gias della spesa pensionistica rappresenta la parte di spesa che non è a carico delle singole gestioni, ma bensì appunto a carico della Gias in quanto spesa ritenuta a norma di legge assistenziale. L’importo complessivo della quota Gias nel 2008 è stato pari a 32,6 miliardi di euro. I principali trasferimenti dalla Gias alle diverse gestioni pensionistiche riguardano i prepensionamenti, la "quota parte" stabilita dall'art. 37 della legge 88/89, le pensioni di annata, le pensioni di invalidità anteriori alla legge 222/84, parte delle pensioni CDMC (coltivatori diretti, mezzadri, coloni). Gli importi della Gias nel 2008 sono andati per 23 mld. al FPLD (fondo lavoratori dipendenti), 1,4 mld. al fondo artigiani, 1,2  mld. al fondo commercianti, 5,9 mld. al fondo CDCM. La quota Gias sull’intera spesa pensionistica a carico degli enti pubblici, con esclusione delle Casse privatizzate, si è progressivamente ridotta passando dal 17,5% nel 1998 al 15,2% nel 2008.

Questo significa che il rapporto tra contributi e spesa pensionistica al netto Gias nell’insieme delle gestioni pubbliche è sensibilmente migliorato negli ultimi quindici anni passando dal 77,6% del 1994 al 97,5% del 2008. Come rileva la Rgs, il punto fondamentale nei prossimi anni ai fini della sostenibilità della spesa pensionistica non sta nei suoi andamenti, ma nella crescita del Pil. Rgs stima che il rapporto spesa/Pil rimarrà in equilibrio nel medio periodo con una crescita reale del Pil attorno all’1,8% annuo. Il problema, pertanto, non è quello di intervenire sulla spesa pensionistica, ma quello di intervenire sui fattori capaci di far crescere maggiormente il paese.

Del resto gli spazi possibili di intervento sulla dinamica della spesa pensionistica sono ormai ridotti, a meno di voler intervenire non solo sulle regole di accesso, ma anche su quelle di calcolo delle pensioni o sullo stock delle pensioni in essere, ipotesi credibili solo in qualche aula universitaria.

In merito alla spesa pensionistica degli enti pubblici è interessante qualche disaggregazione. Al netto della Gias, il Fpld presenta nel 2008 un avanzo superiore agli 8 miliardi di euro. Si tratta di un saldo in sensibile crescita negli ultimi tre anni per effetto del forte incremento delle entrate contributive. Nel Fpld sono confluiti in momenti successivi i cosiddetti Fondi speciali, Fondo trasporti, Elettrici, Telefonici e Dirigenti d’azienda (Inpdai). Si tratta di fondi confluiti nel Fpld per le loro difficoltà di bilancio. Sono singolarmente in forte disavanzo. L’ultimo rapporto del Nucleo riporta i dati di bilancio dei singoli fondi tenendo conto dei contributi dei nuovi assicurati di questi settori iscritti oggi al Fpld. Anche con questa correzione il saldo positivo del Fpld al netto dei fondi speciali è pari a 12,9 miliardi di euro, mentre l’insieme dei fondi speciali presenta un passivo 4,8 miliardi euro di cui1,8 miliardi a carico del Fondo Inpdai.

Saldo fortemente negativo, -3,7 miliardi, presenta anche il fondo FFSS confluito in Inps, ma non nel Fpld. Tra gli autonomi iscritti all’Inps, sono negativi il saldo del Fondo artigiani, -1,6 miliardi, e quello del CDCM, -2,4 miliardi, mentre è positivo quello dei commercianti, +0,6 miliardi. Negativo anche il saldo del fondo clero, -65 milioni di euro.

I dipendenti pubblici, Inpdap, presentano un saldo negativo pari a 2,8 miliardi di euro, che sale a 11,4 miliardi se non si considera il contributo aggiuntivo a carico dello Stato previsto dalla L 335/95 a favore della Cassa Stato pari a 8,5 miliardi nel 2008. In forte attivo, dato il limitato numero di prestazioni erogate, è la gestione parasubordinati con un saldo di +6,3 miliardi.

Complessivamente le gestioni pensionistiche pubbliche presentano, al lordo del contributo aggiuntivo alla Cassa Stato, un saldo attivo pari a 4 miliardi. Al netto di questo contributo il saldo diventa negativo per 4,5 miliardi.

Le casse privatizzate dei liberi professionisti considerate dal Nucleo presentano saldi positivi crescenti pari a 2,4 miliardi nel 2008. Le prospettive di molte di queste casse sono però negative e soprattutto produrranno in futuro pensioni estremamente limitate dato il progressivo passaggio al contributivo per rimanere in equilibrio e il valore limitato dei contributi versati dagli iscritti.

Nota

1) Per un maggior dettaglio delle definizioni degli aggregati si rimanda ai siti on line della RGS o del NVSP

 

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