
I
Nel 1967 Suzanne de Brunhoff scrive un libricino su Marx e la moneta che cade sotto lo sguardo di Deleuze, il quale ne fa il perno della sua lettura del tramonto dei Trente Glorieuses.
In Francia, negli stessi anni, alcuni economisti, riuniti sotto l’etichetta Circuitistes, cercano di inquadrare in una teoria monetaria moderna l’uso da parte dei governi della leva monetaria e valutaria per sostenere un industrialismo che arranca.
L’inflazione rende obsoleta ogni analisi che ritiene la moneta uno strumento neutro. La moneta ha un potere. Essa non ha solo il ruolo di misurare e quantificare il volare di scambio, ma ha anche un potere performativo.
La moneta non misura allo stesso modo se spesa dal proletario o se spesa dal capitalista, non ha lo stesso potere (d’acquisto), e non lo ha in virtù del fatto che non acquista la stessa merce. Il segno che misura il quanto di merci che posso acquistare non è neutro, non è stabile. Non è un mero metro che funziona allo stesso modo se usato da me o se usato dal mio vicino di casa. Quando si dice che l’inflazione in Italia è al 2%, oppure che lo spread è del 3% si parla come se l’effetto di questo aumento fosse uniforme per tutte le persone. E invece non è così. E lo sappiamo bene.
È l’ingresso del potere – della lotta di classe – nell’analisi della moneta.
Queste analisi, lo dico per inciso, si muovono sul terreno di un raffinato empirismo. Considerano la moneta come oggetto parziale. Non considerano la moneta ideale, la moneta senza corpo (ammesso che una cosa del genere possa darsi), la moneta usata in quanto unità di conto, moneta scritturale dei ragionieri (scontata l’evidenza lampante che anche la moneta scritturale ha una empiricità irriducibile), ma la moneta empirica, individuale, che tengo in tasca, e che nelle mie mani ha un potere diverso da quello che ha nelle mani di un altro individuo.
Molti europei vorrebbero un'Europa nuovamente competitiva, che fosse un attore diplomatico, piuttosto che militare
Theodore Postol, professore di Scienza, Tecnologia e Politica di Sicurezza Nazionale al MIT, ha fornito un’analisi forense dei video e delle prove emerse dall’attacco dimostrativo dell’Iran con droni e missili del 13 aprile contro Israele: Un “messaggio”, piuttosto che un “assalto”.
Il principale quotidiano israeliano, Yediot Ahoronot, ha stimato il costo del tentativo di abbattere la salva di missili e droni iraniani in 2-3 miliardi di dollari. Le implicazioni di questa cifra sono sostanziali.
Il professor Postol scrive:
“Ciò indica che il costo della difesa contro ondate di attacchi di questo tipo è molto probabilmente insostenibile contro un avversario adeguatamente armato e determinato”.
“I video mostrano un fatto estremamente importante: tutti i bersagli, droni o altro, sono abbattuti da missili aria-aria”, [lanciati per lo più da aerei statunitensi. Secondo quanto riferito, circa 154 velivoli erano in volo in quel momento] che probabilmente usavano missili aria-aria AIM-9x Sidewinder. Il costo di un singolo missile aria-aria Sidewinder è di circa 500.000 dollari”.
Inoltre:
“Il fatto che molti missili balistici non intercettati siano stati visti brillare al rientro nell’atmosfera ad altitudini inferiori [un’indicazione di ipervelocità], fa capire che, in ogni caso, gli effetti delle difese missilistiche David’s Sling e Arrow di [Israele], non sono stati particolarmente efficaci. Pertanto, le prove a questo punto mostrano che essenzialmente tutti o la maggior parte dei missili balistici a lungo raggio in arrivo non sono stati intercettati da nessuno dei sistemi di difesa aerea e missilistica israeliani”.

(Seconda parte: una forma di patriarcato più sofisticata, oltre che una basilare occasione per rifocalizzarsi sull’incompatibilità strutturale che c’è tra pensiero socialista e cultura patriarcale)*
Ruoli di genere e neoliberismo
Oltre alla “novità” culturale costituita dalla combinazione tra la precarietà liberista sviluppatasi diffusamente nell’Ottocento e le aspirazioni consumiste divenute popolari in concomitanza col boom tecnologico ed economico novecentesco (boom che non casualmente è maturato proprio con l’allontanarsi dell’economia di mercato dal liberismo ottocentesco e che sempre non casualmente si è in buona parte dissolto proprio col ritornare del liberismo nella sua nuova forma collegata all’“edonismo reaganiano”...), vi è un altro aspetto culturale in cui l’attuale società neoliberista si è mostrata orientata fortemente alla novità: le modifiche che stanno avvenendo nei ruoli di genere sia nel modo di vivere delle classi dominanti sia soprattutto – fatto socialmente più significativo perché riguarda miliardi di persone – nell’ambito della “cultura di massa”.
1. Il nòcciolo della questione
Durante l’ultimo paio di secoli, moltissime voci nel movimento femminista hanno sottolineato come per millenni le società organizzate in modo patriarcale abbiano cercato di indurre nelle donne una tendenza alla dipendenza emotiva da figure maschili come il padre inizialmente e il marito poi, tendenza cui si affiancava il contraltare costituito nella vita pubblica da altre figure dominanti tipicamente maschili, come i capi politici, religiosi e militari e in tempi relativamente recenti i dirigenti d’impresa [40]. Nella vita pratica ciò si esprimeva in un’esistenza femminile incentrata sulla vita di famiglia (e in particolare sull’occuparsi dei famigliari, della casa e dei dintorni), mentre nel caso in cui per un motivo o per l’altro una donna operasse anche al di fuori di tale contesto la sua posizione avrebbe dovuto rimanere comunque subordinata – direttamente o indirettamente – a qualche figura solitamente maschile.
Premessa
Il numero 3 (marzo 2024) di “Limes”, la prestigiosa rivista italiana di geopolitica, dovrebbe essere una lettura obbligata per gli intellettuali e i militanti marxisti che vogliano comprendere a fondo quali sfide orientano le attuali scelte di politica internazionale degli Stati Uniti. A incuriosirmi al punto da acquistare il corposo fascicolo (compro “Limes” solo saltuariamente) sono stati, più del titolo “Mal d’America”, i tre sottotitoli; “Il peso dell’impero mina la repubblica”, “Il Numero Uno non si piace più”, “Come perdere fingendo di vincere”. Li ho trovati stuzzicanti, anche se ad alcuni potrebbero sembrare un modo criptico e allusivo di evocare le contraddizioni che riducono le speranze di chi auspica che il XXI possa essere un nuovo secolo americano. Inoltre mi rendo conto del fatto che possano suonare depistanti alle orecchie d’una cultura comunista ancorata all’analisi “classica” (variamente aggiornata) dell’ imperialismo, appiattita sui meccanismi economici tardo capitalisti e poco propensa a valutare il peso dei fattori “sovrastrutturali”. Motivo per cui si perde la possibilità di capire le motivazioni del nemico che, da un lato, vengono ridotte a un chiacchiericcio ideologico che serve a mascherarne i suoi “veri” obiettivi, dall’altro, vengono depurate dalle tensioni e dalle contraddizioni che le attraversano, neutralizzandone la complessità.
Un’attenta lettura di queste trecento pagine consente a mio avviso di evitare la duplice trappola appena descritta. In primo luogo perché è lo stesso statuto della geopolitica a favorire un approccio “realistico” ai problemi, sfrondandoli (in parte) degli (inevitabili) pregiudizi valoriali.
Abbiamo voluto attendere che si concludesse lo scambio di colpi tra Israele e Iran per dire la nostra, che – però – a vicenda per il momento conclusa, resta identica: nonostante le possibili (e realmente esistenti) illusioni a riguardo, l’innalzamento della tensione tra i due stati non giova alla causa palestinese.
Un indizio di fondamentale importanza dovrebbe essere nel fatto che è stato il regime sionista a prendere l’iniziativa di colpire duro a Damasco abbattendo mezza ambasciata iraniana e alcuni alti ufficiali del regime di Teheran. Un avvertimento dato in due direzioni: verso gli Stati Uniti e l’Europa; verso l’Iran. Ai suoi protettori la banda di Netanyahu (e la sua finta opposizione) hanno mandato a dire: noi siamo in grado, e siamo determinati, se necessario, a far deflagrare la guerra in tutto il Medio Oriente, ben sapendo voi Stati Uniti, voi Unione Europea, non siete pronti a questo. Ricatto pesante. Ai prudentissimi ayatollah (che, ricordatelo, avevano sconsigliato Hamas dall’agire in modo offensivo, e che fino alla fine di marzo hanno tenuto un profilo d’azione molto basso) lo stato sionista ha mandato a dire: continuate a restare prudenti, perché noi siamo in grado di colpirvi duro (il sottinteso riguarda le centrali di arricchimento dell’uranio e quant’altro di strategico possa essere colpito). Altro ricatto pesante.
Dopo l’attacco del 1° aprile, era impossibile, per Teheran, restare con le mani in mano, salvo perdere la faccia. La risposta è stata accorta, spettacolare, di sicuro dannosa per il mito di invincibilità di Israele – già fatto a pezzi dall’offensiva della resistenza palestinese del 7 ottobre -, ma nello stesso tempo prudente. Un piccolo capolavoro tattico, nell’esclusivo interesse dell’Iran come potenza regionale, senza nessuna ricaduta positiva per il popolo palestinese. Anzi.
Nei giorni scorsi ha fatto scalpore, ma forse in Italia non abbastanza, l’articolo di Foreign Affairs in cui Samuel Charap e Sergey Radchenko hanno ricordato i punti salienti della trattativa tra Russia e Ucraina che grazie alla mediazione turca erano giunte a fine marzo del 2022 a un accordo per interrompere le ostilità dopo poco più di un mese di guerra.
Come ricorda Roberto Vivaldelli su InsideOver, il magazine americano ha dedicato, con tanto di documenti e testimonianze inedite, un lungo articolo ai negoziati. “Alcuni osservatori e funzionari (tra cui, soprattutto, il presidente russo Vladimir Putin) hanno affermato che sul tavolo c’era un accordo che avrebbe posto fine alla guerra, ma che gli ucraini se ne sono allontanati a causa di una combinazione di pressioni da parte dei loro protettori occidentali e delle supposizioni di Kiev sulla debolezza militare russa” nota Foreign Affairs ammettendo che “i partner occidentali di Kiev erano riluttanti a lasciarsi coinvolgere in un negoziato con la Russia”, in particolare “in un negoziato che avrebbe creato nuovi impegni per garantire la sicurezza dell’Ucraina”.
La bozza di accordo visionato da Foreign Affairs prevedeva un’Ucraina “neutrale e priva di armi nucleari”, che avrebbe rinunciato a “qualsiasi intenzione di aderire ad alleanze militari o di permettere la presenza di basi militari o truppe straniere sul proprio territorio”.
I possibili garanti della sicurezza ucraina sarebbero stati i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (inclusa quindi la Russia) insieme a Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia.
La Treccani definisce[1] faglia la “frattura in un corpo roccioso, caratterizzata dal movimento relativo fra i blocchi adiacenti che essa separa”. Ma non siamo qui per parlare di geologia, bensì di un altro tipo di fratture, intese in senso politico e sociale, che da tempo interessano gli Stati Uniti d’America. Non ci occuperemo, pertanto, di questioni collegate alla politica internazionale, ma a una serie di criticità interne alla federazione a stelle e strisce.
Ai primi di novembre, precisamente il giorno 5 - come da tradizione il primo martedì dopo il primo lunedì del mese - gli statunitensi saranno chiamati per la sessantesima volta nella loro storia a scegliere (con un elezione di secondo grado) il prossimo Presidente, e stando così le cose la sfida sarà la stessa di quattro anni fa: Joe Biden contro Donald Trump, anche se a parti invertite, visto che stavolta è il primo a occupare la prestigiosa residenza al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington D.C. Se l’attuale Amministrazione sembra ancora proiettata alla politica internazionale – ricordiamo il recente voto della Camera dei rappresentanti, col contributo decisivo della maggioranza repubblicana guidata dallo Speaker Mike Johnson, che ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan (con qualche briciola destinata agli aiuti umanitari, magari per le stragi provocate dalle stesse armi incluse nelle misure licenziate)[2], che finirà per lo più appannaggio dell’apparato militare industriale a stelle e strisce[3] - sembrano ben altri i problemi coi quali deve fare i conti l’americano medio.
Per introdurne uno, particolarmente avvertito in “casa repubblicana”, pensiamo all’immigrazione clandestina, che solo pochi mesi fa rischiava (e non è detto che non lo possa fare ancora) di innescare un vero e proprio scontro istituzionale tra centro e periferia: ci stiamo riferendo al Texas[4].
Comprendere l’Unione europea significa comprendere il processo storico e le basi materiali della sua costituzione, la sua configurazione politica e la sua proiezione internazionale: un compito al quale i comunisti e le comuniste in Europa, e segnatamente in Italia, non possono sottrarsi.
Definire la natura, oggi, dell’Unione europea, la sua configurazione politica e la sua proiezione internazionale, e, all’interno di questa, mettere a fuoco il ruolo che svolge nel mondo contemporaneo, in cui si muove come organizzazione regionale di Stati e nel quale svolge un ruolo come attore politico, è, senza dubbio, un impegno al quale i comunisti e le comuniste in Europa, e segnatamente in Italia, non possono sottrarsi.
Va dunque, in premessa, impostata la definizione del perimetro, a partire dalla essenziale distinzione tra Europa e Unione europea: vale a dire tra Europa, come spazio geografico e culturale significativamente articolato, plurale e complesso (46 Stati, oltre 700 milioni di persone, oltre 200 lingue parlate, una composizione politica e culturale peculiare e composita), e Ue, come organizzazione istituzionale sovranazionale, di carattere politico ed economico, costituita a partire dalle Comunità europee venutesi formando negli anni Cinquanta (che conta oggi 27 Stati membri, una popolazione di meno di 450 milioni di persone, 24 lingue ufficiali). Comprendere l’Unione europea significa cioè comprendere il processo storico e le basi materiali della sua costituzione e della sua configurazione.
Le basi materiali dell’Ue
Tutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire perciò;
ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione degli intellettuali.
A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 12 (XXIX) § (1)
Noi esseri umani viviamo su un pianeta. Negli ultimi settanta anni, ci siamo triplicati e lo abbiamo fatto partendo già dalla ragguardevole cifra di 2,5 miliardi di persone. Un evento del genere non è mai avvenuto nella storia umana, per dimensione e velocità del fenomeno. Nel 2050 ci saremo quadruplicati e quindi il fenomeno sarà ancora più denso e veloce, un solo secolo per quadruplicarci.
Dentro la definizione collettiva di umanità, ci sono le civiltà. La nostra, la civiltà occidentale ed europea in particolare, è passata dal pesare circa un terzo dell’umanità di inizio XX secolo, a un sesto. Ha cambiato in suoi pesi interni visto che gli europei si sono maggiormente contratti in favore dell’area anglosassone. È precipitosamente invecchiata. Oggi il quarto dei duecento stati nei quali è ripartito il mondo in sistemi giuridico-politici statali, mostra indici di riproduzione men che dimezzati, sono tutti paesi sviluppati e ipersviluppati, c’è dentro tutta l’Europa, inclusa la parte orientale che mostra tali indici per ragioni diverse dall’ipersviluppo sebbene di pari intensità negativa.
La nostra metafisica influente si è molto concentrata sull’essere e gli enti, ma ogni ente è ontologicamente fatto e dedito a relazioni o -a due vie- interrelazioni. Ci è tornato utile semplificare e bloccare l’essere e gli enti come in uno scatto fotografico. Se avessimo considerato, come avremmo dovuto fare, l’essere in sé e l’essere in relazione, la questione si sarebbe di molto complicata. Oggi, realisticamente, non possiamo più fare a meno di non considerarlo.
A chi sarà stato in Piazza dei Partigiani la mattina del 25 aprile sarà stato offerto un volantino con su scritto “Riconciliazione”. E’ diventato di moda, nel dibattito televisivo, ma anche altrove, porre la necessità di una riconciliazione nazionale, come avvenuto in Germania. Dal dopoguerra a oggi, in Italia ciò non è avvenuto come esito della guerra civile, o come si preferisca chiamare l’intervento della Resistenza nella sconfitta del nazi-fascismo. I giovani volantinanti in questione hanno suscitato tenerezza, sebbene con un po’ di disappunto per la loro fresca ingenuità, mentre sul contenuto del volantino c’è di che argomentare.
Se la riconciliazione venisse proposta con le persone che furono protagoniste 79 anni fa dello scontro bellico, ben pochi anziani troveremmo ancora in grado di condividere la proposta di una stretta di mano, che nell’arco di tutta la loro vita è mancata, o non è mai stata una priorità, un desiderio, un bisogno reale vissuto da una società civile, condotta a scelte politiche per lo più insabbiate o comunque obbligate a negare verità scomode. Gli amministratori e i funzionari del periodo fascista furono in molti casi reintegrati nei loro posti, o amnistiati.
Con i morti, sopraggiungerebbe poi una valutazione storica, necessariamente priva di interlocuzione, guidata da criteri quanto più possibile oggettivi, legata a circostanze, eventi e condizioni umane irripetibili, che non darebbero adito a “conciliazioni” rese ineseguibili dal mutamento incommensurabile e irreversibile del tempo trascorso.
La conciliazione ipotizzabile è dunque solo nel presente, con i coevi, ma qui si pone il problema centrale. Rispetto a cosa dovrebbe avvenire una conciliazione e in funzione di che, a favore di chi?
Paolo Paesani dà conto di un incontro svoltosi alla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma per presentare una nuova edizione degli scritti di Federico Caffè. Nel suo resoconto, Paesani si concentra sul concetto di Keynesismo eclettico come chiave di lettura per comprendere il contributo scientifico e umano di Federico Caffè e l’influenza che egli ha esercitato su generazioni di economisti italiani, uniti a lui nel comune riferimento al pensiero di Keynes e dei primi Keynesiani di Cambridge.
* * * *
Pochi giorni fa, la voce di Federico Caffè è tornata a risuonare nell’aula V della Facoltà di Economia della Sapienza di Roma a lui intitolata. È avvenuto durante la proiezione di un filmato, curato da Augusto Frascatani e Mario Tiberi, che accompagnava la presentazione di un volume dal titolo Federico Caffe – Un economista per gli uomini comuni (Nuova edizione). Il volume, curato per la Futura editrice della CGIL da Nicoletta Rocchi e Giuseppe Amari, recentemente scomparso, offre un quadro d’insieme del pensiero di Federico Caffè, dei suoi scritti accademici, dei suoi interventi sulla stampa, nonché della rete di maestri, amici, colleghi, avversari che Caffè ha incontrato nel corso della sua vita, e dei ricordi che ha lasciato nei suoi allievi e nei tanti che hanno tratto ispirazione dalle sue parole.
I relatori che si sono alternati sul podio si sono soffermati su aspetti diversi del pensiero di Caffè, insistendo sull’importanza da lui attribuita alla piena occupazione e al miglioramento delle condizioni materiali di vita delle persone comuni e al confronto con colleghi, studenti e autorità di governo. A chi scrive è toccato il compito di riflettere sulla parte del volume dedicata ai maestri, agli amici e agli allievi di Federico Caffè in una prospettiva di Storia del pensiero economico.
Premessa
Il fervido dibattito in merito alla questione palestinese vede una sempre maggiore fetta di popolazione indignarsi nei confronti di quello che a tutti gli effetti ha assunto le caratteristiche di un genocidio. Nonostante un intenso battage mediatico chiamato a promuovere il sostegno a Israele, quasi tutti hanno ormai capito che continuando così la guerra non finirà mai e la questione palestinese rimarrà sempre aperta. Diverso il discorso quando al dibattito partecipano anche soggetti appartenenti alla comunità ebraica. La maggior parte, almeno di quelli che conosco io, è su posizioni antitetiche a quelle di Netanyahu e spesso di area pacifista.
Malgrado ciò sono pochissimi coloro che si dissociano dal genocidio in atto. Questa strana posizione oscillante tra la voglia di pace e lo sterminio è riassumibile nel motto strombazzato da tutti i media occidentali: “il diritto all’autodifesa di Israele”. Personalmente non mi sorprende il contenuto di questa opinione, né le traballanti motivazioni a suo sostegno, perché trovo perfettamente normale che un gruppo fortemente identitario, come è la comunità ebraica, si compatti intorno a un’idea anche se non completamente condivisa.
Ogni opinione poi è degna di rispetto per chi, come me, non crede nel sistema delle competenze e della delega a terzi del sapere e del pensiero critico, né crede in alcun dogma di carattere religioso o scientifico. In sostanza per chi, invece di credere, pensa è facile convincersi che lo facciano anche gli altri. In questo caso mi sorprende, però, la scarsa coscienza in merito a due fattori che caratterizzano l’espressione di qualsiasi opinione inclusa quella del “diritto all’autodifesa di Israele”.
Come l’industria israeliana delle armi e della sorveglianza di massa testa nei Territori palestinesi occupati sistemi che vengono esportati e utilizzati in tutto il mondo
Secondo due recenti inchieste israeliane, le forze armate di Tel Aviv hanno fatto ampio ricorso a due sistemi fondati sull’intelligenza artificiale nel corso della loro devastante operazione militare a Gaza.
“The Gospel”, il primo, elabora milioni di dati per identificare a gran velocità edifici ed altre strutture da cui potrebbero operare i miliziani palestinesi, trasformandoli così in bersagli da distruggere.
Il secondo, denominato “Lavender”, individua invece sospetti membri dell’ala militare di Hamas e della Jihad Islamica, processando anche in questo caso infinità di dati che vanno dalle intercettazioni telefoniche all’adesione a gruppi Whatsapp.
Il programma stila così una graduatoria di probabile appartenenza, che va da 1 a 100. Gli individui che figurano ai vertici di tale classifica vengono sorvegliati da un sistema chiamato “Dov’è papà?”, il quale invia un segnale quando il “sospettato” rientra a casa, dove viene bombardato (insieme alla sua famiglia).
The Gospel e Lavender sono solo le ultime due spaventose incarnazioni di un’industria sempre più fiorente, che applica tecnologie di ultima generazione all’ambito bellico, e che vede Israele all’avanguardia mondiale nel settore.
Come lo Stato ebraico sia divenuto uno dei maggiori esportatori di armi, ed abbia rivoluzionato l’industria bellica attraverso il connubio fra le startup tecnologiche e il settore pubblico della difesa, utilizzando i Territori palestinesi occupati come un laboratorio per testare nuovi armamenti e rivoluzionari sistemi di sorveglianza, è una storia che da tempo sarebbe stato giusto raccontare.
La centralità militare, tecnologica e della formazione del capitale[1] nell'Occidente collettivo ha avuto un inizio con l'aggiramento spagnolo del blocco turco e la distruzione delle americhe e sta giungendo dopo cinque secoli a fine. La dipendenza e assorbimento dei capitali periferici, e l'intero sistema morale, ideologico e sociale che vi è stato costruito sopra (la stessa coppia Occidente/Oriente che lo organizza) è presentata davanti agli occhi del mondo e rigettata ogni giorno di più. Il Re è ormai nudo, per questo ruggisce di rabbia come si vede a Kiev come a Gaza.
Utilizzerò Dussel[2] per cominciare il cammino in un labirinto con molti ingressi ma nessuna uscita. Una protesta di noi figli verso la vecchia madre[3], necessaria per farci adulti. Di noi moderni verso il retaggio che ci ha fatti e che scopriamo, ogni giorno di più, grondante e polveroso a un tempo. Inoltre, figlie degli antichi padri, sia anche chiaro, di quel Cortez la cui lucida armatura nascondeva un cervello senza cuore. Ma il dominio dell’Occidente è entrambe le cose allo stesso tempo: il volto aggrottato di un Padre autoritario, pronto a punire, e il dolce sorriso astuto di una Madre possessiva che trattiene nel suo grembo della quale non si può mai essere degni. Noi figli e figlie dobbiamo finalmente vederlo, se vogliamo liberarci e contribuire, finalmente, a rilasciare gli ostaggi. D’altra parte, questi ormai sono capaci di farlo da sé. Resta solo di augurare buona vita al nuovo mondo multipolare.
Se, però, qualunque cosa noi proveremo il Mondo alla fine farà da sé, e noi non siamo i maestri di nessuno per dire come deve fare, ci resta il compito di capire, vagliare e superare il nostro retaggio. Da noi e per noi.
Riflettere sulla crisi mondiale della democrazia muovendo dall’Italia – e utilizzando una formula recentemente coniata per far tacere le minoranze – non è provincialismo. L’Italia, come si suole ripetere, è stata un laboratorio per la storia mondiale. Qui, infatti, nei primi vent’anni del Novecento, è stato elaborato il prototipo che sarà incessantemente perfezionato nei vari “modelli” che seguiranno, dal fascismo storico al nazismo tedesco (che si autodefiniva correttamente “fascista”) al peronismo, all’attuale dilagante sovranismo populista (da Trump a Putin, da Bolsonaro a Milei ecc.ecc.). La storia ha messo alla prova il prototipo, stressandolo con crash test inimmaginabili, ma senza mai invertirne però la tendenza di fondo, piuttosto rettificandola, correggendola, adattandola al nuovo ambiente tecnologico, rendendola sempre più raffinata ed efficace. Possiamo chiamare “fascismo” questo fenomeno globale che chiude nell’angolo le “democrazie”. Va però tenuto sempre presente che con tale etichetta non si intende un “modello” o un “archetipo” ma, appunto, un prototipo o una tendenza. Solo i fascisti da baraccone che ogni anno si ritrovano a Predappio, indossando camicie nere e calzando improbabili copricapi, assumono il fascismo come un modello da ripetere. I veri fascisti il fascismo invece non lo ripetono affatto ma lo continuano a creare in forme nuove, con un linguaggio diverso, con concetti adeguati ai tempi e con una violenza di nuovo tipo. Per questo non costerà loro molta fatica “dirsi, infine, antifascisti” come reclamano a gran voce i benpensanti di sinistra, quasi che bastasse una parola pronunciata al cospetto delle telecamere per cambiare di segno a un immane processo storico. E se lo faranno non sarà per malafede ma per onestà intellettuale. Con tale ammissione, infatti, intenderanno in cuor loro una presa di distanza dagli errori compiuti nel passato nello sviluppare una tendenza che assecondano e che promuovono.
Nell’imminenza dell’attacco israeliano a Rafah, l’ultima città palestinese non ancora completamente distrutta, proviamo ad analizzare le tattiche dell’IDF alla luce della particolare natura della società israeliana, di cui l’esercito è uno specchio fedele. Tenendo presente il gioco delle parti che sempre si tiene tra Washington e Tel Aviv.
La guerra biblica che Israele sta conducendo contro i palestinesi, come era facilmente prevedibile, sta raggiungendo il suo limite, senza aver conseguito un solo obiettivo. Naturalmente la propaganda sionista – e quella occidentale di rincalzo – negano tutto il negabile: le ingenti perdite militari, la fuga dal paese degli israeliani con doppia cittadinanza, la crisi socio-economica conseguente alla guerra, la mancata liberazione dei prigionieri israeliani a Gaza, l’impossibilità di smantellare la rete di tunnel della Resistenza, e ovviamente il fatto che l’IDF non sia stato capace di infliggere a questa perdite superiori a un 20% della sua forza combattente.
Ma ovviamente negare la realtà non serve a trasformarla. E, per di più, non dura a lungo. Quello che è accaduto in questi sei mesi e mezzo è che l’esercito per mezzo secolo ritenuto uno dei più potenti al mondo (nonché “l’esercito più morale del mondo”, nelle parole degli attuali leader sionisti) ha perso l’onore; quello militare, dimostrandosi incapace di sconfiggere un nemico infinitamente inferiore per armamenti, e quello umano, comportandosi sempre più come una banda di criminali di guerra.
Per comprendere Israele, bisogna guardare alla sua storia e alla sua società, e l’Israel Defence Force è non solo un elemento fondamentale della società israeliana, ma ne è anche uno specchio.
Gli studenti universitari di tutto il Paese, alle prese con arresti di massa, sospensioni, sgomberi ed espulsioni, sono la nostra ultima, migliore speranza per fermare il genocidio a Gaza.
PRINCETON, N.J. - Achinthya Sivalingam, studentessa laureata in Affari Pubblici all'Università di Princeton, quando si è svegliata questa mattina non sapeva che poco dopo le 7 si sarebbe unita a centinaia di studenti in tutto il Paese che sono stati arrestati, sgomberati e banditi dal campus per aver protestato contro il genocidio a Gaza.
Quando le parlo indossa una felpa blu, a volte trattenendo le lacrime. Siamo seduti a un tavolino dello Small World Coffee shop di Witherspoon Street, a mezzo isolato di distanza dall'università in cui non può più entrare, dall'appartamento in cui non può più vivere e dal campus in cui tra poche settimane avrebbe dovuto laurearsi.
Si chiede dove passerà la notte.
La polizia le ha dato cinque minuti per raccogliere gli oggetti dal suo appartamento.
“Ho preso cose a caso”, racconta. “Ho preso i fiocchi d'avena per un motivo qualsiasi. Ero davvero confusa”.
Gli studenti che protestano in tutto il Paese dimostrano un coraggio morale e fisico - molti rischiano la sospensione e l'espulsione - che fa vergognare tutte le principali istituzioni del Paese. Sono pericolosi non perché disturbano la vita del campus o attaccano gli studenti ebrei - molti di quelli che protestano sono ebrei - ma perché denunciano l'abissale fallimento delle élite al potere e delle loro istituzioni nel fermare il genocidio, il crimine dei crimini.

Discutiamo del 25 aprile, del valore della Resistenza, del fascismo e dell’antifascismo di ieri e di oggi, delle mobilitazioni e contro mobilitazioni di questa fase. Lo facciamo senza veli, in modo schietto, chiamando in causa anche nostre illusioni e fraintendimenti storici, teorici, politici e pratici. Lo facciamo relazionandoci sempre e solo ai fatti, e non alle chiacchiere più o meno interessate a spaziare esclusivamente nella propaganda, perché mancano argomenti al liberismo in profonda crisi di prospettiva e dunque, come dicono a Napoli, «chiacchiere e tabacchiere di legno il banco di Napoli non le impegna».
Finalmente, dopo 79 anni, si apre uno squarcio diverso su una ipocrisia storica durata fin troppo: cosa fu esattamente la resistenza in Italia? Basterebbe solo leggere con attenzione le date della storia per dare ai fatti e alle parti in causa reali connotazioni.
Quando un Aldo Cazzullo titola il suo editoriale «Bastava un gesto» sul giornale più importante dell’establishment d’Italia, mostra tutta la povertà argomentativa che ha il potere capitalistico in un paese occidentale come l’Italia. Mostra, cioè la mancanza assoluta di forza di attrazione politica, teorica e culturale, insomma mostra la crisi valoriale del liberismo. La qualcosa fa il paio con la ufficializzazione della candidatura di tal Vannacci, da parte della Lega di Salvini, come capolista in tutte le circoscrizioni per le elezioni europee.
Diamo la parola a chi, da vero liberista, chiama le cose per il loro nome, a quel Alessandro Sallusti che scrive «Purtroppo non da oggi il ricordo della giornata della Liberazione è diventato una baraccata». Ma perché un liberista arriva a definire la celebrazioni per il giorno della Liberazione una baraccata? Lo sintetizza in modo chiaro e netto nella chiusa: «Viva il 25 aprile, ma quello del 1945».
È quanto scrive Elena Panina, direttrice di RUSSRAT. Al centro del dibattito di analisti e politologi russi le forniture a Kiev di ATACMS e altri missili a medio-lungo raggio per colpire in profondità la Russia da parte di Washington.La previsione di Elena Panina è condivisa dal politologo norvegese Glenn Diesen: “La NATO probabilmente inizierà attacchi in profondità all’interno della Russia e distruggerà anche il ponte di Crimea. La NATO sosterrà che si tratta di attacchi ucraini, ma la NATO fornirà le armi, selezionerà gli obiettivi e premerà persino il grilletto. Questo pone una grande pressione sulla Russia per ripristinare la deterrenza con ogni mezzo!”
Ovviamente tutto questo pone una grande pressione sulla Russia per ripristinare la deterrenza con ogni mezzo. L’esperto di geopolitica globale e relazioni internazionali e vicedirettore di RUSSRAT, Yuri Baranchik, scrive che “la Russia si aspetta un’estate calda nel 2024. Credo che questa estate vedrà un’altra escalation nella guerra in Ucraina. Il nostro avversario geopolitico sta gradualmente creando tutte le condizioni per alzare l’asticella. Kiev ha approvato una legge sulla mobilitazione aggiuntiva”.
Nel frattempo, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di aiuti all’Ucraina da 61 miliardi di dollari. A maggio, il Pentagono inizierà a fornire armi americane a Kiev, L’esercito ucraino riceverà missili balistici ATACMS con gittata di 300-310 km (come espressamente richiesto da Zelensky). Il primo utilizzo in combattimento dei caccia ucraini F-16 è previsto per l’estate.
Notare che questi avanzati sistemi d’arma americani permettono di continuare la spirale dell’escalation. I lanciatori MLRS e HIMARS ucraini possono testare in condizioni di combattimento i missili PrSM (Precision Strike Missile Increment) attualmente in consegna nelle Forze Armate USA per sostituire gli ATACMS.
Ma cosa significa autonomia?
Autos, sé stesso¸ nomos, legge.
È autonomo chi dà a sé stesso le proprie leggi.
C. Castoriadis, La rivoluzione democratica, Eleuthera, 2022
In Occidente, da tempo vige un sistema politico-giuridico detto “democrazia”. Riconosciuto ormai in crisi nel senso comune non meno che in quello esperto, terminale o meno non si sa, si presume esso abbia invece avuto una fondazione corretta e giusta rispetto al concetto. In Italia, ci si appella a spirito e lettera della Costituzione, ad esempio e se ne rimpiange la vigenza ormai corrotta.
Un democratico radicale, purtroppo, non riconosce neanche a quel tempo e forma piena di buona intenzione il crisma di “democrazia”, si trattava di repubblicanesimo e tra le due forme c’è differenza. Ecco allora che il democratico è radicale, semplicemente nel senso che intende la democrazia come significato alla radice “Essere radicale significa cogliere la cosa alla radice (Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione)”. Si tratta quindi di un problema di nome e cosa dove la cosa è la radice che dà crisma al nome. Qual è allora quella radice?
Semplicemente il sistema che in atto storico aveva quel nome anzi quel nome ha battezzato. Si tratta della democrazia dell’Antica Atene. Cornelius Castoriadis, più di ogni altro[i], può dirsi teorico della democrazia radicale ed ha più volte specificato che -ovviamente- nessuno si sogna di intendere quella esperienza politica come un “modello” da copia-incollare senza riguardo ai diversi contesti e tempi assai diversi.
Ci sono due citazioni che mi ronzano in testa da quando, lo scorso 16 dicembre, è mancato Toni Negri:
La posizione di Negri è quella di chi dice “ah, come sono perseguitato! Mi si accusa di essere il capo e il mandante ideologico di tutto quello che è avvenuto in Italia negli anni Settanta: che tremenda ingiustizia!” e, mentre dice questo, in qualche maniera vuol far capire che è proprio così, che è vero. Mentre non è vero. Mi sembra che, nel bene e nel male, ci sia una sopravvalutazione. Negri è, secondo me, più innocente di quel che lui stesso pensa.
L’Autonomia è “un movimento di matrice cattolica (…), la Solidarność italiana, strumento contro la pretesa egemonia dei comunisti sul movimento operaio”.
Nello spazio che separa queste due citazioni si definisce, io credo, la tensione all’interno della quale si colloca la figura di Toni Negri. La seconda è di Negri stesso. La prima, rilasciata sullo sfondo di quel nero totale con cui Zavoli incorniciava i suoi interlocutori, è di Enrico Fenzi: italianista, petrarchista, brigatista rosso. Da queste due citazioni si possono raccogliere le coordinate più generali entro le quali si è mosso forse non Negri stesso, ma senza dubbio la rappresentazione di Negri che la società italiana si è fatta. C’è il carcere, quello di Palmi, dove Fenzi e Negri si sono conosciuti dopo il processo del 7 Aprile, c’è la violenza, da sempre associata alla sua figura, c’è l’ambiguità di chi è stato etichettato come cattivo maestro par excellence. C’è poi il grande tema della collocazione politica nel quadro italiano di quegli anni: “né con la destra, ma nemmeno col Pci” direbbe Bersani (Samuele), e “nella Chiesa, anche un prete che ha peccato potrebbe dare il messaggio giusto”, chioserebbe sempre Bersani (Pier Luigi).
Toni Negri è due cose: un teorico marxista delle scienza politiche e un militante.

Definizione e nascita dell’Intelligenza Artificiale
L’Intelligenza Artificiale è una sottospecie particolare, evoluta e costosa delle tecnologie digitali. Queste vengono dette Information and Communication Technologies (ICT) e sono ad esempio computer, programmi, apparecchi elettronici vari. Rispetto a questo tipo di tecnologia più tradizionale, l’IA si distingue per la capacità di “apprendere da sola”, di sviluppare nuovi dati tramite l’interazione con l’ambiente esterno.
Si basa perciò su due elementi: oltre a una base di conoscenza (dati) fornita all’apparecchio in fase di programmazione, come avviene per altro con ogni altra tecnologia digitale, vi è un motore inferenziale1 che si occupa di interpretare, classificare e applicare i dati. La capacità di acquisire nuovi dati e nuova conoscenza deriva proprio dall’interazione fra le due componenti della macchina.
Infine, per essere tale l’IA dev’essere capace di dimostrare almeno una delle seguenti capacità: percezione (es. riconoscimento vocale); comprensione (es. Natural Language Processing); azione (es. chatbot); apprendimento (es. Machine Learning).
Il primo programma di IA nasce nel 1956 e viene battezzato Logic Theorist. Serviva a imitare le capacità di problem solving degli esseri umani. Lo sviluppo dell’IA si arena fra il 1970 e il 1980, a causa delle grosse difficoltà tecniche e di ricerca. Si riparte sul finire del nuovo decennio, grazie alle applicazioni dell’IA nei processi industriali (seppur non tanto connessi con l’organizzazione del lavoro quanto piuttosto con l’organizzazione aziendale2).
Secondo alcune stime l’economia cinese è in fase di rallentamento. In realtà per il momento il Pil è in crescita di oltre il 5%. C’è senz’altro un cambio di strategia in atto e si presentano alcuni problemi, soprattutto sociali, che la dirigenza cinese è chiamata ad affrontare
Premessa
Da qualche tempo i media occidentali pubblicano articoli molto critici sull’attuale situazione economica cinese, prevedendo prospettive molto negative per il Paese asiatico. Bisogna a questo proposito ricordare che ormai da decenni la pubblicistica del Nord del mondo ci ha abituati a vedere sfornare in grande abbondanza previsioni catastrofiche sul Dragone, previsioni poi regolarmente smentite dai fatti.
In realtà nel 2023 il Pil cinese è cresciuto del 5,2% e le stime per il 2024 parlano di un 5,0%. I dati a consuntivo del primo trimestre sembrano confermare la plausibilità di tale valutazione; in effetti il Pil è cresciuto del 5,3%. Certo tali cifre appaiono inferiori a quelle cui Pechino ci aveva abituati in passato, ma, oltre a ricordare che questi dati sono inferiori soltanto a quelli dell’India, va anche considerato che, vista la dimensione cui è ormai giunta l’economia cinese, ottenere tassi di crescita superiori appare un’impresa assai ardua. Certamente, per altro verso, la Cina si trova oggi di fronte ad alcuni problemi di peso mentre sta cercando di cambiare alcuni aspetti del suo modello di sviluppo.
Nel testo che segue cercheremo di fare il punto sulla situazione attuale, avvalendoci anche di molte informazioni tratte da diversi media internazionali, con particolare riferimento ad alcuni articoli apparsi di recente su The Economist.
Le nuove forze produttive
L’economia cinese sta cercando di cambiare, almeno in parte, le sue strategie di crescita. Di fronte a problemi interni (si veda meglio al paragrafo successivo), al rallentamento degli scambi internazionali e all’ostilità crescente dei Paesi occidentali, di fronte anche allo sviluppo impetuoso delle nuove tecnologie, il gruppo dirigente cinese ha messo a punto linee di sviluppo abbastanza nuove.
In questi sei mesi Israele ha ucciso i civili di Gaza, distrutto infrastrutture e ospedali, limitato l'accesso a beni di prima necessità e compiuto una progressiva pulizia etnica. Ecco le prove che documentano questa operazione
Negli ultimi sei mesi, Israele ha ripetutamente massacrato i palestinesi di Gaza, causando la morte di ben oltre trentamila palestinesi, di cui circa il 70% sono donne e bambini. Altre decine di migliaia di persone sono rimaste ferite. Queste stime sono probabilmente per difetto, considerando la deliberata distruzione da parte di Israele del sistema sanitario di Gaza, che è l’unica fonte indipendente di questi dati (che sono utilizzati anche da Israele, compreso il suo primo ministro e l’esercito).
Israele ha cercato attivamente di provocare la morte della popolazione civile di Gaza. Lo ha fatto attraverso la distruzione di istituzioni civili o umanitarie – come ospedali o agenzie di supporto–- e chiudendo la Striscia di Gaza alle sue necessità: cibo, acqua e medicine. Di conseguenza, la popolazione di Gaza (soprattutto bambini) ha già iniziato a morire di fame e disidratazione.
A causa della mancanza di medicine, procedure mediche difficili come amputazioni e cesarei sono condotte senza anestesia. Israele si è spinto oltre nel tentativo di distruggere il tessuto della società palestinese prendendo deliberatamente di mira istituzioni culturali come università, biblioteche, archivi, edifici religiosi e siti storici.
Il discorso israeliano ha disumanizzato i palestinesi a tal punto che la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani sostiene le misure sopra citate. Innumerevoli video dalla Striscia di Gaza difffusi da soldati dell’esercito israeliano attestano ampi abusi nei confronti dei palestinesi (tra cui violenze crudeli e disumanizzazione), saccheggi continui, ormai la norma, e la distruzione selvaggia di ogni tipo di proprietà senza che vi siano state conseguenze.
Benché la retorica dei mullah sia chiaramente anti-israeliana, le relazioni tra i due Paesi sono molto più complesse di quanto appare. In Iran ci sono due opposti schieramenti: uno che vuole fare affari con il resto del mondo e con ogni mezzo; l’altro che aspira a liberare i popoli dalla colonizzazione. Il primo ha continuato a fare affari con Israele, il secondo invece lo combatte, in nome degli stessi principi per cui si oppone all’imperialismo del Regno Unito e degli Stati Uniti
Il conflitto tra Israele e Iran è distinto dal conflitto tra la popolazione araba di Palestina e gl’immigrati ebrei.
Diversamente da una convinzione diffusa, i persiani non sono mai stati nemici degli ebrei. Nell’Antichità fu Ciro il Grande a consentire agli ebrei di fuggire da Babilonia, dove erano stati ridotti in schiavitù.
Dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti s’impadronirono dei resti dell’impero britannico, il presidente statunitense Dwight Eisenhower riorganizzò il Medio Oriente. Per dominarlo, designò propri rappresentanti due potenze regionali: Iran e Israele, Paesi che furono al tempo stesso amici e rivali.
Eisenhower inviò in Siria il segretario di Stato, John Foster Dulles (fratello del direttore della Cia, Alan Dulles), per organizzare un’alleanza tra Iran e Siria al fine di contenere le ambizioni israeliane. Il 24 maggio 1953 Damasco e Teheran firmarono un trattato di difesa reciproca. All’epoca il presidente siriano, generale Adil Chicakli, era filo-britannico e anti-francese. Questo trattato è ancora in vigore [1].
Nel frattempo il Regno Unito entrava in conflitto con il primo ministro dello scià Reza Pahlavi, Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare lo sfruttamento del petrolio. Con l’aiuto degli Stati Uniti, Londra organizzò una “rivoluzione colorata” (Operazione Ajax [2]). MI6 e Cia pagarono migliaia di persone per manifestare contro Mossadeq e ottenerne la destituzione. Accogliendo la “richiesta” del popolo, il sovrano sostituì il primo ministro con il generale nazista Fazlollah Zahedi [3].
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