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M.Badiale e M.Bontempelli: Civiltà occidentale come critica all'Occidente

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Civiltà occidentale come critica all'Occidente

Intervista di Felice Fortunaci a Marino Badiale e Massimo Bontempelli*


Una della tesi fondamentali del vostro libro è quella che riguarda la distinzione fra “Occidente” e “civiltà occidentale”. Potreste chiarirla?


Questa è in effetti la prima delle due tesi fondamentali del libro. Si tratta di una distinzione che è secondo noi necessaria per fare chiarezza nelle discussioni oggi frequenti, e piuttosto confuse, su questi temi. Per quanto riguarda la nozione di “Occidente”, la nostra tesi si può pensare come una critica della nozione comunemente diffusa.
Quest’ultima è ben compendiata dal sottotitolo di un libro pubblicato da Laterza (ma si potrebbero fare molti altri esempi): “Mondi in guerra”, di Anthony Pagden. Il sottotitolo recita “2500 anni di conflitto fra Oriente e Occidente”. Perché una simile espressione abbia senso, occorre pensare che vi sia una entità, chiamata “Occidente”, che esiste appunto da 2500 anni, e che questa entità, pur avendo magari subito un’evoluzione, sia identificabile lungo tutto questo arco di tempo, e vi sia una continuità nella sua evoluzione. Bene, noi sosteniamo che questa entità non esiste nella storia, ma è una costruzione ideologica. Nello spazio geografico, politico e culturale che viene usualmente chiamato “Occidente” si sono succedute civiltà essenzialmente diverse fra loro, come la Grecia classica, l’Europa di Carlo Magno, la civiltà borghese moderna. Queste diverse civiltà hanno ovviamente alcune radici culturali in comune, ma differiscono radicalmente per quanto riguarda l’economia, l’organizzazione sociale, le istituzioni, le impostazioni culturali, le mentalità, e così via. La nozione di “Occidente” oscura queste differenze e impedisce di capire la specificità di queste diverse civiltà.


Questo per quanto riguarda la nozione di “Occidente”. E per quanto riguarda quella di “civiltà occidentale”?


Nell’ambito della vasta storia racchiusa nella categoria di “Occidente” c’è un nucleo più ristretto di principi che rivelano una forza civilizzatrice specifica, e in linea di principio unitaria. Si tratta dei principi teorici del razionalismo moderno, dell’Illuminismo, dello storicismo romantico, che si concretizzano a partire dalla rivoluzione francese e dalla formazione dei moderni Stati-nazione. Abbiamo chiamato “civiltà occidentale” questo nucleo di principi. Tale civiltà rappresento in sostanza il prodotto della borghesia intellettuale del Settecento e dell’Ottocento. Si tratta di una civiltà di nascita recente: le idee dell’Illuminismo vengono elaborate (certo raccogliendo una grande massa di stimoli culturali precedenti) nel corso del XVIII secolo, e iniziano a trovare realizzazione pratica, come s’è detto, con la rivoluzione francese. Di questa civiltà nel libro vengono individuati e studiati i cinque “pilastri”: la nozione di diritti dell’uomo, la nozione di libertà, la razionalità, lo Stato-nazione, il progresso.


Si potrebbe dire che voi indicate con “civiltà occidentale” il lato positivo della modernità, e con “Occidente “ quello negativo?


Non del tutto. “Occidente” per noi è una costruzione ideologica che non indica una realtà effettiva, la cui storia correrebbe lungo 2500 anni. Se lo si intende in questo senso, l’Occidente non è né buono né cattivo, semplicemente non esiste. Buono o cattivo, al più, è l’uso che di tale nozione viene fatto nella “battaglia delle idee”. Per quanto riguarda la civiltà occidentale, che è invece una realtà storica effettiva, essa ha indubbiamente introdotto una serie di principi che riteniamo positivi: il principio del libero sviluppo dell’individuo, la garanzia della libertà individuale contro gli abusi del potere, la razionalità dialogica come libero confronto degli argomenti di fronte all’opinione pubblica, il rispetto dei diritti dei popoli. D’altra parte questi stessi principi di civiltà presentano profonde contraddizioni interne, ben individuate nel loro sorgere dalla critica di Hegel, e poi di Marx. In sostanza, il carattere puramente formale della libertà borghese la rende compatibile con nuove forme di non libertà. Il problema individuato da Hegel (e in forme diverse da Marx) , cioè il problema di dare alle libertà individuali una fondazione teorica e sociale diversa da quella liberale e borghese, non è stato risolto, e le contraddizioni non risolte della civiltà occidentale hanno portato alla sua attuale crisi.


Questa crisi è la seconda tesi fondamentale del libro.


Sì, nell’ultima parte del libro cerchiamo di mostrare come sia in atto un processo di dissoluzione dei cinque “pilastri” della civiltà occidentale.


Potete fare qualche esempio?


Le libertà individuali fondamentali sono chiaramente sotto attacco almeno a partire dall’11 settembre. In tutti i paesi occidentali sono state introdotte innovazioni legislative (dal Patriot Act statunitense alla decisione-quadro dell’Unione Europea sul terrorismo internazionale, recepita dalla legge italiana) che, in modi diversi, incidono sulle difese della libertà individuale, rendendo possibili per esempio gravi violazioni dell’habeas corpus, uno dei principi fondamentali della civiltà occidentale.

Si potrebbe obbiettare che cose di questo tipo sono sempre successe, i ceti dominanti hanno sempre tralasciato i diritti individuali quando era messo in questione il loro dominio.

Certamente, e l’esempio più ovvio è quello del fascismo. Il punto è che questi fenomeni in passato avevano sempre suscitato, nella civiltà occidentale, reazioni e controforze. Fascismo e nazismo nascono all’interno della civiltà occidentale, a partire dalle sue contraddizioni non risolte, e danno a tali contraddizioni una risposta che rappresenta una negazione della civiltà occidentale stessa. Ma all’interno di tale civiltà nascono anche le forze che si oppongono a fascismo e nazismo, che ingaggiano con essi una lotta durissima e li sconfiggono. Ciò che è oggi caratteristico sta nel fatto che le tendenze che noi abbiamo individuato non suscitano reazioni, se non di piccole minoranze. Un intellettuale liberal come Alan Dershowitz può arrivare a teorizzare la tortura senza che questo susciti grosse ripulse.


E per quanto riguarda gli altri “pilastri”?


Il degrado del pubblico dibattito e della razionalità pubblica sono fatti evidenti, come l’incrinarsi della fiducia nel progresso, mentre la crisi dello Stato-nazione è un luogo comune da decenni. Si tratta di processi connessi, perché connesse sono le nozioni corrispondenti nel complesso della civiltà occidentale. La libertà individuale comporta la dissoluzione dei legami comunitari tipici delle società premoderne, così come il rifiuto della gestione della società lungo i canali delle tradizioni. Ma questo individuo libero di autodeterminarsi ha comunque bisogno di un riferimento comunitario, che viene trovato nella nazione, la cui memoria viene tramandata fra le generazioni grazie alla nuova istituzione della scuola pubblica nazionale. D’altra parte, se la società non viene più incanalata dalle tradizioni occorre il dibattito dei cittadini per arrivare alle decisioni pubbliche, e il pubblico dibattito ha bisogno della libertà di opinione che viene garantita dalle istituzioni dello Stato-nazione liberale, e della cultura diffusa e della razionalità pubblica la cui diffusione ed estensione rappresenta il compito principale della scuola pubblica. Si tratta come si vede di un complesso di nozioni strettamente collegate, e la loro crisi simultanea nei tempi recenti è appunto indice di una crisi profonda della civiltà occidentale.


Sorgono spontanee due domande: quali sono le cause di questa crisi? Che posizione teorica e politica assumere di fronte ad essa?


Il libro è dedicato a introdurre e argomentare le due tesi fondamentali fin qui discusse, cioè la distinzione fra Occidente e civiltà occidentale e l’idea della dissoluzione della civiltà occidentale. Si tratta di tesi controverse, e abbiamo quindi dedicato molto spazio per argomentarle distesamente.

Se queste due tesi vengono accettate, allora il passo successivo sta naturalmente nel porsi le domande da te formulate.

Nel testo abbiamo iniziato a fornire qualche elemento di risposta, ma si tratta di temi da approfondire. I processi di dissoluzione dei cinque “pilastri” hanno dinamiche e temporalità diverse, ma ci ha molto colpito il fatto che in tempi recenti essi sono confluiti in un unico processo dissolutivo.

Ci sembra che questo sia indice di qualche mutazione profonda del nostro tempo rispetto ai tempi precedenti, e crediamo di rintracciare questa mutazione nell’instaurazione di ciò che abbiamo chiamato “capitalismo assoluto”, cioè nel fatto che la logica capitalistica del profitto si generalizza a tutte le sfere della società. Nella società liberalborghese il rapporto capitalistico è certo dominante rispetto alle altre sfere della società (lo Stato, la scuola, la famiglia e così via), ma le lascia funzionare come tali secondo le loro logiche specifiche. Le domina dall’esterno, per così dire. Così la scuola è certo pensata in modo da essere funzionale alle esigenze dell’economia, ma il rapporto docente/allievo è lasciato alla sua logica, che non è quella del profitto. È questo il dato strutturale che rende possibile la dialettica borghese fra egoismo privato e difesa del bene pubblico, fra bourgeois e citoyen, dialettica che è l’essenza della borghesia.

La novità del “capitalismo assoluto” sta nel fatto che la logica capitalistica del profitto penetra in ogni sfera sociale. Il modo di produzione capitalistico non “domina” la società ma la struttura.

In termini marxisti, si ha una sovrapposizione sempre più perfetta fra modo di produzione e formazione sociale. Ma questa dinamica dissolve la civiltà occidentale, perché essa è la civiltà della libera soggettività autodeterminantesi, mentre nel capitalismo assoluto l’individuo esiste solo come appendice del meccanismo del profitto. D’altra parte questi sviluppi non sono esterni alla civiltà occidentale, ma derivano dai suoi stessi principi, proprio da quel concetto di libertà che implica anche la libertà economica. Ciò che oggi dissolve la civiltà occidentale è un suo figlio legittimo, ed è per questo che tale processo di dissoluzione ci appare non rimediabile.

Per quanto riguarda la posizione teorica e politica da prendere di fronte a questa dissoluzione, come spesso succede è semplice da dire, meno semplice da fare. Si tratta, nientemeno, che di pensare a una nuova sintesi storica (un nuovo pensiero, una nuova organizzazione sociale) nella quale sia possibile salvare quegli aspetti della civiltà occidentale che noi riteniamo abbiano valore universale: appunto i diritti dell’uomo, la libertà individuale, la razionalità pubblica.

Sul piano più strettamente politico, ciò che suggerisce la nostra analisi è che, di fronte alla dissoluzione della civiltà occidentale da parte dei poteri attualmente dominanti, la lotta anticapitalistica potrebbe e dovrebbe assumersi la difesa dei valori liberali conculcati. Si tratterebbe di una “mossa” che aprirebbe possibilità di collegamenti e alleanze significative.


E gli altri due “pilastri”? Lo Stato-nazione, il progresso?


Si tratta in questo caso non di valori universali, ma di forme storiche attraverso le quali si sono concretizzati quei valori prima accennati. L’ideologia del progresso è oggi indifendibile, e gli anticapitalisti devono criticarla e abbandonarla. Quanto allo Stato-nazione, si tratta di una forma di organizzazione della società umana la cui dissoluzione è oggi funzionale al potere distruttivo delle oligarchie finanziarie transnazionali. Oggi soltanto il ritorno alla dimensione della statualità nazionale può fornire un valido punto di appoggio per la lotta anticapitalistica, per cui la difesa dello Stato-nazione è un obiettivo irrinunciabile.


Si assiste oggi a una grande ripresa storica dei paesi di quello che una volta si chiamava il Terzo Mondo. Ritenete che queste discussioni possano interessare quei popoli?


Il nostro discorso è in primo luogo rivolto ai paesi occidentali, perché è in essi che vive la civiltà occidentale, o ciò che ne resta, e salvare quei valori è il loro compito. I popoli del Terzo Mondo hanno in molti casi subito la violenza dei paesi occidentali, e si può capire il fatto che considerino la civiltà occidentale inclusa nel loro rifiuto dell’Occidente. Un dialogo può essere trovato con chi riconosce il valore dei principi cui abbiamo accennato. Se c’è questo riconoscimento, allora la civiltà occidentale non può essere considerata un blocco unitario, e si può impostare quel lavoro comune di creazione di una nuova sintesi storica del quale dicevamo sopra.


All’inizio accennavate all’uso della nozione di “Occidente” nei dibattiti contemporanei. Potete approfondire?


È evidente il fatto che la nozione di un “Occidente” unitario, luogo della libertà che si sviluppa a partire dalla Grecia attraverso il cristianesimo fino alla modernità, e che è sempre contrapposto a un “Oriente” luogo della non libertà, è lo strumento ideologico mobilitato a sostegno delle attuali guerre di aggressione statunitensi. Questo uso ideologico contribuisce allo svuotamento della civiltà occidentale. È chiaro infatti che se i “valori occidentali” sono usati come strumenti per invadere, bombardare, torturare, la naturale resistenza di chi viene invaso, bombardato, torturato, diventerà rifiuto anche di quei valori. L’Occidente così inteso è il peggior nemico della civiltà occidentale. Chi però rifiuta questo “Occidente” spesso a nostro parere commette errori di impostazione: a volte accettando l’immagine di un “Occidente” unitario e semplicemente cambiandone il segno, per cui l’”Occidente” diventa luogo di violenza e dominio, ma rimane l’idea di un “Occidente” che è sempre lo stesso da 2500 anni; altre volte rifiutando i valori della civiltà occidentale in nome di un banale relativismo. Da quanto fin qui detto dovrebbe essere chiaro perché riteniamo sbagliate queste risposte all’uso ideologico della nozione di “Occidente”. Di fronte alla violenza esercitata dall’Occidente in nome dei propri “valori superiori”, la nostra risposta è che tali valori esistono, sono stati elaborati dalla civiltà occidentale, e in nome di essi si possono e si devono condannare le invasioni, i bombardamenti e le torture di cui sono responsabili i paesi occidentali.

* autori di “Civiltà Occidentale - Un'apologia contro la barbarie che viene” (Il Canneto, Genova 2009).

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Proletariato e divisione del lavoro

di Valerio Bertello

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La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.

La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie.
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