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laboratorio

Le illusioni sul fratello di Montalbano

di Domenico Moro

L’altro giorno sulla metro di Roma un tizio, mentre commentava le primarie del Pd, ha detto seriamente: “Ha vinto il fratello di Montalbano. Strano, però, non portano lo stesso cognome.” A quanto sembra, Guy Debord il filosofo francese teorico della “società dello spettacolo” sembrerebbe essere stato ampiamente superato dall’odierno potere illusionista della Tv. La fantasia, lo spettacolo si confondono con la realtà, anzi sono parte della realtà. Purtroppo, c’è da temere che un’altra illusione si stia impadronendo di una parte della sinistra e forse del suo elettorato. Tale illusione è che ora il Pd ritornerà il partito di sinistra che era prima della parentesi di Renzi, quasi che quest’ultimo sia stato un outsider piovuto da Marte.

Si tratta di una concezione molto ingenua e semplicistica che attribuisce a Renzi una mutazione genetica del Pd che, invece, è nata ben prima del Pd e può essere fatta risalire addirittura a quando il Pci si trasformò non in socialdemocrazia ma in partito liberaldemocratico. Non è stato Renzi a iniziare a precarizzare il lavoro, ma Treu. Né è stato lui a fare le maggiori privatizzazioni, a partecipare alle cosiddette “missioni di pace” all’estero, schierandosi sempre con gli Usa e la Nato, anche quando Berlusconi nicchiava (Georgia e Libia ad esempio). Sono stati i governi di centro-sinistra come quelli di D’Alema e di Prodi.

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blackblog

Se il modernismo è totalitario

di Emilio Gentile

Quarantacinque anni fa, la rivista «Storia contemporanea», fondata e diretta da Renzo De Felice, pubblicò una nota di considerazioni sull’ideologia del fascismo. L’opinione allora dominante fra gli studiosi negava l’esistenza di una ideologia fascista. Tutt’al più si concedeva al fascismo un’ideologia abborracciata e rabberciata con scampoli di ideologie tradizionaliste e reazionarie. Invece, l’autore della nota sostenne che il fascismo non solo ebbe una propria ideologia, ma fu un’ideologia modernista, rivoluzionaria e totalitaria, espressione di un movimento politico nuovo, mosso da un ottimismo tragico e attivo alla conquista del futuro, con l’ambizione di dare inizio a una nuova epoca e costruire una nuova civiltà. Il fascismo, proseguiva la nota, animato dal «mito del futuro», mirava alla rigenerazione della nazione per creare un «uomo nuovo», entro le strutture dello Stato totalitario, dove la massa viveva in condizione di mobilitazione organizzata permanente. «Nello Stato totalitario la vita civile era uno spettacolo continuo, dove l’uomo nuovo fascista si esaltava nel flusso della massa ordinata, col suggestivo richiamo alla solidarietà collettiva fino a raggiungere, in momenti di alta tensione psicologica ed emotiva, la fusione mistica della propria individualità con l’unità della nazione e della stirpe, attraverso la mediazione magica del duce».

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mondocane

Colonialisti una volta, colonialisti sempre

Il razzismo degli antirazzisti

di Fulvio Grimaldi

Quanto più grande è la devastazione causata dal neoliberismo, tanto più grande è l’esplosione di ONG. Nulla dimostra questo dato in modo più convincente del fenomeno per cui gli Usa si preparano a distruggere un paese e al tempo stesso allestiscono ONG che preparino e poi bonifichino la devastazione”. (Arundhati Roy)

….ogni scherzo vale

E’ carnevale. Un tempo rito propiziatorio di greci e romani, ricco di licenze, svaghi e rovesciamenti di ruolo. Come al solito, se ne è appropriato il cristianesimo, evirandolo dei suoi elementi libertini e facendotelo pagare con 40 giorni di quaresima. Un’occasione che la nostra classe dirigente non si lascia sfuggire e festeggia con grande impegno. Irrinunciabili, al vertice, le maschere di Pulcinella, Arlecchino, Brighella, Burlamacco, Stenterello, Balanzone, che si sono alternate impersonandosi in presidenti del Consiglio, da Berlusca ad oggi. Tra loro hanno colto al volo il momento anche i pidini da Congresso della famosa canzone “Siamo sempre tre, tre somari e tre briganti, siamo tre”, che a Milano, “contro il razzismo e la xenofobia” (non gli è rimasto che quel tema,serve a riprendersi gli appalti) sfilano travestiti da politici di sinistra.

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genova citiy strike

Zingaretti: le speranze stanno a zero

di Genova City Strike-NST

Dopo essere stato eletto, il nuovo segretario del PD Nicola Zingaretti, ha annunciato che il suo primo impegno è il TAV. Vale la pena di ricordare che, contro quel mostro inutile, si contano oramai pdecenni di lotte popolari, che i compagni hanno accumulato, in questi anni, migliaia di denunce penali (di cui alcune centinaia solo a Genova contro il Terzo Valico), si sono mobilitati in cortei, presidi e azioni milioni di persone. Se voleva dare il senso del cambiamento, Zingaretti ha deciso di calare subito un asso. Ha deciso che sta con i padroni, con la devastazione ambientale, con coloro che in questi anni hanno distribuito tangenti, con le mafie che ingrassano con gli appalti delle "grandi opere". Con quelli che non trovano le risorse per ospedali, case, servizi, stipendi, mentre i soldi per un'opera inutile li hanno sempre. Questo è l'inizio, il resto, verrà da se. Alle primarie, pare che abbia partecipato più di un milione di persone. Non sono poche, anche perché la politica ha, in questi anni, tassi di partecipazione ridicoli. Ai seggi molti anziani ma anche molti che hanno deciso, visto il clima politico e i venti reazionari che spirano, che valeva forse la pena di compiere un atto considerato di "resistenza". Nei giorni precedenti, i candidati alle primarie del PD all'unisono avevano dichiarato che il jobs act, la Fornero e altre facezie del genere erano leggi giuste e da difendere, che il legittimo presidente del Venezuela era il golpista filo NATO Guaidò e che il problema vero era combattere contro i sovranismi e i populismi.

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senso comune

Cosa raccontano alla politica italiana le primarie del PD

di Tommaso Nencioni

La complessiva riuscita dell'”operazione primarie” del Partito democratico, prima ancora del suo esito a favore di Nicola Zingaretti, lancia alcuni segnali al mondo politico italiano. Segnali che sarebbe inopportuno sia ignorare che, al tempo stesso, sopravvalutare. Partiamo dai rischi di sopravvalutazione. Tutte le leadership democratiche, da che il principale partito della sinistra italiana si è dotato delle primarie aperte quale metodo di selezione dei propri gruppi dirigenti, sono state legittimate da un vasto concorso di popolo; salvo poi, nella migliore delle ipotesi, non aver saputo gli eletti rispondere a quello stesso popolo in termini di azione di governo e aver quindi dilapidato il capitale di credibilità accumulato con le primarie (Prodi, Renzi); oppure aver presto scontato lo scarto tra la legittimazione del proprio popolo e l’orientamento impietoso, o comunque meno favorevole del previsto, da parte dell’elettorato (Veltroni, Bersani). Il successo nella legittimazione della leadership non ha quindi, di solito, riscontro in una conquista dell’egemonia nel Paese. Questo fattore è diventato talmente una costante che, tra le molte similitudini che caratterizzavano i tre contendenti di questa tornata, ne figurava una abbastanza paradossale, trattandosi di un’occasione di sbandierato rilancio del PD: Zingaretti, Martina e Giachetti avevano infatti firmato in precedenza il manifesto-Calenda, e si erano perciò impegnati a priori a partecipare alla prossima contesa elettorale, quella per le europee, annacquando il PD in una lista civica nazionale in alleanza con le altre forze liberiste temperate ed europeiste.

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campoantimp2

«Lazzaro, vieni fuori!»

di Piemme

Se c'è un sostantivo che meglio di tutti esprime la entusiastica lettura che i giornaloni di questa mattina danno delle primarie del Pd questo è "ritrovamento". Il Pd avrebbe "ritrovato" il suo popolo.

La cosa è quantomeno dubbia, ma allora perché tanta l'esultanza da parte dell’élite eurista? Semplice: dopo tanti rovesci il vero “ritrovamento” è quello del proprio braccio politico in vista della cacciata dei barbari e della riconquista di Palazzo Chigi. Per cui, diversamente da Stefano Fassina, non abbiamo alcuna ragione per dire che si è trattato di “una bella domenica per la democrazia italiana”.

Lazzaro è risorto!

Nessuno meglio di Ezio Mauro poteva esprimere la soddisfazione per l’avvenuto miracolo:

«Uscire di casa, molto semplicemente, per testimoniare un’atra idea dell’Italia. Lo hanno fatto in duecentocinquantamila a Milano, sabato, alla manifestazione contro il razzismo. E ieri, oltre un milione e mezzo di persone si sono messe in coda al gazebo delle piazze di tutt’Italia, nelle primarie che hanno scelto Zingaretti come nuovo segretario del Pd. Sono due movimenti non coincidenti, ma concentrici, perché mossi, entrambi, dalla stessa spinta: la coscienza della responsabilità democratica nei confronti del Paese, di chi vuole andare avanti, di chi chiede aiuto e anche di chi ha paura».

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contropiano2

Il Pd “svolta” rimanendo fermo

di Dante Barontini

Habemus secretarium! Il popolo del centrosinistra ritrova “la ditta” anche sul piano politico, dopo l’ascesa di Maurizio Landini al trono della Cgil.

Il fratello di Montalbano sorride felice, forte di una percentuale oscillante tra il 60 e il 70% su una platea di votanti dichiarata intorno al milione e 700mila persone.

Non ci metteremo qui a discutere sella serietà democratica di “primarie aperte” (che il segretario di un partito venga scelto da chiunque passi per strada, magari anche iscritto o simpatizzante di tutt’altra formazione, resta per noi un’assurdità). Né delle procedure disinvolte, della possibilità di votare più volte, ecc.

Il dato che va assunto è politico, e non c’è stupidaggine di dettaglio – ce ne sarebbero molte – che possa cambiare il dato di fatto: il Pd torna in mano all’establishment del centrosinistra di sempre, ovviamente in nome del “cambiamento”.

Il fatto che con questa scelta venga sepolto il “renzismo” è quasi secondario. L’establishment ha visto che il “vuoto a sinistra” era gigantesco; che lo scenario al centro era superaffollato; che la destra presenta venature fascistoidi tranquillamente sopportate nella vita sociale quotidiana, ma controproducenti se diventano leggi dello Stato; che il grillismo è entrato in una crisi probabilmente irreversibile (la conferma viene dal voto di ieri: “l’affluenza è stata omogenea in tutto il territorio nazionale, con un leggero picco al centro-sud, in particolare nel Lazio e in Campania”, le regioni in cui l’avanzata Cinque Stelle era apparsa inarrestabile).

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intell attuale

“Competitivismo" e meritocrazia

di Guido Carlomagno, IASSP

Due eventi apparentemente scollegati fra loro, occorsi negli ultimi giorni, racchiudono un profondo significato simbolico:

a) domenica sera nel teatrino televisivo orchestrato da Fabio Fazio, rigorosamente in prima serata sul servizio pubblico, dopo il consueto sermone del Prof. Cottarelli sui “Conti-in-Ordine”, fa il suo ingresso sulla scena, quasi in guisa catartica, Roberto Saviano. Il noto scrittore ed intellettuale si concede questa apparizione nella sua arena televisiva preferita per presentare, insieme al regista Claudio Giovannesi, il film in uscita nelle sale cinematografiche La paranza dei bambini, tratto dal suo omonimo romanzo ed avente per tema il tipico cavallo di battaglia dell’autore: la narrazione “immaginifica” del mondo della criminalità organizzata napoletana. Il suo intervento può riassumersi così: questi “scugnizzi” di Napoli sono nella maggior parte dei casi ragazzi dotati di un talento e di un acume imprenditoriale molto superiore alla media. Ciò implica che abbiano una legittima e sana aspirazione ad “emergere”, ad affermarsi economicamente, ad emanciparsi dalla subalterna condizione sociale che ha riservato loro il Destino. L’unico errore che compiono è quello di cercare scorciatoie per farlo: invece di utilizzare il loro talento al servizio della sfida della cosiddetta “meritocrazia”, cogliendo tutte le opportunità che il grande gioco della globalizzazione competitiva mette a disposizione all’interno del set di regole che lo legittimano, loro, in assenza di guide e modelli culturali che li indirizzino verso questo percorso dorato, peccano di “impazienza” e scelgono la via apparentemente più breve della criminalità.

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scenari

Femminismo per il 99%

Recensione di Alessandro Volpi

Scrivere su di un manifesto femminista, per un uomo, è sempre un’impresa che si presta a innumerevoli rischi, nella misura in cui un soggetto – che, rispetto alla contraddizione posta, si trova in una posizione di privilegio – pensa di poter prendere la parola su di un tema che non vive sulla sua pelle. Una possibile via d’uscita è assumere una prospettiva suppostamente scientifica, ma ciò non è qui possibile visto che, in questo caso, ci troviamo di fronte a un testo radicalmente politico. Una ragione che invece giustifica la mia scelta di recensire questo lavoro è che le autrici assumono apertamente una posizione anti-separatista e, anzi, pensano a una necessaria articolazione fra le varie lotte contro ogni forma di dominio e di sfruttamento prodotta dal sistema capitalista globale. In questo senso la prospettiva dalla quale posso accostarmi al testo, che però non viene menzionata, è quella di una generazione (la mia) a cui è stata negata la possibilità di immaginare una vita degna per il proprio futuro. Il volume di cui stiamo parlando è Femminismo per il 99%. Un manifesto, (ROMA-BARI: LATERZA, 2019) scritto dalle accademiche e militanti femministe degli Stati Uniti Cinzia Arruzza, Tithi Bhattachraya e Nancy Fraser, e recentemente pubblicato in Italia da Laterza, ma uscito contemporaneamente anche in altre lingue, tra cui ovviamente l’inglese e poi il francese, lo spagnolo, il portoghese e altre ancora.

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ragionipolitiche

Primarie Pd

Intervista a Carlo Galli

Alle primarie il Pd ha dato un flebile segno di vita. Nell’anno trascorso dalla sconfitta del 4 marzo 2018 il Pd  non ha fatto politica anche perché non ha avuto il coraggio di affrontare veramente la realtà – non ha mai svolto un’analisi del voto –, perché ha temuto che affrontandola si sarebbe spaccato. Infatti, dentro il partito democratico convivono linee interpretative della politica, della società, idee di Italia ed Europa, parecchio diverse. Ora, il  candidato che meno deve a Renzi, cioè Zingaretti, il quale più degli altri è accreditato di essere una persona di centro-sinistra e non di centro, non solo ha vinto, ma probabilmente è stato determinante, con la sua presenza, a far sì che il numero dei votanti diminuisse non di molto rispetto alle primarie del 2017 – le ultime vinte da Renzi, con 1 milione e ottocentomila partecipanti –. Il fatto che fra i candidati ci fosse Zingaretti, che bene o male è stato fatto passare come un momento di discontinuità – sia pure blanda – rispetto all’èra Renzi, ha fatto sì che gli italiani che hanno un orientamento di centro-sinistra si siano sentiti meno demotivati che in passato a partecipare alle primarie del Pd.

Però, resta ancora tutto da definire il contenuto di questa discontinuità, molto blanda: rispetto al rapporto fra l’Italia e l’Europa; rispetto al rapporto fra il Pd e i Cinquestelle, che è l’unico politicamente praticabile per un partito come il Pd, che – come gli altri partiti, del resto – si trova ad agire in un contesto proporzionale e non può avere una vocazione maggioritaria, perché non può pensare di prendere il 51 per cento dei voti, e non può pensare di affrontare le elezioni solo alleandosi con liste civiche.

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contropiano2

Venezuela. La visione controcorrente di un ex dirigente dell’Onu

di Pino Arlacchi*

Nel momento in cui il supremo teorico della guerra non-occidentale, Sun Tzu, affermava che l’ arte della guerra si basa sull’ inganno esistevano solo le guerre dichiarate e combattute con le armi della violenza fisica.

Ma l’ insegnamento del teorico cinese era abbastanza profondo da dimostrarsi valido anche oggi, in tempi di guerra coperta, non convenzionale, combattuta con le armi dell’ economia e soprattutto della finanza. Dove l’ inganno consiste nella disinformazione e la disuguaglianza tra le parti contrapposte si basa sul possesso o meno dei mezzi di disinformazione di massa.

Se c’è una lezione che ho imparato dirigendo una parte non trascurabile dell’ ONU è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Anche in tempi di pluralismo informativo come i nostri, le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – sono ancora quelle della classe dominante. Che rivolta cose e fatti a suo uso e consumo.

Dietro ogni guerra c’è una menzogna.

E quello del Venezuela si configura oggi come un caso di guerra non convenzionale coperta da una gigantesca truffa informativa.

Chiunque abbia voglia di documentarsi sulla crisi del Venezuela consultando fonti diverse dalla vulgata prevalente farà fatica a mantenere la calma. Perché si scontrerà ad ogni passo con una narrativa falsa, omissiva e distorta.

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alfabeta

La ripresa di Fachinelli tra Kierkegaard e Heidegger

di Gioele P. Cima

Nel terzo atto de Il paradosso della ripetizione (1973), saggio che attacca duramente l’istituzione psicoanalitica e le sue pratiche affiliative e di potere, Elvio Fachinelli espone la sua teoria della ripetizione. Per lo psicoanalista trentino, Freud si sarebbe limitato a concepire solo il “lato cattivo” della ripetizione, presentandola come un meccanismo coatto che ritaglia la realtà secondo specifiche regole pregresse e da cui scaturirebbe uno schema deterministico unilaterale e immodificabile.

“Per Freud […] il passato diventa presente: è il transfert, l’agire […]. Ma in questo modo il presente quasi non esiste di per sé, non incide; e poiché l’esperienza passata risulta essere, in buona parte, ‘al di là del principio di piacere’, la sua ripetizione tende ad essere ripetizione del negativo.”

Una visione del presente così irriducibilmente inchiodata al passato non è problematica solamente per il modo in cui semplifica la reale complessità dell’esperienza umana, ma anche per il suo risvolto politico: dire che l’uomo è giocato dalla ripetizione, che il suo avvenire non sarà altro che una copia del passato, vuole dire concepire l’inconscio come lo ‘straniero’ nella macchina che manipola l’arbitrio del soggetto e lo priva della possibilità etica di scegliere. Più nello specifico, dire che la ripetizione freudiana deresponsabilizza il soggetto dal proprio sintomo significa dire che la psicoanalisi non è una disciplina demistificatoria, ma essenzialmente reazionaria (e dunque ideologica).

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rete dei com

Ricerca, riflessione e pensiero critico nell'elaborazione del Centro Studi CESTES

di Italo Nobile

Più passa il tempo e più la riflessione di Luciano Vasapollo e di Rita Martufi diventa vivace e appassionata. Interpreti consapevoli di un metodo materialista essi in primo luogo aggiornano i temi più rilevanti su cui si sono concentrati nel passato al fine di verificare le ipotesi fatte ma anche di registrare quei cambiamenti che ci costringono almeno in parte a mutare rotta.

Vogliamo dare uno sguardo a tre testi editi in questo periodo dalla casa editrice Efesto.

Il primo è l’aggiornamento e l’ulteriore elaborazione a partire da un testo del 2000 “Comunicazione deviante” allora edito da Media Print con la prefazione del compianto Alessandro Mazzone. In questo studio informazione e comunicazione assumono un ruolo dominante sia sul terreno della produzione e dell’accumulazione che su quello del consumo trasformando l’impresa in fabbrica sociale generalizzata. Alessandro Mazzone, nella prefazione al testo afferma “Questo libro descrive un’invasione … una invasione che non ha bisogno di varcare i confini di uno Stato … che non agisce sugli individui, ma essenzialmente dentro di essi”. Vasapollo esaminava gli effetti della comunicazione deviata e deviante sul corpo sociale e intravedeva una sorta di totalitarismo della comunicazione strategica che vanificava i tentativi di democratizzare i processi di decisione politica.

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marx xxi

Il totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale

A cura di Alessandro Pascale. La città del Sole

di Marco Pondrelli

Il nome Seymour Hersh probabilmente ai più non dirà molto ma Hersh, vincitore anche del premio Pulitzer, ha messo in discussione la versione fornita dal governo statunitense dell'uccisione di Bin Laden (raccontata anche nel film embedded di Kathryn Bigelow Zero Dark Thirty), così come la 'verità' sul gas Sarin usato da Assad in Siria, la reazione, durante la presidenza del 'democratico' Obama, è stata la censura. Il fatto di per sé è significativo, spiega molto bene la 'fabbrica del falso', che sta alla base dell'accettazione acritica delle verità di comodo propinate da mass-media compiacenti. È spiega altrettanto bene la battaglia contro la scuola pubblica, contro la libertà d'informazione per spegnere qualsiasi visione critica ed alternativa della società e del mondo.

Lo abbiamo visto molto bene in tutte le guerre che l'Occidente ha combattuto in questi anni, i diritti umani hanno sempre nascosto interessi geopolitici, purtroppo anche la sinistra, comunista e non, ha partecipato a questa giostra (chi ricorda le manifestazioni di Ferrero sotto l'ambasciata libica prima della guerra?).

Alessandro Pascale, collaboratore di Marx Ventuno, nel suo libro (il totalitarismo liberale) analizza questi meccanismi e le radici di classe che stanno dietro ad essi.

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mondocane

Impressioni, alla Monet... 5 stelle: che ne è stato, che ne è, che ne sarà

di Fulvio Grimaldi

https://youtu.be/KoYw0LHEWLM

Ascolto Radio Rai diretta da Luca Mazzà. Luca Mazzà, prima, era stato direttore del Tg3, il telegiornale più virulentemente e goffamente anti-Cinquestelle dell’intero giro delle tv di regime (regime inteso, non come l’attuale governo, ma come regime vero, la consorteria politico-economico-finanziaria al servizio della Cupola). Prima ancora, era mio collega nella redazione Economia-Ambiente dove, mi ricordo, stava seduto a una scrivania davanti alla finestra, la migliore posizione del salone, e non s’è mai capito cosa facesse. Di servizi giornalistici non me ne ricordo neanche uno. Oggi, però, comanda e si irradia della più importante radio del paese. E quale, secondo voi, potrebbe essere stata la sua interpretazione dell’esito, negativo per i 5 Stelle, del voto in Abruzzo e Sardegna? Ma è ovvio: grazie in particolare al rientrante Di Battista, il Movimento avrebbe assunto posizioni troppo “radicali”, imponendo la sua agenda “estremista” al partner di governo, da lui implicitamente giudicato “moderato”, e pagandone il fio nelle urne

 

Bipolarismo finto e bipolarismo vero

La Cupola ha, anzi, le cupole, viste nel tempo e nello spazio, hanno sempre provato a governare sia la maggioranza che l’opposizione, dando in pasto alla gente tale vera e propria “combine” come bipolarismo tra opposti e contrari. Tipo l’Isis e le forze Nato che pretendevano di combatterlo.

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filosofiainmov

Le metafore teologiche di Marx

Recensione di Giacomo De Rinaldis

Enrique Dussel: Le metafore teologiche di Marx, Inschibboleth Edizioni, Roma 2018, pp. 400, € 28,00

“Le metafore teologiche di Marx” del filosofo e teologo latinoamericano Enrique Dussel ci pone sin dal titolo di fronte ad una contraddizione: non siamo forse abituati a considerare il pensiero di Marx come totalmente ateo e quindi nemico della religione? Questo conflitto del resto ha generato rivalità storiche dall’aura quasi mitica come quella tra i partiti comunisti e quelli cristiani, immortalata poi in letteratura dalle figure di don Camillo e Peppone, emblemi di due mondi inconciliabili. Con questo libro, pubblicato in Spagna nel 1993 e tradotto solo ora in Italia, Dussel ci mostra che questa dicotomia non è poi così cogente. Il volume è il quarto di un grande progetto di lettura e di commento delle opere economiche di Marx il cui rigore, come scrive Antonino Infranca nella prefazione al volume, ricorda molto da vicino quello dei commenti di Tommaso d’Aquino alle opere di Aristotele.

Dussel rintraccia nell’opera di Marx un uso sistematico di metafore teologiche: il teorico del comunismo si rivela infatti essere un profondo conoscitore del Nuovo e del Vecchio Testamento; egli utilizza continuamente immagini prese in prestito dalle Scritture per descrivere le dinamiche che regolano l’economia capitalistica e per sottolinearne le conseguenze ‘morali’.

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coniarerivolta

Autonomia differenziata: il sud nella trappola dell’austerità

di coniarerivolta

Si discute molto, in questi giorni, della cosiddetta autonomia differenziata. Quest’ultima dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello dell’avventura leghista al governo con il Movimento 5 Stelle. Al momento (e questa dovrebbe essere una buona notizia, come vedremo a breve), il governo giallo-verde sembra non riuscire a trovare la quadra sull’argomento. Ciò avviene, questo è certo, non per le preoccupazioni del Movimento 5 Stelle sulla tenuta dell’unità nazionale o sul destino dei cittadini del Mezzogiorno, ma semplicemente per il tornaconto elettorale di un movimento politico che ha tratto gran parte del suo consenso dalle regioni del Sud e che, adesso, una volta che il bluff giallo-verde è stato svelato, sta assistendo a un inesorabile smottamento nella sua popolarità proprio in quelle regioni che ne avevano favorito l’ascesa. La riforma, però, sembra soltanto rinviata, probabilmente a dopo le imminenti elezioni europee. Vale, dunque, la pena di soffermarsi sulla questione, allo scopo di metterne in luce i contenuti e le implicazioni.

Prima di tutto, dobbiamo chiederci cosa sia l’autonomia differenziata. In generale, è possibile asserire che lo Stato tassa i cittadini e ‘accentra’ la quasi totalità delle risorse: in altre parole, le tasse pagate dai cittadini finiscono quasi integralmente all’erario, ossia nelle casse dello Stato. L’autonomia differenziata romperebbe questo meccanismo, permettendo ad enti più periferici, come le Regioni, di trattenere una quota rilevante (più o meno elevata a seconda della portata dell’eventuale riforma, ma comunque maggiore di quella attuale, davvero minima) delle tasse pagate dai cittadini.

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comidad

La politica inerme di fronte alla lobby della deflazione

di comidad

Molti commentatori si sono chiesti quale necessità vi fosse di affibbiare gli arresti domiciliari ai genitori di Matteo Renzi. Forse non c’erano necessità giudiziarie, ma sicuramente vi era opportunità dal punto di vista comunicativo. Una semplice incriminazione, dati i trascorsi dei due soggetti, non avrebbe fatto notizia e sarebbe passata quasi inosservata. Grazie all’arresto c’è stato invece lo scoop. Il risultato comunicativo è il discredito ulteriore del PD attraverso la persona del suo principale boss, perciò un’eventuale caduta del governicchio Conte non potrebbe vedere candidarsi il PD come guida o componente della successione. Oggettivamente l’operato della magistratura costituisce ancora una volta un tirare la volata ad un governo “tecnico” a guida di Carlo Cottarelli.

L’amarezza dimostrata da Renzi è sembrata andare oltre l’ovvio dramma personale, come se egli in questa circostanza si fosse sentito fregato. La linea del “popcorn”, il sabotaggio dell’accordo di governo tra il PD e i 5 Stelle, è stata probabilmente suggerita a Renzi facendogli credere che in tal modo sarebbe stato lasciato in pace dal punto di vista giudiziario; invece così non è stato ed a Renzi non resta altra opzione che continuare a recitare la stessa parte.

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pandora

L’economia globale sta peggiorando?

di Gianluca Piovani

Le stime dell’ottobre 2018 del Fondo Monetario Internazionale (d’ora innanzi FMI), sono state recentemente aggiornate nel mese di gennaio 2019.

L’aggiornamento è in negativo e risente di un clima di generale sfiducia che penalizza l’attività economica. L’andamento dell’economia non è difatti unicamente influenzato da fattori oggettivi, ma è mosso anche dalle aspettative degli operatori: l’attesa di shock negativi influenza sia l’attività delle imprese, che riducono i piani di investimento e rimandano le assunzioni, che i consumatori, che riducono le spese per aumentare il risparmio. Per quanto sia già visibile un impatto negativo dovuto al peggioramento delle aspettative, l’avverarsi degli shock temuti potrebbe causare conseguenze più gravi ed innescare una crisi. In questo senso l’outlook del FMI è stato sia rivisto in negativo che soggetto a rischi a ribasso.

 

Paesi sviluppati

A frenare maggiormente a livello mondiale sono i paesi sviluppati. Negli Stati Uniti continua la tensione riguardo la definizione delle tariffe commerciali con Cina ed Europa. Il mese di marzo è la scadenza per la temporanea sospensione delle misure che porterebbero i dazi verso la Cina al 25%, mentre similmente è in corso di valutazione l’aumento delle tariffe verso i costruttori di auto europei fino al 25% per presunte questioni di sicurezza nazionale.

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micromega

Una manovra che non spinge la crescita

di Riccardo Realfonzo* e Angelantonio Viscione*

La recessione sperimentata dall’economia italiana nella seconda metà del 2018 renderebbe urgente un forte sostegno del governo alla crescita. Tuttavia, le stime che presentiamo in questo lavoro, e che approfondiamo ulteriormente in economiaepolitica.it, mostrano che la manovra economica per il 2019 avrà un impatto molto modesto sulla crescita, soprattutto a causa della carenza di investimenti pubblici e della mancanza di una visione di politica industriale. Sarebbe stato possibile concepire forme di intervento ben più incisive per aggredire i nodi della competitività e rilanciare la crescita, anche a saldi invariati. Se poi si fosse fatto ricorso a una manovra che avesse ampliato il deficit, ad esempio al 2,4% del pil, come il governo stesso aveva inizialmente ipotizzato, concentrando interamente le risorse in più rispetto all’attuale 2,04% sugli investimenti, l’effetto espansivo sarebbe addirittura triplicato.

 

La manovra economica per il 2019

Dal punto di vista delle risorse in campo, le misure discrezionali introdotte dal governo per il 2019 possono essere sintetizzate nella Tabella 1.

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micromega

L’economia è una scienza inutile?

di Carlo Clericetti

È il titolo (senza punto interrogativo) di un libro di Francesco Saraceno, che ripercorre il dibattito degli ultimi anni dall’abbandono del keynesismo alla fase attuale, in cui molte certezze sono state spazzate via dagli anni della crisi. Non è inutile, dice l’autore, se si abbandona la pretesa che esistano leggi universali applicabili in qualsiasi contesto e si impara dalla storia e dall’esperienza.

Chi vuole capire la logica in base alla quale si è voluto varare il Jobs act (e provvedimenti simili in altri paesi europei), o perché si sia istituita una banca centrale che non risponde a nessuno di ciò che fa, o ancora, perché l’Unione europea, a differenza degli altri paesi più importanti, si è sempre rifiutata di utilizzare risorse pubbliche per combattere la crisi; chi vuole capire queste logiche dovrebbe leggere il libro appena pubblicato da Francesco Saraceno.

Il titolo è provocatorio: “La scienza inutile – Tutto quello che non abbiamo voluto imparare dall’economia” (ed. Luiss). Ma fin dall’introduzione Saraceno smentisce il titolo: inutile non è, a patto però di utilizzare determinati criteri. Tra i più importanti c’è “lo studio dei pensatori e della storia del passato”, che è fondamentale per la lettura della realtà. Dicendo questo Saraceno si iscrive a una corrente di economisti che oggi è in netta minoranza: quelli che sostengono che l’economia è una scienza sociale, e non una “scienza delle leggi”, come la matematica o la fisica.

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contropiano2

La battaglia sui salari: quando la sinistra era presente a se stessa

di Redazione Contropiano

Marziani o semplicemente razionali? In un editoriale di poche settimane fa ponevamo in grande evidenza il problema del programma politico con cui una forza che abbia l’ambizione di rappresentare – anche elettoralmente – il “blocco sociale” popolare potrebbe cominciare ad avvicinare l’obbiettivo, lavorando tra la gente, nelle strade e nei luoghi di lavoro, senza perdersi ancora una volta nei corridoi in cui si cucinano le “liste elettorali”.

Al primo punto mettevamo – siamo strani, vero? – il problema del salario. Siccome ormai si lavora per una cifra x, che ogni “datore di lavoro” decide ed impone per proprio conto (indistinguibili ormai dall’ultimo caporale mafioso nei campi di pomodori), proponevamo “l’introduzione in Italia del salario minimo, indicizzato all’inflazione e determinato nella misura di 1.200 euro per l’anno 2019. Il lavoro straordinario, festivo o notturno va pagato come minimo il 50% in più”. Ovviamente per qualsiasi tipo di lavoro, come salario d’ingresso (da incrementare con anzianità, passaggi di livello e assegni familiari) e per 40 ore settimanali.

Sognatori…

Ora un corsivo come sempre intelligente di Alessandro Robecchi va a rovistare nella memoria di quella che un tempo aveva senso chiamare “sinistra”, riscoprendo questa “banalità” del salario che deve essere sufficiente per vivere, non per arricchire chi fa finta di dartene uno.

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minimamoralia

Appunti su “Serotonina”

di Nicola Lagioia

Questo pezzo è uscito sulla rivista «Gli Asini», che vi suggeriamo di leggere

Di Serotonina, settimo romanzo di Michel Houellebecq, si è molto parlato prima ancora che venisse pubblicato. Contagiati dall’ansia anticipatoria che governa la stampa quotidiana, molti critici hanno posto con faciloneria l’accento sulle facoltà divinatorie dello scrittore francese: così come Sottomissione aveva avuto la ventura di uscire nel giorno della strage di «Charlie Hebdo», quest’ultimo romanzo (“naturalmente scritto prima che la rivolta dei gilet gialli esplodesse!”, notavano molti recensori con logica ferrea) arriverebbe in perfetto tempismo rispetto ai recenti fatti di cronaca. In Serotonina si parla a un certo punto di una rivolta di agricoltori contro le politiche UE, ma è solo l’occasione narrativa di un discorso più vasto. In caso contrario sarebbero guai: se si dovessero giudicare gli scrittori in base alla loro capacità di fotografare in anticipo il paesaggio sociale, Philip K. Dick, George Orwell e Aldous Huxley chiuderebbero la partita prima del fischio di inizio.

Serotonina è la storia di Florent-Claude Labrouste e della sua battaglia persa con la vita. Quarantasei anni, un buon impiego al Ministero dell’Agricoltura, Florent-Claude si autoesilia in provincia dopo l’ennesimo rovescio sentimentale. Qui, incapace di trarre ogni residuo beneficio dal rapporto coi suoi simili, rischia letteralmente di morire di tristezza.

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contropiano2

Il labirinto del Debito Pubblico

di Giuseppe Masala

Si continua a sostenere la necessità di ridurre il debito pubblico quale elemento essenziale per dare maggior stabilità al sistema e per rendere possibile una maggior crescita economica. Bene, questa affermazione è falsa in radice.

Ridurre il debito pubblico è un’operazione sociale e politica che ha quale fine quello di cambiare alle fondamenta la nostra società e la nostra vita. Già lo diceva Tommaso Padoa Schioppa in una celeberrima intervista di qualche anno fa al Corriere della Sera: * <<Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità>>* .

Ridurre il debito pubblico è facilissimo: basta privatizzare la Sanità, la Scuola, l’Università, i beni culturali e quant’altro e il debito pubblico si assorbe in una decina d’anni. Non è che ci vuole molto a capire che se vengono privatizzati gli elementi elencati qui sopra e per i quali lo stato spende centinaia di miliardi non si forma nuovo debito e quello vecchio viene pagato a scadenza riassorbendosi.

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filosofiainmov

Gentrificazione, resilienza e implementazione

Dell’uso pessimo e nuovo delle parole antiche

di Domenico Bilotti

Il problema era noto già a Cicerone e a Quintiliano: in meno di due secoli di storia romana, allievo e maestro si misurano col decadimento politico-amministrativo che si associa a scadimento delle istituzioni culturali e valoriali di un popolo. I due retori certo usano un espediente vittimistico: la loro opera appartiene a due dei secoli più interessanti e densi della romanità antica; il potere politico dell’Urbe è in fase ancora espansiva e le tante crisi zonali appaiono conferma della caduta dei secoli successivi soltanto in ottica retrospettiva, nello sguardo dei “posteri”.

Notano, però, una cosa vera: la perdita di senso del linguaggio è il primo segno della sconfitta politica. Un ordinamento delle relazioni umane privo di qualità ragionativa e di sforzo di approfondimento scava scientificamente, quanto inconsapevolmente, la sua fossa. Fa prevalere la semplificazione brutale sulla sintesi razionale, il chiacchiericcio vago sulla dissertazione serrata, la forza nuda e cruda sull’argomentazione tecnico-giuridica. Presta il fianco alla stessa demagogia che nutre la crisi, come un serpente che mangiandosi la coda, anziché chiudersi in se stesso, seguita a ingrassare.

Gli anni che stiamo vivendo hanno questo segno impresso addosso, perché s’è ormai assottigliato, nella “cosa pubblica”, il confine tra il tribuno che deve in primo luogo arringare gli animi e lo specialista che deve, invece, creare il contesto applicativo della pratica di governo.

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linterferenza

Ho visto un re, anzi, il primo re

di Renato Rapino

Intorno al film “Il primo re” si sta generando un dibattito che forse, in base al successo del film, potrà allargarsi e magari incattivirsi.

Siamo al centro di discorsi che riguardano cinema, storia e politica che tra loro hanno avuto sempre rapporti stretti e conflittuali.

Su storia e politica si è già riflettuto molto su questa rivista. È stato ricordato spesso che “la storia la scrivono i vincitori” ed è quindi estremamente difficile per un ricercatore serio far accettare tesi controcorrente e, a tutto ciò, vorrei aggiungere una frase lapidaria di Andreotti: “Quando i politici si mettono a fare gli storici succede sempre una gran confusione”. Pronunciò questa “sentenza”  in merito alla  diatriba sorta intorno alle (parzialmente) false lettere di Togliatti a Stalin sulla sorte dei nostri alpini prigionieri.

L’uso politico del cinema è notorio: Mussolini lo definiva il miglior strumento di propaganda, il nazismo in Germania così come la rivoluzione bolscevica in Russia si avvarranno di registi del calibro di Leni Riefenstahl e Sergej Michajlovič Ėjzenštejn con film memorabili.

Nel secondo dopoguerra l’egemonia culturale della sinistra, in Italia e nel “primo mondo”, farà sentire il proprio peso anche nel cinema realizzando i prodotti più artisticamente rilevanti.

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chefare

Il made in Italy nel 4.0, il lavoro nell’epoca della sua riproducibiltà tecnica

di Andrea Aimar

Le cernitrici stanno lì, al fondo della linea, a guardare il pomodoro già pelato. Conoscono i difetti e le tipiche macchie sulla pelle dell’«oro rosso» italiano. Quando scovano il difetto, quello che le macchine prima non hanno trovato, prelevano il pomodoro dal nastro. A inizio stagione, quando fanno i test, ne riescono a individuare in media quindici al minuto. Dopo settimane di pratica di solito migliorano.

Dopo le cernitrici alla fine di una linea altamente automatizzata si posizionano le apparatrici, che soccorrono le bilance elettroniche: quando la scatola di latta passa, con un solo colpetto sanno capire se serve aggiungere o meno un pelato. Ci mettono un istante. Sono donne precisissime.

Il loro know how è la somma degli anni di esperienza in questo lavoro stagionale. Aristocrazia operaia campana: «i giapponesi su queste cose si incantano» dice Pasquale D’Acunzi della Fratelli D’Acunzi s.r.l., un’industria di conserve alimentari a Nocera Superiore.

 

Innovazione e buoi dei paesi tuoi

In Italia la narrazione sull’innovazione tecnologica è spesse volte il risultato di una traduzione. Si prende ciò che si scrive negli (e sugli) Stati Uniti e con un italiano meticcio si tracciano gli scenari sul futuro del lavoro e dell’era 4.0.

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ilsimplicissimus

Siamo tutti venezuelani

di ilsimplicissimus

Se ieri qualcuno di voi avesse per caso visto qualche Tg o anche qualche sequenza di patchwork informativi dovrebbe davvero cominciare a tremare. A me che di solito mi tengo ben lontano da queste forme di informazione paludata, ma paludosa è capitato ieri perché volevo sapere qualcosa sui danni prodotti dal vento e naturalmente questo ha comportato inevitabilmente l’orrore di assistere impotente allo scempio di verità perpetrato a canali unificati sul Venezuela in cui viene completamente omessa la grande manifestazione a sostengo del governo Maduro con centinaia di migliaia di persone, mentre si ciancia di tre soldati che sarebbero fuggiti in Colombia nonché degli “aiuti” che stanno gloriosamente giungendo allo squallido burattino Guaidò. Si tratta di un tipo informazione che non è nemmeno vergognosa, è metafisica, vacua, potrebbe anche essere dadaista se fosse intelligente e non vi si percepisse in sottofondo il sudore acre di Lucignoli e Pinocchi.

Non trattiene la propria indignazione persino un ex deputato del Pd e prima del Pds, il sociologo Pino Arlacchi, l’amico di Falcone e Borsellino che redasse il progetto esecutivo della Dia e ideò molte delle strategie della politica antimafia. Doveva diventare il supervisore dei servizi informativi italiani, ma la sua nomina fu bloccata con un trucco da Washington che per la bisogna fece riferimento ad ambienti criminali, in quanto “pericolo per il mondo libero”:

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gliocchidellaguerra

Macron, Merkel o Trump? L’Italia deve scegliersi un alleato

di Lorenzo Vita

Quello che è in corso nel mondo è un vero e proprio distacco, sempre più accentuato, fra Europa e Stati Uniti. Mai come in questi tempi l’oceano Atlantico è sembrato un abisso più che un mare che unisce. E gli Stati Uniti di Donald Trump non rappresentano che l’estrema sintesi di un divario già esistente ai tempi di Barack Obama e che l’attuale presidenza Usa ha avuto solo la capacità di mostrare in tutta la sua forza.

 

La grande spaccatura dell’Occidente

Siamo di fronte a una spaccatura dell’Occidente come non si era mai vista. Francia e Germania hanno intrapreso una direzione del tutto opposta a quella degli Stati Uniti. E Donald Trump non sembra essere disposto a cedere. Troppi gli interessi che dividono le due sponde dell’Atlantico.

Parigi e Berlino hanno deciso da tempo di blindare l’asse che unisce i due Paesi. Dopo la conclusione del Trattato di Aquisgrana, ormai è chiaro che Angela Merkel ed Emmanuel Macron vedano l’Europa come un grande territorio di caccia. L’Unione europea è sempre più esclusa dai giochi. Mentre Francia e Germania rafforzano ogni giorno di più la loro cooperazione.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno avviato tutta una serie di iniziative volte da una parte a indebolire la forza dell’Unione europea e, dall’altro lato, a colpire la leadership della Germania nel Vecchio Continente.

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contropiano2

La non valutabilità della Tragedia dell’Euro

di Giuseppe Masala

Interessante uno studio del Think Tank tedesco Centrum fur Europaiske Politik (Cep) che illustra quelli che sono i paesi usciti vincitori dall’adozione dell’Euro.

Il metodo utilizzato è quello del controllo sintetico che raffronta le performance dei paesi entrati nella moneta unica rispetto ad alcuni “paesi-controllo” che ovviamente non sono entrati. Naturalmente la disamina parte dall’anno dell’introduzione della moneta.

Manco a dirlo il paese che ha subito le maggiori perdite dall’adozione dell’Euro è stata l’Italia, con una perdita di 4.300 miliardi di euro ovvero 73.600 euro a testa. Sì, sì, avete capito bene: ognuno di voi che sta leggendo ha subito secondo questo studio un danno di 73.600 euro.

Al secondo posto tra i paesi danneggiati la Francia, che ha subito un danno pro capite di 56.000 euro. I maggiori vantaggi li hanno ottenuti la Germania con un guadagno di 23.000 euro a testa e l’Olanda con un guadagno a testa di 21.000 euro.

Come tutte le stime, naturalmente, è criticabile nella metodologia, ma senza tema di essere smentito vorrei ricordare che i danni per l’Italia sono iniziati ben prima, almeno dal 1992, ovvero da quando iniziò la folle rincorsa per entrare in quell’area euro che ci avevano fatto credere fosse il paradiso e si è rivelata un inferno.