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Alessandro Leogrande: Berlinguer contro il consumismo

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Berlinguer contro il consumismo

di Alessandro Leogrande   

Nel gennaio del 1977 Enrico Berlinguer lanciò sul tavolo del dibattito politico italiano l’intuizione dell’austerità. Lo fece in due celebri discorsi, tenuti a pochi giorni di distanza, a Roma e a Milano. A Roma, al Teatro Eliseo, in un convegno sul Pci e gli intellettuali. A Milano, al Teatro Lirico, in un’assemblea con gli operai comunisti. Le Edizioni dell’Asino hanno deciso di raccogliere in un unico volumetto (La via dell’austerità. Per un nuovo modello di sviluppo, con prefazione di Salvatore Mannuzzu) quei due interventi. In precedenza lo avevano già fatto gli Editori Riuniti, ma il libro è ormai fuori commercio.


Si tratta di due discorsi di grande importanza, allora più criticati che condivisi, e oggi quasi completamente dimenticati, ma che meritano di essere riconsiderati e rianalizzati, perché più dell’intuizione dell’eurocomunismo e della rottura con l’Unione sovietica (praticata comunque con estremo ritardo) o della critica della corruzione partitocratica, la proposta dell’austerità come unica via d’uscita lasciava intravedere una visione molto lucida della crisi futura. Crisi di sistema, crisi dell’intera società italiana, e non solo del sistema dei partiti.
Che cosa diceva Berlinguer? Con l’attuale modello di sviluppo, entrato in una fase di recessione e avviato verso il collasso (oggi questo è pienamente percepibile, allora era appena intuibile), i costi della decadenza, della decomposizione, del non-lavoro sarebbero stati pagati inevitabilmente da chi stava peggio. L’unica soluzione era allora costituita dal puntare su una conversione radicale dell’intero sistema, sulla via dell’austerità: “Per noi l’austerità”, diceva Berlinguer, “è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato.” E ancora: “Così concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata”, in una società altrimenti destinata a rimanere arretrata, sottosviluppata e sempre più squilibrata.

L’interesse per le parole di Berlinguer non deriva solo dal fatto che vennero pronunciate all’inizio del ’77 (quindi molto prima che in Italia nascesse il movimento ambientalista, e si cominciasse a parlare di critica dei modelli di crescita e di sviluppo), ma soprattutto perché a pronunciarle era il segretario generale del Partito comunista in un momento travagliato della storia repubblicana.

Fortemente osteggiato dalla nuova sinistra, il tema dei sacrifici (della necessità dei sacrifici contro la crisi economica) era pienamente entrato nelle stanze del Pci. Ne parlavano Napolitano e Amendola, e il segretario della Cgil Lama. Nello scegliere la parola “austerità” in sostituzione dei “sacrifici” (parola tuttora, ai tempi del governo Berlusconi-Tremonti, molto in voga...), Berlinguer non solo intendeva smarcarsi, ma affermare qualcosa di molto preciso. Riassumendolo in parole sicuramente più povere, il suo discorso era questo: qui non si tratta di rimanere sulla difensiva, di far partecipare i lavoratori e le classi meno abbienti alla distribuzione dei costi della crisi oggi, per rilanciare lo stesso identico modello di sviluppo, per pretendere la stessa crescita con lo stesso assetto socio-economico, domani; si tratta, invece, di ribaltare il tavolo. E ribaltare il tavolo voleva dire puntare al cuore dello stesso modello di sviluppo capitalistico e della sua versione italiana, che si reggeva da una parte sull’immobilismo delle sue strutture, dall’altra sull’inflazionismo dilagante.

Allora come oggi, in molti pensavano che l’unica ricetta contro la crisi economica, senza alterare di una virgola le enormi differenze tra ricchi e poveri, la precarizzazione dilagante, la voragine dell’inflazione e del debito pubblico, il reticolato di feudi in cui era, ed è, divisa l’economia, fosse quello di rilanciare i consumi e di spingere su quelle leve culturali, innanzitutto l’individualismo all’italiana, che potessero sostenere – con il potere dell’immaginario, e non solo con la concretezza del portafoglio – quel rilancio. Per Berlinguer così si sarebbe andati allo sfascio, per questo bisognava uscire dal vortice e parlare di nuove basi.

Oggi lo squilibrio è ancora maggiore, e maggiore è il vuoto in cui cadrebbero considerazioni del genere. Ma anche allora, come ricorda Mannuzzu nella prefazione, quei discorsi di Berlinguer rimasero inascoltati. Anzi, si può dire che la solitudine di Berlinguer (divenuta molto più evidente dopo il sequestro e la morte di Moro, la marcia del quarantamila, il trionfo del craxismo) iniziò proprio allora, a pochi mesi – paradossalmente – dal più ampio successo elettorale che un partito comunista abbia mai ottenuto in un paese d’occidente.
A sinistra, Berlinguer fu osteggiato su due fronti. Da una parte dalla nuova sinistra (specie nella sua versione settantasettina, pronta a rivendicare la riscoperta della soggettività e la teoria dei bisogni), che vedeva nell’austerità un sinonimo di acquiescenza verso il grigiore democristiano, quasi l’altra faccia della medaglia del compromesso storico. Dall’altra dai socialisti, che, messe da parte le idee di Nenni, Lussu, Basso e infine Lombardi, contro il “monachesimo” comunista iniziavano a sostenere e praticare la liberazione dell’edonismo individuale. Negli anni ottanta questo sarebbe stato addirittura un vanto, la migliore manifestazione della propria distinzione.

La solitudine di Berlinguer non era solo politica, ma anche sociale e culturale in un senso più vasto. Ed era riscontrabile anche all’interno del suo stesso partito, specie tra i quadri delle ricche regioni “rosse”, non solo in ampi settori del ventre molle del paese alla prese con la più radicale delle sue mutazioni antropologiche. È lecito pensare che gli stessi intellettuali e gli stessi operai cui si rivolgeva non lo capissero appieno.

La solitudine di Berlinguer era in definitiva la solitudine della diversità comunista (dello stesso patrimonio di idee e rigore del movimento operaio italiano) di fronte al trionfo, soprattutto a sinistra, del modello liberal-democratico (scarsamente attento alle sofferenze sociali, e poco incline a criticare il capitalismo nostrano) sostenuto dai suoi principali giornali e settimanali.

E, allora, c’è solo archeologia della prima repubblica nella “via dell’austerità” di Berlinguer? C’è solo un’intuizione sepolta, la traccia di un percorso che poteva essere diverso, e che invece non è stato minimamente intrapreso? No, c’è anche dell’altro.

La parola più citata nei due discorsi di Berlinguer, più ancora che “austerità, è “spreco”. Lo spreco è il cancro e la condanna del nostro modello di produzione e di sviluppo. Spreco delle risorse, spreco delle energie, spreco delle ricchezze, spreco delle intelligenze... e poi spreco dei consumi, spreco dei rifiuti, spreco di vita. Il consumo che produce spreco è il miglior alleato dell’ingiustizia. Ma non si tratta solo di questo. Berlinguer intuiva oscuramente, e fu tra i primi a intuirlo, che il modello di sviluppo europeo e americano non era estendibile all’intero pianeta, pena la sua distruzione in pochi decenni. E, poiché con la decolonizzazione l’ingresso dei paesi del Sud del mondo nel consesso mondiale era ormai inarrestabile, affrontare il tema della giustizia globale (e dell’equa distribuzione delle risorse) era ormai inevitabile. Altrimenti (non lo disse con tale chiarezza, ma sicuramente lo pensava) difendere i consumi del ceto medio italiano e degli operai che aspiravano a entrarvi, all’interno di questa cornice, avrebbe voluto dire legittimare la miseria disumana degli operai di Shangai, di Mumbai o di Kinshasa.

Come avrebbe detto molti anni dopo Wolfgang Sachs, parafrasando Marx, c’è sicuramente un livello di sviluppo al di sotto del quale non può esserci giustizia. Ma c’è anche, ed è sempre più riscontrabile, un livello di sviluppo al di sopra del quale altrettanto non può esserci equità. Berlinguer presentiva tutto ciò, non trovando compagni che condividessero fino in fondo il suo discorso. Ma questo, proprio perché fatto da un segretario del Pci all’inizio di quella lunga crisi italiana che non si è ancora conclusa, rimane di grande importanza.

Solo tre critiche possono essere mosse a Berlinguer.

La prima è che non si smarcò
a sufficienza da Lama, Napolitano e da chi parlava con altro spirito della politica dei “due tempi”, dei sacrifici da fare oggi per rilanciare la crescita domani. Il dissimulare ogni contrasto (strategia fin troppo evidente nei due testi) è comprensibile politicamente, ma contribuì a creare confusione, a limitare la portata del salto in avanti, e a favorire che si stabilisse quel nesso austerità-acquiescenza.

La seconda è che, nella critica del consumism
o, il discorso di Berlinguer correva il rischio di sacrificare ogni apertura alla sfera della soggettività (di cui proprio allora si iniziava a riconsiderare l’importanza). Detto in altri termini: esiste una differenza tra individuo e individualismo? tra la soggettività e l’edonismo consumista? E, soprattutto, quali consumi, individuali e collettivi, sono accettabili e quali no? quali liberatori, quali necessari e quali fonte di spreco? Molti anni dopo, riflettendo sulla necessità di una conversione ecologica che non sia autoritariamente imposta dall’alto, Alexander Langer intuì che la domanda chiave è: come rendere socialmente desiderabile una svolta ecologica che, potremmo aggiungere, includa anche l’austerità? Era una domanda chiave anche per Berlinguer, benché non l’affrontasse nel suo discorso. Ma la questione rimane aperta. Anche oggi, nel XXI secolo, il punto non è tanto demonizzare il consumo tout court, quanto ideare forme nuove (non distruttive) per la condivisione dei consumi, dei bisogni, dei desideri. La differenza tra una austerità reazionaria e una progressiva, mettiamola così, in parte è proprio qui.

La terza critica riguarda le conclusioni
del secondo discorso, quello agli operai. Berlinguer intese ricondurre l’intuizione politica dell’austerità alla centralità e al ruolo guida del Partito comunista rispetto a tutta la sinistra italiana. Stride un po’ che un testo tanto lungimirante si concluda con un elogio del centralismo democratico quale architrave della diversità comunista, quando è stato proprio quel centralismo democratico (specie quando applicato con solerzia dagli epigoni di Berlinguer) a spegnere le riflessioni più interessanti di alcune minoranze interne al partito e al sindacato intorno a un nuovo modello di sviluppo, e a far sì che non venissero ascoltate quelle istanze che provenivano da altre minoranze, al di fuori del proprio recinto.

Queste tre critiche, tuttavia, non intaccano la validità del discorso di Berlinguer. Ciò che rimane è l’enorme coraggio intellettuale di chi ha saputo dire cose che in buona parte furono ritenute respingenti. Di chi ha saputo dirle non come accademico, ma come segretario del principale partito di opposizione, stretto tra una Dc e un Psi che – nel loro modo di veder le cose – non aspettavano altro che una simile zappa sui piedi. Di chi sapeva tutto questo, e – pur sapendolo – ha voluto sviluppare il proprio discorso con chiarezza. Basta vedere le dichiarazioni attuali dei suoi epigoni nel Pci-Pds-Ds-Pd, in questo scorcio di crisi strutturale della seconda repubblica, per capire che hanno vinto altri modelli. La cosa più ardita che un leader attuale possa ipotizzare di dire è il solito “stringiamo la cinghia oggi per rilanciare la crescita domani”, con annessa strizzatina d’occhio al modello Fiat. Altro che austerità. Altro che fuoriuscita “dal quadro e dalla logica del capitalismo”.

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Il lavoro come rapporto sociale in Marx

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«Da Wiesegrund la fantasmagoria viene definita un bene di consumo nel quale nulla più deve rammentare come esso è sorto. Tale bene viene reso magico, dal momento che il lavoro in esso accumulato appare come sovrannaturale e sacro nell’istante medesimo in cui esso non si dà più a conoscere come lavoro».

(W. Benjamin, Das Passagen-Werk)

La distinzione fra agire strumentale e agire comunicativo, che è al centro del pensiero di Jürgen Habermas, ha il suo luogo di nascita e una delle sue applicazioni più significative nel confronto con la visione dell’attività lavorativa che ci offre Karl Marx, sia nei suoi scritti giovanili che nelle opere economiche della maturità1. L’elemento decisivo della differenziazione critica habermasiana sta nell’esplicita volontà di spezzare il nesso, considerato troppo diretto, fra i modi di produzione e le forme di coscienza. Abbiamo dunque il riproporsi di un pregiudizio deterministico verso la concezione materialistica della storia che avrebbe come suo esito inevitabile un’equiparazione fra la teoria della società e la scienza della natura2.

Conseguentemente a una “svolta linguistica” che coinvolge l’impianto di fondo della sua filosofia Habermas ritiene di dover ricondurre le configurazioni di potere che fissano la ripartizione degli strumenti di produzione e le modalità delle loro forme di proprietà, all’istituzionalizzarsi di interazioni mediate simbolicamente. Il rapporto fra gli uomini non può, quindi, essere assimilato a quello fra l’uomo e la natura, in quanto quest’ultimo appare caratterizzato da un’ineliminabile istanza di appropriazione e di dominio. Habermas è, invece, mosso dall’auspicio della creazione di norme che favoriscano relazioni umane improntate alla reciprocità e alla libertà. Si comprende, allora, come il suo bidimensionalismo nasca da una reazione di difesa nei confronti dei rischi di un’enfasi eccessiva sulle “forze produttive”, che renderebbe disarmati davanti al pericolo maggiore che sembra correre la realtà contemporanea, quello di una totalizzazione della tecnica, che finirebbe per colonizzare tutti gli ambiti vitali della società. Solo il terreno delle relazioni intersoggettive può vedere emergere quelle pretese normative dotate di requisiti razionali che Habermas considera il solo sviluppo auspicabile dell’istanza trasformativa del pensiero di Marx3.

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