operaviva

Lessico postdemocratico

Una cartografia concettuale del presente

Pietro Sebastianelli

Gábor Attalai Discipline Art Action II. for the Freedom of ArtsLa congiuntura storica che l’Europa sta attraversando ormai da circa un decennio a questa parte si presenta nelle vesti di una crisi economica, politica e sociale, la cui profondità è tale da non lasciare spazio, almeno per il momento, ad alternative efficaci in grado di spezzarne il circolo vizioso. Al contrario, la crisi sembra ormai essere diventata la condizione strutturale e permanente delle forme neoliberali di governo della società. Siamo cioè di fronte – come da più parti segnalato – alla «crisi come modalità di governo», un fenomeno che rende obsolete gran parte delle categorie politiche della modernità, oggi sottoposte a tensioni e attriti di difficile decifrazione. Concetti come democrazia liberale, sovranità, rappresentanza politica, diritti sociali, la stessa distinzione tra pubblico e privato appaiono oggi come contenitori vuoti: li si può stirare, contorcere, allungare o restringere quanto si vuole, si ha sempre l’impressione di maneggiare attrezzi spuntati, usurati, privi di aderenza alle superfici sulle quali dovrebbero appoggiare. Viviamo in una sorta di «interregno» – per dirla con Étienne Balibar – un limbo nel quale le fondamenta dell’Europa contemporanea sembrano essere scosse dall’irrompere di fenomeni inediti, che minano in profondità la possibilità che essa possa reggere alla sfida perniciosa dei tempi. Di fronte all’opacità del nostro tempo, che rivela tratti talvolta inquietanti, il lessico politico della modernità fatica ad orientarsi sulla scena, come un attore il cui copione appaia sfasato rispetto all’ambientazione in cui pure deve poter recitare. La crisi è insomma anche linguistica, una crisi di corrispondenza tra «nomi» e «cose».

illatocattivo

Della difficoltà ad intendersi

In risposta ad una recensione di Dino Erba

Il Lato Cattivo

lato cattivoNel dicembre 2016, Dino Erba (DE) ha prodotto e fatto circolare una recensione del secondo numero de «Il Lato Cattivo», che rendiamo disponibile anche sul nostro blog. DE è un compagno che conosciamo da tempo e di cui, nel corso degli anni, abbiamo apprezzato in più di un'occasione le qualità umane, l'attività pubblicistica non priva di interesse delle sue Edizioni All'Insegna del Gatto Rosso, nonché certe salutari prese di posizione, non da ultimo a proposito del dilagante «pateracchio rossobruno» che – guerra in Siria aiutando – manifesta oggi, una volta di più, la crisi della militanza «anticapitalista» e dei suoi circuiti. Benché la sua recensione sia globalmente elogiativa, non possiamo astenerci da una replica, nella misura in cui il documento di DE rivela: a) dei disaccordi che nessun dibattito ulteriore (di cui DE, in coda alla sua recensione, esprime l'auspicio) potrà smussare; b) alcuni malintesi relativi ai contenuti del secondo numero della rivista.

Cominciamo da questi ultimi. A ragione, introducendo il proprio ragionamento, DE individua nella questione della classe media (salariata) il «filo conduttore» del testo; e, anche qui a ragione, riconosce che in sostanza nessuno ne parla. Molto bene.

chefare

L’immaterialità della moneta e il valore delle emozioni

Christian Marazzi

È importante distinguere tra moneta e denaro, dato che le monete (e le valute) sono oggetti simbolici di qualcosa di più profondo, di quel sistema di crediti e compensazioni che sono il denaro nella sua essenza

Yap kivirahaFelix Martin, storico del denaro, ha scritto un libro stupendo (Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito, Utet, Torino, 2014) in cui parla della scoperta della comunità sull’isola di Yap nel Pacifico da parte di un antropologo, William H. Furness, che all’inizio del Novecento ne studiò usi e costumi, fondamentali per il pensiero di John M. Keynes e persino dell’ultimo Milton Friedman. Questa comunità, mai colonizzata nonostante i vari tentativi di missionari e britannici – i quali morirono nell’impresa – disponeva soltanto di tre beni presenti sull’isola: il merluzzo, il cocco e il cetriolo di mare. È una classica comunità nella quale si poteva ipotizzare il baratto, con poche persone che si scambiano solo tre merci.

Furness scoprì, invece, che la comunità nell’isola di Yap era dotata di un sistema monetario estremamente sofisticato, basato sulla relazione comunitaria degli scambi che avvenivano attraverso una moneta chiamata fei, costituita da enormi ruote di granito con un buco all’interno – ora esposte tra l’altro anche al British Museum – che fungevano da simboli per gli scambi che sottendevano questa unità di conto. La moneta, massimamente materiale, in realtà era massimamente simbolica, del tutto immateriale: non si spostava, ma fungeva da testimone contabile degli scambi che avvenivano sull’isola.

conness precarie

Marx, Tafuri e il lavoro astratto in architettura

di Felice Mometti

Mometti Marx tafuri lavoro astratto 768x576Le api hanno sempre invidiato gli architetti. Ogni volta sono costrette, anche nel migliore dei casi, a costruire complessi alveari senza alcun preciso riferimento progettuale e invece gli architetti, anche i peggiori, hanno prima in testa ciò che vogliono costruire, dalla capanna al grattacielo. È il senso del famoso passo di Marx, oggetto di infinite controversie, sull’ape e l’architetto[1]. Infatti, come spesso accade negli scritti di Marx, dietro a quelle che possono sembrare delle banali evidenze si articolano molteplici discorsi sul lavoro concreto e astratto, sulla cooperazione e divisione sociale del lavoro. In tempi in cui nell’architettura predomina l’ossimoro di una retorica ipermodernista del postmoderno, scendere qualche gradino lungo la scala che porta ai «laboratori segreti» della produzione architettonica può risultare utile.

 

Un oggetto trascurabile

Da qualche tempo Hal Foster punta l’attenzione sul «complesso arte-architettura», alludendo al più inquietante «complesso militare-industriale», che avrebbe sussunto il culturale all’economico.

pierluigifagan

La riconnessione dei disconnessi

Dal moderno al complesso

di Pierluigi Fagan

FREUD31Introduzione

Non tutte le riflessioni pubblicate su questo “diario di ricerca” hanno lo stesso peso. Questa che segue, ad esempio, è stata tormentata e riscritta e corretta più volte. Ho preferito pubblicarla in un’unica soluzione anche se è un po’ più lunga del solito. Concettualizza vari enti del pensiero quali la civiltà, la società, i modi di produzione, le forme politiche e le immagini di mondo  in un unico ente detto “modo di stare al mondo”. Questo modo s’intende essere un sistema adattivo che ha una sua origine ed una parabola che lo porta a dover lasciare il posto ad una sua successiva versione. Come ogni sistema, ha un ordinatore, un concetto primo che ordina (dà ordine dando disposizioni) e del modo di stare la mondo moderno, s’individua questo ordinatore nel principio di disconnessione. Se il moderno che va a morire si è centrato sulla disconnessione, il complesso che va a venire dovrebbe basarsi sulla ri-connessione? Cominciando da dove?

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L’immagine è quella della metropolitana o della sala d’aspetto, individui con capo chino su qualche device che li collega al “loro” mondo che non è mai nel qui ed ora  ma in un altrove. Non ci si connette col proprio intorno che è un aggregato di disconnessi, ci si connette con altri o altro. Non ci si connette nelle quattro dimensioni ma solo attraverso quella dello scambio di informazione e non lo si fa secondo i complessi codici dell’interrelazione umana ma attraverso quelli delle strettoie codificate della mediazione elettronica.

operaviva

L’essere come produzione

Tra inchiesta, ontologia e prassi politica

Giso Amendola

Trina 1972 xGerminale ManaArtAlla fine degli anni Settanta, uno dei cicli di lotta più intenso e furioso del Novecento trova davanti a sé, particolarmente in Italia, la chiusura di ogni spazio e di risposta istituzionale, se non quella della repressione più feroce. È su questo passaggio d’epoca che si apre il libro di Willer Montefusco e Mimmo Sersante dedicato al pensiero di Antonio Negri, e, in particolare, al periodo che si apre con il 1980: Dall’operaio sociale alla moltitudine. La prospettiva ontologica di Antonio Negri (1980-2015) (DeriveApprodi, 2016). Periodizzazione molto problematica, che gli autori accolgono infatti molto relativamente. Certo il 1979-80 è per Negri un passaggio fondamentale: l’arresto e l’esilio, la stretta giudiziaria su un intero movimento e, al tempo stesso, la crisi durissima di quel ciclo di lotte, poi Parigi e, con la Francia, quella «formidabile tensione a ricominciare». Ma con Negri, i giochi di periodizzazione funzionano male: i periodi, qui, non sono lunghe scansioni a segnare presunte svolte di pensiero, semmai segnano di volta in volta, modi differenti di far agire teoria e pratiche, ricerca filosofica e rompicapi offerti dalle lotte e dalla prassi politica. Dunque, non c’è qui la descrizione del percorso di un presunto «secondo» Negri: semmai, la trasformazione di un pensiero davanti a una sfida drammatica che la situazione imponeva.

Sul passaggio della fine dei Settanta si apre appunto il libro: su quel ««tempo di Amleto» che vede la profonda ristrutturazione del sistema produttivo, la liquidazione del tempo fordista, la fine della centralità della fabbrica.

carmilla

Blows against the Empire

Mark Tibaldi intervista Andrea Fumagalli

Grateful dead economyGrateful dead economy. La psichedelia finanziaria” di Andrea Fumagalli (AgenziaX, pp. 190, € 15,00) analizza in maniera innovativa le tre parole-chiave al centro del dibattito politico del nuovo millennio: il concetto di comune, lo spirito open-source e il ruolo delle monete alternative. Il titolo e la copertina sono molto accattivanti e potrebbero far sembrare il libro una trovata da subvertising, ma non è così. Eccentrico, sì, è un libro eccentrico, nel senso migliore del termine, utilizza la metafora dei Grateful Dead, non solo per rendere omaggio a uno dei gruppi musicali che più ha inciso sulla cultura alternativa, ma per discutere criticamente l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, nato negli anni sessanta e riapparso nelle ultime due decadi nell’ideologia libertarian, fondata sull’antistatalismo e il primato dello spirito del self-made man. Per usare un termine della musica, possiamo dire che i sei capitoli son ben mixati, non c’è spaccatura ma conseguenzialità, e lo spirito del libro va oltre i suoi dichiarati intenti: infatti l’incontro di ambiti apparentemente lontani, l’immaginazione, la sperimentazionee l’innovazione, non possono che arricchire lo spirito critico e l’efficacia delle lotte. Un tempo la psichedelia era sinonimo di creatività e sovversione, ma ora regnano l’impotenza e la depressione sociale. Forse è perché la finanza e la mercificazione economica si sono appropriate non solo del corpo ma anche dei cervelli, dei sensi e dell’eros, costringendoli a vivere una vita di elemosina e precarietà? Lo abbiamo chiesto all’autore.

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Cos’è la psichedelia finanziaria e qual è la relazione tra i Grateful Dead e la proposta della moneta alternativa commoncoin?

euronomade

Pour en finir avec la souveraineté?

di Toni Negri

Il testo qui pubblicato è quello pronunciato da Toni Negri al festival di DeriveApprodi, a Roma il 25 novembre scorso. Questo testo riprende parzialmente un paio di paragrafi di un nuovo libro, Assembly, di Michael Hardt e Toni Negri, che sarà presto pubblicato da Oxford University Press.

Dunque, se non fosse stato montato e detto da uno solo, dovrebbe esser firmato da tutti e due

300x300Comincerò dalla critica dell’autonomia del politico (nazionale) sotto la cui bandiera si muovono varie posizioni, tutte nostalgiche della sovranità.

“L’autonomia del politico” è infatti oggi da molti concepita come una forza di redenzione per la sinistra – di fatto la ritengo una maledizione dalla quale rifuggire. Uso la frase “autonomia del politico” per designare argomenti che pretendono che il processo decisionale in politica possa e debba essere tenuto al riparo dalle pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni sociali

Alcune delle figure contemporanee più intelligenti che propongono l’autonomia del politico lo concepiscono come un mezzo per restaurare il pensiero politico liberal (di sinistra) strappandolo al dominio ideologico del neoliberismo, come antidoto non solo e non tanto alle politiche economiche distruttive del neoliberalismo, ivi comprese privatizzazione e deregulation, ma piuttosto ai modi nei quali il neoliberalismo trasforma e domina il discorso pubblico e politico: il modo nel quale esso impone una razionalità economica sopra il discorso politico e mina ogni ragionamento politico che non obbedisca alla logica di mercato. Laddove la “democrazia liberal” – ci spiega Wendy Brown – mantiene “una modesta separazione etica fra economia e politica”, la razionalità politica neoliberale chiude questa separazione e “sottomette ogni aspetto della vita sociale e politica al calcolo economico”. Secondo questo punto di vista, il neoliberalismo è la faccia discorsiva ed ideologica della “sussunzione reale” della società sotto il capitale ovvero, come si esprime Wendy Brown, “la saturazione delle realtà politiche e sociali da parte del capitale”.

lanatra di vaucan

Il nómos della modernità

di Robert Kurz

Pubblichiamo il capitolo IX del libro Weltordnungskrieg1 di Robert Kurz, inedito in Italia, nella traduzione di Samuele Cerea.

Ecco la prima parte

20161121 222052Abstract:

La crisi del diritto è solo uno dei molteplici livelli su cui si manifesta la crisi complessiva della modernità capitalistica. La crisi degli Stati nazionali nel processo della globalizzazione coincide con la crisi della possibilità regolative degli apparati statali sui rapporti sociali all’interno e, soprattutto, con una crisi fondamentale del diritto internazionale, ossia della regolazione del rapporto tra gli Stati. Un aspetto quest’ultimo drammaticamente evidenziato dalle guerre dell’ordine mondiale, condotte dagli USA sotto l’amministrazione Bush: la costruzione pericolante del diritto internazionale classico non viene sostituita da un nuovo nomos giuridico ma dalla legge del più forte. Robert Kurz analizza questo processo di deriva anomica sia all’interno che all’esterno dello Stato, facendo riferimento alla categoria schmittiana dello stato di eccezione e al costrutto dell’”homo sacer” di Agamben. Secondo Kurz la dicotomia stato normale/stato di eccezione, uno dei cardini del pensiero schmittiano, si risolve, nella società della merce, nell’alternativa tra uno stato di eccezione coagulato (la cosiddetta normalità) e uno stato di eccezione fluido mentre la forma-diritto, kantianamente modellata sulla soggettività moderna del denaro e del valore, contiene in sé il nucleo della riduzione dell’uomo a “homo sacer” nel senso di Agamben, liquidabile in ogni momento se superfluo per la logica del valore.

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Parte prima:

La fine del diritto, lo stato di eccezione globale e il nuovo «homo sacer»

Quando la sovranità si dissolve, si dissolve necessariamente anche ogni relazione giuridica e contrattuale tra gli Stati.

ilpedante

Oligarchie transnazionali e collaborazionismo delle sinistre

di Il Pedante

automatFalce e cartello, matrimonio imperfetto

Si è già visto su questo blog come le politiche reclamate dai grandi detentori di capitali a detrimento della restante umanità spesso coincidano stranamente con quelle auspicate da coloro che dovrebbero esserne i nemici più consapevoli e attrezzati: cioè le sinistre "vere", quelle che si identificano nell'impostazione originaria e più che mai attuale della lotta tra chi lavora e chi specula.

Ripassiamone qualche esempio:

le tasse patrimoniali (ne abbiamo parlato qui) invocate insieme dalle sinistre tsipro-rifondarole e dagli strozzini del FMI;

il reddito di cittadinanza e altre forme di elemosina o trickle-down (v. qui), che mettono d'accordo non solo i miliardari à la Grillo, gli zerbini finanziari à la Renzi a botte di 80 denari e, nell'ultima versione pervenuta, gli affamatori della BCE con l'helicopter money, ma anche i Vendola, i Ferrero e tutta la sinistra compagnia di chi baratterebbe il lavoro per una briciola di capitale;

l'apertura senza limiti all'immigrazione, poco importa se da stipare nei lager o negli agrumeti a 3 euro l'ora, cavallo di battaglia dei pauperisti di sinistra e, insieme, del re degli speculatori George Soros che investe milioni per promuovere lo sversamento del Terzo Mondo in Europa e USA;

sudcomune

Tecno-scienza e tardo-capitalismo

Sette tesi per una discussione inattuale

di Franco Piperno

2001 odissea nello spazio 03Nella nostra epoca, quella del tardo-capitalismo,pressoché tutte le forme dei saperi propriamente scientifici sono stravolte: l’originaria “filosofia della natura” coltivata nelle università da piccoli gruppi di ricercatori, se non da singoli individui, si è via via dislocata all’interno del complesso militare-industriale, divenendo appunto “Big Science”: una vera e propria fabbrica di innovazioni tecnologiche caratterizzata dai costi immani e da decine e decine di migliaia di ricercatori che lavorano in un regime di fabbrica di tipo fordista.

Si può affermare che il Progetto Manhattan, ovvero la costruzione della bomba atomica americana, costituisca il punto di non ritorno che separa la scienza moderna da quella tardo-moderna, la “Big Science” appunto.

A dispetto di una opinione tanto fallace quanto diffusa, non esiste né può esistere un “capitalismo cognitivo”; semmai v’è,in formazione, un “capitalismo tecnologico”, un modo di produzione che promuove una furiosa applicazione della scienza alla valorizzazione del capitale — applicazione che genera continue innovazioni di processo e di prodotto, ma queste non hanno alcun significativo rapporto con l’accumularsi delle conoscenze.

Infatti, per loro natura, le scoperte scientifiche non possono essere né promosse né tanto meno programmate, perché esse sono in verità risposte a domande mai formulate –come accade nei viaggi o nei giochi.

alfabeta

Il populismo al tempo degli algoritmi

di Gigi Roggero e Lelio Demichelis

populism cover1Pubblichiamo oggi con gli interventi di Gigi Roggero e di Lelio Demichelis la prima parte di uno speciale che, prendendo spunto da alcuni temi trattati nel recente volume di Carlo Formenti La variante populista (già recensito su alfabeta2 da Cristina Morini), si propone di affrontare le nuove declinazioni del cosiddetto populismo. Il dibattito continuerà sabato 4 dicembre con i contributi di Franco Berardi Bifo e di Paolo Gerbaudo.

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La puzza del furore e l’arbre magique della teoria

Gigi Roggero

In questo contributo non ritorneremo in modo sistematico sulla Variante populista di Carlo Formenti (rimandiamo alla recensione La variante rivoluzionaria, pubblicata su Commonware). Ci concentriamo invece su un paio di questioni che emergono dal libro e forse ancor più dai dibattiti intorno a cui il libro gira.

La prima riguarda l’autonomia del lavoro vivo. Si confrontano due posizioni: da una parte quelli che la vedono già pienamente realizzata nella composizione tecnica di classe, dall’altra quelli che – proprio sulla base della composizione tecnica – ne negano la possibilità. Per motivi speculari, entrambe le posizioni sono secondo noi errate.

micromega

Uscire dal capitalismo: come e con chi

di Alessandro Somma

mason formenti populismo 510Come rovesciare le sorti del conflitto tra i “luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività” e i “flussi di segni di valore, merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano”? Due volumi di recente pubblicazione – “La variante populista” di Carlo Formenti e “Postcapitalismo” di Paul Mason – si interrogano, da prospettive diverse, sulle modalità di superamento del capitalismo.

La letteratura di sinistra sui guasti del capitalismo e sul modo di porvi rimedio è oramai sterminata, e comprende inviti sempre più incalzanti a ripristinare il controllo della politica sull’economia attraverso il recupero della dimensione nazionale: la sola dimensione capace di contrastare efficacemente “il potere del denaro”, e per questo vera e propria “condizione dell’esercizio effettivo della sovranità popolare”[1]. Sarebbe in questo modo possibile una sorta di ritorno cosiddetti fantastici trent’anni del capitalismo, l’epoca tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso in cui l’ordine economico venne forzato a convivere con un ordine politico votato a realizzare un’accettabile redistribuzione delle risorse.

Peraltro la fine di quell’epoca ha coinciso con il ritorno a quanto si è definita in termini di normalità capitalistica[2], caratterizzata dall’indisponibilità dell’ordine politico a correggere gli esiti derivanti dal funzionamento dell’ordine economico.

consecutiorerum

L’immaginario neoliberale

André Tosel

Reminiscenza archeologica dellAngelus di Millet1.  Le due vie dell’immaginario neoliberale e la loro tensione

La questione dell’immaginario neoliberale si è fatta urgente: se non mancano le analisi critiche del neoliberalismo definito come teoria economica propria della fase attuale del capitalismo mondializzato, resta inesplorata la misurazione dell’efficacia di questa teoria sulle attitudini, le rappresentazioni, le pratiche delle masse dominate e sfruttate che avrebbero «interesse» al cambiamento della loro situazione e che nonostante ciò mantengono gli schemi di pensiero e i modelli di condotta prodotti da questo capitalismo e teorizzati dal neoliberalismo. La ragione è qui paralizzata da una «ragione» opposta che sa rendersi sensibile e farsi desiderare o accettare a dispetto di tutto. Il pensiero neoliberale ha investito l’immaginario e paralizzato in tal modo il pensiero critico togliendogli i mezzi di una sensibilizzazione immaginativa. È difficile far vivere l’idea che un altro mondo in questo mondo sia possibile e ancor più difficile è produrre immagini matrici di questo mondo possibile e sperato. La potenza dell’utopia sembra prosciugata e resa impossibile. In cosa consiste questa efficacia? Quali forme prende questo immaginario? Quali prospettive concrete sono aperte a una critica che ha come criterio l’aumento della potenza di pensare e d’agire di ciascuno considerato allo stesso tempo nella sua singolarità e nei rapporti che lo legano a dei «comuni»?

arruotalibera

Risorgerà il socialismo dalle sue ceneri?

di Enrico Galavotti

VivaSocialismoIn fondo Eduard Bernstein aveva visto giusto: con l’imperialismo la classe operaia non aveva bisogno di compiere la rivoluzione; la ricchezza aumentava per tutti e, con essa, la democrazia; si poteva arrivare al socialismo anche per via parlamentare, senza alcuna rivoluzione violenta. L’acutizzazione dei rapporti sociali, cioè la radicale polarizzazione delle classi antagonistiche, prefigurata nel Manifesto del 1848, non era avvenuta: dunque occorreva un mutamento significativo di strategia politica. La sinistra doveva diventare riformista. E in Europa occidentale lo divenne, prima con Bernstein, poi con Kautsky, infine con tutti gli altri.

Solo i bolscevichi non li seguirono. E loro fecero una rivoluzione radicale, così come l’avrebbero voluta Marx ed Engels, che però, col tempo, si rivelò fallimentare. Non meno drammatico fu il destino dei socialisti riformisti, che finirono col perdere completamente la loro natura socialista.

In che cosa il socialismo ha sbagliato?

Anzitutto non ha capito che il miglioramento delle condizioni di vita, in Europa occidentale, non dipendeva affatto dall’industrializzazione capitalistica, bensì dall’imperialismo, cioè dallo sfruttamento delle colonie. Era in virtù di questo sfruttamento che si poteva corrompere la classe operaia, aumentandole i salari o comunque offrendole migliori condizioni di lavoro, in cambio di un proprio silenzio sul sistema in generale.

Se la classe operaia preferisce le rivendicazioni sindacali alla lotta politica rivoluzionaria, i suoi dirigenti, ad un certo punto, l’asseconderanno. La lotta rivoluzionaria richiede infatti molti rischi e sacrifici, senza i quali non è possibile perseguire ideali elevati.