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Published: 06 August 2025
Created: 29 July 2025
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altrenotizie

Ucraina, il gioco degli ultimatum

di Mario Lombardo

L’ennesima giravolta di Trump sulla guerra in Ucraina ha lasciato commentatori e governi di tutto il mondo nuovamente a chiedersi quale possa essere la “strategia” della Casa Bianca per arrivare a una soluzione negoziata di una crisi che dura ormai da più di 40 mesi. Riproponendo la sua abituale vocazione agli ultimatum, il presidente americano ha ridotto lunedì da 50 a “10 o 12 giorni” quello da poco imposto alla Russia per accettare una tregua, pena una raffica di sanzioni “secondarie” che, però, nessuno o quasi, incluso il governo di Mosca, ritiene realmente applicabili.

Non è da escludere che l’uscita più recente di Trump sia stata stimolata dal successo – o presunto tale – incassato il giorno prima sull’Europa in materia di dazi. Trump ha infatti consegnato alla stampa la sua decisione sull’ultimatum alla Russia sempre dalla stessa location dell’incontro avvenuto con Ursula von der Leyen, ovvero il “resort” golfistico scozzese di sua proprietà, e al termine di un faccia a faccia con un altro vassallo di Washington, il primo ministro britannico, Keir Starmer.

Se è improbabile che quest’ultimo, tra i più feroci sostenitori del regime di Zelensky, abbia avuto una qualche influenza sul cambio di atteggiamento verso la Russia di Trump, è più verosimile che l’ostentazione di impazienza nei confronti di Putin sia il risultato delle crescenti pressioni che i “falchi” negli Stati Uniti, inclusi quelli che affollano l’amministrazione repubblicana, stanno facendo sul presidente affinché si allinei totalmente alle politiche ultra-aggressive del suo predecessore.

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Published: 06 August 2025
Created: 28 July 2025
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nicomaccentelli

Ognun per sé

di Nico Maccentelli

Spiace dirlo, ma davanti a un genocidio in atto, a un intero continente che va verso la guerra e a una crisi economica e sociale dilagante, nel nostro paese non si è capaci di unirsi in una lotta che è di fatto esistenziale. Soprattutto a sinistra abbiamo una pseudo opposizione che in modo surreale pone questioni completamente avulse dal vero terreno di scontro, ma per il semplice fatto che una gran parte di essa, quella istituzionale ma non solo, è politicamente aggregata all’europeismo bellicista, alla deriva autoritaria del neoliberismo sfrenato.

Abbiamo una sinistra “antagonista”, spesso centrosocialiara che si muove per la Palestina ma si fa equidistante sul fronte ucraino, paragonando la Russia a USA e NATO, senza alcuna analisi che fuori esca dal massimalismo parolaio e dottrinario nelle versioni libertaria o vetero-stalino-trotzkista (dal PMLI ai nipotini del quartointenazionalismo, tanto per fare un esempio). Abbiamo micro-forze politiche che si autorereferenziano a tal punto da battersi per misere egemonie in manifestazioni incapaci di aggegare il malcontento sociale e l’indignazione sempre più massiva (ma non rappresentata) verso la macelleria che va dalla Palestina al centro Europa, che producono due manifestazioni sugli stessi contenuti, dove ognuno gioca nel suo cortile e pretende che gli altri vengano nel suo. Un’imbecillità che ormai non è più rettificabile con una sana autocritica. Per non parlare della pletora di prime donne che avevamo già visto dentro il movimento contro il greenpass e che oggi sono all’opera sulla Palestina e su altri temi come la censura, che organizzano iniziative alla cazzo, senza alcuna cognizione politica.

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Published: 06 August 2025
Created: 28 July 2025
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megachip

Tre schiaffi in tre giorni: Cina, Qatar e USA ridicolizzano l’UE di von der Leyen & Co.

di Pino Cabras

Chi semina guerra raccoglie vassallaggio. Tre giorni, tre schiaffi. Un’Unione Europea inginocchiata davanti al mondo, incapace di alzare la testa, buona solo a servire gli interessi americani e a vessare i propri cittadini

Tre giorni, tre schiaffi. Un’Unione Europea inginocchiata davanti al mondo, incapace di alzare la testa, buona solo a servire gli interessi americani e a vessare i propri cittadini.

Cosa resta del “Sogno Europeo”? Nulla. Se non una gigantesca macchina tecnocratica che disfa l’economia, umilia le nazioni e impone una cappa di censura, tasse e ora guerra permanente.

 

1. Cina: vertice-lampo, umiliazione piena

Von der Leyen, Costa e Kallas volano a Pechino come tre scolarette convinte di dettare legge. Si scomoda Xi Jinping con una maschera sfingea e impenetrabile. Tornano a casa con un pugno di mosche. La Cina li liquida in poche ore: zero accordi, massima irritazione. Pretendevano di impartire lezioni sui diritti umani, con l’economia europea in recessione e le industrie in fuga. Negli ultimi 25 anni, la Cina ha visto crescere la sua quota di PIL mondiale dal 3% a circa il 18%, affermandosi come colosso economico globale. Nello stesso periodo, l’Unione Europea è scesa da oltre il 20% a poco più del 13%, segnando un declino costante, che ora sembra avvitarsi.

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Published: 06 August 2025
Created: 10 July 2025
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lafionda

Baizuo, conformisti e rossobruni

di Emanuele Maggio

Di recente ho ripreso alcune letture giovanili. Mi riferisco agli studi ormai classici che preannunciarono la piena americanizzazione della sinistra, e che negli anni 90/2000 furono già in grado di descrivere perfettamente i grotteschi esiti di oggi. Un breve elenco di questi testi si trova alla fine dell’articolo.

Se gli attuali militanti dei vari carnevali transfemministi, immigrazionisti eccetera, scoprissero che la loro egemonia culturale era stata perfettamente prevista venti anni prima, chissà se si farebbero qualche domanda. 

Se io venissi a sapere che esistono analisi in grado di prevedere ciò che penserò tra 20 anni, e poi tra 20 anni pensassi esattamente quelle cose, mi sentirei una marionetta senza cervello. Chissà, forse è proprio di marionette senza cervello che stiamo parlando.

Ovviamente quegli analisti non erano stregoni, ma studiavano la congiuntura strutturale della lotta di classe nella sua evoluzione storica, e dunque erano in grado di prevedere con discreta precisione la sovrastruttura ideologica che l’avrebbe in futuro sorretta. 

Cioè, appunto: l’attuale corpus di dogmi etico-politici condiviso dalla sinistra liberal e radical, la psicopolizia progressista delle apericene borghesi e delle serate fricchettone.

Il pensiero del conformista è scientificamente prevedibile come un’eclisse, come un qualsiasi accadimento inanimato della natura, perché manchevole di quel grado di misteriosa libertà che definisce l’umano.

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Published: 03 August 2025
Created: 03 August 2025
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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Tredicesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE III

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 d. La critica al lavoro sindacale

Riprendiamo la relazione fiume di Tomskj da dove ci siamo lasciati. Già nei primi punti toccati, appare in modo estremamente chiaro come egli attacchi coerentemente, rispetto al proprio punto di vista, ogni approccio di tipo superficiale, approssimativo, stereotipato, alla questione del lavoro sindacale.

Prosegue quindi sulla stessa falsariga, criticando la troppa condiscendenza rispetto agli sprechi e agli scarti, ancora troppo alti e del cui problema il sindacato deve farsi carico, per rendere gli operai sempre più coscienti della loro importanza nel processo produttivo e non solo: infatti, BEN PIÙ A MONTE, occorre renderli anzitutto consapevoli che, in un’azienda socializzata, i mezzi di produzione sono loro e quelli che stanno buttando via son soldi loro. Prosegue quindi specificando quale dovesse essere, compiutamente, il lavoro economico dei sindacati, che ricorda essere “la questione più importante”:

Mi permetto di soffermarmi sulla questione più importante dell’attività sindacale, ovvero il suo lavoro economico, questione su cui qualche sindacalista nutre ancora dei dubbi. Qualcuno ha provato, infatti, di fronte al nostro mettere davanti a tutti gli altri compiti dei sindacati proprio quello di essere l’organismo di difesa degli interessi economici dei lavoratori, anche nelle imprese statali, ed esigere dai sindacati che non si dimenticassero neppure un minuto di questo loro, più importante, compito, a rappresentarci quasi come promotori di una terza linea, tredunionistica… gli stessi che peraltro, allo stesso tempo, dicono ai sindacati: “della vostra partecipazione alla produzione noi ce ne freghiamo”. Il perché rappresentino il lavoro dei profsojuz in questa maniera ci è ignoto, eppure molti parlano così.

Penso che qualsiasi persona che si sia trovata a parlare davanti a operai, in fabbrica o stabilimento, e che conosca la vita di fabbrica e di stabilimento, non potrà negare che, da qualche parte (кое-где), esista la cosiddetta “triplice”, ovvero il blocco direzione-partito-sindacati, laddove i sindacati si muovono all’unisono con la direzione e declamano: “Qui va tutto alla grande, qui c’è il fronte unito”.

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Published: 03 August 2025
Created: 03 August 2025
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sinistra

Il trattato Della tirannide di Vittorio Alfieri: un classico da riscoprire

di Eros Barone

9788979441598Sarebbe dunque mestieri a voler riacquistare durevole libertà nelle nostre tirannidi, non solamente il tiranno distruggere, ma anche i ricchissimi, quali che siano; perché costoro, col lusso non estirpabile, sempre anderan corrompendo se stessi ed altrui.

Vittorio Alfieri, Della tirannide, libro primo, capitolo decimoterzo.

Il 1777 fu un anno particolarmente fecondo nella vita intellettuale dell’Alfieri. Fu l’anno in cui, partito dalla lettura dello storico Tito Livio, giunse a ideare la tragedia Virginia e, partendo dalla lettura di Niccolò Machiavelli, ideò La congiura de’ pazzi. Da quella stagione così fervida nacque anche il trattato Della tirannide, un’opera singolare, un documento umano e politico che, proprio perché non è stato sempre posto nella sua giusta luce, attende ancora, specialmente nella nostra epoca, tanto lontana in apparenza da quella in cui fu scritto quanto in realtà così affine a essa, nuove, attente e perfino appassionate, generazioni di lettori. D’altra parte, non si può dire che l’Alfieri vi abbia esposto, se non frammentariamente e intuitivamente, idee che si possano giudicare nuove nella storia del pensiero politico. Ma nuovo è il pathos profetico che lo pervade e che ha ispirato il poeta in quell’anno, per lui memorabile, allorché sbocciò nel suo cuore una fede quasi religiosa nel valore della libertà.

 

1. La fenomenologia della tirannide: paura, viltà e libertà

L’Alfieriimposta il problema accomunando nella definizione di “tirannide” qualsiasi regime politico in cui sia possibile, per la persona o per il gruppo che detiene il potere, esercitare «una facoltà illimitata di nuocere». Egli considera perciò “tirannidi” tutte le monarchie del suo tempo, comprese quelle dei sovrani illuminati e riformatori (Maria Teresa e Giuseppe II d’Austria, Federico II di Prussia, Caterina di Russia ecc.). Così – scrive l’Alfieri nel primo capitolo del libro primo - «il nome di tiranno, poiché odiosissimo egli è oramai sovra ogni altro, non si dée dare se non a coloro (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l’abbiano, una facoltà illimitata di nuocere; e ancorché costoro non ne abusassero, sì fattamente assurdo e contro a natura è per se stesso lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si possono mai rendere abborrevoli abbastanza.

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Published: 03 August 2025
Created: 28 July 2025
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volerelaluna

Palestina. Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio

di Francesca Albanese

Il rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio di Francesca Albanese, relatrice speciale per i territori palestinesi delle Nazioni Unite, presentato il 30 giugno al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, è un documento di straordinaria intensità e importanza che, non a caso, ha provocato reazioni durissime e sanzioni nei confronti dell’autrice da parte di Israele e Stati Uniti (a cui ha corrisposto la proposta, proveniente da ampi settori della società, di attribuire a Francesca Albanese il premio Nobel per la pace).

La novità del rapporto sta nella documentata accusa alle principali aziende tecnologiche statunitensi (e non solo) di fornire un supporto decisivo alle operazioni militari di Israele a Gaza e nei territori occupati da epoca risalente e anche dopo le operazioni genocidiarie in atto a Gaza. Il rapporto si fonda, oltre che su documenti aperti e fonti pubbliche, su oltre 200 testimonianze raccolte dalla relatrice che hanno dato vita a un database di circa mille aziende coinvolte. «Ciò – precisa il rapporto – ha aiutato a tracciare una mappa di come imprese di tutto il mondo siano state coinvolte in violazioni dei diritti umani e crimini internazionali nei Territori palestinesi occupati. Oltre 45 entità citate nel rapporto sono state debitamente informate dei fatti che hanno portato la Relatrice speciale a formulare una serie di accuse: 15 hanno risposto. La complessa rete di imprese – e i legami spesso oscuri tra società madri e controllate, franchising, joint venture, licenziatarie ecc. – ne coinvolge molte altre. L’indagine alla base di questo rapporto dimostra fino a che punto le imprese sono disposte a nascondere la loro complicità».

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Published: 03 August 2025
Created: 29 July 2025
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lantidiplomatico

L’ultima primavera di popolo in Iran

di Pino Arlacchi

Ho imparato molto lavorando con l’Iran durante il mio mandato all’ONU. E la mia testimonianza può forse aiutare a capire cosa succede oggi. Il mio osservatorio era privilegiato non solo per la mia posizione istituzionale, ma anche perché provenivo dal paese occidentale più simile all’ Iran.

Italia e Iran sono accomunate dal fatto di possedere una società civile matura, vibrante, creativa, che riesce ogni tanto ad esprimere un governo che la rispecchia. Ma è anche una società sfortunata, dentro cui alberga un male incurabile che la corrode. Mi riferisco alla classe dirigente di pessima fattura che governa – pur con qualche significativa interruzione – i due Paesi negli ultimi decenni. Una leadership scadente, prodotta da un residuo melmoso sottostante, una “società incivile” minoritaria e retrograda, che viene infiammata da capi spregiudicati e corrotti che stroncano i tentativi di cambiamento.

Ma andiamo con ordine, e iniziamo dal privilegio che ho avuto nell’incrociare il mio mandato con quello di Mohammad Khatami, il Presidente più aperto e progressista della storia dell’Iran. Ha lasciato un segno nella mia memoria quella limpida mattina del gennaio 1998 nella quale l’ambasciatore iraniano a Vienna, Mohammad Amirkhizi, mi invitava nel suo Paese, a nome del Presidente, per un soggiorno di una settimana. Avrei potuto vedere con i miei occhi lo sforzo che la Repubblica islamica stava compiendo al confine con l’Afghanistan per ostacolare l’ingresso degli oppiacei nel suo territorio, e quindi in Europa. “Abbiamo dislocato migliaia di guardie sul confine afghano per sorvegliare un muro lungo duemila chilometri costruito contro trafficanti armati fino ai denti.

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Published: 03 August 2025
Created: 28 July 2025
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intelligence for the people

Il grottesco teatro dell’assurdo attorno allo sterminio per fame di Gaza

di Roberto Iannuzzi

L’inerzia occidentale stride con la mobilitazione che si ebbe per imporre sanzioni a Mosca anche al prezzo di pesanti perdite economiche per i paesi europei

La “pausa umanitaria” indetta da Israele in alcune zone di Gaza non deve illudere nessuno. Difficilmente le condizioni della popolazione nella Striscia miglioreranno.

La stessa designazione delle aree interessate dalla “pausa” la dice lunga sulla natura del provvedimento.

Le tre aree indicate, al-Mawasi, Deir el-Balah e Gaza City, erano già state definite da Israele come aree umanitarie. All’interno di esse, dunque, le forze armate israeliane non dovrebbero operare. Ma queste zone sono state bombardate come le altre.

Le “pause locali tattiche”, come sono state definite, avranno luogo inoltre solo dalle 10:00 alle 20:00, ora locale. Entro queste fasce orarie, dovrebbe essere permesso l’ingresso di aiuti internazionali che, attraverso “corridoi designati”, dovrebbero raggiungere coloro che sono sfollati in queste zone.

La durata complessiva della pausa umanitaria è incerta, ma fonti ONU parlano di appena una settimana, un lasso di tempo del tutto insufficiente a modificare la disperata situazione sul terreno.

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Published: 03 August 2025
Created: 31 July 2025
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fuoricollana

Come uscire dalla crisi del neoliberalismo?

di Redazione

La ristrutturazione del sistema statale deve continuare in direzione di una maggiore concentrazione del potere nelle mani di una élite globalizzata, o la soluzione migliore è l’inserimento degli stati in un’architettura internazionale che rispetti la loro sovranità? È la questione posta dall’ultimo libro di Wolfgang Streeck.

Il capitalismo, come è noto, consiste nella moltiplicazione infinita di un capitale pronto e disponibile a moltiplicarsi. Una società a gestione economica di tipo capitalistico deve avvalersi di membri disposti a farsi trascinare in tale sistema, seppure il risultato dei loro sforzi e della tensione al miglioramento loro richiesta finisca secondo la natura del capitalismo, nelle mani di una piccola minoranza in forma di proprietà privata.

 

Le tecniche motivazionali del lavoratore

Affinché accetti di stare al gioco anche chi programmaticamente è escluso dai risultati prodotti dalla collettività – e incluso solo come fattore di costo nel calcolo del profitto altrui – si rendono necessarie efficaci tecniche motivazionali, riadattate di volta in volta a modi e a rapporti di produzione in continuo mutamento: sotto forma di “incentivi al lavoro”, ispirati alle promesse di salvezza della religione (Weber 2002 [1904-1905]), di minacce di sanzioni penali e prospettive di ristrettezza economica (Marx 1966 [1867), di finanziamenti per l’acquisto di una casa o il consumo, di salari superiori ai valori di mercato (efficiency wages, “salari di efficienza”), di politiche sociali di espansione dell’offerta lavorativa attraverso strategie push e pull (di anticipo e soddisfazione della domanda), di ascensori sociali dei mercati del lavoro interno”, di “bonus di rendimento” e, cosa ancor più importante al giorno d’oggi, di un’offerta infinita di beni di consumo, sempre nuovi e “migliori”.

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Published: 02 August 2025
Created: 02 August 2025
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sinistra

Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie 

di Carlo Di Mascio

IMG 20230423 WA0010 1 2 4.jpgLa prigione è «naturale», come è «naturale» nella nostra società l’uso del tempo per misurare gli scambi.
M. Foucault, Sorvegliare e punire

 

Tesi 1. Il diritto, diceva Evgeni Pasukanis, è il risultato specifico dello sviluppo capitalistico, vale a dire di un determinato modo di produzione sociale che non avrebbe mai raggiunto una precisa costituzione universale in mancanza di idonei assetti coercitivi-organizzativi che solo la società borghese è stata in grado di promuovere e stabilizzare, sicché, di riflesso, la teoria marxista del diritto non dovrebbe cercare di costruire un nuovo tipo di diritto (proletario), peraltro in contrasto con il postulato classico marxiano di estinzione del diritto e dello Stato, bensì mostrarne la sua natura deperibile, attesa la contraddizione insanabile fra diritto come forma del valore di scambio e il comando esercitato dalla classe al potere ogni volta dominante (sia esso Stato borghese che Stato proletario).

 

Tesi 2. Se l’aspetto essenziale della società borghese è dato dalla separazione degli interessi generali da quelli privati, a tal punto che i primi tendono a contrapporsi ai secondi, ma assumendo «però involontariamente in questa contrapposizione la forma di interessi privati, cioè la forma del diritto»1, se ne ricava che l’organizzazione giuridica del capitale non si pone mai come diretta espressione di rapporti tra soggetti portatori di un interesse privato autonomo, bensì come il permanente tentativo di istituzionalizzare i medesimi attraverso adeguati dispositivi disciplinari e di controllo in grado di far passare l'interesse di una classe al potere come difesa e garanzia, considerate d’interesse generale, degli interessi privati di tutti.

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Published: 02 August 2025
Created: 24 July 2025
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collettivolegauche

Natura, Materialismo, Socialismo. Il Marx verde di Foster

di Collettivo le Gauche

marx verde cbe57719John Bellamy Foster in Marx’s Ecology: Materialism and Nature si propone di esplorare le radici del pensiero ecologico moderno attraverso un’analisi del materialismo scientifico sviluppatosi tra il XVII e il XIX secolo, con particolare attenzione alle figure di Charles Darwin e Karl Marx. Contrariamente alle interpretazioni ambientaliste contemporanee che spesso vedono il materialismo e la scienza come forze antagoniste rispetto a una presunta armonia premoderna con la natura, Foster sostiene che furono proprio il materialismo e il progresso scientifico a rendere possibile una visione ecologica della realtà. Il nucleo dell’argomentazione ruota attorno alla concezione marxiana della relazione tra uomo e natura che non è un dato immutabile ma il prodotto di un processo storico, caratterizzato da contraddizioni e alienazione. Marx, influenzato dalla filosofia materialista di Epicuro, sviluppò una critica radicale alla separazione tra l’uomo e le condizioni naturali della sua esistenza, una separazione che raggiunge la sua massima espressione nel capitalismo, dove il lavoro salariato e il dominio del capitale trasformano la natura in una mera risorsa da sfruttare. A differenza dell’idealismo hegeliano, che subordinava la materia allo sviluppo dello Spirito, Marx elaborò un materialismo dialettico che riconosceva la priorità ontologica della natura ma ne sottolineava anche la trasformazione attraverso la prassi umana. Questo approccio gli permise di superare sia il determinismo meccanicistico sia le astrazioni spiritualiste, proponendo invece una visione dinamica in cui l’uomo, pur essendo parte della natura, la modifica attraverso il lavoro e l’organizzazione sociale. Un aspetto cruciale del pensiero di Marx è la sua insistenza sul metabolismo sociale, ovvero lo scambio organico tra l’uomo e l’ambiente, che nel capitalismo viene interrotto da un rapporto di sfruttamento e degradazione. Questa intuizione, sviluppata attraverso lo studio di scienziati come Justus von Liebig (pioniere della chimica agraria) e Charles Darwin (la cui teoria evoluzionista fornì a Marx una base naturalistica per la sua critica storica), anticipa temi centrali dell’ecologia moderna, come la sostenibilità e l’interdipendenza degli ecosistemi. Nonostante ciò Marx è stato spesso accusato di prometeismo tecnologico, ovvero di aver celebrato il dominio umano sulla natura senza considerarne i limiti.

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Published: 02 August 2025
Created: 29 July 2025
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lantidiplomatico

Gaza, i "risvegli" tardivi e gli insegnamenti di Hannah Arendt

di Elena Basile*

Sembrerebbe che finalmente l'umanità sia tornata umana.

Su CNN e BBC si parla di genocidio. Obama e Macron rilasciano dichiarazioni pubbliche sul riconoscimento della Palestina. Calenda, Radio Radicale, Renzi tutti in fila per tre...

E la diplomazia non poteva mancare a seguito della politica.

Bene sono felice. Eppure un piccolo dubbio.

Una voce fastidiosa che vorrei zittire mormora nel mio animo. Shhh sei sempre la solita disfattista!

Ma come è possibile che fino a 50.000 morti ai bambini col cranio spaccato alle operazioni senza anestesia all uccisione di medici e giornalisti, alle torture dei Palestinesi rimanevano tutti zitti

E ora luce verde...

Persino la diplomazia ?

Ma non è che ci stiano nuovamente manipolando? Forse vogliono trasformare i cadaveri dei bambini nel loro politichese.

Attacco a Netanyahu Trump la Meloni? Sarebbero loro il problema poi tutto torna a posto?

Il genocidio non era cominciato con Biden? Ma no eravamo appena a 10.000 morti

Allora Israele aveva il diritto di difendersi!

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Published: 02 August 2025
Created: 29 July 2025
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contropiano2

L’Unione Europea è un cane morto

di Francesco Piccioni

La scena in cui tale Ursula von der Leyen – aristocratica discendente di una famiglia nazista, dedita ai concorsi di equitazione nonché alla nobile missione della madre (7 figli) fin dopo i 40 anni, poi incomprensibilmente scelta per guidare il ministero della difesa di Berlino (con risultati talmente tragici da obbligare Angela Merkel a licenziarla) e quindi proiettata con un poderoso “boost” teutonico fino alla presidenza dell’Unione Europea – si prostrava davanti all’imperatore Trump e alla sua “proposta che non si può rifiutare” (citazione da Il padrino, ovviamente) resterà forse negli annali della politica che ha portato la UE e tutti i suoi membri alla scomparsa dai radar mondiali.

Gli analisti più schierati con l’euro-atlantismo non hanno potuto fare a meno di storcere il naso e anche altro davanti a un “accordo” che non contiene nulla che sia vantaggioso per l’economia continentale. Persino Francia e Germania, per bocca di Bayrou e Merz, hanno dovuto esprimere qualcosa più delle “perplessità” di prammatica.

Le associazioni imprenditoriali e i loro analisti hanno invece sparato ad alzo zero, facendo i conti sui miliardi persi e l’inesistenza di contropartite, tanto meno esigibili.

Lasciamo per un attimo perdere il dibattito sui contenuti, perché c’è fin troppa chiarezza sul disastro che attende i lavoratori europei (non c’è infatti alcun dubbio sul fatto che le imprese scaricheranno su di loro ogni problema, mentre i governi – a cominciare da quello “sovranista italiano” – promettono loro “aiuti” sacrificando altra spesa sociale sull’altare di una “competitività” che non è mai stata più impossibile).

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Published: 02 August 2025
Created: 28 July 2025
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analisidifesa

I frutti della politica UE: diktat dagli USA, prezzi alle stelle e il Qatar minaccia lo stop al GNL

di Gianandrea Gaiani

Non bastava il “suicidio bellico” con cui l’Unione Europea ci ha privato dell’energia russa a buon mercato e in quantità infinita condannando il continente a de-industrializzazione e recessione.

Non bastava la recente, disastrosa e umiliante missione di Ursula von der Leyen in Cina mentre la “la guerra dei dazi” ha visto poche ore fa il trionfo di Donald Trump  che ha umiliato la signora von der Leyen imponendoci l’acquisto in tre anni di 750 miliardi di dollari in GNL e petrolio americani oltre a 600 miliardi di investimenti UE negli USA, con in aggiunta i massicci acquisti di armi “made in USA” già annunciati.

A queste disfatte la Commissione  von der Leyen aggiunge gli effetti sul mercato energetico delle sue folli politiche ambientali, un “suicidio green” della Ue che ha trovato il 26 luglio l’ennesima conferma nella minaccia espressa dal Qatar di interrompere le forniture di gas liquefatto (GNL) se Bruxelles non allenterà i vincoli ambientali contenuti nella nuova direttiva sulla due diligence aziendale (CSDDD).

Secondo quanto rivelato dal giornale tedesco Welt am Sonntag, il ministro dell’Energia qatariota, Saad Sherida al Kaabi, ha scritto a diversi governi europei e all’esecutivo di Ursula von der Leyen avvertendo che, in assenza di modifiche sostanziali alla norma, Doha e QatarEnergy potrebbero “valutare seriamente mercati alternativi al di fuori dell’Ue, più stabili e favorevoli alle imprese”.

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Published: 02 August 2025
Created: 27 July 2025
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comuneinfo2

Staccare la spina alla guerra

di Paolo Cacciari

L’intreccio tra guerra ed energia è molto stretto. Per diversi motivi.

I militari hanno bisogno di molta energia, non solo per costruire armi sempre più sofisticate ad alta potenzialità distruttiva e per trasportare velocemente mezzi e truppe, ma anche per le reti di controllo, sorveglianza e di puntamento a distanza (“armi autonome”, le chiamano) che abbisognano di colossali apparati satellitari, informatici e l’uso di enormi data base. Tutte attività fameliche di energia.

Davvero interessante un passaggio della appassionante ricostruzione che fa Pietro Greco della corsa alla costruzione della bomba atomica tra Stati Uniti e Germania (Pietro Greco in L’Atomica e le responsabilità della scienza, edizioni L’Asino d’oro, 2025). Secondo il grande giornalista scientifico l’attenzione dei fisici nucleari nazisti era più orientata a capire come controllare la reazione atomica per produrre energia finale utile, piuttosto che a farne una bomba.

Sappiamo da alcune stime (peraltro tutt’altro che realistiche) che le attività militari assieme alla filiera dell’industria bellica, “in tempo di pace”, consumano il 10% dell’energia mondiale e, secondo altre stime, emettono tra il 5 e il 6% delle emissioni globali di gas climalteranti. Se fossero uno stato si situerebbero al quarto posto, dopo US, Cina e India. (Federica Frazzetta e Paola Imperatore, Clima di guerra, in Sbilanciamoci! 2025). Da notare che i dati sono segretati. Non vi è obbligo di comunicazione da parte delle forze armate, ma solo con l’Accordo di Parigi del 2015 gli stati sono invitati a fornire una rendicontazione volontaria.

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Published: 01 August 2025
Created: 28 July 2025
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krisis.png

Keir Starmer, il tracollo

di Erica Orsini

In soli 12 mesi il primo ministro britannico è passato dal trionfo alla débâcle. Intanto, Corbyn torna alla ribalta

Rage Flower Thrower Banksy 2003 Palestina 01A un anno dalla sua elezione, il premier Starmer è travolto da una crisi senza precedenti. Mentre l’ex leader laburista Jeremy Corbyn lancia una nuova iniziativa politica che in 48 ore raccoglie oltre 400.000 adesioni, Starmer rischia di perdere il controllo del Paese e del suo stesso partito. Tra errori politici, spaccature interne e difficoltà nella gestione delle emergenze, appare sempre più isolato e distante dalle promesse di cambiamento. A complicare il quadro, la sua controversa gestione della crisi israelo-palestinese. Ritratto senza veli del primo ministro britannico, scritto dalla giornalista Erica Orsini, che ha vissuto metà della vita a Londra e ha da poco pubblicato il libro «Noi e loro».

* * * *

Il 23%: è questa, al luglio 2025, a un anno dalla sua salita al potere, la percentuale di consensi tra i britannici per il premier laburista Keir Starmer. Secondo YouGo, si tratta del peggior risultato rilevato nello stesso mese tra il luglio 2021 e il maggio 2025.

Un collasso verticale, che non si è verificato per nessuno degli altri leader politici inglesi attuali, neppure per la conservatrice Kemi Badenoch, la leader dell’opposizione che pure non è particolarmente gradita agli elettori. A metà del 2024, in piena campagna elettorale, il 51% aveva un’opinione positiva del candidato Starmer, contro il 44%, ora a pensarla così sono rimasti meno della metà.

Al giro di boa del suo primo anno al potere, nel Regno Unito non c’era un quotidiano o un’emittente televisiva che non fotografasse un primo ministro in caduta libera, travolto da un’ondata d’impopolarità clamorosa, impegnato a tenere a bada sia un’opinione pubblica fortemente delusa nelle aspettative sia un forte dissenso interno.

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Published: 01 August 2025
Created: 27 July 2025
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clarissa

Il potere di Israele

di Gaetano Colonna

La domanda, che dovrebbe sorgere spontanea, assistendo a quello che avviene nella Striscia di Gaza da molti mesi, è per quale ragione le autorità politiche dei Paesi europei non intervengano in maniera ferma nei confronti della politica di eliminazione fisica dei Palestinesi adottata con ogni evidenza dallo Stato di Israele: nonostante il fatto che quegli stessi Paesi, nelle loro ben costruite costituzioni, abbiamo scolpito nero su bianco i più alti principi umanitari

chiacchierata e1753618357571.jpgGruppi di pressione di Israele in Europa

La risposta a questa domanda, che il cosiddetto uomo della strada si pone ogni giorno ascoltando i telegiornali, ma che assai pochi politici e giornalisti osano formulare pubblicamente, è in realtà molto semplice. Basta approfondire quanto lo Stato di Israele è riuscito a costruire in decenni di abile strategia politica anche in Europa, sviluppando le fruttuose strategie già da tempo messe in atto in Gran Bretagna prima e poi negli Stati Uniti d’America.

Ci riferiamo alla creazione di quei gruppi di pressione, che nel mondo anglosassone sono chiamati lobby, il cui scopo, apertamente dichiarato e consentito dalla legge, è di esercitare un’influenza sulle istituzioni delle democrazie parlamentari occidentali, attraverso l’indottrinamento dei cosiddetti rappresentanti del popolo.

L’efficacia dell’influenza di queste lobby, da tempo riconosciuta dalla storiografia anglosassone per quanto riguarda il mondo britannico e statunitense, è ora altrettanto ben funzionante in Europa.

Una delle principali lobby che sostengono la politica dello Stato di Israele, particolarmente attiva nell’ambito delle istituzioni dell’Unione Europea, è lo AJC Transatlantic Institute, dipendente, anche finanziariamente, dalla più autorevole fra le lobby ebraiche statunitensi, lo storico American Jewish Committee (AJC).

Il lettore non deve pensare a nulla di complottistico, in quanto il TAI è ufficialmente iscritto nel registro delle lobby di Bruxelles, e dispone di discrete disponibilità economiche che si aggirano intorno ai 700mila euro annui. Come accennato, queste risorse dovrebbero provenire dallo AJC, che ha messo a disposizione in un anno 3,5 mln di dollari per attività di questo tipo in Europa, raggiungendo complessivamente, a partire dal 2005, anno di apertura dell’ufficio di Bruxelles, i 47 mln di dollari: cifra realistica questa, tenendo presente che lo AJC dispone, oltre ad un patrimonio di 250 mln di dollari, di entrate annue per 80 mln di dollari annui, provenienti da fondi donati da esponenti del mondo ebraico americano e internazionale.

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Published: 01 August 2025
Created: 26 July 2025
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mondocane

Dal Greenwashing al Blackwashing, come distrarre da Gaza - Moni, No! - Quando esibire antifascismo serve a promuoverlo

di Fulvio Grimaldi

 

Introduzione al tema

Moni Ovadia, che ritengo prezioso per aiutare i propagandati a distinguere tra ebreo e israeliano, ebreo e genocida, ebreo e Netaniahu, l’ho visto ieri sera nella Tv dei correligionari Cairo e Mentana. E lì lo stimato intellettuale ha dato il suo importante, decisivo, contributo a un’operazione che è tutto fuorché limpida e che si presta a valutazioni fortemente negative.

Avrei dovuto incontrarmi con lui un paio di anni fa a Milano per un comizio di Francesco Toscano e Marco Rizzo sulla Palestina… Avevo sollecitato più volte la diarchia al comando di DSP di partecipare alle mille e mille manifestazioni grandi e piccole che andavano incendiando il paese. Mi si rispondeva che “DSP, non fa iniziativa con altri”. Eppoi che si trattava di non far innervosire la Comunità ebraica. Ci sono i testimoni.

A Milano avrei dovuto parlare anch’io. L’iniziativa era per la Palestina, ma la Palestina non c’era. C’era l’ebreo Moni Ovadia, non allineato con il regime di Netaniahu, in giusta evidenza. Non c’era un equivalente rappresentante della Palestina, tanto meno della Resistenza, figurarsi. Poi, resisi conto, all’ultimo momento rimediarono un ragazzo palestiinese di passaggio e lo misero sul palco. In assenza programmata del relatore palestinese rinunciai anch’io.

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Published: 01 August 2025
Created: 26 July 2025
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lafionda

Il genocidio annunciato

di Matteo Bortolon

“La deprivazione è morale. L’atrocità è eroismo. Il genocidio è redenzione.” Questa stringata silloge di Chris Hedges, che echeggia gli slogan della distopia di Orwell posti a fondamento di tale società, è posta dall’autore come conclusione di un paragrafo che descrive l’abisso morale della società israeliana.

Compare nel mezzo dell’ottavo capitolo, dal titolo inequivocabile Il sionismo è razzismo, del suo testo Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza nella Palestina occupata (Fazi 2025). Si tratta di un passo che rappresenta il centro contenutistico del testo. Nei vari capitoli si alternano in maniera magistrale racconti e testimonianze con passi più analitici in merito all’oppressione dei palestinesi; ma, al di là di vari spunti, dalle atrocità più disgustose alla ricostruzione concettuale delle loro modalità e motivazioni, il punto focale è la consequenzialità. Tutti questi elementi sono visti come correlati e connessi in una logica unitaria, in un quadro organicamente coerente nei suoi passaggi essenziali: Israele nasce come progetto coloniale e suprematista volto a imporre un insediamento occidentale nel cuore del Medio Oriente, che implica la sottomissione degli arabi con ogni mezzo, dalla tecnosorveglianza alla tortura, dall’incarcerazione di massa fino all’eliminazione fisica. Il genocidio.

Hedges è un giornalista e reporter di guerra per il New York Times (come il suo omologo, scomparso da qualche anno, il grande John Pilger), che ha seguito sul campo diversi conflitti, dalla Bosnia degli anni Novanta all’Iraq dell’occupazione statunitense nel 2003.

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Published: 01 August 2025
Created: 26 July 2025
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 lantidiplomatico

La debacle dell'Ue in Cina e il senso del "progetto europeo" oggi

di Andrea Zhok

Ieri una delegazione UE guidata da Ursula von der Leyen, António Costa e Kaja Kallas era a Pechino a trattare con il Presidente cinese Xi Jinping.

Cosa poteva mai andare storto?

Infatti la delegazione è rientrata anzitempo in Europa, con un nulla di fatto, dopo aver irritato per l'ennesima volta i negoziatori cinesi con la pretesa di impartirgli lezioni sui diritti umani e di strappare condizioni commerciali di favore, pur partendo da una posizione di umiliante debolezza contrattuale.

Ma niente paura, nel frattempo l'UE ha anche accettato l'idea di subire dazi asimmetrici da parte degli USA (sembra con un differenziale del 15%).

Questo mentre non passa giorno che Trump trolli gli europei in diretta mondiale, spiegando come loro (USA) forniscano in Ucraina e altrove armi e servizi bellici, che però pagano gli europei (risatina dei giornalisti presenti).

Questo dopo che l'UE si è evirata dal punto di vista energetico (Libia, Russia, Iran) e acquista gas naturale liquefatto dagli USA, per un prezzo esorbitante, che mette l'industria europea fuori mercato.

Ecco, io ricordo le infinite discussioni sul senso del "progetto europeo".

Alla fine, a sostegno di tale progetto l'unico argomento che aveva qualche tenuta era che avrebbe permesso all'Europa di ottenere, attaverso l'unione economica, un maggiore potere contrattuale nei confronti dei suoi principali competitori (USA e Cina).

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Published: 01 August 2025
Created: 26 July 2025
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contropiano2

Gli Usa all’assalto diplomatico della Confederazione degli Stati del Sahel

di Mario Colonna

 

Le batoste prese della Francia (ultima in ordine di tempo, il ritiro delle truppe dal Senegal) e dell’Unione europea devono aver fatto pensare a Washington che un ritorno statunitense nelle grazie dei Paesi del Sahel sia effettivamente possibile.

Sono diversi mesi che si registra infatti un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.

 

La Confederazione degli Stati del Sahel

Parliamo della Confederazione degli Stati del Sahel, organizzazione regionale istituita nel settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per garantire la sicurezza e la stabilità dei suoi membri, contrastando il terrorismo – soprattutto di matrice islamica – e il neocolonialismo.

Tale cooperazione è stata poi estesa a settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità e educazione, ponendosi così come un’alleanza strategica a tutto tondo e fornendo un esempio di reazione al colonialismo e all’imperialismo per il mondo intero.

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Published: 01 August 2025
Created: 01 August 2025
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sinistra

Voci dalla Palestina: una maratona di letture contro l’oblio del genocidio

di Vincenza Pellegrino, Martina Giuffrè e Jacopo Anderlini*

Dal primo all’11 luglio 2025, le piazze di Parma si sono trasformate in aule aperte dove studenti, docenti e cittadini hanno dato vita a una particolare forma di resistenza culturale: la maratona di letture “Stop al genocidio. Voci dalla Palestina”, promossa dall’Osservatorio Paritetico Studenti Docenti Contro la Normalizzazione della Guerra dell’Università di Parma.

L’iniziativa non aveva l’ambizione di essere una lezione accademica su dinamiche geopolitiche o storiche, né un attraversamento superficiale della questione palestinese. L’obiettivo era più radicale e insieme più intimo: creare un cerchio narrativo capace di evocare la vita quotidiana di chi vive il genocidio in corso, costruendo un ponte tra chi ascolta e chi resiste dall’altra parte del mondo. "Sediamoci e ascoltiamo a lungo la storia di qualcun altro”, questa la filosofia che ha guidato dieci giorni di letture continuative. La scelta metodologica richiama le pratiche della public sociology, problematizzando il punto di vista dominante per privilegiare quello della vita quotidiana, di coloro che sono lasciati fuori e invisibilizzati dalle grandi narrazioni mediatiche, dei soggetti che vivono sulla propria pelle l’orrore del genocidio. È la micro-sociologia applicata al contemporaneo, la scelta deliberata di dare voce alla “storia minima” contro le narrazioni egemoniche.

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Published: 31 July 2025
Created: 28 July 2025
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doppiozero

Benjamin e Brecht amici diversi

di Roberto Gilodi

Benjamin e Bercht storia di un amicizia image 0.jpgCi sono scritture che si calano nelle vite altrui con l’entusiasmo creativo dell’invenzione e della narrazione, con la certezza, talora con la presunzione, che per capire le azioni umane non bastino le ricostruzioni fattuali della storia ma sia necessario esplorare le ragioni soggettive delle azioni e i sentimenti che le hanno accompagnate. Manzoni, nella celebre Lettera a Monsieur Chauvet, si chiedeva: “alla fin fine cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno; ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi; i discorsi coi quali hanno fatto prevalere, o hanno tentato di far prevalere, le loro passioni e le loro volontà su altre passioni, o su altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, han dato sfogo alla loro tristezza, coi quali, in una parola hanno rivelato la loro personalità: tutto questo, o quasi, la storia lo passa sotto silenzio; e tutto questo è invece dominio della poesia.”

C’è tuttavia un altro approccio alle vite altrui, mosso anch’esso dal bisogno di guardare al di là delle geometrie complessive dell’accadere, che non si accontenta di osservare dalla distanza le cause e gli effetti delle azioni umane pur avendo in comune con il lavoro dello storico la ricerca documentaria. Anche questo tipo di indagine vuole sondare le ragioni profonde, soggettive, ma le ricerca nei dettagli meno appariscenti, nelle scritture secondarie, spesso accidentali, improvvisate.

È il metodo di lavoro dell’archivista. Di colui che raccoglie e ordina testimonianze della più svariata provenienza: ad esempio le lettere che si scambiano i protagonisti oggetto dell’indagine, oppure ciò che altri hanno scritto su di essi documentandone la vita. Si tratta molto spesso di lacerti, di appunti di lavoro scritti di fretta su un pezzo di carta, annotazioni su questioni che poi saranno sviluppate in seguito, resoconti di dialoghi e incontri, articoli d’occasione, brevi appunti di viaggio, o trascrizioni cifrate di letture indiziarie di città e mondi sociali, di edifici pubblici e privati, di opere d’arte.

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Published: 31 July 2025
Created: 23 July 2025
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guerredirete.png

L’Europa abbandona Big Tech?

di Antonio Piemontese

bigtech.pngPer conformarsi a un ordine esecutivo del presidente americano Donald Trump, nei mesi scorsi Microsoft ha sospeso l’account email di Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale che stava investigando su Israele per crimini di guerra. Per anni, scrive il New York Times, Microsoft ha fornito servizi email al tribunale con sede a L’Aja, riconosciuto da 125 paesi tra cui l’Italia (ma non da Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e altri).

All’improvviso, il colosso di Redmond ha staccato la spina al magistrato per via dell’ordine esecutivo firmato da Trump che impedisce alle aziende americane di fornirgli servizi: secondo il successore di Biden, le azioni della Corte contro Netanyahu “costituiscono una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Così, di punto in bianco, il procuratore non ha più potuto comunicare con i colleghi.

C’è stata una mediazione, ricostruisce il New York Times: dopo una riunione tra Redmond e i vertici della Corte si è deciso che la Cpi avrebbe potuto continuare a utilizzare i servizi di Microsoft. Anche perché l’azienda, secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbe stata fondamentale per la cybersecurity dell’organizzazione, finita nel mirino degli hacker russi dopo l’inchiesta per i crimini di guerra in Ucraina.

Il discorso, però, non vale per Khan, il cui account resta bloccato: cittadini e aziende statunitensi rischiano conseguenze serie – multe e persino l’arresto – se forniscono “supporto finanziario, materiale e tecnologico” a chi viene identificato come pericoloso per la sicurezza nazionale (spesso sulla base di ragionamenti dal sapore politico). Insomma, in una paradossale inversione di ruoli, il procuratore è diventato un criminale, trattato alla stregua di un nemico pubblico.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. Tre dipendenti con contezza della situazione hanno rivelato al quotidiano newyorchese che alcuni membri dello staff della Corte si sarebbero rivolti all’azienda svizzera Protonmail per poter continuare a lavorare in sicurezza.

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  1. Giulio Bonali: "La pelle", di Maurizio Ferraris
  2. Alessandro Avvisato: Gli ultimi colpi di coda di USAID: nessun furto degli aiuti da parte di Hamas
  3. Kit Klarenberg: L'uomo dell'MI6 a Damasco
  4. Davide Malacaria: Gaza. I tanti misteri sul fallimento del negoziato
  5. Paul de Rooij: Come smentire la propaganda israeliana in tempi di genocidio
  6. Eros Barone: La crisi della Grande Distribuzione Organizzata e la falsa alternativa
  7. Andrea Zhok: Sul collasso morale dell'occidente
  8. Alex Marsaglia: L’origine imperialistica dell’assalto alla Russia. Verso l’allargamento del conflitto ucraino?
  9. Raul Zibechi: L’orizzonte strategico non è più a sinistra
  10. Paolo Gerbaudo: Il nuovo Deep State tecnologico
  11. Gigi Roggero: Oltre il Muro
  12. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  13. Elena Basile: Maschere e simulacri: la politica al suo grado zero
  14. Mario Lombardo: Il Caucaso secondo Washington
  15. Fabio Nobile: Meloni a stelle e strisce
  16. Enrico Tomaselli: Guerra tecnologica e manpower
  17. Paolo Ferrero: L’accordo sui dazi? Una schifezza. L’Europa si svende alle multinazionali Usa
  18. Domenico Moro: La strategia globale dietro i dazi statunitensi secondo Stephen Miran
  19. Elisabetta Teghil: Smart city, Città dei 15 minuti e Bene Comune
  20. Nico Maccentelli: La Sinistra Negata 01
  21. Michele Paris: Cina: Canberra aggiusta il tiro?
  22. Manolo Monereo: Dopo Sanchez cosa?
  23. comidad: Israele ha il tocco di Mida all'incontrario
  24. Andrea Muni: Conversazione (im)possibile con Frantz Fanon su fame, violenza e decolonizzazione
  25. Gerardo Lisco: “Secret City” e il complesso industriale militare

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