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Paolo Giussani: Il capitalismo è morto

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Il capitalismo è morto

di Paolo Giussani

Capitalism is dead but we still dance with the corpse
Joe Bageant

1.

Anche se la crisi esplosa tre anni fa è solo una manifestazione acuta di una patologia cronica crescente iniziatasi con la fine del boom postbellico negli anni ’70, segna comunque uno spartiacque fra due fasi distinte perché è la prima manifestazione di un crollo generalizzato. Senza il fenomenale intervento pubblico cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere, ora il capitalismo mondiale comincerebbe già a essere un ricordo.


2.

Negli anni ’70 la diminuzione del saggio del profitto che ha accompagnato tutta la grande espansione del dopoguerra produce i suoi effetti attraverso una serie di recessioni mondiali. Da questo momento l’accumulazione comincia a procedere in maniera perturbata, seguendo un percorso tendenzialmente declinante e molto oscillante. Le difficoltà in cui finiscono molti settori e aziende e la formazione di vasti capitali liquidi inattivi unite al basso livello dei valori azionari provocano un enorme movimento di fusioni e concentrazioni che fa scattare in alto gli indici di borsa, e di qui, verso l’inizio degli anni ’80, prende il via il grande movimento di spostamento del capitale monetario dalla sfera produttiva a quella speculativa. Una volta create le premesse, un boom speculativo, ovvero la tendenza a trasferire verso la sfera speculativa i capitali monetari generati nella sfera produttiva, è praticamente automatico e non si inverte spontaneamente, essendo tanto un eccellente antagonista della diminuzione del saggio del profitto quanto il tipo di accumulazione e crescita che corrisponde meglio alla struttura della società per azioni.


3.


Il boom speculativo si origina e si alimenta non dalla finanza in quanto tale, fatto peraltro impossibile, ma dall’attività delle corporation produttive e prende paradossalmente il posto di una crisi generale riequilibrante. Arresta e in piccola parte inverte la tendenza alla diminuzione del saggio del profitto, ma al suo posto introduce la tendenza alla crescita di un indebitamento senza precedenti, diffondendo le operazioni del capitale speculativo praticamente in tutti gli aspetti della vita sociale, principalmente attraverso le privatizzazioni dei servizi pubblici. La tendenza al declino dell’accumulazione di capitale fisso viene in ultima analisi accentuata dalla crescita speculativa che produce una divergenza del tutto inedita fra il saggio del profitto e il saggio di accumulazione.


4.

Altrettanto nuova nella storia del capitalismo moderno è la tendenza, introdotta dagli anni ’80 e da allora praticamente ininterrotta, al peggioramento nella distribuzione del reddito e nelle condizioni di vita e lavoro. La contrazione dell’accumulazione prima e l’outsourcing e il trasferimento all’estero di grossi segmenti produttivi poi, attraverso l’aumento dell’esercito di riserva tendono a distruggere il potere contrattuale dei lavoratori salariati e mettono in moto un movimento di deintegrazione, diametralmente opposto a quello dominante dalla seconda metà del secolo XIX in poi. Quello che fu il cosiddetto movimento operaio sparisce dalla scena della storia mentre l’intensità della lotta concorrenziale di tutti contro tutti raggiunge livelli mai visti.


5.

L’esercito di riserva tende ovunque ad accrescersi e a moltiplicare le sue forme. Questa peculiare caratteristica dell’epoca presente ha da tempo spostato l’intero asse della politica mondiale sulla lotta al sottoproletariato nazionale ed internazionale. Forse perché stanno scivolandoci dentro, i lavoratori da tempo hanno coraggiosamente scelto di concentrare tutti i loro sforzi nella lotta alla underclass (e in una certa misura ai dipendenti pubblici: si tratta delle due categorie di persone oggi viste come percettori di reddito in cambio di nulla) invece di combattere il capitale e i suoi agenti. È un tentativo fasullo oltre che vile, che fa il paio con l’altra idea demenziale di poter aumentare il reddito da lavoro diminuendo le tasse invece che ottenendo aumenti salariali. Non durerà ancora molto perché il tempo e, soprattutto, i prossimi colpi della crisi mostreranno ulteriormente e definitivamente la direzione da prendere se si vuole acchiappare una preda dalla quale ricavare un po’ di carne.


6.

Il senso comune contemporaneo sostiene che è stata la globalizzazione a generare l’ascesa della finanza e della speculazione; naturalmente è vero esattamente il contrario e in larga misura quelli riguardo alla globalizzazione sono soltanto slogan ideologici. Già prima dell’epoca della globalizzazione il commercio internazionale e gli investimenti esteri di capitale produttivo erano praticamente liberi, e la "apertura" dell’est al capitalismo invece dal fare dell’est un mercato di esportazione per gli occidentali, di cui tutti chiacchieravano insensatamente prima che avvenisse, ha fatto dell’ovest un mercato di esportazione per l’est. Quelli che rispetto all’andazzo precedente si sono completamente liberalizzati, e globalizzati, sono i movimenti di capitale a breve termine, per il semplice fatto che quasi non esistevano, di modo che si può sostenere con buona approssimazione che la globalizzazione in realtà coincide con il boom speculativo mondiale.


7.


L’ascesa della Repubblica Popolare Cinese è una parte essenziale di questo processo perché fornisce ai paesi occidentali le merci di costo inferiore necessarie a compensare lo squilibrio generato dal trasferimento permanente di fondi dalla sfera produttiva a quella finanziaria. Proprio per questo l’espansione economica della Cina è piuttosto singolare e di tipo assai differente da quelle del passato (ad es. del Giappone): fondata sulla produzione per l’esportazione di merci di qualità inferiore mediante tecniche inferiori, in buona parte caratterizzata da dumping, con salari tendenzialmente calanti e spesso impiegando sistemi simili a quello dei coolies. Non solo non è l’emersione della nuova superpotenza economica destinata a dominare il mondo (concetto peraltro senza senso) e quindi a scontrarsi globalmente con i padroni attuali, ma la crescita cinese è una parte integrante del declino storico del capitalismo su scala planetaria.


8.

La crisi è stata tamponata soltanto con l’immane quantità di credito concesso dai governi e dalle banche centrali alle banche e alle finanziarie di vario tipo, di fatto tutte fallite. Questo intervento, del tutto necessario per tenere in vita il cadavere, ha da una parte l’effetto di protrarre indefinitamente lo squilibrio, e dall’altra di rimettere in moto, come se nulla fosse accaduto, l’espansione speculativa, ma con una grossissima differenza rispetto al passato. La crisi non ha risolto né cancellato nulla, l’indebitamento resta altissimo e l’associata probabilità di nuovi crack altrettanto elevata. In queste condizioni non solo è vieppiù una chimera una crescita economica di qualche rilevanza, ma men che meno può riprendere nessuna seria fase speculativa, o meglio lo può fare solo riproducendo molto presto condizioni peggiori di quelle esistenti alla fine della fase precedente. Non è insensato pensare che una seconda scossa del tipo e magnitudo di quella di due anni e mezzo fa possa produrre grandissime sorprese.


9.


Il refrain preferito di questi tempi dagli economisti di sinistra (keynesiani ma non solo…), che stanno svolgendo nel frangente un ruolo tanto immondo quanto ridicolo, è che il bailout del sistema creditizio e finanziario avvenga in realtà gratis senza che sussista alcun motivo razionale per ridurre le spese pubbliche. E anzi riducendole si prolungherà e aggraverà la crisi produttiva. È proprio un peccato, il capitalismo è qualcosa che funzionerebbe senza problemi se solo i politicanti non fossero così stolidi nel non accorgersi che è indispensabile piazzare i keynesiani nei posti di comando della politica fiscale e monetaria e usare solo i keynesiani come consiglieri del re.

La forma in cui il governo ha finanziato il bailout ha scarsa rilevanza, non è qui che si può rintracciare la natura gratuita o meno della faccenda. Quello che conta è il modo in cui i soldi prestati tornano al punto di partenza. Se ritornano regolarmente senza altro intervento da parte dello stato ciò implica che la nuova fase di investimenti speculativi ha avuto successo ovvero che una sufficiente quota di capitale monetario è stata sottratta al capitale produttivo – grazie alle meraviglie delle politiche economiche. Se al contrario si rifiutano di tornare e/o i governi li convertono in trasferimenti a fondo perduto, il deficit e il debito pubblici si accresceranno. E ci sono solo due modi di far fronte ai deficit: ridurre le spese e/o aumentare le imposte oppure monetizzare il debito, e nessuno dei due può in alcun modo essere gratis dal punto di vista della società.


10.

Ciò in cui la patologia mortale del capitalismo sfocia è la trasformazione autocratica dello stato, faccenda di cui, senza capirci assolutamente niente, assai distortamente si lamentano le pletore di pseudo anime belle e di indignati che popolano il mondo d’oggi. Non solo nella sfera dell’esecutivo e degli altri poteri ma a tutti i livelli della pubblica amministrazione il venir meno del consenso positivo di una base sociale prodotto dalla tendenziale deintegrazione della massa dei lavoratori, convertito nel puro e semplice divide et impera sul fondamento della lotta di tutti contro tutti, sta rendendo sempre più rigida e autonoma la sovrastruttura politica, ossia la sta ben modellando, lisciando e purificando in vista del suo definitivo distacco dalla base, ossia del suo abbattimento.

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