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27 gennaio, la memoria 'integrata'

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27 gennaio, la memoria 'integrata'

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Perché, di anno in anno, le celebrazioni ufficiali dell'Olocausto nazista più che ispirare seri ripensamenti sulle responsabilità storiche di quella tragedia producono (nei più) assonnati sbadigli e in pochi (ma lucidi) fastidio e insofferenza?
C'è qualcosa che stride nella rappresentazione liscia e senza increspature di questa esperienza fondante (quanto rimossa) della Modernità.

Nella celebrazione europea della Shoah si assiste alla  medesima standardizzazione cui è sottoposta, nell'odierna società di massa, qualsiasi merce (materiale e immateriale che sia). La più grande tragedia storica del Novecento vi è raccontata come una qualunque sit-com, l'orrore indicibile di uno sterminio che si fece produzione seriale di morte ridotta a best-seller tascabile.

Quanta distanza dal precetto estetico dell'irrappresentabilità del disastro che faceva scrivere nell'immediato dopoguerra alle punte più avanzate della cultura che dopo Auschwitz la poesia non era più possibile. Quanta siderale lontananza dalle angosce di Primo Levi, di Jean Amery  e delle migliaia di senza voce per la paura di non essere creduti. Nel regno dell'assoluta trasparenza, l'Olocausto non è più incomunicabile di una scampagnata domenicale o di un amore deluso.

Le cose sono andate così... al punto che per gli stessi figli degli scampati, la Shoah è diventata una merce politica di scambio con cui obbligare la colpevole Europa ad accettare tutte le nefandezze che Israele riversa da decenni sugl'innocenti palestinesi, una moneta con cui pagarsi un'indulgenza che cancelli collusioni e collaborazionismi storicamente documentati.

C'è, consapevole e voluta, in questa istituzionalizzazione della Memoria, un'operazione di banalizzazione e rimozione collettiva della Storia. Un qualcosa di osceno e insopportabile per chiunque abbia preso minimamente sul serio l'entità e il portato di questo evento spartiacque nella Storia della Modernità (occidentale).
Come ricorda molto bene sulle pagine del Manifesto di oggi Valentina Pisanty (Malintese memorie),  l'accento andrebbe piuttosto messo sulla genealogia (banale e quotidiana) e non sugli effetti ultimi (così orribili e distanti) che produsse il più grande disastro storico dell'umanità. Così facile misurare le distanze dell'oggi da tanto orrore, ben più problematico sarebbe coglierne le matrici comuni con l'amministrazione del presente...

I facitori dell'Europa (e in questo, ben ci sguazzano gli italiani) hanno preferito invece incoraggiare la trasmissione di una memoria 'integrata', un racconto in cui le ferite che la Storia ha lasciato aperte possono essere suturate dalla narrazione lenitiva di una Storia unificata, senza conflitti, che vede tutti concordi, senza carnefici (perché i carnefici non sono più nel campo dell'umano), tutti 'naturalmente' dalla parte delle vittime.

Contro tanto appiattimento, urge ripensare alla lezione benjaminiana contenuta nelle Tesi di filosofia della Storia, le quali invitavano gli oppressi ad educare la loro conoscenza storica  alle vicende delle 'generazioni dei vinti', pensandosi come "classe vendicatrice" e non come tranquillizzante "redentrice delle generazioni future".

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Uscire o non uscire dall’euro?

di Michel Husson

È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.

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