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furia dei cervelli

L'interminabile fine del capitalismo

Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli

In Capitalismo in-finito , Aldo Bonomi racconta l'ascesa e la caduta della borghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti industriali. Dagli anni Ottanta, le sue quattromila imprese sono cresciute grazie al decentramento produttivo e alla riduzione della società italiana al “ceto medio”. Questa è stata la storia (anche) del Nord-Est, e del suo "capitalismo molecolare". Nel tempo questo modello è diventato l'oggetto di uno dei "miti" della produttività all'italiana.   Oggi la crisi ha lasciato sul terreno una moltitudine di disoccupati e partite Iva che formano una sterminata massa di contoterzisti impoveriti. Diversi per status e per culture professionali dai precari maggioritari, ma come loro ridotti a un neo-proletariato definito anche da Bonomi “Quinto Stato”.


Che cos'è il Quinto Stato

Categoria altamente composita, cresciuta sull'onda della “terziarizzazione” dell'economia, il Quinto Stato raccoglie tre habitus diversi: quello del capitalismo personale; il lavoro della conoscenza, culturale e creativo; quello dei servizi alla persona e della logistica. Più che rappresentare un soggetto unico, e omogeneo, il Quinto Stato è il nome del processo che ha progressivamente precarizzato i rapporti di lavoro, svuotato i territori e i rapporti produttivi. Questo processo ha investito tanto i precari tradizionali, quanto il lavoro autonomo professionale che Sergio Bologna ha definito di “seconda generazione”. 

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Per la costruzione di coalizioni moltitudinarie in Europa*

di Toni Negri 

Contro il dominio del capitale finanziario, gestire democraticamente il governo del comune

Scusate se la prendo da lontano. Vorrei infatti chiedermi prima di tutto che cosa vuol dire “far politica oggi” e risalire poi al tema Europa. Far politica sul terreno dell’autonomia, vale a dire assumendo il punto di vista del soggetto sovversivo e di conseguenza analizzando le figure e i modi di agire del proletariato precario-cognitivo. Ritrovo infatti i bisogni e i desideri di questo soggetto come dispositivo centrale, virtualmente egemonico, nell’analisi dei movimenti della moltitudine dominata e sfruttata nella sua lotta contro l’ordine capitalista.

Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare).

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Obama, #Occupy e le fratture globali

Segmenti di classe e ansie di ricomposizione

di Michele Cento

Note e riflessioni provvisorie su politica di classe, movimenti e istituzioni a partire da La grande frattura, di Bruno Cartosio

Ai Repubblicani che in questi anni lo hanno accusato di promuovere una lotta di classefiscale, Barack Obama ha ribattuto che tassare le fasce più ricche della popolazione statunitense non ha a che fare con il class warfare ma con il National Welfare. D’altronde, invocareil benessere della nazione, il bene comune, è sempre stata una strategia per neutralizzare la lotta di classe condotta da coloro i quali sanno che quel comune non gli appartiene. In questo senso, guardando alle politiche della sua amministrazione, molti sarebbero inclini a dare credito alle rassicuranti parole del presidente. Eppure, nonostante Obama rispedisca puntualmente al mittente le accuse di evocare spettri del passato, le argomentazioni dei Repubblicani non possono essere semplicemente derubricate a becera propaganda politica. In La grande frattura (Verona, Ombre Corte, 2013) Bruno Cartosio soppesa attentamente quelle accuse, sebbene il suo intento non sia di costruire la rappresentazione immaginifica di un Obama class warrior. Né potrebbe essere diversamente per chi, come Cartosio, ha buona memoria dell’indecoroso salvataggio dei banchieri di Wall Street a cui il primo presidente afro-americano non si è di certo sottratto. Piuttosto, Cartosio sottolinea come, per la prima volta negli ultimi trent’anni, con Barack Obama si sia assistito a un timido tentativo di ricomporre la «grande frattura» che attraversa la società statunitense.

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Startup, classe creativa e capitalismo delle “relazioni”

Note per una discussione

di Vincenzo Cuomo

Le riflessioni che seguono sono relative alla lettura di due libri sulle nuove “forme del lavoro” e sul “capitalismo digitale”. Il primo di questi libri, il più importante, serio e stimolante, è quello di Carlo Formenti, intitolato Felici e sfruttati. Il capitalismo digitale e l'eclissi del lavoro1. Il secondo, molto meno stimolante, ma a suo modo utile come “oggetto” teorico su cui riflettere, è il libro a più (troppe) mani, curato da Gianni Vattimo, Pasquale Davide de Palma e Giuseppe Iannantuono, dal titolo Il lavoro perduto e ritrovato2.

La discussione di tali libri mi ha dato l'opportunità di rileggere l'importante saggio di Jean-Luc Nancy, La création du monde ou la mondialisation3, pubblicato in Francia nel 2002. Tale rilettura mi ha portato a porre in questione l'ideologia della creatività che è il presupposto (in parte non ancora indagato) sia delle teorie neo-liberiste relative alla “classe creativa” (Florida4) sia delle teorie che (apparentemente) si oppongono alle attuali forme del capitalismo tecno-globalizzato.
 

1. Lavoro produttivo-lavoro improduttivo

Ancora negli anni Settanta dello scorso secolo, nella fase di inizio della profonda crisi dell'economia capitalistica fordista e pre-informatica, la distinzione/opposizione tra “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” sembrava teoricamente e politicamente sostenibile.

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Uscire dall'euro non basta

A proposito dei manifesti europeo e spagnolo del maggio 2013

di L.Vasapollo, J.Arriola, R.Martufi

Rompere l’europolo, costruire l’alba euro-afro-mediterranea del movimento internazionale dei lavoratori: uscire dall’euro e’ una condizione necessaria, ma non sufficiente

1. La crisi del capitalismo, lungi dall'essere esaurita, diventa sempre più acuta, a causa dell'incapacità del capitale di sviluppare un nuovo modello di accumulazione fattibile, evidenziandone, così, in maniera sempre più decisa il suo carattere sistemico.

Va sottolineato che parliamo da tempo di crisi sistemica poiché già nella sua strutturalità e globalità, questa crisi rende evidente la tendenza alla caduta del saggio di profitto nei paesi più sviluppati, o meglio da noi sempre definiti paesi a capitalismo maturo.

E’ chiara l’evidenza in questo caso dell’enorme distruzione di “forze produttive in esubero”, siano esse forza lavoro o capitale come esplicitazione di forma di lavoro anticipato, e quindi non vi sono più le condizioni per ripristinare un nuovo modello di valorizzazione del capitale che sappia dare la “giusta” redditività agli investimenti; diventa così pressocchè impossibile, e non conveniente in termini di profittabilità, creare possibilità per un nuovo processo di accumulazione capitalista, anche attraverso il cambiamento del modello di produzione e accumulazione.

Ciò significa che la costante sovrapproduzione di merci e capitali nei paesi a capitalismo maturo non trova più soluzione né nelle varie forme di presentarsi e di fuoriuscire dalle crisi congiunturali né di quelle di natura più strutturale, ma si va configurando sempre più un carattere di crisi globale accompagnata da crisi sistemica.

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Il ritorno della "Balena bianca" e la crisi del capitalismo

G. Della Casa e S. Mucci intervistano Luciano Vasapollo*

Governo Letta:"Il ritorno della balena bianca"

Il governo Letta si è definitivamente insediato. Rispetto al governo Monti, di cui lei parla nel libro “Il risveglio dei maiali - PIIGS” e nel libro “Se cento giorni di Monti vi sembrano pochi”, c’è continuità o discontinuità?

“Non c’è assolutamente alcuna discontinuità, è la politica che sta imponendo la Banca Centrale Europea. Questo si può notare anche dalle politiche socio-economiche  e dalle scelte operative conseguenti applicate nei mesi appena trascorsi. Di solito, quando un paese è instabile dal punto di vista della governabilità, la speculazione finanziaria lo attacca; ciò è avvenuto con la Spagna, con la Grecia, con l’Irlanda e  il Portogallo. Durante questi due mesi di assenza completa dei governi in Italia, non c’è stato alcun attacco speculativo perché si è determinata una stabilità compatibile voluta e studiata a tavolino: ha continuato a governare l’esecutivo di Monti che ha applicato le politiche finanziarie, monetarie ed economiche di carattere neoliberiste volute dalla Banca Centrale Europea, dalla Troika quindi anche dal Fondo Monetario Internazionale e ovviamente dalla Commissione Europea. Parallelamente a questo si stava delineando il quadro necessario di maggiore stabilità in funzione di tale politica di austerità, che poi significa massacro sociale con un attacco senza precedenti al salario diretto, indiretto e differito.

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Corpo e mente nel postfordismo

La trappola del "General Intellect"

di Roberto Finelli

1. Affettività e postmodernità

Il postmoderno nasce quando oggetto del dominio del capitale sulla forza-lavoro cessa di essere il «corpo» e comincia ad essere la «mente». Quando cioè funzione fondamentale del processo produttivo per quanto concerne la forza-lavoro è la subordinazione e l’omologazione della coscienza. Sia che si tratti infatti di erogazione di energia lavorativa alla macchina informatica sia che si tratti di partecipazione alle procedure della cosiddetta «qualità totale», ciò che è in gioco nella sussunzione reale della forza-lavoro al capitale non è più la materia ma lo spirito del lavoratore. L’intelligenza di questi, la sua capacità di scelta, la sua intera complessità emozionale-intenzionale è ciò che infatti ora serve al capitale da quando l’automazione unita all’informatica espelle forza-lavoro manuale e richiede forza-lavoro mentale e da quando la filosofia dell’azienda richiede un lavoro riflessivo, capace cioè di assumere il proprio costante miglioramento a oggetto di se stesso. In particolare la macchina informatica richiede una forza lavoro mentale a sé particolarmente subalterna ed omogenea, essendo la sua caratteristica fondamentale quella di collocare una serie enorme d’informazioni al di fuori del cervello umano e di dar luogo così a una mente artificiale di cui quella umana diventa solo funzione e appendice.

Almeno appare esser tale nel lavoro salariato o nel lavoro autonomo appaltato al capitale, laddove è ampliamento di memoria a disposizione di un soggetto elaboratore e creativo solo nel caso di lavori privati e ad alto contenuto di professionalità. Così la macchina dell’informazione applicata a processi produttivi capitalistici istituisce un sistema macchina-forza-lavoro che richiede erogazione di lavoro astratto: cioè di lavoro che, privo di coscienza del senso complessivo delle informazioni che organizzano e comandano il processo produttivo, immette risposte ed elaborazioni già predeterminate e precodificate.

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Il discrimine del conflitto precario, oggi

Verso un processo costituente sociale ed economico

Andrea Fumagalli

L’impasse politico-istituzionale della formazione del nuovo governo, in seguito a tentativi presidenziali (golpisti?) di imposizione di pseudo-coalizioni di larghe intese o di saggi, non riesce comunque a nascondere l’altrettanto grave e più importante impasse socio-economica. Ogni giorno telegiornali e media riportano dati e analisi sullo stato comatoso dell’economia italiana, ieri da parte della Confcommercio, oggi dall’Ocse e dal Fmi, domani dalla Banca d’Italia. L’Italia ha la maglia nera nella crescita del Pil nel 2012, nelle aspettative per il 2013, nel più alto calo a livello europeo del potere d’acquisto del lavoro e, quindi, dei consumi, nella qualità e nei livelli occupazionali, nella dinamica della produttività, nella concentrazione dei redditi, nella minor spesa di welfare per istruzione, nella minor dinamica delle spese in R&S, nella minor apertura internazionale del sistema bancario e nella sua maggior onerosità, nelle politiche a sostegno del reddito, nella maggior iniquità del sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Contemporaneamente, gli stessi telegiornali e media non fanno altro che ricordarci e ribadire come sia fondamentale e prioritario il risanamento dei conti pubblici, l’imprescindibile necessità di adottare politiche d’austerity. Non ci soffermiamo su questa schizofrenia che la dice lunga sull’altrettanto stato comatoso dell’informazione italiana, soprattutto se economica.

Ci soffermiamo piuttosto sul fatto che tale situazione giocoforza non può proseguire. Qualche mese fa avevamo parlato di stato di crisi permanente. Oggi anche la gestione politica (più che economico-finanziaria)  di questa crisi permanente è in difficoltà, perché le premesse su cui si è basata (che possiamo definire la governance dei due tempi) è a sua volta in crisi.


La politica dei due tempi

È a partire dagli anni Ottanta (dopo la sconfitta delle lotte operaie e sociali degli anni Settanta, che tanto avevano contribuito al processo di modernizzazione dell’Italia) e soprattutto dagli anni Novanta che si mette a fuoco una  nuova governance economica, che si manifesterà concretamente nei decenni a venire (perché, checché se ne creda, in Italia si fa politica economica): una politica economica che possiamo definire dei “due tempi”.

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Classi medie e rivoluzione sociale

Sebastiano Isaia

L‘altro ieri il filosofo polacco Marcin Król ha voluto condividere con l’opinione pubblica mondiale una scoperta di portata davvero capitale: «La rivoluzione è possibile». Capite? La rivoluzione è ancora possibile in Occidente! Forse ho capito male, forse sto nutrendo e vendendo false speranze. Meglio continuare nella lettura: «È sbagliato credere che dei giovani arrabbiati contro il sistema, ma privi del linguaggio abituale dei partiti politici e dei movimenti politici organizzati, non siano capaci di portare a termine una rivolta organizzata. La rivoluzione non si è mai fatta in nome di una misura particolare, per esempio un maggiore controllo bancario, ma perché non è più possibile vivere in queste condizioni» (La rivoluzione è possibile, Wprost di Varsavia, 10 aprile 2013). Certo, la locuzione «giovani arrabbiati» adoperata da Król è alquanto aleatoria e ambigua, soprattutto per uno che, come chi scrive, è abituato a ragionare, e sovente a pasticciare, con le vecchie categorie marxiane. Ma di questi grami tempi bisogna accontentarsi del famoso bicchiere mezzo pieno: insomma, il realismo inizia a contagiarmi!

Non c’è dubbio: a un certo punto della crisi sociale la rivoluzione si dà, almeno per una parte degli strati sociali «che non hanno nulla da perdere», come una “scelta obbligata”, mentre un’altra parte vi vede senz’altro anche il nuovo mondo che è possibile conquistare una volta distrutto quello vecchio.

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Foto di “classe” e album di famiglia

di Militant

Quanti sono i lavoratori italiani? Che cosa fanno? Quanto guadagnano? Che tipo di contratto hanno? Da anni la nouvelle vague egemone in certa sinistra ci vorrebbe tutti quanti catapultati nell’era del biocapitalismo cognitario: un’epoca in cui si producono soprattutto simboli e segni e in cui la produzione delle merci è diventata immateriale, sempre più intangibile, frutto di facoltà relazionali, affettive e, per l’appunto, cognitive e in cui è centrale il ruolo dei saperi e della conoscenza. Alcuni, partendo da questi presupposti si sono spinti fino a considerare ormai superata la teoria marxiana del valore. La formula generale del Capitale (D-M-D’) andrebbe pertanto riposta in soffitta tra i vecchi ricordi insieme ad attrezzi e categorie altrettanto vetuste come le classi sociali, l’imperialismo, il potere, ecc. Per contro un’altra scuola di pensiero, quella che Quadrelli in “Noi saremo tutto” individua come l’ipotesi FIOM, si ostina invece a sostenere (in salsa radicale o riformista a seconda della propria ragion d’essere) che in fondo da trent’anni a questa parte nulla è cambiato e che il mondo del lavoro continua a girare sempre nello stesso modo. Chi ha ragione? Chi ha torto? Proviamo a rispondere partendo da alcune “foto di classe” grazie anche a “Il mercato senza lavoro”, un libro molto interessante uscito in questi mesi per i tipi di Edizioni Lavoro, la casa editrice della CISL (ebbene si!). Proseguiamo dunque consapevoli del fatto che ogni istantanea se da un lato è capace di congelare il momento dall’altro è sempre insufficiente a descrivere il movimento, ossia le tendenze in corso.

Cominciamo col dire che a luglio 2012 secondo la Rilevazione continua delle forze del lavoro (RCFL) dell’ISTAT gli occupati (dipendenti e autonomi) erano 23 milioni e 25 mila, dato che corrisponde ad un tasso di occupazione del 56,7%.

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La maledizione del settennato

di Elisabetta Teghil

L’attuale presidente della repubblica conferma la fondatezza della leggenda metropolitana della maledizione del settennato, per cui l’ultimo presidente è sempre peggiore di quelli che lo hanno preceduto.

Quello attuale ha sponsorizzato l’aggressione alla Libia, con la violazione della Costituzione che diventa un dettaglio di fronte al fatto di non aver difeso gli interessi nazionali, che coincidevano con il mantenimento al potere di Gheddafi, e di aver permesso perciò la venuta meno della Libia dall’ambito della sfera di influenza italiana, come hanno sempre previsto i taciti accordi tra le potenze occidentali, cioè che le ex colonie rimanessero nell’ambito di riferimento degli ex paesi colonizzatori.

Poi, ci ha regalato un golpe “bianco” che ci ha imposto un governo portatore non di interessi nazionali, ma di quelli dei poteri forti transnazionali ed, infine…, dicono che il veleno è nella coda… si è inventato due commissioni che dovrebbero lavorare per dare indicazioni utili al parlamento per fare delle “riforme” istituzionali ed affrontare i nodi economici e sociali.

Ci dicono che la sua dichiarazione di rimanere nel pieno delle sue funzioni fino all’ultimo secondo del suo mandato sia stata dettata anche da una telefonata intercorsa con Draghi.

Se una volta Vienna condizionava la nomina del papa, perché oggi non dovrebbe farlo Washington?

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Scontro fra temporalità: capitale, democrazia e piazze

di Massimiliano Tomba

Pearl Roundabout Bahrain Protests1Mentre l’Occidente stava celebrando la “pacifica transizione verso la democrazia” del mondo arabo, in molte piazze del mondo si potevano leggere i seguenti slogan: “La democrazia è uno scherzo” (Bruxelles), “La democrazia è un’illusione” (Londra), “La democrazia è stata sequestrata”, hanno detto gli Indignati spagnoli fuori dal parlamento il 25 settembre 2012: “abbiamo intenzione di salvarla.” “Democrazia reale adesso”, rivendicano i manifestanti scesi in diverse piazze del mondo. Perlomeno, la “transizione alla democrazia” richiede che si approfondisca una questione: quale democrazia stiamo parlando?

I poteri occidentali hanno tentato sia di neutralizzare che di cooptare le proteste nel mondo arabo mostrandole come transizione da una forma governativa a un’altra. Una transizione che, da un lato, permette all’Occidente di mantenere la sua egemonia nel golfo ricco di petrolio, dall’altro lato presuppone il modello di democrazia rappresentativa dell’Occidente come l’unica configurazione della democrazia contemporanea. Come tratterò nel presente articolo, questo modello democratico è in crisi. E non perché esso abbia brillato in una qualche golden age della democrazia, ma perché le tensioni interne ed esterne ne mostrano ora tutta l’obsolescenza. Anche e soprattutto per la sua capacità di autolegittimarsi.

Un articolo recentemente pubblicato sul New York Times (Krugman 2011) denuncia l’attuale livello di disoccupazione pericolosamente elevata sia in America che in Europa, e la sfiducia nei leader e nelle istituzioni come parte di un contesto generale in cui “i valori democratici sono sotto assedio”.

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Quando si paga il debito sovrano?

di Giorgio Gattei

La lotta delle classi nel mondo antico si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. "
(K. Marx, Il capitale. Libro primo, Roma 1965, p. 168)
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1. Debito sovrano e "guerra di classe"

Alle volte l'indebitamento è necessario: altri ti prestano il denaro che ti serve per le necessità del momento e fino alla scadenza paghi soltanto gli interessi. Al termine rimborsi il valore-capitale, ma potresti anche non pagare niente se quel debito viene rinnovato con lo stesso od altro prestatore. Così l'obbligazione debitoria si può trascinare nel tempo, giusto il detto che "solo domani pagherò!". E' ciò che è successo al debito pubblico italiano che, di rinnovo in rinnovo, è raddoppiato dal 60% del PIL nel 1982 al 120% di oggi.

Eppure fino all'anno scorso nessuno sembrava preoccuparsene più di tanto: certamente ci si lamentava del peso finanziario che si stava accumulando sulle spalle delle future generazioni, ma si faceva ben poco per ridurlo. Tutto è invece precipitato con la firma del fiscal compact da parte del governo "tecnico" nel febbraio 2012 (e successiva ratifica parlamentare il 19 giugno): infatti col fiscal compact i cittadini italiani, volenti o nolenti, si sono impegnati a ridurre nell'arco di un ventennio il proprio debito sovrano fino al 60% del PIL, com'era peraltro la percentuale prevista dai parametri di Maastricht. Ma siccome quel debito ammonta a 2000 mld di euro (il 120% del PIL), ciò significa che, per portarlo a 1000 mld, i governi a venire, quale che sia la maggioranza che li sosterrà, dovranno iscrivere ogni anno al passivo di bilancio 50 mld di euro, da recuperare con imposte e tasse anche se si decidesse di non fare alcuna spesa pubblica!

Ma perchè è così precipitata la questione del rimborso del debito sovrano? Perchè si sono definitivamente rovesciati i rapporti di forza tra le classi sociali.

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I circuiti della ricomposizione

Verso e oltre lo sciopero del 22 marzo

di Anna Curcio e Gigi Roggero

Ripensare lo sciopero, trovare l’equivalente funzionale della forma-sindacato, costruire processi di generalizzazione. Ecco i rovelli con cui ci confrontiamo da anni, da quando cioè la nuova composizione del lavoro vivo e le trasformazioni produttive hanno reso inservibili o quasi molti degli strumenti organizzativi del passato. A fronte di tali nodi gordiani abbiamo fatto fatica ad andare al di là dell’enunciazione, magari dell’allusione simbolica, comunque a superare la semplice constatazione di ciò che non funziona più. Ancora una volta sono le lotte a indicarci forse non delle soluzioni, ma certamente delle corpose ipotesi verso cui direzionare le riposte. Così è per i blocchi e gli scioperi selvaggi dei lavoratori della logistica, in quello che ormai – per le caratteristiche comuni, per l’estensione e per la durata – possiamo definire un vero e proprio ciclo di lotte. É su questa base che è stato convocato per venerdì 22 marzo lo sciopero generale dei lavoratori della logistica: non sarà un semplice evento, ma un passaggio di straordinaria importanza che si colloca dentro un processo di accumulo di conflitti e di ulteriore espansione. Prima e dopo il 22 i facchini delle cooperative che gestiscono la circolazione delle merci del centro-nord Italia non faranno straordinari, per ribadire che vogliono colpire sul serio gli interessi della controparte. Definirlo uno sciopero di settore sarebbe riduttivo e probabilmente anche fuorviante, perché è proprio la settorialità che queste lotte stanno mettendo in discussione, ponendo con forza le questioni della generalizzazione e della ricomposizione.


Rottura della frammentazione e composizione di classe

I lavoratori della logistica al centro delle lotte, in particolare i facchini, sono nella loro quasi totalità migranti.

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I predatori del voto negato

di Ferruccio Gambino 

Gli immigrati non possono votare alle elezioni politiche. Ma "contano" come popolazione residente, gonfiando la torta dei seggi da spartire. Soprattutto al Nord-Ovest, dove vive più di un terzo degli stranieri. Lampante il caso della "Ohio d'Italia", la Lombardia

1. Una rendita elettorale che non fa notizia

L’esclusione di tutti i migranti residenti in Italia dal voto nelle elezioni politiche del 24 febbraio 2013 è uno dei tanti atti di discriminazione contro gli stranieri che si consumano nel mondo e che di solito passano inosservati. Ne sono autori molti governi e organi legislativi di paesi d’immigrazione, che negano il voto ai migranti e allo stesso tempo li contano come parte della popolazione nazionale, gonfiando così la torta dei seggi elettorali da spartire, una vera e propria rendita elettorale a favore dei sistemi politici vigenti.[1]

Nel caso italiano, ormai da più un ventennio perdura l’ostilità endemica al voto dei migranti nelle elezioni politiche, nelle quali possono votare solo i cittadini.[2] La legge per il difficile ottenimento della cittadinanza risale al 1992. Il ceto politico che allora non prendeva sul serio la questione del voto dei migranti ha finito poi per non prendere sul serio neppure il voto dei cittadini e per presentare liste bloccate di nominati dalle segreterie dei partiti (legge elettorale cosiddetta Porcellum del 2005).[3] A loro volta molti dei cittadini ricambiano o rifiutandosi di votare o acconciandosi passivamente a mettere una croce su quello che passa il convento.

Dunque, in sovrimpressione sul crescente numero dei non votanti, delle schede bianche e nulle nelle elezioni di febbraio andrebbe stampata la quindicennale parabola ascendente del numero dei migranti in età di voto, che non compaiono sui radar elettorali ma – in modo intermittente – sui radar della Guardia costiera e della Nato.