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L.Zingales e G.Sottile: Inflazione virtuale e crollo reale

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Inflazione virtuale e crollo reale

di Leon Zingales

(di seguito Quel che resta del giorno di Giuseppe Sottile)

inflation2.jpgBernanke, tramite il processo di Quantitative Easing, ha dato fiato al sistema finanziario ormai malato terminale acquistando asset tossici. Tenendo sotto controllo la massa M1 ha impedito che l’economia reale fosse spazzata da una iperinflazione distruttrice. Forse crede di aver determinato una valida exit strategy, ma non ha valutato la creazione di un’inflazione virtuale sui mercati finanziari.

Nell’ambito dell’attuale crisi sistemica necessita un radicale mutamento del paradigma di riferimento. Gli stessi concetti di inflazione e deflazione devono essere interpretati in una nuova luce. Sembra incredibile, ma i dati rivelano chiaramente che siamo di fronte ad una pericolosa coesistenza tra inflazione (nei mercati finanziari) e deflazione (nell’economia reale).

Bernanke durante la propria carriera accademica si è dedicato allo studio della crisi del 1929 ed ha chiaramente compreso come tale crisi sia stata enfatizzata dalla lentezza con la quale reagirono le autorità monetarie dell’epoca. Talvolta la vita gioca brutti scherzi: è divenuto presidente della FED in prossimità proprio dell’avvento di una possibile apocalisse finanziaria. Tutto può dirsi, eccetto che Bernanke non si sia mosso rapidamente (a prescindere dal giudizio sul suo operato). Non mi riferisco alle mosse sui tassi note al grande pubblico, ma ai comportamenti evidenziabili in base a quanto traspare dai bilanci della FED [1].

Fino al 2007 [2] il Reserve Bank Credit della FED (848 Miliardi di Dollari alla data del 27 Giugno 2007 [3] ) era praticamente eguale alla Currency in Circulation (alla medesima data 810 Miliardi di Dollari), ossia alla fondamentale componente della M1 che è un indice dell’inflazione nell’economia reale in quanto misura la somma tra la moneta in circolazione ed il denaro contenuto nei forzieri delle banche.

In seguito alla crisi finanziaria epocale, onde evitare il crollo, Bernanke ha utilizzato l’eterodosso Quantitative Easing stampando denaro ed acquistando asset tossici ingrossando in maniera smisurata il Reserve Bank Credit che alla data del 27 Novembre 2009 ha raggiunto il valore di 2190 Miliardi di Dollari [3]. Nel frattempo la Currency in Circulation è divenuta 920 Miliardi di Dollari. In pratica il Reseve Bank Credit è aumentato del 160% , mentre la Currency in Circulation solo del 13% (meno della media considerando il trend negli anni precedenti). Bernanke è probabilmente convinto di aver determinato una valida strada per temporeggiare (fornire denaro al sistema finanziario senza creare inflazione nell’economia), ma ha sottovalutato le conseguenze dell’aumento del bilancio della FED.

Bernanke, da illustre economista privo di conoscenze di fisica, ha ignorato il principio di conservazione dell’energia (in questo caso energia monetaria): l’immissione di liquidità non poteva non avere conseguenza. E’ vero che non ha determinato inflazione reale poiché l’inondamento è stato confinato nei meandri dell’economia finanziaria, ma ha implicato che i mercati finanziari (guidati dall’esplosione del Reserve Bank Credit) si muovessero come se vi fosse inflazione e lo stesso aumento dell’oro può essere interpretato come evidenza di tale inflazione virtuale.

A causa del processo di Quantitative Easing Bernanke ha dunque separato l’economia reale (in deflazione) dall’economia finanziaria (in inflazione). I due sistemi sono ora divergenti e le forze centrifughe sono controbilanciate soltanto dall’incremento del debito pubblico (che sta riducendo gli effetti drammatici della deflazione nell’economia reale). Ma il debito pubblico non potrà aumentare ancora per molto e fronteggiare i problemi crescenti sarà sempre più difficile.

[1] http://research.stlouisfed.org
[2] http://www.scribd.com/doc/23069551
[3] http://www.federalreserve.gov/releases

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QUEL CHE RESTA DEL GIORNO

di Giuseppe Sottile

I dati specifici sulle previsioni di spesa per l’anno fiscale 2010 riportati da Chossudovsky in America’s Fiscal Collapse prevedono entrate per $ 2,381 trilioni a fronte d’una spesa di $ 3,94 trilioni. Il deficit di bilancio previsto è dell’ordine di $1,75 trilioni. Il bello di tutta la faccenda consiste nel fatto che il bilancio dell’attuale meravigliosa amministrazione Obama prevede di già quasi $ 2 trilioni di spesa per le seguenti voci: a)$ 739 miliardi alla difesa; b) $1,45 trilioni di “aiuti” al sistema finanziario; c) $164 miliardi di interessi sul debito. In pratica, non vi sarebbero risorse monetarie per le altre voci della spesa pubblica.

Sempre secondo i dati riportati dalla ‘autore, si possono poi svolgere alcune considerazioni e conclusioni di carattere generale.

Per quanto concerne gli $1,1 trilioni di dollari di spesa a 'soccorso' della dinamica speculativa ed a carico del Tesoro (i dati fanno riferimento alla tabella su “government’s rescue funds”), si opererà per l'anno fiscale 2010 attraverso lo smantellamento della spesa sociale ed un ulteriore indebitamento (l'autore tuttavia sottolinea che dati i tassi di interesse 'vicini allo zero', l'operazione è quantomeno problematica). Il punto però assai controverso nel quadro d'una politica monetaria classica concerne i $5,5 trilioni a carico della Fed. L'autore evidenzia due punti che possiamo assumere come premessa del nostro ragionamento: a) non sono le banche a esser nazionalizzate, bensì lo Stato acquisito dalle banche, in fase di privatizzazione; b) la Fed rappresenta il sistema finanziario americano (Wall Street ed istituti finanziari), poiché sono i principali creditori dello Stato, detengono il controllo del Ministero del Tesoro, della Fed e del Congresso, dunque qualunque politica monetaria è loro funzione.

Classicamente, la Fed non agisce sul debito pubblico, non decide sulla fisionomia della spesa pubblica e dell'ammontare del debito statale, si limita ad incrementare lo stock di moneta ad alto potenziale mediante operazioni di mercato aperto e può emettere denaro non creditizio monetizzando debito pubblico. In linea ideale, finché la liquidità prodotta dal sistema economico è adeguata, le banche commerciali emettono depositi/loans (denaro creditizio) sulla base di questa e non sono costrette a ricorrere all'intervento della Fed per far fronte ad esigenze di liquidità.

Con l'attuale previsione ed interventi relativi di cui nella tabella, l'intervento della Fed potrebbe equivalere a tre cose: 1) emettere liquidità “dal nulla” procurando una iperinflazione; 2) fornire titoli del debito pubblico in cambio di collaterali fasulli procurando un sottostante per i debiti così cancellati, il che potrebbe equivalere ad un fallimento della Fed; 3) scaricare il tutto sulla spesa pubblica usando le funzioni del Tesoro per operare il 'salvataggio' fuori dalle regole classiche. S'intende, o tutti e tre. In ogni caso ciò procurerebbe come effetto un accentuato processo di privatizzazione di beni e funzioni pubbliche per quanto riguarda il terzo punto e comunque per le previsioni di salvataggio previste e già in corso attraverso ciò che compete al Tesoro.

Tutto ciò è funzione di ciò che l'autore non può dire e proprio perciò conclude con l'esigenza di riforme monetario - finanziarie. Ciò che non può dire è che la liquidità prodotta spontaneamente dal sistema economico (prodotto netto, denaro non creditizio) è finita nel corso del tempo nel circuito della dinamica speculativa (mercato secondario); questa non esprime costi o prezzi di produzione (non funge da equivalente generale) ma incrementi di prezzo che si sostengono grazie alla prima e fanno il mare magnum del denaro creditizio, che in realtà non significa altro che creazione di debito, il meccanismo essendo quello di essere creato per tornare al punto di partenza.

Occorre riflettere sul fatto che in tutta questa faccenda i veri 'statalisti' paradossalmente sono stati gli esponenti di certa destra economica americana, i quali hanno consigliato di non operare alcun salvataggio. Che fosse nelle loro intenzioni o meno, ciò avrebbe messo la Fed in un’altra posizione ed impedito al Tesoro una politica draconiana, ma certo le conseguenze sociali non sarebbero state meno devastanti di quelle in corso e previste.

V’è da notare “a margine” che l’intervento di Chossudovsky è tanto più interessante in quanto esemplificativo d’una situazione generale di default attuali e potenziali degli Stati a tutte le latitudini. Per ciò che riguarda l’Occidente, basti citare l’Islanda, la Grecia e la California.

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Risposta a Basso su "Marx in questione"

di Riccardo Bellofiore

[in fondo alla pagina, Luca Basso: Economia, il mito della scienza esatta che può fare a meno della politica]

Su "Liberazione" del 28 gennaio Luca Basso ha recensito il volume Marx in questione (Città del Sole, 2009) che ho curato con Roberto Fineschi, e che raccoglie alcuni degli scritti degli autori dell'International Symposium in Marxian Theory (ISMT). Si tratta di contributi a volumi comparsi sinora presso prestigiosi editori anglosassoni, e di cui esiste anche una antologia pubblicata in Messico a cura di Mario Robles: vale la pena almeno di segnalare i tre testi per Palgrave Macmillan sui tre libri del Capitale, a cui si aggiungerà nel 2010 un volume a cura mia, di Guido Starosta e di Peter Thomas sui Grundrisse per i tipi di Bril). La recensione di Luca Basso è articolata e si segnala perché, meritoriamente, non si limita a dare conto del volume, ma manifesta (specie nella parte finale) alcuni dissensi in modo serio e argomentato. Basso solleva problemi reali, e che meritano di essere dibattuti. L'ISMT è peraltro un gruppo unito più dalle problematiche ritenute centrali per la critica dell'economia politica che da risposte unitarie, rigide o dogmatiche, come è spesso nell'ambito del marxismo. Lo stesso Basso segnala i punti di contatto, ma anche le divergenze significative, tra i membri dell'ISMT.
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